Monarchia 3



L'EREDITA' DEI BENI DEI SAVOIA



L’ULTIMA "BEFFA" ALL’ITALIA DI VITTORIO EMANUELE III

(morì il 28 Dic. 1947, senza lasciare testamento; "per 81 ore beffò la Repubblica")

(Dai giornali dell’epoca: Aprile 1950)

Una interessante vertenza, all' "italiana", molto singolare.

"Oggi a Roma (aprile 1950) si sta concludendo, davanti al Tribunale, una delle più appassionanti e complicate vertenze giudiziarie relative ai beni ereditati dei Savoia esiliati.
Questi ultimi i beni ereditati li difendono, mentre lo Stato Italiano li vorrebbe avocare a sé.

I PROTAGONISTI

"La causa trae la sua origine nella XIII disposizione transitoria della Costituzione, varata nel dicembre 1947; tale disposizione fu oggetto di molte discussioni in seno alla relativa commissione, poiché i più intransigenti avrebbero voluto estendere le previste misure contro Casa Savoia a tutte le case già regnanti in Italia dal medioevo in poi (sarebbero stati colpiti perfino i discendenti di Arduino d'Ivrea), e altri, come Togliatti, che accennarono persino a processi e a pene capitali da infliggersi ai Savoia.

Infine, prevalse il partito intermedio, moderato e la disposizione si articolò in quattro punti:

  1. col 1° si vietò l'elettorato attivo e passivo e l'assunzione di cariche pubbliche a tutti i Savoia;
    col 2° si proibì loro l'ingresso e il soggiorno in Italia, escluse le donne che non siano regine;
    col 3° si avocarono allo Stato repubblicano i beni della ex famiglia reale che si trovassero in territorio nazionale;
    col 4°, infine, si dichiararono nulli i trasferimenti dei beni avvenuti dopo il 2 giugno 1946.

In un primo tempo parve che lo Stato riconoscesse in pieno le richieste degli eredi sui beni il cui valore taluno fa ascendere a qualche decina di miliardi (valore di allora), ma improvvisamente, nel febbraio 1949, per ragioni di carattere politico, ci fu un irrigidimento che portò a un procedimento giudiziario che si sta svolgendo in questi giorni a Roma.

Destinato a sciogliere la complessa vicenda è il dott. Frangipani (le stesso magistrato al quale spetta di decidere la causa civile connessa all'eccidio delle Fosse Ardeatine) ; protagonisti principali, da un lato, per lo Stato, l'avv. Cesare Arias, già perseguitato dalle leggi razziali, dall'altro, per i Savoia, gli avvocati D'Amelio e Serrao.
Questi ultimi non furono mai, come si disse, i legali di Vittorie Emanuele III, che si serviva di solito dell'avv. Ungaro.

D'Amelio è nipote dell'ex presidente della Corte di Cassazione e appartiene a famiglia tradizionalmente devota ai Savoia. Quanto a Serrao, egli è uno dei pochi cittadini italiani che possa fregiarsi del titolo di "baronetto" britannico; d'origine napoletana, sir John Serrao entrò nella stima e nella dimestichezza dell'ambasciata inglese e di qui estese le sue conoscenze al mondo straniero di Roma, di cui è l'avvocato abituale. Questa sua influenza gli ha permesso di condurre a buon termine anche l'altra causa, discussasi recentemente a Londra, relativa all'assicurazione vita di Umberto I contratta con i Lloyds di Londra, con erede beneficiario suo figlio Vittorio Emanuele III (valore circa 3 miliardi di lire (anno 1950), che il re non volle mai ritirare – vedi più avanti)
Nella memoria presentata dai due avvocati, si legge che essi rappresentano i principi Maurizio ed Enrico d'Assia (il primo anche quale tutore dei fratelli minori Ottone ed Elisabetta) ; la contessa Jolanda Calvi di Bergolo; Giovanna di Savoia vedova di Boris Sassonia-Coburgo-Gotha; la principessa Maria Borbone-Parma.

Non compaiono, come si vede, né l'ex re Umberto, né la regina madre Elena, rimasti tra le quinte per ragioni di opportunità politica; ma è sottinteso che gli eredi agiscono anche in loro favore; giuridicamente, tuttavia, poiché dalla legge anche la loro presenza è richiesta, essi figurano (essendo in esilio dal 13 giugno 1946) come "contumaci".
Quali sono i beni sui quali si disputa e quale è il loro valore? La comparsa dei legali dei Savoia accenna anzitutto alla collezione numismatica di Vittorio Emanuele stimata oltre due miliardi di lire (anno 1950), e (virtualmente perché non è stata ancora ritrovata, soprattutto quella in oro) donata al Paese; il peso morale di questo elemento, che a prima vista sembra estraneo alla causa, è evidente se si considera che la collezione, a quanto sostengono gli avvocati Serrao e D'Amelio, supera di gran lunga in valore quanto Vittorio Emanuele III ebbe a ricevere dallo Stato per suo appannaggio nei cinquant'anni di regno.

