Monarchia 1



L' ISTITUZIONE MONARCHICA


24 Maggio 1915: Il Re Vittorio Emanuele III,
 dal Quirinale,
 Sventola il Tricolore.
(da La Domenica del Corriere)

I vantaggi della Monarchia.

... La monarchia rende visibile e simboleggia la sovranità, proprietà ineludibile della politicità. La monarchia coniuga le prestazioni della pluralità e i vantaggi dell'unità, indispensabili per l'esercizio insieme coerente ed efficace della sovranità. Correlativamente, evita la perversione del pluralismo, cioè la polverizzazione decisionale e rappresentativa, e in pari tempo evita l'ipertrofia monocratica. A questo duplice fine, attorno alla monarchia tende a realizzarsi una aristocrazia dello spirito di servizio capace sia di contenere e riequilibrare le spinte particolaristiche inerenti agli interessi oligarchici sia di conferire ricchezza operativa al processo di mantenimento e trasmissione dello spirito civico nel meccanismo di gestione della repubblica.

La monarchia: antidoto alle oligarchie.

La monarchia è più sottratta della democrazia repubblicana all'influenza del denaro, del numero, della competenza, persino della nascita, e alle pressioni dei loro interessi particolari e organizzazioni relative. Non solo. Mentre numero e denaro così potenti nella repubblica democratica tendono ad esaltare la forza della quantità essendo entrambi elementi quantitativi la monarchia integra il dato quantitativo con il dato qualitativo, essenziale per essa sub specie sia di educazione sia di distinzioni sia di tradizione culturale morale e storica.

La corona per l'interesse generale.

Certo, anche della monarchia si può dire, lo sappiamo bene, che ha il suo "interesse particolare". Ma tale interesse, che è la persistenza della Corona, coincide con l'interesse generale della nazione, poichè è interesse della dinastia regia equilibrare i particolarismi delle oligarchie del denaro, del numero, della nascita, della competenza, evitando che ciascuna prevarichi fino a minacciare la Corona: ma tale equilibrio è in pari tempo l'interesse generale della nazione, affinchè nessuno concentri troppo potere e soggioghi gli altri. Il re è "preparato", attraverso l'educazione, a tale scopo.


La monarchia come stimolo e freno.

Ecco perchè, quando sulla società incombe la cappa dell'immobilismo, alla monarchia preme agevolare i fattori di riforma e trasformazione, quando la società è sollecitata da stimoli troppo forti di cambiamento poco meditato, alla monarchia pertiene un ruolo di riflessione perchè la dinamica sociale, civile e istituzionale sia condotta entro limiti più pacati e graduali. Nell'un caso e nell'altro, nè di destra nè di sinistra.

La monarchia non può avere il colore delle parti.

Grazie alla sua continuità, alla sua autonomia rispetto alle parti, alla sua identificazione con lo Stato e le sue istituzioni fondanti, la monarchia ereditaria sottrae il vertice dello Stato al conflitto delle elezioni ricorrenti, ai relativi do ut des. Risolve in maniera automatica e comparativamente pacifica il problema, cruciale in ogni sistema politico, della successione protestativa al più alto livello statuale. Incarna, con la sua continuità, la collaborazione delle generazioni. Nel variare inevitabile e anche legittimo di congiunture, orientamenti, umori popolari, assolve tuttavia quella che è la funzione fondamentale e distintiva della leadership politica, cioè la proiezione nei tempi lunghi, la costanza delle grandi direttrici e dei supremi e permanenti interessi nazionali , mentre la politica democratica repubblicana è condannata dalla sua stessa intrinseca struttura alla proiezione e all'esaurimento nei tempi brevi, nell'immediatezza, improvvisazione, ondivaghezza, provvisorietà, contradditorietà, precarietà e contingenza di interessi, aspettative, suggestioni, emotività, strepiti e domande particolari.

La monarchia vincola le strutture fondamentali della statualità.

La monarchia vincola le strutture fondamentali della statualità (forze armate, diplomazia, magistratura, alta amministrazione) alla Corona, alle sue regole, alle sue lealtà, proteggendo tali importanti uffici dalle pressioni e invadenze delle fazioni. Evita che le parti coinvolgano nei loro interessi speciali e particolari (siano essi politici, economici, culturali) l'istituzione simbolo dell'unità nazionale. Salvaguarda così lo Stato nella sua coerenza decisionale e operativa, la sua persistenza e l'imparzialità delle sue leggi. Garantisce ai singoli e ai gruppi, nell'autonomia della società civile, tutta la libertà compatibile con la dignità e l'esercizio dell'autorità.

