L’ULTIMA "BEFFA" ALL’ITALIA DI VITTORIO EMANUELE
III
(morì il 28 Dic. 1947, senza
lasciare testamento; "per 81 ore beffò la Repubblica")
(Dai giornali
dell’epoca: Aprile 1950)
Una interessante
vertenza, all' "italiana", molto singolare.
"Oggi a Roma (aprile 1950) si sta concludendo, davanti al
Tribunale, una delle più appassionanti e complicate vertenze
giudiziarie relative ai beni ereditati dei Savoia esiliati.
Questi ultimi i beni ereditati li difendono, mentre lo Stato Italiano li
vorrebbe avocare a sé.
I PROTAGONISTI
"La causa trae la sua
origine nella XIII disposizione transitoria della Costituzione, varata
nel dicembre 1947; tale disposizione fu oggetto di molte discussioni in
seno alla relativa commissione, poiché i più intransigenti avrebbero
voluto estendere le previste misure contro Casa Savoia a tutte le case
già regnanti in Italia dal medioevo in poi (sarebbero stati colpiti
perfino i discendenti di Arduino d'Ivrea), e altri, come Togliatti, che
accennarono persino a processi e a pene capitali da infliggersi ai
Savoia.
Infine, prevalse il partito
intermedio, moderato e la disposizione si articolò in quattro punti:
col 1° si vietò l'elettorato attivo e passivo e l'assunzione di
cariche pubbliche a tutti i Savoia;
col 2° si proibì loro l'ingresso e il soggiorno in Italia, escluse le
donne che non siano regine;
col 3° si avocarono allo Stato repubblicano i beni della ex famiglia
reale che si trovassero in territorio nazionale;
col 4°, infine, si dichiararono nulli i trasferimenti dei beni avvenuti
dopo il 2 giugno 1946.
In un primo tempo parve che lo
Stato riconoscesse in pieno le richieste degli eredi sui beni il cui
valore taluno fa ascendere a qualche decina di miliardi (valore di
allora), ma improvvisamente, nel febbraio 1949, per ragioni di carattere
politico, ci fu un irrigidimento che portò a un procedimento
giudiziario che si sta svolgendo in questi giorni a Roma.
Destinato a sciogliere la
complessa vicenda è il dott. Frangipani (le stesso magistrato al quale
spetta di decidere la causa civile connessa all'eccidio delle Fosse
Ardeatine) ; protagonisti principali, da un lato, per lo Stato, l'avv.
Cesare Arias, già perseguitato dalle leggi razziali, dall'altro, per i
Savoia, gli avvocati D'Amelio e Serrao.
Questi ultimi non furono mai, come si disse, i legali di Vittorie
Emanuele III, che si serviva di solito dell'avv. Ungaro.
D'Amelio è nipote dell'ex presidente della Corte di Cassazione e
appartiene a famiglia tradizionalmente devota ai Savoia. Quanto a Serrao,
egli è uno dei pochi cittadini italiani che possa fregiarsi del titolo
di "baronetto" britannico; d'origine napoletana, sir
John Serrao entrò nella stima e nella dimestichezza dell'ambasciata
inglese e di qui estese le sue conoscenze al mondo straniero di Roma, di
cui è l'avvocato abituale. Questa sua influenza gli ha permesso di
condurre a buon termine anche l'altra causa, discussasi recentemente a
Londra, relativa all'assicurazione vita di Umberto I contratta con i
Lloyds di Londra, con erede beneficiario suo figlio Vittorio Emanuele
III (valore circa 3 miliardi di lire (anno 1950), che il re non volle
mai ritirare – vedi più avanti)
Nella memoria presentata dai due avvocati, si legge che essi
rappresentano i principi Maurizio ed Enrico d'Assia (il primo anche
quale tutore dei fratelli minori Ottone ed Elisabetta) ; la contessa
Jolanda Calvi di Bergolo; Giovanna di Savoia vedova di Boris
Sassonia-Coburgo-Gotha; la principessa Maria Borbone-Parma.
Non compaiono, come si vede, né
l'ex re Umberto, né la regina madre Elena, rimasti tra le quinte per
ragioni di opportunità politica; ma è sottinteso che gli eredi
agiscono anche in loro favore; giuridicamente, tuttavia, poiché dalla
legge anche la loro presenza è richiesta, essi figurano (essendo in
esilio dal 13 giugno 1946) come "contumaci".
Quali sono i beni sui quali si disputa e quale è il loro valore? La
comparsa dei legali dei Savoia accenna anzitutto alla collezione
numismatica di Vittorio Emanuele stimata oltre due miliardi di lire
(anno 1950), e (virtualmente perché non è stata ancora ritrovata,
soprattutto quella in oro) donata al Paese; il peso morale di questo
elemento, che a prima vista sembra estraneo alla causa, è evidente se
si considera che la collezione, a quanto sostengono gli avvocati Serrao
e D'Amelio, supera di gran lunga in valore quanto Vittorio Emanuele III
ebbe a ricevere dallo Stato per suo appannaggio nei cinquant'anni di
regno.