Occorre infatti ricordare che la lista civile dell'ex sovrano, fissata nel 1880, e corrisposta a titolo di "stipendio", era una delle più basse del mondo (11 milioni), poiché Vittorio Emanuele non volle mai aderire alle proposte di aumento resesi necessarie in seguito alla progressiva svalutazione della moneta. Il corrispettivo di questa modesta lista civile serviva a fronteggiare le spese del ministero della Real Casa per il mantenimento del Quirinale, personale e servizi e non era devoluta neanche in parte a favore del patrimonio privato del re, alle cui esigenze familiari e alle cui spese "voluttuarie", si sopperiva coi proventi dei beni attualmente contesi.

I BENI DEI SAVOIA

Ciò posto, ecco come è formato il patrimonio di Vittorio Emanuele III spettante agli eredi per legge (con Elena -ancora in vita in questo 1950- usufruttuaria), essendo l'ex sovrano, come si sa, morto il 28 dicembre 1947, senza aver fatto e lasciato un testamento.

  1. 1) Villa Savoia, sita sulla via Salaria, in Roma, acquistata da Vittorio Emanuele nel 1904 dalla liquidazione della Banca Romana per 616.000 lire.
    2) Due tenute nell'Agro Roma no, in località Castelporziano, e precisamente la tenuta Capocotta, acquistata da Umberto I nel 1892 dal principe Paolo Borghese per 600.000 lire, e la tenuta Campo Bufalaro. acquistata pure da Umberto I, nel 1898, dal principe Pallavicini e dall'eredità Monte Carafa, per complessive 402.000 lire.
    3) Il castello di Pollenzo, incendiato e saccheggiato durante l'ultima guerra, con le dipendenze, i boschi e i poderi, in provincia di Cuneo, appartenente ai Savoia sin dal 1385. 4) Le villette di Valdieri, con dipendenze di caccia (pure in provincia di Cuneo), acquistate da Vittorio Emanuele II.
    5) Il castello di Sarre (in provincia d'Aosta), più 5 ettari di terreno, acquistato da Vittorio Emanuele Il nel 1865 per 69.000 lire.
    6) Il castello e la tenuta di Racconigi (dal 1600 di proprietà dei Savoia), donato dal padre ad UMBERTO II nel dicembre 1929 in occasione delle sue nozze con Maria Josè.

Il valore attuale di tutti questi beni, è molto discusso: gli eredi, denunciandoli allo Stato per la successione, gli hanno dato loro una stima di soli 111 milioni e lo Stato non ha sollevato alcuna eccezione (!). Già questo è molto singolare. Perché in realtà, si tratta di un complesso valutabile a molte decine di miliardi (valore anno 1950 - Valore di mercato anno 2000, circa dai 600 ai 1000 miliardi).
Villa Savoia, ad esempio, situata nel cuore di Roma, ha un'estensione di circa 90 ettari (900.000 metri quadrati), in una zona dove i terreni si pagano oggi (anno 1950) da 5 a 20.000 lire al metro quadro; e si aggiunga che, fuori della cinta della villa ma immediatamente attigua, esiste un'altra tenuta di 30 ettari (300 metri quadrati) a pascolo e piccole colture, che si chiama del Forte Monte Antenne, Capocotta e Campo Bufalaro; e vicine al mare, tra Ostia e Anzio, hanno alcune tra le più belle pinete d'Italia che misurano un migliaio di ettari (1.000.000 di metri quadrati), lasciati, in gran parte, in stato di volontario abbandono, per servire di ricovero alla selvaggina da caccia.

Il castello di Pollenzo, piuttosto minuscolo, ha mantenute intatte le caratteristiche antiche, dal mobilio interno al ponte levatoio; si affaccia su un bosco di una cinquantina d'ettari (500.000 metri quadrati) entro il quale una serie di laghetti azzurri e silenziosi, artificialmente collegati tra loro, offre una incomparabile visione di tranquillità. Intorno al castello si stende poi un migliaio di ettari (oltre un 1.000.000 di metri quadrati) appoderati, che fanno un unico grandioso corpo con i possedimenti della tenuta di Racconigi.

Su queste due ultime, tra la fine del 1946 e inizio 1947 Umberto (che aveva lasciato già l’Italia il 13 giugno 1946 per l’esilio) "scorporò" e vendette una parte della tenuta; ma anche Vittorio Emanuele pochi mesi prima di morire faceva altrettanto per alcuni dei terreni di Pollenzo: gli acquisti furono fatti da una trentina di privati, e tutti costoro sarebbero oggi colpiti in virtù del punto quarto della XIII disposizione transitoria della Costituzione che rende nulli i trasferimenti compiuti dai Savoia dopo il referendum.