La monarchia è capace di autocorrezione.

Sempre entro gli spazi della natura umana, così gravemente vulnerata nella sua disponibilità verso il bene, la monarchia è capace di autocorrezione almeno altrettanto della democrazia, perchè se è varo che nei reggimenti democratici l'attitudine autocorrettiva è assecondata dal principio del dissenso (che consente talvolta di evitare, talvolta di evidenziare gli errori), nella monarchia tale attitudine è incoraggiata dal senso del limite, dalla temperanza, così strettamente legata al ruolo equilibratore. Certo, la monarchia può perdere capacità autocorrettiva, ad esempio se diventa assolutismo Regio. Ma altrettanto vale per la democrazia, se diventa assolutismo democratico, con le sue due facce uguali e contrarie, talora divergenti talora convergenti: l'eccesso di dispersione, la tirannide della maggioranza, sia essa popolare o parlamentare. Senza dire che mentre per la monarchia europea l'asolutismo è una forzatura (infatti, da Machiavelli a Montesquieu la grande tradizione culturale del nostro continente lega costantemente la monarchia alla co-esistenza con una varietà di poteri intermedi), per la democrazia repubblicana l'assolutismo è nelle sue stesse premesse dottrinali e persino antropologiche, non riconoscendo la democrazia repubblicana altro titolo potestativo salvo il numero, la conta dei voti. La vocazione monistica è dunque in principio, più forte e più coerente nella democrazia repubblicana che nella monarchia.


Costruzione dello stato nazionale e dinastia sabauda.

Tutti conosciamo la realtà istituzionale della penisola prima del processo risorgimentale, e tutti sappiamo, ad esempio, che altre casate importanti regnavano su porzioni del territorio italiano. C'era dunque una situazione potenzialmente aperta, nella quale ad altre dinastie si sarebbe offerta l'opportunità di costruzione della nazione e dello stato unitario. Ciò non è accaduto. Mentre il resto delle altre case regnanti, pure di altissimo lignaggio, è rimasto sostanzialmente privo di iniziativa e legato a interessi preminenti di potenze straniere, Casa Savoia è stata l'unica dinastia che ha rischiato in proprio, che si è messa in discussione, che non si è sottratta a quel compito unitario cui altri grandi popoli dalla Francia alla Gran Bretagna avevano atteso già da secoli, ha dunque accettato la sfida dello State building e del Nation building ponendo a disposizione i suoi statisti, le sue armate, la sua diplomazia, trovandosi spesso sulla sua strada come ostacoli proprio quelle dinastie e quei regimi così legati ad altri interessi consolidati, stranieri o ecumenici.

I Savoia e l'interesse generale dell'Italia.

Senza dubbio, la dinastia sabauda può avere perseguito anche un suo interesse espansivo, e inoltre ha giocato sullo scacchiere internazionale collegandosi ora a questa ora a quest'altra potenza, ispirandosi ora ad una prospettiva culturale ora a un'altra. Ma tale dinamica ha coinciso con l'interesse generale dell'Italia a diventare finalmente Stato nazionale, come tutte le tendenze europee del tempo esigevano, è stata dunque costantemente canalizzata a questo fine. Perciò, certe romanticherie letterarie, tese a rivendicare suggestioni neo-borboniche o neo-lorenesi o neo-papaline e via dicendo, certe rivisitazioni storiografiche, miranti a sottolineare "prepotenze piemontesi" come se la politica agisse sempre in guanti bianchi, certi rigurgiti anti-unitari nutriti di umori filo-asburgici, nulla possono togliere al fatto che senza davvero trascurare i meriti culturali, le realizzazioni istituzionali e i risultati morali e materiali riferibili ad altre dinastie, senza nulla sottrarre al rispetto che si deve a grandi tradizioni incarnate dalle dinastie poi sconfitte Casa Savoia ha conquistato sul terreno cruciale e ineludibile dell'unità nazionale il suo primato, mentre gli altri soggetti istituzionali hanno mancato proprio su tale terreno. Casa Savoia e Stato nazionale sono legati in un nesso genetico che nessuna contorsione polemica, di qualunque segno, può cancellare...

Monarchia e fascismo.