Occorre infatti ricordare che la
lista civile dell'ex sovrano, fissata nel 1880, e corrisposta a titolo
di "stipendio", era una delle più basse del mondo (11
milioni), poiché Vittorio Emanuele non volle mai aderire alle proposte
di aumento resesi necessarie in seguito alla progressiva svalutazione
della moneta. Il corrispettivo di questa modesta lista civile serviva a
fronteggiare le spese del ministero della Real Casa per il mantenimento
del Quirinale, personale e servizi e non era devoluta neanche in parte a
favore del patrimonio privato del re, alle cui esigenze familiari e alle
cui spese "voluttuarie", si sopperiva coi proventi dei beni
attualmente contesi.
I BENI DEI SAVOIA
Ciò posto, ecco come è formato il patrimonio di Vittorio Emanuele III
spettante agli eredi per legge (con Elena -ancora in vita in questo
1950- usufruttuaria), essendo l'ex sovrano, come si sa, morto il 28
dicembre 1947, senza aver fatto e lasciato un testamento.
1) Villa Savoia, sita sulla
via Salaria, in Roma, acquistata da Vittorio Emanuele nel 1904 dalla
liquidazione della Banca Romana per 616.000 lire.
2) Due tenute nell'Agro Roma no, in località Castelporziano, e
precisamente la tenuta Capocotta, acquistata da Umberto I nel 1892 dal
principe Paolo Borghese per 600.000 lire, e la tenuta Campo Bufalaro.
acquistata pure da Umberto I, nel 1898, dal principe Pallavicini e
dall'eredità Monte Carafa, per complessive 402.000 lire.
3) Il castello di Pollenzo, incendiato e saccheggiato durante l'ultima
guerra, con le dipendenze, i boschi e i poderi, in provincia di Cuneo,
appartenente ai Savoia sin dal 1385. 4) Le villette di Valdieri, con
dipendenze di caccia (pure in provincia di Cuneo), acquistate da
Vittorio Emanuele II.
5) Il castello di Sarre (in provincia d'Aosta), più 5 ettari di
terreno, acquistato da Vittorio Emanuele Il nel 1865 per 69.000 lire.
6) Il castello e la tenuta di Racconigi (dal 1600 di proprietà dei
Savoia), donato dal padre ad UMBERTO II nel dicembre 1929 in occasione
delle sue nozze con Maria Josè.
Il valore attuale di tutti
questi beni, è molto discusso: gli eredi, denunciandoli allo Stato per
la successione, gli hanno dato loro una stima di soli 111 milioni e lo
Stato non ha sollevato alcuna eccezione (!). Già questo è molto
singolare. Perché in realtà, si tratta di un complesso valutabile a
molte decine di miliardi (valore anno 1950 - Valore di mercato anno
2000, circa dai 600 ai 1000 miliardi).
Villa Savoia, ad esempio, situata nel cuore di Roma, ha un'estensione di
circa 90 ettari (900.000 metri quadrati), in una zona dove i terreni si
pagano oggi (anno 1950) da 5 a 20.000 lire al metro quadro; e si
aggiunga che, fuori della cinta della villa ma immediatamente attigua,
esiste un'altra tenuta di 30 ettari (300 metri quadrati) a pascolo e
piccole colture, che si chiama del Forte Monte Antenne, Capocotta e
Campo Bufalaro; e vicine al mare, tra Ostia e Anzio, hanno alcune tra le
più belle pinete d'Italia che misurano un migliaio di ettari (1.000.000
di metri quadrati), lasciati, in gran parte, in stato di volontario
abbandono, per servire di ricovero alla selvaggina da caccia.
Il castello di Pollenzo,
piuttosto minuscolo, ha mantenute intatte le caratteristiche antiche,
dal mobilio interno al ponte levatoio; si affaccia su un bosco di una
cinquantina d'ettari (500.000 metri quadrati) entro il quale una serie
di laghetti azzurri e silenziosi, artificialmente collegati tra loro,
offre una incomparabile visione di tranquillità. Intorno al castello si
stende poi un migliaio di ettari (oltre un 1.000.000 di metri quadrati)
appoderati, che fanno un unico grandioso corpo con i possedimenti della
tenuta di Racconigi.
Su queste due ultime, tra la fine del 1946 e inizio 1947 Umberto (che
aveva lasciato già l’Italia il 13 giugno 1946 per l’esilio)
"scorporò" e vendette una parte della tenuta; ma anche
Vittorio Emanuele pochi mesi prima di morire faceva altrettanto per
alcuni dei terreni di Pollenzo: gli acquisti furono fatti da una
trentina di privati, e tutti costoro sarebbero oggi colpiti in virtù
del punto quarto della XIII disposizione transitoria della Costituzione
che rende nulli i trasferimenti compiuti dai Savoia dopo il referendum.