DISCUSSI "PARERI"

Abbiamo accennato che in un primo tempo lo Stato, nonostante il disposto della Costituzione, sembrò tenere un contegno conciliante riguardo a tutti questi beni: nella persona del prefetto Luigi Peano, di vecchia famiglia monarchica piemontese, creò un commissario alla gestione e, anziché estromettere il personale della vecchia amministrazione privata, prendendo in consegna direttamente i beni, lasciò una specie di "status quo", che durò sino alla primavera scorsa (1949).
In questo periodo sembra che la stessa avvocatura dello Stato, (aprile 1950) parte in giudizio contro l'ex casa regnante, dando "pareri" favorevoli alla tesi degli eredi di Vittorio Emanuele; che reclamano per entrarne in possesso di tutto ciò che essi sostengono spettar loro per diritto.

Sulla questione di questi "pareri" si è accesa una grossa controversia: l'avvocatura dello Stato li nega, la difesa invece sostiene che esistono. L'argomento è delicatissimo, coinvolge responsabilità tecniche e politiche di grande rilievo in quanto si può obiettare che se tali "pareri" sono veramente esistiti, è stato per lo meno imprudente, da parte degli organi governativi, accollarsi il peso di una causa di dubbio esito e per di più contro l'espresso giudizio di una amministrazione statale.
In sostanza, questi discussi pareri avrebbero sostenuto che la legge sull'avocazione riguarda solo i beni degli ex re Vittorio Emanuele III ed Umberto II (e dei loro discendenti maschili) e che i trapassi ereditari verificatisi prima dell'entrata in vigore della Costituzione sarebbero pienamente efficaci.

Poiché Vittorio Emanuele III è morto il 28 dicembre 1947, la Costituzione, andata in vigore il 1° gennaio 1948, lo Stato non avrebbe più trovato un patrimonio di Vittorio Emanuele da avocare, ma un patrimonio ormai appartenente agli eredi e quindi non avocabile se non nella quota di Umberto II.

Per ragioni politiche, in seguito anche all'esito delle elezioni dello scorso anno in Sardegna (1949), lo Stato, e per esso il ministro delle finanze, in quella primavera cambiò completamente rotta e assunse un atteggiamento drastico: fu mutato l'avvocato dello Stato che si occupava della vertenza (l'avv. Latour), e al suo posto fu nominato l'avv. Arias, il quale cominciò col proclamare che tutti i beni della successione di Vittorio Emanuele III dovevano intendersi già avocati allo Stato sin dal 1° gennaio 1948.

Nello stesso tempo fu abolita la gestione commissariale e venne dato incarico alla direzione del demanio di prendere in consegna i beni, incarico che rimase tuttavia teorico, poiché in pratica le cose continuarono ad andare più o meno come prima.
Così, il 4 maggio '49 si iniziava la vera e propria vertenza giudiziaria, nella quale il primo argomento degli avvocati dei Savoia fa suo un appunto, quello che starebbe alla base dei famosi "pareri" dati a suo tempo dall'avvocatura dello Stato: non essere ormai più di Vittorio Emanuele III il patrimonio, poiché all'entrata in vigore della Costituzione l'ex re era già morto; dunque le quote degli eredi (salvo quella di Umberto) non-sono avocabili.

A questa argomentazione lo Stato, per mezzo dell'avv. Arias, risponde che la Costituzione. al punto quarto della famosa XIII disposizione transitoria, annulla ogni "trasferimento" fatto dopo il 2 giugno. Tutta la questione si restringerebbe quindi a giudicare se anche la successione ereditaria possa chiamarsi "trasferimento", cosa che i legali dei Savoia negano.

UN COLPO DI SCENA

Ma, a parte ciò, lo Stato tiene in serbo un altro atous nel suo gioco:
““E’ vero che la nostra Costituzione venne pubblicata il 1 gennaio 1948, afferma l'avv. Arias; cioè quando Vittorio Emanuele era morto da 81 ore, e che quindi per tre giorni in più o in meno di vita il vecchio sovrano ci avrebbe giocato l'ultima beffa. Ma la Costituzione fu promulgata il 27 dicembre 1947 oltre 38 ore prima che l'ex sovrano passasse a miglior vita, poiché Vittorio Emanuele morì il 28 dicembre alle ore 2,30 pomeridiane. Ed è la promulgazione che conta, anche se la norma ha avuto forza esecutiva soltanto il 1° gennaio 1948””.