...Le responsabilità dell'ascesa al potere del movimento fascista rinviano all'incapacità delle forze partitiche liberali, democratiche, cattoliche, e socialiste di assicurare un'adeguata governabilità alla nazione, di realizzare la "nazionalizzazione delle masse" in un quadro di adesione alle "regole del gioco" competitive, di perseguire forme pacifiche di convivenza sociale. Il fascismo non è la causa, ma il sintomo della crisi dell'assetto politico rappresentativo nell'emergenza delle prime formazioni di massa. E si può aggiungere che nel movimento fascista, coacervo di indirizzi culturali e istituzionali variamente assortiti (passatisti e futuristi, Strapaese Stracittà, monarchici e repubblicani, cattolici e laici, industrialisti e anti-industrialisti, conservatori e rivoluzionari, nazionalisti e socialisti), era presente anche una componente di ispirazione e vocazione totalitaria. Se questa componente fosse prevalsa, l'Italia avrebbe probabilmente conosciuto un regime totalitario, con tutti gli immensi costi umani, morali, civili, che accompagnano tale forma di dominio politico. La monarchia, però, ha rappresentato un deterrente assai significativo alla trasformazione della dittatura fascista in totalitarismo. Non soltanto, infatti, alla Corona è rimasto collegato in un nesso di sostanziale lealtà primaria il vertice dello Stato, con le sue strutture portanti (forze armate, magistratura, diplomazia, alta amministrazione), mantenendo così una misura apprezzabile di autonomia rispetto al partito unico, ma inoltre la Casa regnante ha contribuito a far sì che nel movimento fascista prendessero e mantenessero il sopravvento quei filoni, quegli orientamenti, quegli uomini, meno inclini alla metamorfosi totalitaria, talchè il "ventennio" può ben essere definito un'esperienza autoritaria, non un regime totalitario. Senza il contrappeso monarchico, la via verso la degenerazione totalitaria sarebbe risultata più sgombra e più facile.

La crisi della democrazia repubblicana in Italia.

Che la crisi della democrazia repubblicana in Italia sia pesante, lo si vede da mille segni. Ne abbiamo accennati molti. Possiamo aggiungere una inquietante decadenza del costume pubblico, gli scontri mortificanti tra poteri costituzionali e al loro interno, una cronica instabilità governativa, una ricorrente lotta di fazioni entro istituzioni delicatissime come la magistratura, le risse tra i corpi di polizia, lo sbandamento e la mortificazione materiale e morale delle forze armate, l'assenza di una politica estera, il senso di frustrazione collettiva, la sfiducia verso la pubblica amministrazione, una burocrazia pubblica i cui unici sussulti di vitalità si registrano quando si tratta di difendere ed incrementare gli innumerevoli orticelli "corporativi", una elefantiasi legislativa che iretisce gli organi statali, paratatali e locali e imprigiona la società civile, il disincanto dei cittadini verso la politica e i suoi uomini, l'anarchismo corrosivo e negatore sia della pacata autorità sia della responsabile libertà , il degrado della scuola e dell'università, persino l'integrità teritoriale della nazione posta in discussione da dissennate tendenze secessioniste. La democrazia, da sola, rischia di non farcela, di rimanere irreparabilmente impaniata nella palude di tutte queste sue contraddizioni e inefficienze, con esiti che potrebbero essere esiziali. La democrazia ha bisogno di aiuto, per evitare guai peggiori. deve accettare una prova di realismo, per evitare di sparire o di svuotarsi fino a snaturarsi del tutto. E deve farlo in tempo, prima che sia troppo tardi. Possiamo non reagire, ma l'alternativa alla mancanza di reazione è l'inarrestabile declino. Invece di rimanere legata con testardaggine feticistica all'unico ed esclusivo principio elettivo (del resto continuamente smentito nella pratica) , la democrazia si renda conto che la "divisione del lavoro" e la "cooperazione degli sforzi" tra principio elettivo e principio ereditario ciascuno preposto a un tipo essenziale di istituzione rappresentano la soluzione più ragionevole ed equilibrata, nell'ottica di quel "governo misto e temperato" che è centrale nella storia europea. E non si dica che il pricipio ereditario è un principio casuale, in questo senso "non logico". Basta osservare l'andamento e il risultato delle campagne e competizioni elettorali nelle democrazie di massa per rendersi conto dell'immenso rilievo che vi assumono, anche statisticamente, gli elementi di casualità e di "non logicità". Gli studiosi del comportamento di voto sanno bene quali e quante motivazioni spesso assurde, anche contraddittorie, banali, epidermiche oppure acriticamente persistenti, pesano potentemente nelle scelte degli elettori. Al confronto, il principio ereditario è un capolavoro di coerenza razionale. D'altro canto la "combinazione" di due "casualità" ha un potenziale di bilanciamnto ed equilibrio superiore ad una unica "casualità" assolutizzata, quale è il criterio elettivo assunto senza residui e tout court. Così come l'uguaglianza reale deriva sopratutto dalla "attenuazione" delle disuguaglianze in virtù del loro bilanciamento reciproco, allo stesso modo due "casualità" di segno diverso si attenuano per reciproca elisione e compensazione. Quando il voto è troppo statico, il monarca ha interesse all'innovazione, quando il voto è troppo volatile, il monarca ha intresse alla stabilità.