DISCUSSI "PARERI"
Abbiamo accennato che in un primo tempo lo Stato, nonostante il disposto
della Costituzione, sembrò tenere un contegno conciliante riguardo a
tutti questi beni: nella persona del prefetto Luigi Peano, di vecchia
famiglia monarchica piemontese, creò un commissario alla gestione e,
anziché estromettere il personale della vecchia amministrazione
privata, prendendo in consegna direttamente i beni, lasciò una specie
di "status quo", che durò sino alla primavera scorsa
(1949).
In questo periodo sembra che la stessa avvocatura dello Stato, (aprile
1950) parte in giudizio contro l'ex casa regnante, dando "pareri"
favorevoli alla tesi degli eredi di Vittorio Emanuele; che reclamano per
entrarne in possesso di tutto ciò che essi sostengono spettar loro per
diritto.
Sulla questione di questi "pareri" si è accesa una
grossa controversia: l'avvocatura dello Stato li nega, la difesa invece
sostiene che esistono. L'argomento è delicatissimo, coinvolge
responsabilità tecniche e politiche di grande rilievo in quanto si può
obiettare che se tali "pareri" sono veramente
esistiti, è stato per lo meno imprudente, da parte degli organi
governativi, accollarsi il peso di una causa di dubbio esito e per di più
contro l'espresso giudizio di una amministrazione statale.
In sostanza, questi discussi pareri avrebbero sostenuto che la legge
sull'avocazione riguarda solo i beni degli ex re Vittorio Emanuele III
ed Umberto II (e dei loro discendenti maschili) e che i trapassi
ereditari verificatisi prima dell'entrata in vigore della Costituzione
sarebbero pienamente efficaci.
Poiché Vittorio Emanuele III è
morto il 28 dicembre 1947, la Costituzione, andata in vigore il 1°
gennaio 1948, lo Stato non avrebbe più trovato un patrimonio di
Vittorio Emanuele da avocare, ma un patrimonio ormai appartenente agli
eredi e quindi non avocabile se non nella quota di Umberto II.
Per ragioni politiche, in
seguito anche all'esito delle elezioni dello scorso anno in Sardegna
(1949), lo Stato, e per esso il ministro delle finanze, in quella
primavera cambiò completamente rotta e assunse un atteggiamento
drastico: fu mutato l'avvocato dello Stato che si occupava della
vertenza (l'avv. Latour), e al suo posto fu nominato l'avv. Arias, il
quale cominciò col proclamare che tutti i beni della successione di
Vittorio Emanuele III dovevano intendersi già avocati allo Stato sin
dal 1° gennaio 1948.
Nello stesso tempo fu abolita la
gestione commissariale e venne dato incarico alla direzione del demanio
di prendere in consegna i beni, incarico che rimase tuttavia teorico,
poiché in pratica le cose continuarono ad andare più o meno come
prima.
Così, il 4 maggio '49 si iniziava la vera e propria vertenza
giudiziaria, nella quale il primo argomento degli avvocati dei Savoia fa
suo un appunto, quello che starebbe alla base dei famosi "pareri"
dati a suo tempo dall'avvocatura dello Stato: non essere ormai più di
Vittorio Emanuele III il patrimonio, poiché all'entrata in vigore della
Costituzione l'ex re era già morto; dunque le quote degli eredi (salvo
quella di Umberto) non-sono avocabili.
A questa argomentazione lo
Stato, per mezzo dell'avv. Arias, risponde che la Costituzione. al punto
quarto della famosa XIII disposizione transitoria, annulla ogni "trasferimento"
fatto dopo il 2 giugno. Tutta la questione si restringerebbe quindi a
giudicare se anche la successione ereditaria possa chiamarsi
"trasferimento", cosa che i legali dei Savoia negano.
UN COLPO DI SCENA
Ma, a parte ciò, lo Stato tiene
in serbo un altro atous nel suo gioco: ““E’ vero che la nostra Costituzione venne pubblicata il 1
gennaio 1948, afferma l'avv. Arias; cioè quando Vittorio Emanuele era
morto da 81 ore, e che quindi per tre giorni in più o in meno di vita
il vecchio sovrano ci avrebbe giocato l'ultima beffa. Ma la Costituzione
fu promulgata il 27 dicembre 1947 oltre 38 ore prima che l'ex
sovrano passasse a miglior vita, poiché Vittorio Emanuele morì il 28
dicembre alle ore 2,30 pomeridiane. Ed è la promulgazione che conta,
anche se la norma ha avuto forza esecutiva soltanto il 1° gennaio
1948””.
Come si vede la soluzione sembra
basata su un gioco strettissimo di ore. Secondo i legali dei Savoia,
questi avrebbero diritto ai beni contestati grazie a un margine di 81
ore, secondo il rappresentante dello Stato essi li avrebbero perduti per
uno svantaggio di sole 38 ore e 30 minuti.