Come si vede la soluzione sembra basata su un gioco strettissimo di ore. Secondo i legali dei Savoia, questi avrebbero diritto ai beni contestati grazie a un margine di 81 ore, secondo il rappresentante dello Stato essi li avrebbero perduti per uno svantaggio di sole 38 ore e 30 minuti.
Prima di giungere a questi due argomenti, decisivi nelle intenzioni del patrono dello Stato, l'avv. Arias aveva tentato un terzo colpo di scena, il 10 febbraio scorso (1950); ma questo, inaspettatamente, era stato frustrato da un'abile contromanovra dei legali dei Savoia. Quel giorno l'avv. Arias aveva inaspettatamente chiesto al Tribunale di "dichiarare improcedibile l'azione degli eredi Savoia, per mancata osservanza delle disposizioni sulla legge tributaria delle successioni” ; si voleva, in altre parole, che gli avvocati dei Savoia esibissero le ricevute di pagamento della tassa di successione, che i loro clienti in effetti non avevano pagata, aspettando che i magistrati riconoscessero loro i titoli di eredi. La somma da versare, benché calcolate tutte le proprietà in base a soli 111 milioni (valutazione che, come accennammo, lo Stato accettò senza discutere), era di 18.173.185 lire, somma di cui sul momento né gli eredi Savoia né i loro rappresentanti disponevano.

La situazione era drammatica, poiché occorreva pagare entro pochissimi giorni: eppure i Savoia pagarono. Oggi si sa che la somma fu ottenuta da un istituto di credito romano, da uno dei Banchi che conta il maggior numero di filiali nella capitale. Il Banco si ritenne coperto non solo dal valore del patrimonio immobiliare di cui si discuteva, ma soprattutto dall'imponente fondo di sterline sbloccato in Inghilterra, che in lire italiane supera i tre miliardi (anno 1950) e che sarà tra poco a disposizione dei Savoia (ne dovranno essere detratti, però, molti milioni, poiché anche su questa parte del patrimonio ci sarà da pagare una tassa di successione, oltre ai diritti di custodia per il governo inglese e di deposito per la Banca).

A proposito di questi tre miliardi, sarà bene ricordare che essi rappresentano i frutti (enormemente aumentati) di una assicurazione sulla vita accesa oltre 50 anni fa da Umberto I presso i Lloyds di Londra. Alla sua morte, il figlio Vittorio Emanuele III, essendo unico beneficiario come erede, incassò sì il premio di un milione di sterline, ma lasciò la somma in deposito a Londra, né ritenne di doverla mai trasferire in Italia, neppure (ed è molto singolare) in previsione del secondo conflitto mondiale, né quando dichiarò guerra all’Inghilterra.

Non così tutti gli altri beni degli italiani esistenti in Inghilterra all'inizio delle ostilità; infatti, il governo inglese congelò questi, ma non bloccò quelli del capo del Paese col quale era in guerra ed è proprio per questa ragione che il governo italiano non ha potuto incamerare, firmata nel '47 la pace, i tre miliardi depositati a Londra.
Infatti il magistrato inglese obiettò che, non avendo fatto il governo inglese (una singolare dimenticanza o un singolare favore?) depositare il credito di Vittorio Emanuele sul fondo comune dei beni stranieri "congelati", la somma figurava come un qualsiasi credito privato di un libero cittadino britannico.

Da notare che i denari custoditi, dalla Hambros Bank, furono trasformati dagli inglesi in azioni del "Prestito della Vittoria". Vittoria dei nemici, naturalmente. Ma che dopo l'8 settembre diventarono amici (Alleati).
Mussolini era al corrente ma preferì sempre tacere. Ma dopo il 25 luglio scriverà indignato che il re "desidera la vittoria inglese...la vittoria del Paese nel quale deposita sempre i suoi ingenti capitali!"

Per tornare alla causa dei beni dei Savoia, occorre rilevare infine che, poco prima della sentenza, si è verificato un ultimo colpo mancino, ma questa volta a tutto vantaggio dell'ex casa regnante, poiché riapre la discussa questione dei "pareri".
Il 26 marzo 1950 perveniva sul tavolo del presidente del Tribunale un fascicoletto di otto pagine, edito a Roma in data 1949, contenente l'estratto di un articolo a firma Meuccio Ruini, comparso sulla Rivista di Diritto Pubblico – “La giustizia amministrativa”.
In esso il prof. avv. sen. Meuccio Ruini, che fu il presidente di quella commissione che emanò proprio la XIII disposizione transitoria della Costituzione, abbraccia l'interpretazione favorevole alla tesi sostenuta dai Savoia, affermando che "dovrebbero considerarsi esclusi dall'avocazione i beni pervenuti in successione legittima alle figlie dell'ex sovrano, il solo fiore gentile nella discussione".

