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"7 anni di guerra"
Questa opera è tratta da "7 anni di guerra" - Edizioni Ardita |
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2a Guerra
Mondiale
Quando scoppia una guerra, la prima vittima è la verità. |
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![]() Panorama della Società delle Nazioni a Ginevra. Nata dalla comune speranza di pace dei popoli, la Società delle Nazioni si rivelò ben presto uno strumento assolutamente inefficace. Gli stessi Stati Uniti d'America che con Wilson erano stati fra i più accesi sostenitori dell'iniziativa, si ritirarono ben presto da Ginevra. I popoli vinti non furono rappresentati, nei primi anni, in seno all'organiz::azione. La loro assenza contribuì notevolmente al fallimento della politica societaria rivelatasi inadatta a mantenere nel mondo quella pace cui i popoli ritenevano di aver diritto dopo i sacrifici sofferti dal 1914 al 1918. DA VERSAGLIA A DANZICA
Sarebbe un errore esaminare soltanto la fase conclusiva di una crisi ben più complessa di quella che ebbe le sue battute più drammatiche tra la
primavera del 1938 e l'estate dell'anno successivo. Sarebbe un errore, cioè, prendere in considerazione soltanto il
problema di Danzica o quello cecoslovacco, così come nessuno più si sogna, oggi, di limitare l'esame delle cause della guerra 1914-18 al frenetico intrecciarsi di ultimatum che seguì il delitto di Serajevo.
Con questa impostazione, che ci sembra la più logica e la più vicina alla verità vera, bisogna
risalire fino al trattato di Versaglia per mettere in luce le cause, vicine e lontane, del secondo conflitto mondiale. I mali dell'Europa, quei mali che nell'estate del '39 provocarono la
guerra, vennero tutti dal documento firmato nell'antico palazzo dei, re di Francia.
Il continente veniva diviso, in base al trattato, fra vincitori e
vinti, l'Austria-Ungheria, scomparendo dalla carta geografica, dava vita ad una serie di stati-equivoco, di stati-problema. La Germania privata di territori ad oriente e a
occidente, veniva messa sotto tutela, impoverita, affamata, disarmata, con una situazione interna
insostenibile, con una posizione internazionale di umiliante inferiorità. L'Italia, fra i vincitori, subiva anch'essa un trattamento ingeneroso. Le sue rivendicazioni adriatiche venivano combattute,
mentre la diplomazia francese creava, contro di lei, la minaccia della Piccola Intesa, E dal banchetto coloniale, mentre Francia e Gran Bretagna si
impinguavano di «mandati», l'Italia veniva esclusa, con la beffa dì qualche chilometro di sabbia desertica e dell'Oltre Giuba.
Perciò, prima ancora che in Italia sorgesse il Fascismo, prima ancora che in Germania Hitler iniziasse la sua carriera politica, esistevano già
le premesse del futuro conflitto. L'umiliazione della Germania, l'insoddisfazione
dell'Italia, la tragedia dell'Austria e dell'Ungheria, le agitazioni del mondo arabo, beffato con i «mandati» dopo
tante promesse e tante speranze, l'instabilità degli stati di nuova formazione erano infatti come tante bombe ad orologeria caricate per l'ora X. E
nell'estremo oriente il Giappone, nato come potenza moderna dal mare di Zushima, nella sua
espansione demografica cercava lo spazio vitale verso la Cina e le altre bandite di caccia fino allora
riservate a britannici e americani.
Su questo magma incandescente di rancori e di diffidenze, su questo insieme di passioni e di
speranze, di interessi e di ideali, la Società delle Nazioni, nata dalle utopie umanitarie del presidente americano Wilson, tentò invano di impostare la sua politica di «sicurezza collettiva». Ma la sua azione non diede frutto. Gli Stati Uniti stessi,
crearono stati i suoi iniziatori, ritirandosi da
Ginevra nel vecchio isolazionismo pre-Wilsoniano, diedero il primo colpo di piccone alla pretenziosa
costruzione edificata sulle rive del Lemano. L'assenza dell'URSS nei primi anni, il ritiro dei giapponesi e dei tedeschi poi, le sanzioni e il ritiro italiano alla fine, dovevano svuotare completamente di
contenuto la già boccheggiante Società. Ma saltiamo a piè pari i primi anni del
dopo guerra che segnarono l'assestamento, faticoso e difficile, del Continente, nei suoi stati vecchi e nuovi. Ricordiamo soltanto la politica di grande potenza dell'Italia da Corfù a Locarno, dalla
conferenza del disarmo ai colloqui con i vinti balcanico-danubiani. E giungiamo, così, a quell'aprile 1933 che vide l'ascesa di Hitler al potere. Fu
quello, il fatto nuovo che doveva rivoluzionare la storia europea. Se infatti la Germania democratica di Weimar aveva cercato di uscire dalle strettoie versagliesi attraverso una politica di intesa con i vincitori, ricevendone in cambio secche ripulse, quella nazista inaugurò, non appena solidificato il fronte interno, una politica di forza. La rivincita era stata il cavallo di battaglia di Hitler e dei suoi luogotenenti. La rivincita fu, dal '33, la meta
dell'azione nazista. Stresa avrebbe dovuto porre il fermo, nell'interesse generale dell'Europa, alle ambizioni tedesche. Avrebbe dovuto, cioè, rinsaldare i vincoli di amicizia fra gli ex alleati del '15-18, riconoscendo, insieme, le più legittime rivendicazioni tedesche. Se dalla conferenza ideata da
Mussolini e dalle successive intese dirette italo-francesi e italo-britanniche fosse scaturito, nella
giustizia e nel realistico riconoscimento della forza dei singoli, un nuovo ordine europeo, forse la
pentola tedesca, supercompressa dalla politica di Versailles continuata nel tempo, non sarebbe esplosa. Anzi, se prima ancora
Stresemann, nel nome di Weimar, avesse ottenuto quella solidarietà
democratica che poi fu invocata contro il nazismo, negli anni della guerra, forse Hitler non avrebbe trovato, nel nazionalismo tedesco umiliato ed
offeso, tanta entusiastica rispondenza al suo sfrenato espansionismo.