Prima di giungere a questi due argomenti, decisivi nelle intenzioni del
patrono dello Stato, l'avv. Arias aveva tentato un terzo colpo di scena,
il 10 febbraio scorso (1950); ma questo, inaspettatamente, era stato
frustrato da un'abile contromanovra dei legali dei Savoia. Quel giorno
l'avv. Arias aveva inaspettatamente chiesto al Tribunale di "dichiarare
improcedibile l'azione degli eredi Savoia, per mancata osservanza delle
disposizioni sulla legge tributaria delle successioni” ; si
voleva, in altre parole, che gli avvocati dei Savoia esibissero le
ricevute di pagamento della tassa di successione, che i loro clienti in
effetti non avevano pagata, aspettando che i magistrati riconoscessero
loro i titoli di eredi. La somma da versare, benché calcolate tutte le
proprietà in base a soli 111 milioni (valutazione che, come accennammo,
lo Stato accettò senza discutere), era di 18.173.185 lire, somma di cui
sul momento né gli eredi Savoia né i loro rappresentanti disponevano.
La situazione era drammatica, poiché occorreva pagare entro pochissimi
giorni: eppure i Savoia pagarono. Oggi si sa che la somma fu ottenuta da
un istituto di credito romano, da uno dei Banchi che conta il maggior
numero di filiali nella capitale. Il Banco si ritenne coperto non solo
dal valore del patrimonio immobiliare di cui si discuteva, ma
soprattutto dall'imponente fondo di sterline sbloccato in Inghilterra,
che in lire italiane supera i tre miliardi (anno 1950) e che sarà tra
poco a disposizione dei Savoia (ne dovranno essere detratti, però,
molti milioni, poiché anche su questa parte del patrimonio ci sarà da
pagare una tassa di successione, oltre ai diritti di custodia per il
governo inglese e di deposito per la Banca).
A proposito di questi tre
miliardi, sarà bene ricordare che essi rappresentano i frutti
(enormemente aumentati) di una assicurazione sulla vita accesa oltre 50
anni fa da Umberto I presso i Lloyds di Londra. Alla sua morte, il
figlio Vittorio Emanuele III, essendo unico beneficiario come erede,
incassò sì il premio di un milione di sterline, ma lasciò la somma in
deposito a Londra, né ritenne di doverla mai trasferire in Italia,
neppure (ed è molto singolare) in previsione del secondo conflitto
mondiale, né quando dichiarò guerra all’Inghilterra.
Non così tutti gli altri beni
degli italiani esistenti in Inghilterra all'inizio delle ostilità;
infatti, il governo inglese congelò questi, ma non bloccò quelli del
capo del Paese col quale era in guerra ed è proprio per questa ragione
che il governo italiano non ha potuto incamerare, firmata nel '47 la
pace, i tre miliardi depositati a Londra.
Infatti il magistrato inglese obiettò che, non avendo fatto il governo
inglese (una singolare dimenticanza o un singolare favore?) depositare
il credito di Vittorio Emanuele sul fondo comune dei beni stranieri
"congelati", la somma figurava come un qualsiasi credito
privato di un libero cittadino britannico.
Da notare che i denari custoditi, dalla Hambros Bank, furono trasformati
dagli inglesi in azioni del "Prestito della Vittoria".
Vittoria dei nemici, naturalmente. Ma che dopo l'8 settembre diventarono
amici (Alleati).
Mussolini era al corrente ma preferì sempre tacere. Ma dopo il 25
luglio scriverà indignato che il re "desidera la vittoria
inglese...la vittoria del Paese nel quale deposita sempre i suoi ingenti
capitali!"
Per tornare alla causa dei beni
dei Savoia, occorre rilevare infine che, poco prima della sentenza, si
è verificato un ultimo colpo mancino, ma questa volta a tutto vantaggio
dell'ex casa regnante, poiché riapre la discussa questione dei "pareri".
Il 26 marzo 1950 perveniva sul tavolo del presidente del Tribunale un
fascicoletto di otto pagine, edito a Roma in data 1949, contenente
l'estratto di un articolo a firma Meuccio Ruini, comparso sulla Rivista
di Diritto Pubblico – “La giustizia amministrativa”.
In esso il prof. avv. sen. Meuccio Ruini, che fu il presidente di quella
commissione che emanò proprio la XIII disposizione transitoria della
Costituzione, abbraccia l'interpretazione favorevole alla tesi sostenuta
dai Savoia, affermando che "dovrebbero considerarsi esclusi
dall'avocazione i beni pervenuti in successione legittima alle figlie
dell'ex sovrano, il solo fiore gentile nella discussione".
Per il momento questa fu la
temporanea conclusione; ma siamo sicuri che la battaglia continuerà, e
in prima fila Umberto, e i suoi figli quando saranno maggiorenni, o
quando morirà Umberto.