Il ripristino dell'autorità reale.

L'impegno civile per il ripristino dell'autorità regia va visto come il segnale, l'occasione e il volano di quella complessa, pluridimensionale riforma intellettuale e morale, di quel rivolgimento degli spiriti, di quella ripresa della speranza, di quella ricostruzione istituzionale dello Stato che sono essenziali per affrontare attrezzati le sfide dell'avvenire. Non è faccenda di sentimenti, anche se questi contano nel mantenimento dell'identità e della continuità di un popolo. E' sopratutto questione di interesse pubblico, se l'Italia vuole ridiventare una nazione, come pure è stata e come oggi non è più.


Lisbona, 14 Maggio 1982
L'INCONTRO DI S.M. IL RE UMBERTO II
COL
SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II


 


UNIONE MONARCHICA ITALIANA


Re Umberto II e la Regina Maria José




SAVOIA: A SANREMO MARIA GABRIELLA TIENE A BATTESIMO UN FIORE - UNA NUOVA VARIETÀ DI GAROFANI PORTERÀ IL SUO NOME


Roma, 13 febb- - (Adnkronos) - Oltre mille persone hanno accolto a Sanremo, dentro e fuori dal Teatro del Casinò, la principessa Maria Gabriella di Savoia, arrivata da Ginevra per presenziare ad un dibattito sul libro di Aldo A.Mola dal titolo "Storia della monarchia in Italia". I carabinieri - si legge in una nota dell'Unione Monarchica Italiana (UMI) - hanno faticato a contenere le oltre 400 persone che non hanno trovato posto al Teatro dell'Opera.
Prima di salire sul palco la principessa di Savoia ha scelto il garofano che porterà il suo nome. Si tratta di una nuova varietà realizzata in laboratorio dagli ibridatori sanremesi: un fiore giallo con striature rosse che si chiamerà, appunto, "Maria Gabriella di Savoia". Domani l'opera di Mola sarà presentata, alle ore 17, nell'aula magna dell'Università San Pio V, a Roma. Saranno presenti all'incontro il duca Amedeo d'Aosta con il figlio Aimone.
Prima di arrivare al Teatro di Sanremo -si legge- la principessa Maria Gabriella di Savoia ha visitato la Chiesa Russa, dove erano sepolti per oltre 70 anni i reali del Montenegro, genitori della regina Elena di Savoia, le cui spoglie sono state riportate in patria nel 1991. La principessa di Savoia è stata accolta a Sanremo dal presidente della Provincia di Imperia, Gianni Giuliano, dal vicesindaco di Sanremo, Gianni Barrino, dall'autore del libro, Aldo Mola, dal promotore degli "Incontri con l'autore", Ito Ruscigni.
Erano presenti anche il presidente nazionale dell'UMI, Giannicola Amoretti, ed il segretario nazionale dell'UMI, Sergio Boschiero. All'incontro - conclude la nota - è stato anche eseguito l'antico "Inno Sardo" e si sono levate grida di "Viva la regina".


LA PROBABILE GUERRA ALL'IRAK ED I RISCHI PER LA POPOLAZIONE ITALIANA.