E siamo, dopo Stresa, dopo il viaggio di Laval a Roma che tante speranze avevano suscitato, alla guerra etiopica. Si tratta di una
parentesi
africana nel grande quadro europeo. O, almeno, tale avrebbe dovuto essere, nelle speranze di Mussolini. Invece fu proprio l'Etiopia, con la politica
sanzionistica e le minacce della flotta britannica, a far nascere quella politica « ideologica » che 1'Italia, fino ad allora aveva sempre respinto. Infatti le sansioni spezzarono per sempre, malgrado i tardivi tentativi britannici del '37, il fronte di Locarno e di Stresa. E ciò rese possibile prima il colpo della
Renania, poi quello del riarmo tedesco.
Giungiamo, così, alla fase conclusiva della crisi. Al rapido progredire del riarmo tedesco, alle
oceaniche adunate del nazionalsocialismo, alla rafforzata posizione dell'Italia dopo la conquista
dell'Impero, ai successi diplomatici di Hitler e di Mussolini e all'oriente europeo, s'oppone la
politica anglo-francese dell'accerchiamento. Poi viene la guerra di Spagna che vede schierate con
Franco Italia e Germania, mentre il fronte popolare francese e la democrazia parlamentare britannica solidarizzano con i rossi. D'oltre oceano, gli
americani spezzano, almeno sul piano sentimentale, le barriere dell'isolazionismo e sono, anch'essi, con i rossi. In piccolo, malgrado le ipocrisie
diplomatiche del non intervento, siamo ai due blocchi che qualche anno dopo si scontreranno.Gli eventi incalzano. In
Spagna si combatte
ancora quando, dopo una violenta campagna propagandistica, Hitler procede all'annessione dell'Austria. L'Italia, che pure si era opposta con
estrema decisione al tentativo precedente, culminato nell'assassinio di Dolfuss, accetta il fatto
compiuto, mentre le democrazie, disorientate, reagiscono solo sul piano propagandistico. Qualche mese di sosta e poi Hitler vibra un altro
colpo. Questa volta la vittima è la Cecoslovacchia cui i tedeschi chiedono le province sudetiche, a maggioranza
etnica germanica. La crisi si aggrava rapidamente. Già la guerra sembra inevitabile quando
l'iniziativa di Mussolini conduce Chamberlein e Daladier a Monaco. Un compromesso, a spese del governo di Praga, chiude la crisi. La pace è salva. Ma per poco. Monaco è stato soltanto un armistizio. Il grande conflitto è rimandato, non evitato. Il
riarmo procede, da una parte e dall'altra, a ritmo frenetico. E, intanto, sul piano diplomatico, con le garanzie unilaterali Gran Bretagna e Francia
portano a compimento la loro politica di accerchiamento, Hitler, con la connivenza degli ungheresi e dei polacchi porta a compimento l'occupazione della Cecoslovacchia, l'Italia, stanca del doppio gioco di Zogu, interviene in Albania. Le
democrazie non reagiscono. Ma quando i tedeschi impostano in termini quanto mai
chiari il problema di Danzica e del corridoio polacco, appare chiaro che le estreme speranze di pace sono destinate a cadere. E infatti, dopo qualche mese di ansie, l'annuncio a sorpresa del patto di non aggressione
tedesco-sovietico, da praticamente il via alle gigantesca partita di popoli. L'attacco alla Polonia, gli ultimatum occidentali, la dichiarazione di guerra, la non belligeranza italiana nei primi giorni di
settembre sono le prime mosse. Ma i fronti sono destinati a moltiplicarsi fino a comprendere tutto il mondo, dall'Estremo Oriente all'Africa, dagli
Oceani alle montagne inviolate del Caucaso. La guerra europea diventerà, insomma, quella
mondiale. |
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