Resta il fatto che –o allo
Stato o agli eredi- tutto il patrimonio già allora valutato in diverse
decine di miliardi (anno 1950 – Pari a circa 600-1000 miliardi di lire
degli anni 2000) fu valutato per poco più di cento milioni.
Da chi ? Sarebbe curioso saperlo, ma quando si è potenti, e girano così
tanti soldi, tutto si trasforma in
“Un mistero d’Italia”.
Un’altra intrigante vicenda è
quella della "collezione delle monete", e del "tesoro
Sabaudo",
(dipinti e oggetti vari - 363 casse) che “presero il volo” dalla
villa di Pollenzo, e che finirono dal rigattiere; ma il meglio chissà
dove, e in chissà quale villa italiana o estera.
Anche su questo “Mistero” ci
fu un famoso processo, questa volta a Milano
Racconteremo anche questa "storia" con le cronache dei
giornali dell’epoca. Perché sui libri storici non ho mai sentito
parlare di questo singolare processo.
Nè che fine ha fatto la collezione di monete antiche d’oro.
Ma dal processo qualcosa si capisce.
IL TESORO SABAUDO
Dai giornali dell'epoca:
FEBBRAIO 1950
OGGI, del 6-9 febbraio 1950.
In questi giorni (febbraio 1950) alle assise di Milano, si è aperto il
processo per i beni Sabaudi, 363 casse, sottratti da tedeschi ai Savoia
alla fine del '43, inizio '44. Un "Tesoro" finito una parte ai
rigattieri, un'altra fu recuperata, ma quella più importante, la
collezione monete (quelle d'oro) e le casse di importanti documenti
(indubbiamente della dinastia sabauda) sono spariti nel nulla.
Il principale imputato in questo processo è l'avvocato STEINER. Allora,
all'inizio del '44, era stato nominato commissario per la confisca dei
beni mobili della casa reale. Cioè del "Tesoro".
Gli altri imputati sono invece tre antiquari di Milano, e vari
ricettatori
IL SACCHEGGIO
E' questo un processo in cui i personaggi non sono solo gli uomini, ma
anche gli oggetti, alcuni sono preziosissimi come le monete, altri sono
storici come i documenti della dinastia e della storia d'Italia, altri
ancora puramente di valore affettivi, come il velo da sposa di Maria José,
un cilindro del Conte di Torino, i pizzi della regina Margherita, i
nastri funebri di Umberto I ucciso a Monza, il velo di battesimo di
Emanuele Filiberto, ecc. ecc.. Tutti questi "oggetti" sono
passati nelle mani di Steiner, che li ha in parte venduti, in parte
fusi, in parte con accanimento dispersi (regalati), e in parte salvati.
L 'accusa di peculato che gli viene fatta al processo, non sembra però
la più appropriata.
Steiner è piacentino, ex deputato fascista, grande invalido di guerra
membro del direttorio del P.N.F durante il ventennio, ha un occhio di
vetro, un frammento metallico nel polmone, un apparecchio all'inguine,
per cui la sua figura ha una rigidità che lo isola se così si può
dire, da chi lo circonda. Steiner scrisse un giorno (inizio 1945) in una
lettera al sovrintendente delle gallerie di Milano, il quale si lagnava
di quella vendita pressoché indiscriminata del patrimonio artistico dei
Savoia: "Tutto ormai... investe un campo politico di assai più
vasta portata e non conta la sorte di un vasetto o d' una statuina più
o meno artistica".
Il sottosegretario alla presidenza del consiglio, BARRACU, che lo aveva
chiamato a quel posto, lo sosteneva con l'appoggio della sua autorità
di allora. Steiner vedeva, nei suggerimenti e nelle rimostranze del
sovrintendente, un atto di sabotaggio alla repubblica di Salò, una
manifestazione di solidarietà verso la casa reale, un tentativo di
salvare quel patrimonio per restituirlo al re quando fosse tornato. E si
difende ancora oggi dicendo che gli ordini, persino nelle questioni di
dettaglio, venivano impartiti dallo stesso Mussolini. Se egli eseguiva
quegli ordini, era tuttavia certo che in cuor suo li approvava.
A fine 1943 e inizio 1944, i tedeschi del generale Tensfeld ritirandosi
dall'Italia meridionale in quella settentrionale, avevano messo le mani
sul tesoro sabaudo che stava per essere messo in salvo e saccheggiato
anche la sua villa di Pollenzo. Erano 363 casse, circa 300 quintali di
"tesoro". Casse, che contenevano un po' di tutto, gioielli,
oggetti preziosi, dipinti, importanti documenti, ricordi di famiglia e
anche la famosa collezione di monete; il tutto era stato trasportato in
Alta Italia; ma più tardi il comando germanico aveva provveduto a
restituire il bottino al prefetto di Cuneo; ma non proprio tutto.