I venti di guerra soffiano sempre più furiosi ed i tentativi diplomatici per scongiurare il conflitto rientrano già in una strategia di guerra.
Saddam non sembra colpevole di detenzione di armi chimico-batteriologiche perché realmente scoperte e documentabili, ma per la convinzione che ci siano e che siano state abilmente occultate agli stessi ispettori dell'ONU.
Il dittatore iracheno si dimostrò spietato contro la popolazione curda sterminando interi villaggi con l'uso di gas nervino; i morti, uomini, donne e bambini, furono migliaia.
Cosa fa l'Italia per tutelare la sua popolazione dal rischio di epidemie provocate da armi letali come, per esempio, una epidemia di vaiolo? Cosa fa il Governo?
Mentre l'amministrazione degli Stati Uniti d'America è già a buon punto per poter disporre a breve di una scorta di oltre 200 milioni di vaccini contro il vaiolo, il nostro ministro della Sanità Sirchia ha ribadito ancora pochi giorni fa di prevedere la disponibilità di una scorta di appena cinque milioni di dosi.
Negli USA si prevede quasi una dose di vaccino per abitante; in Italia appena una dose ogni dieci persone, uno scandalo!
Se la guerra all'Irak obbedisce alla necessità di togliere dalle mani di un dittatore criminale armi di distruzione di massa, ci si può anche piegare allo stato di necessità, ma ci si prepari seriamente soprattutto garantendo la popolazione dai rischi gravissimi già da più parti ipotizzati.

Sergio Boschiero


AGNELLI: UNIONE MONARCHICA. CI INCHINIAMO ALLA SUA MEMORIA


Roma, 24 gennaio (AdnKronos) - "I monarchici italiani si inchinano alla memoria del Senatore Giovanni Agnelli, massima espressione di una imprenditoria benemerita della Nazione", così Gian Nicola Amoretti, presidente dell'Unione Monarchica Italiana, e Sergio Boschiero, segretario nazionale, commentano la morte del presidente d'onore della FIAT Giovanni Agnelli.
I Rappresentanti dell'Unione Monarchica Italiana aggiungono quindi di "ricordarlo anche per la sua scelta, pubblicamente dichiarata a favore della Monarchia il 2 giugno 1946 e per l'omaggio reso al Re Umberto II, quando alla sua morte il 18 marzo 1983, la Juventus disputò la partita domenicale, con tutti i suoi giocatori che portavano al braccio una fascia nera, quale segno di lutto".


 


Amedeo di Savoia

Italiani,

alla vigilia del nuovo anno desidero trasmettervi, come sempre, il mio fervido pensiero augurale di ogni bene, di serenità e di speranza nel domani.

Rivolgendomi, in particolare, a quelle famiglie che hanno subito immani perdite nelle recenti calamità naturali, a quei tanti che non hanno o vedono a rischio il posto di lavoro, a coloro che soffrono indigenza e malattie, agli anziani troppo spesso soli ed ai giovani troppo presto disillusi nei loro sogni, ai nostri militari che in molte parti del mondo sono impegnati a difesa della pace e della convivenza dei popoli, ai tanti volontari che si prodigano quotidianamente in silenzio, a coloro che si impegnano con civile protesta per salvare il nostro pianeta dallo sfruttamento e dal degrado.

Su questi temi non posso esimermi dal dovere di manifestare preoccupazione ed anche profonda amarezza. Come anche nel constatare quanto si siano deteriorati i rapporti civili e politici tra società ed istituzioni nel nostro Paese; nel dover prendere atto delle profonde differenze che crescono giorno per giorno tra un mondo ricco e mondo povero; nell'osservare come sembrino irrisolvibili i contrasti etnico-religiosi che infiammano la Terra Santa, nel dover prendere atto che spirano nuovamente pericolosi venti di guerra; nel constatare che il terrorismo, per quanto abietto e senza perdono, è anche figlio della disperazione.

Non voglio unirmi al coro della diplomazia di circostanza e dico che tutto ciò è dovuto all'incapacità generalizzata dei Governanti e delle Istituzioni Internazionali di andare oltre le vuote espressioni di facciata, che non servono a risolvere le grandi sfide del nostro tempo, né a condurre alla costruzione di una nuova Europa e di un nuovo ordine mondiale, saldi nelle loro radici e protagonisti nel complesso divenire delle relazioni tra popoli e stati.

In una fase delicata della storia del mondo in cui è invece indispensabile riuscire a conciliare il mercato con le insopportabili sperequazioni economiche e sociali, trovare nella sussidiarietà il fondamento della convivenza civile, promuovere l'adeguamento dell'organizzazione della rappresentanza e dei sistemi elettorali, riscoprire il patrimonio culturale ed artistico quale strumento di arricchimento morale e materiale, di lavoro e di promozione umana.