Per il momento questa fu la temporanea conclusione; ma siamo sicuri che la battaglia continuerà, e in prima fila Umberto, e i suoi figli quando saranno maggiorenni, o quando morirà Umberto.

Resta il fatto che –o allo Stato o agli eredi- tutto il patrimonio già allora valutato in diverse decine di miliardi (anno 1950 – Pari a circa 600-1000 miliardi di lire degli anni 2000) fu valutato per poco più di cento milioni.
Da chi ? Sarebbe curioso saperlo, ma quando si è potenti, e girano così tanti soldi, tutto si trasforma in
“Un mistero d’Italia”.

Un’altra intrigante vicenda è quella della "collezione delle monete", e del "tesoro Sabaudo",
(dipinti e oggetti vari - 363 casse) che “presero il volo” dalla villa di Pollenzo, e che finirono dal rigattiere; ma il meglio chissà dove, e in chissà quale villa italiana o estera.

Anche su questo “Mistero” ci fu un famoso processo, questa volta a Milano
Racconteremo anche questa "storia" con le cronache dei giornali dell’epoca. Perché sui libri storici non ho mai sentito parlare di questo singolare processo.
Nè che fine ha fatto la collezione di monete antiche d’oro.
Ma dal processo qualcosa si capisce.



IL TESORO SABAUDO

Dai giornali dell'epoca: FEBBRAIO 1950
OGGI, del 6-9 febbraio 1950.

In questi giorni (febbraio 1950) alle assise di Milano, si è aperto il processo per i beni Sabaudi, 363 casse, sottratti da tedeschi ai Savoia alla fine del '43, inizio '44. Un "Tesoro" finito una parte ai rigattieri, un'altra fu recuperata, ma quella più importante, la collezione monete (quelle d'oro) e le casse di importanti documenti (indubbiamente della dinastia sabauda) sono spariti nel nulla.

Il principale imputato in questo processo è l'avvocato STEINER. Allora, all'inizio del '44, era stato nominato commissario per la confisca dei beni mobili della casa reale. Cioè del "Tesoro".
Gli altri imputati sono invece tre antiquari di Milano, e vari ricettatori

IL SACCHEGGIO

E' questo un processo in cui i personaggi non sono solo gli uomini, ma anche gli oggetti, alcuni sono preziosissimi come le monete, altri sono storici come i documenti della dinastia e della storia d'Italia, altri ancora puramente di valore affettivi, come il velo da sposa di Maria José, un cilindro del Conte di Torino, i pizzi della regina Margherita, i nastri funebri di Umberto I ucciso a Monza, il velo di battesimo di Emanuele Filiberto, ecc. ecc.. Tutti questi "oggetti" sono passati nelle mani di Steiner, che li ha in parte venduti, in parte fusi, in parte con accanimento dispersi (regalati), e in parte salvati.
L 'accusa di peculato che gli viene fatta al processo, non sembra però la più appropriata.

Steiner è piacentino, ex deputato fascista, grande invalido di guerra membro del direttorio del P.N.F durante il ventennio, ha un occhio di vetro, un frammento metallico nel polmone, un apparecchio all'inguine, per cui la sua figura ha una rigidità che lo isola se così si può dire, da chi lo circonda. Steiner scrisse un giorno (inizio 1945) in una lettera al sovrintendente delle gallerie di Milano, il quale si lagnava di quella vendita pressoché indiscriminata del patrimonio artistico dei Savoia: "Tutto ormai... investe un campo politico di assai più vasta portata e non conta la sorte di un vasetto o d' una statuina più o meno artistica".

Il sottosegretario alla presidenza del consiglio, BARRACU, che lo aveva chiamato a quel posto, lo sosteneva con l'appoggio della sua autorità di allora. Steiner vedeva, nei suggerimenti e nelle rimostranze del sovrintendente, un atto di sabotaggio alla repubblica di Salò, una manifestazione di solidarietà verso la casa reale, un tentativo di salvare quel patrimonio per restituirlo al re quando fosse tornato. E si difende ancora oggi dicendo che gli ordini, persino nelle questioni di dettaglio, venivano impartiti dallo stesso Mussolini. Se egli eseguiva quegli ordini, era tuttavia certo che in cuor suo li approvava.

A fine 1943 e inizio 1944, i tedeschi del generale Tensfeld ritirandosi dall'Italia meridionale in quella settentrionale, avevano messo le mani sul tesoro sabaudo che stava per essere messo in salvo e saccheggiato anche la sua villa di Pollenzo. Erano 363 casse, circa 300 quintali di "tesoro". Casse, che contenevano un po' di tutto, gioielli, oggetti preziosi, dipinti, importanti documenti, ricordi di famiglia e anche la famosa collezione di monete; il tutto era stato trasportato in Alta Italia; ma più tardi il comando germanico aveva provveduto a restituire il bottino al prefetto di Cuneo; ma non proprio tutto.