Infatti, prima di questa riconsegna, innanzitutto quasi tutte le casse
erano state manomesse, specie quelle che contenevano le monete che poi
presero il "volo", inoltre le casse non erano tutte. Questo
perchè dopo averle inventariate, una parte delle 363 casse (circa 200)
erano state lasciate in custodia al prefetto della città, una ventina
inviate a Racconigi, le rimanenti (le migliori come contenuto - 135
casse - 170 quintali) furono trasportate a Monza e quindi affidate allo
Steiner, nominato commissario di quei beni.
Steiner aveva provveduto a far murare nel sotterraneo del municipio le
casse contenenti la preziosa raccolta numismatica del re, e Barracu
aveva ordinato che il resto fosse distribuito ai profughi che si
trovavano nella zona. Era un gesto demagogico di cui non tardò a
pentirsi. Sicché Steiner fu incaricato di inventariare quelle
centotrentacinque casse che rimanevano, con questo compito preciso: a)
dell'argenteria e degli oggetti d'oro d'uso comune si facessero
lingotti; b) degli oggetti di qualche pregio si sentisse il parere di un
competente prima di destinarli in dono ai musei e alle gallerie d'arte,
c) il resto di venderli ai privati ricavando denari.
Il primo compito per l'avv. Steiner era certamente il più piacevole:
provava un'idiosincrasia così morbosa di fronte agli stemmi reali
impressi sui calici e sul vasellame che, ordinando la fusione che
avrebbe dovuto livellare quello stemma, gli sembrava di distruggere un
po' con le sue mani la monarchia che odiava.
Per il secondo compito (la stima degli altri oggetti - dove c'era un po'
di tutto: dai dipinti alle fotografie, dai bronzi agli ori, dalle
pellicce ai gioielli di famiglia, dai soprammobili ai documenti vari),
Steiner si era affidato al professor Giorgio Nicodemi, lasciandosi
guidare, nella sua scelta, anche questa volta da ragioni politiche: il
professor Nicodemi era direttore del museo civico di Milano e lo aveva
preferito al sovrintendente alle gallerie, gerarchicamente più elevato
in grado, perché il primo lo riteneva, a ragione o a torto, non un
fedele del regime.
Per il terzo compito, è certo che, quando gli antiquari cominciarono ad
accorrere a Monza, Steiner non dovette dispiacere che quell'intimità
dei Savoia venisse così brutalmente esposta all'indiscrezione di gente
avida o curiosa. Al professor Nicodemi aveva raccomandato di mantenersi "a
un livello piuttosto basso di stima", dicendo che egli voleva
vendere i beni dei Savoia "a prezzo di commercio e non
d'affezione".
Strano uomo questo Steiner, e pieno di contraddizioni: nei confronti dei
beni immobili non aveva esercitato alcuna pressione, permettendo che
tutto il personale dell'ex casa regnante rimanesse al proprio posto. Un
testimone ricorda persino una sua visita alla duchessa Anna d'Aosta.
Invece, nella villa reale di Monza, sembrava preso dalla fretta di
disperdere il più presto possibile tutti quegli oggetti che si
trovavano sotto il suo controllo.
Gli acquirenti appartenevano alle più svariate categorie, e qualcuno
non sapeva neppure che si trattasse di beni della casa reale, come quel
tale ingegnere che, ritornato dalla prigionia, aveva acquistato alcune
preziose suppellettili solo perché aveva saputo che alla villa reale a
Monza c'era una vendita di "robe usate".
Al contrario, chi lo sapeva benissimo era la gente del mestiere:
antiquari, rigattieri, commercianti di armi antiche, galleristi. Costoro
sapevano bene, conoscendo la psicologia del pubblico, che una semplice
statuetta di bisquit, o un uccello di madreperla dissaldato dal
piedestallo, potevano trovare "l'amatore", che li avrebbe
pagati dieci volte il loro valore. Erano sentimenti che Steiner non
capiva e di cui non poteva neppure dubitare; infatti, nella sua faziosità,
gli pareva che quegli oggetti, perché appartenuti ai Savoia, avrebbero
dovuto essere considerati dai buoni italiani come lui una "merce
del diavolo".
Un grosso dispiacere l'aveva avuto, per esempio, quando fu costretto a
regalare alcuni oggetti, un binocolo al generale Tensfeld; a Barracu un
vecchio fucile da caccia, mentre gli arnesi da pesca di Vittorio
Emanuele III, erano stati offerti a Mussolini, il quale -saputo d dove
veniva quel bottino- richiese poi insistentemente una cassa di DOCUMENTI
che RIGUARDAVANO LA DINASTIA SABAUDA e che sembra lo interessassero
molto.
Non sappiamo se poi gli fu consegnata. Ma sappiamo che quando fu
fucilato, Mussolini aveva con sè dei documenti piuttosto compromettenti
nei riguardi di Umberto II, e cos'altro ancora?