Affrontare questi temi e vincere queste sfide, nonostante i troppi compromessi delle politiche nazionali ed internazionali, esigono l'impegno solidale di ciascuno di noi, nella speranza e nella certezza che molto deve cambiare e che siamo noi a dovere promuovere e perseguire con determinazione  tale cambiamento.

Mio figlio Aimone ed io, confortati dalla simpatia e dal sostegno di tanti italiani, ispirati dall'insegnamento e dall'esempio dell'indimenticabile Re Umberto II, costretto ad un iniquo esilio finalmente abrogato per i vivi - non ancora per i Sovrani defunti che attendono sepoltura al Pantheon - consapevoli del retaggio millenario lungo il quale i membri della nostra Casa hanno sempre percorso il loro cammino di fedeltà al dovere sino al sacrificio,  riaffermiamo con forza il nostro impegno di metter ogni energia al servizio della Nazione. 

Nella convinzione che l'Istituto Monarchico possa rappresentare la casa comune di tutti gli italiani, pur nella diversità di opinioni politiche e di identità regionali. Che possa rappresentare quel punto fermo da cui partire per recuperare tutti insieme quella parte importante della nostra identità civile, morale e spirituale che ci è stata sottratta in questi ultimi decenni. Per restituire dignità e prestigio al nostro Paese affinché possa sanare le disfunzioni al proprio interno ed essere allo stesso tempo  attore e non solo comparsa nel perseguimento di una più equa politica internazionale.

Viva l'Italia           Amedeo di Savoia

San Rocco, 31 dicembre 2002 



Dichiarazione di Sergio Boschiero, 
segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, 
sull'archivio del Re Umberto II.

"Su  quanto sto per dire in merito all'archivio del Re Umberto II sono pronto a rilasciare anche una dichiarazione giurata, ma desidero si ponga fine alle periodiche richieste di documenti già appartenenti allo scomparso Sovrano. 
Sono convinto che gli Eredi abbiano consegnato alla Stato quanto trovato a Villa Italia a Cascais ; quando parlo di Eredi mi riferisco in particolare a S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, fatta oggetto nei giorni scorsi di attacchi scorretti e su commissione.

Gli "aiutanti di campo" di Umberto

Umberto II teneva a Cascais una piccola e decorosissima "corte" nella quale, per la loro vicinanza al Re, particolare rilevanza aveva la figura, soprattutto negli ultimi 10 anni di esilio e di vita di Umberto II, di un "aiutante di campo": il Colonnello Francesco Scoppola, fratello dello storico Scoppola.
A Scoppola Umberto II affidò alcuni compiti delicatissimi e, precisamente:
• la consegna all'Altare della Patria (Museo del Risorgimento) dei Collari dell'antico e prestigioso Ordine Dinastico, quello della Santissima Annunziata e di alcune gloriose bandiere di guerra, fra le quali il vessillo che il "Savoia Cavalleria" portò nell'epica carica di Insbcenskj durante la campagna di Russia (consegnato al museo delle bandiere);
• alcune donazioni del Sovrano, già gravemente malato e prossimo alla morte, ad alcuni Enti preposti a particolari categorie colpite dalla guerra;
• la messa in luoghi sicuri, precedentemente contattati, di documenti di particolare riservatezza  e importanza facenti parte dell'Archivio del Re e relativi, secondo quanto mi aveva confidato il Col.Scoppola, al periodo che precedette la seconda guerra mondiale, i rapporti della Corona con la Francia dopo l'invasione tedesca, e avvenimenti successivi.

I "tubolari" dei documenti riservati affidati a Scoppola

Il Col. Francesco Scoppola subito dopo la morte di Umberto II (18 marzo 1983) una sera mi invitò a cena e mi confidò di essere in possesso di alcuni involucri (tubolari del tipo usato da geometri, architetti, ecc..per contenere mappe, disegni, progetti...), di grandi dimensioni, 5 di numero, contenenti documenti riservatissimi che, per la loro delicatezza (erano vivi ancora dei protagonisti o familiari diretti o erano coinvolte Istituzioni di varia natura, ecc..) dovevano essere affidati per la custodia a Enti religiosi all'estero. Tali Enti erano già stati contattati dal Re nel 1978 ed era stato raggiunto un accordo anche sui periodi di secretazione.