Infatti, prima di questa riconsegna, innanzitutto quasi tutte le casse erano state manomesse, specie quelle che contenevano le monete che poi presero il "volo", inoltre le casse non erano tutte. Questo perchè dopo averle inventariate, una parte delle 363 casse (circa 200) erano state lasciate in custodia al prefetto della città, una ventina inviate a Racconigi, le rimanenti (le migliori come contenuto - 135 casse - 170 quintali) furono trasportate a Monza e quindi affidate allo Steiner, nominato commissario di quei beni.

Steiner aveva provveduto a far murare nel sotterraneo del municipio le casse contenenti la preziosa raccolta numismatica del re, e Barracu aveva ordinato che il resto fosse distribuito ai profughi che si trovavano nella zona. Era un gesto demagogico di cui non tardò a pentirsi. Sicché Steiner fu incaricato di inventariare quelle centotrentacinque casse che rimanevano, con questo compito preciso: a) dell'argenteria e degli oggetti d'oro d'uso comune si facessero lingotti; b) degli oggetti di qualche pregio si sentisse il parere di un competente prima di destinarli in dono ai musei e alle gallerie d'arte, c) il resto di venderli ai privati ricavando denari.

Il primo compito per l'avv. Steiner era certamente il più piacevole: provava un'idiosincrasia così morbosa di fronte agli stemmi reali impressi sui calici e sul vasellame che, ordinando la fusione che avrebbe dovuto livellare quello stemma, gli sembrava di distruggere un po' con le sue mani la monarchia che odiava.

Per il secondo compito (la stima degli altri oggetti - dove c'era un po' di tutto: dai dipinti alle fotografie, dai bronzi agli ori, dalle pellicce ai gioielli di famiglia, dai soprammobili ai documenti vari), Steiner si era affidato al professor Giorgio Nicodemi, lasciandosi guidare, nella sua scelta, anche questa volta da ragioni politiche: il professor Nicodemi era direttore del museo civico di Milano e lo aveva preferito al sovrintendente alle gallerie, gerarchicamente più elevato in grado, perché il primo lo riteneva, a ragione o a torto, non un fedele del regime.

Per il terzo compito, è certo che, quando gli antiquari cominciarono ad accorrere a Monza, Steiner non dovette dispiacere che quell'intimità dei Savoia venisse così brutalmente esposta all'indiscrezione di gente avida o curiosa. Al professor Nicodemi aveva raccomandato di mantenersi "a un livello piuttosto basso di stima", dicendo che egli voleva vendere i beni dei Savoia "a prezzo di commercio e non d'affezione".

Strano uomo questo Steiner, e pieno di contraddizioni: nei confronti dei beni immobili non aveva esercitato alcuna pressione, permettendo che tutto il personale dell'ex casa regnante rimanesse al proprio posto. Un testimone ricorda persino una sua visita alla duchessa Anna d'Aosta. Invece, nella villa reale di Monza, sembrava preso dalla fretta di disperdere il più presto possibile tutti quegli oggetti che si trovavano sotto il suo controllo.

Gli acquirenti appartenevano alle più svariate categorie, e qualcuno non sapeva neppure che si trattasse di beni della casa reale, come quel tale ingegnere che, ritornato dalla prigionia, aveva acquistato alcune preziose suppellettili solo perché aveva saputo che alla villa reale a Monza c'era una vendita di "robe usate".

Al contrario, chi lo sapeva benissimo era la gente del mestiere: antiquari, rigattieri, commercianti di armi antiche, galleristi. Costoro sapevano bene, conoscendo la psicologia del pubblico, che una semplice statuetta di bisquit, o un uccello di madreperla dissaldato dal piedestallo, potevano trovare "l'amatore", che li avrebbe pagati dieci volte il loro valore. Erano sentimenti che Steiner non capiva e di cui non poteva neppure dubitare; infatti, nella sua faziosità, gli pareva che quegli oggetti, perché appartenuti ai Savoia, avrebbero dovuto essere considerati dai buoni italiani come lui una "merce del diavolo".

Un grosso dispiacere l'aveva avuto, per esempio, quando fu costretto a regalare alcuni oggetti, un binocolo al generale Tensfeld; a Barracu un vecchio fucile da caccia, mentre gli arnesi da pesca di Vittorio Emanuele III, erano stati offerti a Mussolini, il quale -saputo d dove veniva quel bottino- richiese poi insistentemente una cassa di DOCUMENTI che RIGUARDAVANO LA DINASTIA SABAUDA e che sembra lo interessassero molto.
Non sappiamo se poi gli fu consegnata. Ma sappiamo che quando fu fucilato, Mussolini aveva con sè dei documenti piuttosto compromettenti nei riguardi di Umberto II, e cos'altro ancora?