Intanto a Milano si era sparsa
la voce di queste vendite in cui gli antiquari agivano per conto di
terze persone che non amavano far sapere il loro nome. Alcuni - una
minoranza però - comperavano con l'intenzione di restituire, il giorno
che fossero ritornati i Savoia, ciò che avevano acquistato, magari in
cambio di una onorificenza o di un riconoscimento nobiliare. Un
industriale di Milano, amico personale dei Savoia, riuscì a recuperare
parecchi pezzi di valore. Al Conte di Torino poté restituire alcuni
storici oggetti suggerendogli di donarli al Museo della Scala. Ma le
difficili condizioni finanziarie costrinsero il Conte a rivenderle a un
antiquario.
Il valore degli oggetti posti in vendita, venne talvolta volutamente
stravolto: il "Novembre" di Fontanesi, ad esempio,
uno dei famosi quadri saccheggiati al castello di Racconigi, era stato
venduto per 30.000 lire a un antiquario il quale aveva trovato subito
modo di rivenderlo, si disse, per 1.000.000 di lire. Fra le cose più
importanti si accennava a due grandi vasi di Sassonia, a cinque grossi
gatti di preziosa ceramica con gli occhi di cristallo, cinesini con
cappello di foglie e testine dondolanti, pappagalli e falconi di Cina,
miniature, giade, avori e cammei. Queste rivelazioni erano state fatte
da un confidente alla sovrintendenza che avevano messo in allarme gli
ambienti artistici di Milano. (o forse si scatenarono invidie fra
gerarchi vedendo che Steiner vendeva e incassava denari).
BARRACU-NON POTE' RISPONDERE
Gli oggetti veramente preziosi che rimasero, per quello che si è potuto
in questo processo sapere- non erano molto numerosi; anzitutto due vasi
di Sassonia che furono stimati dal Nicodemi per 16.000 lire e venduti il
giorno successivo per 30.000, mentre la perizia gli ha attribuito un
valore di un 1.200.000 lire. Di questi vasi detti "Unicum",
alti un metro e trentasei, esistono al mondo soltanto quattro esemplari;
sono di porcellana finissíma a forma cilindrica, in cui si alternano i
colori rosso, oro e verde pisello. Sul piatto della base spicca la sigla
A. R. Augustus Rex; appartenevano a Federico Augusto, elettore palatino
di Sassonia e furono donati alla repubblica di Venezia verso il 1730. I
due vasi poi recuperati, per il momento hanno una funzione decorativa e
sono lì sul banco della Corte, uno a destra e uno a sinistra del
presidente Marantonio).
C'era poi una collezione di trecento stampe, un baule di pizzi
appartenenti alla regina Margherita, e otto rarissime statuine cinesi di
giada, del valore di un milione ciascuna. Queste ultime, acquistate da
un privato, per poche lire furono poi donate al museo civico.
Intorno allo Steiner si erano stretti tre antiquari di Milano, Giovanni
Giorgetti, Giovanni, Balzani e Osvaldo Vitali. Balzani acquistò, oltre
ai vasi di Sassonia, la collezione di stampe in blocco per 1.200.000
lire: vendute poi a diversi acquirenti, in seguito furono recuperate
solo in parte. Giorgetti ebbe per 200.000 lire i pizzi della regina
Margherita che rivendette poi a una sua cognata, e il valore storico e
sentimentale di questi esemplari impedisce di indicarne il valore con
una cifra.
Nel febbraio del 1945 i tedeschi con un colpo di forza, ordinarono a
Steiner di smussare la collezione numismatica (indubbiamente quella in
metallo nobile) e l'avevano poi trasportata a Bolzano, celandola
nell'edificio occupato dal quartier generale. Steiner si sentì allora
un po' meno amico dei tedeschi e, col precipitare della situazione,
incominciò a diffidare anche del suo superiore diretto.
Barracu infatti, gli aveva ordinato (attenzione a quest'ordine!) di
tenere a portata di mano la cosa più importante, la valigia contenente
l'oro e i gioielli dei Savoia, perché, qualora si fosse dovuto
ripiegare dall'Italia settentrionale, cioè fuggire da Milano, il
governo repubblichino si sarebbe trasferito in Valtellina. Questa volta
Steiner non obbedì. Il 4 aprile (ma il 5 mattina iniziava in Italia
l'offensiva alleata), accompagnato dalla sua segretaria andò a
depositare in banca i valori che gli erano stati affidati. Cosa e quanto
esattamente non si sa. Solo Steiner e Barracuda sapevano, e quest'ultimo
precipitando la situazione, aveva altro da pensare, stava cercando di
salvare la pelle.