L'affidamento ad un "aiutante di campo" (militare di grado elevato addetto alla persona del Re) di incarichi delicati, rientrava nella tradizione dei Savoia e, in particolare, di Umberto II.
Nei giorni scorsi il figlio di un altro "aiutante di campo" di Umberto II al Quirinale (il col. Jadicicco) ha consegnato all'Archivio Centrale dello Stato dei documenti relativi alla seconda guerra mondiale che il Re gli aveva affidato nel giugno 1946, prima di partire per l'esilio (13/6/1946) con il preciso mandato, scrupolosamente riservato, di renderli pubblici dopo mezzo secolo dalla consegna.

Normale, quindi, che Umberto II si sia servito di un altro "aiutante di campo", il fidatissimo ed efficiente Colonnello Francesco Scoppola, per la collocazione in luogo storicamente sicuro (a me ignoto) di documenti sicuramente ben più importanti di quelli lasciati al Col. Jadicicco.

Conclusione: si smetta di sospettare di Maria Gabriella e si consideri che, tra l'altro, Umberto II è stato fin troppo generoso e patriota verso una Stato (repubblicano) che lo ha esiliato, a seguito di un referendum, non di una rivoluzione, impedendogli addirittura di morire in Italia.
A tutt'oggi il Re Umberto II viene tenuto fuori dai confini nazionali anche da morto.

Scoppola deceduto in un incidente stradale.

Il Colonnello Francesco Coppola, da me spesso incontrato a Cascais e a Roma è tragicamente deceduto nel 1985 (o 1986) a causa di un incidente stradale nel Viterbese; due o tre ore prima (esiste una foto) aveva assistito ad una commemorazione di Umberto II da me tenuta nel Residence di Ripetta a Roma. L'incidente era il terzo occorsogli dalla morte del Re.


SI ESPONGANO AL PUBBLICO I GIOIELLI DELLA CORONA

In merito alla disputa sui gioielli di Casa Savoia, Gian Nicola Amoretti e Sergio Boschiero, rispettivamente presidente e segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), hanno rilasciato la seguente dichiarazione congiunta:
"Corrono insistenti voci di trattative fra i Savoia ed il Governo per i gioielli che il Re Umberto II fece depositare in custodia alla Cassa Centrale della Banca d'Italia il 5 giugno 1946 e che il verbale di affidamento qualifica "gioiello in dotazione alla Corona del Regno d'Italia" da tenere a disposizione "di chi di diritto".
Il nostro vivo auspicio è che si armonizzino i legittimi interessi di Casa Savoia con la necessità che il tesoro della Corona non vada disperso (aste, furti, ecc..) ma rimanga parte del patrimonio storico dell'Italia, a gloria della Casa di Savoia, tanto indissolubilmente legata alla storia nazionale.
Nel frattempo chiediamo che, al di là delle "dispute" vere o presunte, il "tesoro della Corona", depositato alla Banca d'Italia, venga esposto al pubblico, con le massime garanzie di sicurezza."

Sergio Boschiero
Gian Nicola Amoretti

Roma, 22 dicembre 2002



COMUNICATO DELLA PRESIDENZA DELLA CONSULTA DEI SENATORI DEL REGNO

La Presidenza della Consulta de senatori del Regno prende atto delle dichiarazioni da Vittorio Emanuele di Savoia pubblicate in Lampi di vita, quali, per esempio: "oggi come oggi non vedo l'utilità di riportare in Italia una corona (...) Sappiamo tutti che l'Italia non può più tornare a essere una monarchia (...) Oggi la monarchia in Italia non ha più ragion d'essere". Tali affermazioni - che rendono esplicita la rinunzia di Vittorio Emanuele al ruolo di punto di riferimento dinastico per i monarchici, italiani e non - riflettono il libero, personale e rispettabile sentire di un cittadino come tanti.
Milioni di altri ritengono invece che l'istituto della monarchia - al quale l'Italia deve l'unificazione politica e che è positivamente operante in molta parte dell'Unione Europea attuale - conservi piena validità per salvaguardare i valori fondanti dell'unità nazionale, la cui crisi è sotto gli occhi di tutti.
La Presidenza della Consulta non si sofferma a rilevare la contraddizione fra le affermazioni suddette e la pretesa di far da cardine di ordini dinastici che traggono legittimità storica e validità logico-cronologica solo dalla rivendicazione della restaurazione o instaurazione monarchico, così come avviene, su altro versante, per quelli istituiti dalla Repubblica.
La Presidenza della Consulta apprezza il chiarimento implicito nelle dichiarazioni anzidette. Esprime però rammarico che tali opinioni vengano suffragate con addebiti storiograficamente infondati a carico di Re Vittorio Emanuele III e di Altri Principi sabaudi.
Ribadisce, a conclusione, che individua in Amedeo di Savoia Duca d'Aosta il depositario della tradizione monarchica in Italia.