Intanto a Milano si era sparsa la voce di queste vendite in cui gli antiquari agivano per conto di terze persone che non amavano far sapere il loro nome. Alcuni - una minoranza però - comperavano con l'intenzione di restituire, il giorno che fossero ritornati i Savoia, ciò che avevano acquistato, magari in cambio di una onorificenza o di un riconoscimento nobiliare. Un industriale di Milano, amico personale dei Savoia, riuscì a recuperare parecchi pezzi di valore. Al Conte di Torino poté restituire alcuni storici oggetti suggerendogli di donarli al Museo della Scala. Ma le difficili condizioni finanziarie costrinsero il Conte a rivenderle a un antiquario.

Il valore degli oggetti posti in vendita, venne talvolta volutamente stravolto: il "Novembre" di Fontanesi, ad esempio, uno dei famosi quadri saccheggiati al castello di Racconigi, era stato venduto per 30.000 lire a un antiquario il quale aveva trovato subito modo di rivenderlo, si disse, per 1.000.000 di lire. Fra le cose più importanti si accennava a due grandi vasi di Sassonia, a cinque grossi gatti di preziosa ceramica con gli occhi di cristallo, cinesini con cappello di foglie e testine dondolanti, pappagalli e falconi di Cina, miniature, giade, avori e cammei. Queste rivelazioni erano state fatte da un confidente alla sovrintendenza che avevano messo in allarme gli ambienti artistici di Milano. (o forse si scatenarono invidie fra gerarchi vedendo che Steiner vendeva e incassava denari).

BARRACU-NON POTE' RISPONDERE

Gli oggetti veramente preziosi che rimasero, per quello che si è potuto in questo processo sapere- non erano molto numerosi; anzitutto due vasi di Sassonia che furono stimati dal Nicodemi per 16.000 lire e venduti il giorno successivo per 30.000, mentre la perizia gli ha attribuito un valore di un 1.200.000 lire. Di questi vasi detti "Unicum", alti un metro e trentasei, esistono al mondo soltanto quattro esemplari; sono di porcellana finissíma a forma cilindrica, in cui si alternano i colori rosso, oro e verde pisello. Sul piatto della base spicca la sigla A. R. Augustus Rex; appartenevano a Federico Augusto, elettore palatino di Sassonia e furono donati alla repubblica di Venezia verso il 1730. I due vasi poi recuperati, per il momento hanno una funzione decorativa e sono lì sul banco della Corte, uno a destra e uno a sinistra del presidente Marantonio).
C'era poi una collezione di trecento stampe, un baule di pizzi appartenenti alla regina Margherita, e otto rarissime statuine cinesi di giada, del valore di un milione ciascuna. Queste ultime, acquistate da un privato, per poche lire furono poi donate al museo civico.

Intorno allo Steiner si erano stretti tre antiquari di Milano, Giovanni Giorgetti, Giovanni, Balzani e Osvaldo Vitali. Balzani acquistò, oltre ai vasi di Sassonia, la collezione di stampe in blocco per 1.200.000 lire: vendute poi a diversi acquirenti, in seguito furono recuperate solo in parte. Giorgetti ebbe per 200.000 lire i pizzi della regina Margherita che rivendette poi a una sua cognata, e il valore storico e sentimentale di questi esemplari impedisce di indicarne il valore con una cifra.

Nel febbraio del 1945 i tedeschi con un colpo di forza, ordinarono a Steiner di smussare la collezione numismatica (indubbiamente quella in metallo nobile) e l'avevano poi trasportata a Bolzano, celandola nell'edificio occupato dal quartier generale. Steiner si sentì allora un po' meno amico dei tedeschi e, col precipitare della situazione, incominciò a diffidare anche del suo superiore diretto.
Barracu infatti, gli aveva ordinato (attenzione a quest'ordine!) di tenere a portata di mano la cosa più importante, la valigia contenente l'oro e i gioielli dei Savoia, perché, qualora si fosse dovuto ripiegare dall'Italia settentrionale, cioè fuggire da Milano, il governo repubblichino si sarebbe trasferito in Valtellina. Questa volta Steiner non obbedì. Il 4 aprile (ma il 5 mattina iniziava in Italia l'offensiva alleata), accompagnato dalla sua segretaria andò a depositare in banca i valori che gli erano stati affidati. Cosa e quanto esattamente non si sa. Solo Steiner e Barracuda sapevano, e quest'ultimo precipitando la situazione, aveva altro da pensare, stava cercando di salvare la pelle.