Intanto l'intendenza delle Gallerie aveva protestato presso il ministero
dell'educazione e l'avvocatura di Stato (ancora repubblichino)
giudicando illegali quelle alienazioni dello Stainer: era così sorto un
conflitto all'interno stesso delle amministrazioni dello Stato. Mentre
l'autorità giudiziaria ordinava presso i tre principali ricettatori il
sequestro di quello che rimaneva presso di loro, ma Steiner si
difendeva, richiamandosi alle disposizioni di Barracu.
Il prefetto di Milano ordinò un'inchiesta, e l'avv. Michele Terzaghi,
che ne era stato incaricato, dopo aver sentito le parti, restituì
l'incartamento al prefetto con questa annotazione: "Non ritengo
che un incaricato del prefetto mi autorizzi a inquisire anche sul
sottosegretario alla presidenza: perciò il dilemma è questo: se
Barracu confermerà quanto Steiner asserisce, l'inchiesta può
considerarsi chiusa; se non lo confermerà, io proporrò il commissario
alla confisca dei beni ex reali per la restituzione".
Questa nota fu fatta il 22 aprile, e Barracu non ebbe tempo di
confermare un bel nulla, era già in fuga, e cinque giorni dopo veniva
catturato e fucilato dai partigiani insieme a Mussolini a Dongo.
L'inchiesta prefettizia andò in stallo, e solo all'inizio del 1950 si
volle riaprire la questione in tribunale.
Nel frattempo nel breve periodo della luogotenenza, Umberto trattò
direttamente, attraverso gli antiquari, il recupero di una parte di
quello che era stato venduto. Così egli dovette ricomprare ciò che era
suo.
Si verificarono allora degli episodi grotteschi: venivano restituiti
oggetti di nessun valore, che non avevano mai appartenuto ai Savoia, ma
che erano stati venduti per tali da antiquari disonesti. Si era cioè
giunti al punto di aver messo in circolazione a prezzi
"d'affezione" vasi di semplice terracotta a cui la mano
inesperta di un dilettante aveva dipinto il nodo azzurro dei Savoia.
Qualcuno insomma con questo sistema aveva clonato e moltiplicato gli
oggetti.
In totale, dall'aprile del '45 al marzo 1946 la polizia, per opera
soprattutto del professor Giomo, ex partigiano e attuale segretario del
partito liberale di Milano, che si trasformò in tenace detective, riuscì
a rendere al Quirinale 150 quintali di oggetti, il settanta per cento,
cioè, dei pezzi dispersi. Oltre ai vasi di Sassonia vennero anche
recuperati, pressoché nella loro totalità, i pizzi della regina
Margherita, i quali vennero sequestrati in seguito all'arresto del
Giorgetti, avvenuto in una sua villa di Bellagio, dove si era rifugiato
con gli oggetti acquistati allo Steiner.
Purtroppo a causa delle precedenti manomissioni effettuate dai tedeschi
durante il trasporto del tesoro, fu impossibile valutare con precisione
il valore e la quantità di oggetti, nè i danni arrecati
dall'amministratore dei beni, Steiner, nel vendere quelli avuti in
consegna. Le indagini fatte sul suo conto non hanno però portato ad
alcuna conclusione che possa lasciar credere che Steiner abbia
approfittato personalmentre della posizione di cui godeva. Se ha agito
ha agito da idealista e con una buona dose di superficialità.
Steiner, ora in questo processo, come gli altri imputati, si trova a
piede libero, e attualmente è impiegato in un negozio di tessuti in
corso Garibaldi.
Lui come principale imputato, ha detto al presidente: "L'onesta
amministrazione è sempre tale in qualsiasi regime. Il 25 aprile potevo
scappare. Non l'ho fatto ..".
Gli antiquari a loro volta per discolparsi hanno detto "A quei
tempi succedevano strane cose. Era la rivoluzione, si vendeva, si
comperava. I calici d'argento con lo stemma reale venivano distribuiti
ai poveri sulla piazza di Como, gratis. Noi invece, si pagava".
Queste parole non suscitano proteste di sorta perché l'aula è deserta.
La parte civile è rappresentata dall'erario, che per ovvie ragioni si
trova in una posizione delicata: ed infatti il presidente Marantonio,
non si mostra eccessivamente severo.
L'attuale processo, del resto, sembra più un atto d'accusa verso il
passato che una resa dei conti chiesta agli individui, la cui condanna o
la cui assoluzione ha un'importanza relativa.
La vendita, per poche lire, di quelle cose "affettive",
rivestono - al di là delle conclusioni del processo- un valore
puramente simbolico.
Purtroppo c'era una parte della storia d'Italia che è finita dal
rigattiere.
Non sappiamo cosa, perché mancano circa 70 quintali di oggetti,
soprattutto documenti, ivi comprese le famose monete d'oro, che come
abbiamo detto in altre pagine, queste furono allora (anno 1950) valutate
in circa 2 miliardi di lire, che corrispondono a circa 70-100 miliardi
di lire di oggi anni Duemila.