Per la Presidenza
(Aldo Alessandro Mola)



AMEDEO DI SAVOIA-AOSTA È IL CONTINUATORE DELLA TRADIZIONE SABAUDA

Gian Nicola  Amoretti e Sergio Boschiero, rispettivamente presidente e segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana (U.M.I.), la più antica e numerosa associazione monarchica, hanno rilasciato la seguente dichiarazione congiunta:

"L'U.M.I. aderisce al documento della Presidenza della Consulta dei Senatori del Regno diffuso oggi dal prof.Aldo A.Mola.
Vittorio Emanuele di Savoia e suo figlio Emanuele Filiberto sono dei semplici cittadini.
Rispettiamo questa loro scelta che trova conferma anche dal loro comportamento, dalle loro dichiarazioni, dai loro scritti.

Anche per l'Unione Monarchica Italiana "il degno continuatore della tradizione sabauda ed il punto di riferimento legittimo dei monarchici italiani è S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta. Noi siamo i legittimisti e la Consulta del Regno è la depositaria della legittimità monarchica".



LA DUCHESSA D'AOSTA INFERMIERA VOLONTARIA NEL MOLISE

"Silvia di Savoia-Aosta, moglie di Amedeo Duca d'Aosta, dal 23 novembre u.s. si trova nelle zone terremotate del Molise e presta la sua opera come infermiera volontaria nell'ospedale da campo della Croce Rossa Italiana a Larino (Campobasso).
La Duchessa d'Aosta era già stata a San Giuliano del Molise per i funerali dei bambini e delle loro maestre rimasti sotto le macerie della scuola elementare del piccolo centro molisano.
Silvia di Savoia-Aosta ha così rinnovato la tradizione delle donne volontarie di Casa Savoia, dalle Duchesse d'Aosta Helene, Anna e Irene, alle Regine d'Italia Elena e Maria José.


  
Le presunte colpe dei Savoia:     
"Il Fascismo" e la "fuga" da Roma

La Monarchia subì il Fascismo, cercò di moderarlo, il Re contò sempre sulla lealtà delle Forze Armate, della Burocrazia Statale, della Magistratura, della Diplomazia.
Mussolini nel 1922 ebbe, come Capo del Governo, 306 voti di fiducia dal Parlamento; solo 112 i contrari ed i deputati fascisti erano solo 35. Troppo comodo dare tutta la colpa al Re! I Partiti democratici dell'epoca, popolari e liberali, votarono la fiducia a Mussolini.
Il 25 luglio 1943 il Re sostituì Mussolini e pose fine al Fascismo.
In Germania, essendo Hitler Capo dello Stato e Capo del Governo, nessuno riuscì a liquidare il dittatore e la Germania finì distrutta e divisa.
Le leggi razziali furono mitigate dal Re, ma rappresentarono un errore gravissimo. La comunità ebraica italiana aveva grandi meriti verso l'Italia e aveva concorso generosamente, con la cultura e con il sangue, alla formazione dello Stato Unitario.
Il 9 settembre 1943, dopo l'accettazione dell'armistizio, il Re Vittorio Emanuele III fu costretto ad abbandonare Roma; egli, per garantire la continuità dello Stato, si trasferì a Brindisi (in Italia, dunque, non all'estero come tanti altri Capi di Stato), ebbe il riconoscimento internazionale e rappresentò lo Stato legittimo.
Roma non poteva essere difesa con due milioni di abitanti, con la presenza del Papa, con tante opere d'arte.
Sarebbe stata una strage ed i nazisti, come avrebbero successivamente dimostrato alle Fosse Ardeatine, non avevano scrupoli...
La "presunta fuga" del Re fu una montatura della propaganda nazista prima, e di quella antimonarchica poi.

.regina Elena
S.M. il Re Vittorio Emanuele III e S.M. la Regina Elena

 


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