Intanto l'intendenza delle Gallerie aveva protestato presso il ministero dell'educazione e l'avvocatura di Stato (ancora repubblichino) giudicando illegali quelle alienazioni dello Stainer: era così sorto un conflitto all'interno stesso delle amministrazioni dello Stato. Mentre l'autorità giudiziaria ordinava presso i tre principali ricettatori il sequestro di quello che rimaneva presso di loro, ma Steiner si difendeva, richiamandosi alle disposizioni di Barracu.

Il prefetto di Milano ordinò un'inchiesta, e l'avv. Michele Terzaghi, che ne era stato incaricato, dopo aver sentito le parti, restituì l'incartamento al prefetto con questa annotazione: "Non ritengo che un incaricato del prefetto mi autorizzi a inquisire anche sul sottosegretario alla presidenza: perciò il dilemma è questo: se Barracu confermerà quanto Steiner asserisce, l'inchiesta può considerarsi chiusa; se non lo confermerà, io proporrò il commissario alla confisca dei beni ex reali per la restituzione".
Questa nota fu fatta il 22 aprile, e Barracu non ebbe tempo di confermare un bel nulla, era già in fuga, e cinque giorni dopo veniva catturato e fucilato dai partigiani insieme a Mussolini a Dongo.
L'inchiesta prefettizia andò in stallo, e solo all'inizio del 1950 si volle riaprire la questione in tribunale.

Nel frattempo nel breve periodo della luogotenenza, Umberto trattò direttamente, attraverso gli antiquari, il recupero di una parte di quello che era stato venduto. Così egli dovette ricomprare ciò che era suo.

Si verificarono allora degli episodi grotteschi: venivano restituiti oggetti di nessun valore, che non avevano mai appartenuto ai Savoia, ma che erano stati venduti per tali da antiquari disonesti. Si era cioè giunti al punto di aver messo in circolazione a prezzi "d'affezione" vasi di semplice terracotta a cui la mano inesperta di un dilettante aveva dipinto il nodo azzurro dei Savoia. Qualcuno insomma con questo sistema aveva clonato e moltiplicato gli oggetti.

In totale, dall'aprile del '45 al marzo 1946 la polizia, per opera soprattutto del professor Giomo, ex partigiano e attuale segretario del partito liberale di Milano, che si trasformò in tenace detective, riuscì a rendere al Quirinale 150 quintali di oggetti, il settanta per cento, cioè, dei pezzi dispersi. Oltre ai vasi di Sassonia vennero anche recuperati, pressoché nella loro totalità, i pizzi della regina Margherita, i quali vennero sequestrati in seguito all'arresto del Giorgetti, avvenuto in una sua villa di Bellagio, dove si era rifugiato con gli oggetti acquistati allo Steiner.

Purtroppo a causa delle precedenti manomissioni effettuate dai tedeschi durante il trasporto del tesoro, fu impossibile valutare con precisione il valore e la quantità di oggetti, nè i danni arrecati dall'amministratore dei beni, Steiner, nel vendere quelli avuti in consegna. Le indagini fatte sul suo conto non hanno però portato ad alcuna conclusione che possa lasciar credere che Steiner abbia approfittato personalmentre della posizione di cui godeva. Se ha agito ha agito da idealista e con una buona dose di superficialità.

Steiner, ora in questo processo, come gli altri imputati, si trova a piede libero, e attualmente è impiegato in un negozio di tessuti in corso Garibaldi.
Lui come principale imputato, ha detto al presidente: "L'onesta amministrazione è sempre tale in qualsiasi regime. Il 25 aprile potevo scappare. Non l'ho fatto ..".

Gli antiquari a loro volta per discolparsi hanno detto "A quei tempi succedevano strane cose. Era la rivoluzione, si vendeva, si comperava. I calici d'argento con lo stemma reale venivano distribuiti ai poveri sulla piazza di Como, gratis. Noi invece, si pagava".
Queste parole non suscitano proteste di sorta perché l'aula è deserta. La parte civile è rappresentata dall'erario, che per ovvie ragioni si trova in una posizione delicata: ed infatti il presidente Marantonio, non si mostra eccessivamente severo.

L'attuale processo, del resto, sembra più un atto d'accusa verso il passato che una resa dei conti chiesta agli individui, la cui condanna o la cui assoluzione ha un'importanza relativa.

La vendita, per poche lire, di quelle cose "affettive", rivestono - al di là delle conclusioni del processo- un valore puramente simbolico.

Purtroppo c'era una parte della storia d'Italia che è finita dal rigattiere.
Non sappiamo cosa, perché mancano circa 70 quintali di oggetti, soprattutto documenti, ivi comprese le famose monete d'oro, che come abbiamo detto in altre pagine, queste furono allora (anno 1950) valutate in circa 2 miliardi di lire, che corrispondono a circa 70-100 miliardi di lire di oggi anni Duemila.



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