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Carabinieri 9 |
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La lotta contro il brigantaggioPremessa Ben prima che scoppiasse la terza guerra d'indipendenza (1866) il giovane Regno d'Italia dovette affrontare un conflitto assai più sanguinoso, che richiese un tributo di caduti superiore a tutte le guerre d'indipendenza messe assieme, superato solo dall'immane carneficina della prima guerra mondiale. La guerriglia del Mezzogiorno Subito dopo l'unità d'Italia, i carabinieri furono impegnati sul fronte interno, per sconfiggere il brigantaggio alimentato dal malcontento del Meridione La fuga della corte di re Francesco II, detto re Franceschiello, da Gaeta a Roma fu un episodio di rilievo non marginale: provocò conseguenze e contraccolpi certamente superiori a quelli attribuitigli da una certa storiografia ufficiale. Torme di soldati congedati, avventurieri presero l'abitudine di radunarsi in piazza Montanara e davanti al palazzo Farnese, messo a disposizione della corte in esilio. I soldi non mancavano, l'episcopato meridionale disponeva di una consistente rete di comunicazioni ed una intensa azione di propaganda clandestina oltre confine produsse i suoi frutti.
AVVISI INASCOLTATI. Invano Cavour fu informato della gravità della situazione. Sir James Lacaita, un proprietario terriero delle Puglie, appuntava in termini di assoluto disastro le condizioni del Meridione nel dicembre 1860. Scriveva che: il partito favorevole all'annessione è in netta minoranza; i risultati del plebiscito sono ingannevoli perché dovuti all'odio per i Borboni o all'intimidazione; Farini è responsabile di un malgoverno che danneggia e ridicolizza la causa italiana. Un altro liberale napoletano, il Fortunato, avvisava che il desiderio di unità manifestato dalla classe media locale era poco sentito e che il risorgimento era frutto più di una felice combinazione politico-diplomatica a livello europeo che di un genuino sentimento popolare. Erano gli eroi dei cafoni Negli anni Sessanta del secolo scorso la fotografia, ancora impacciata dall'ingombrante attrezzatura necessaria per realizzare i dagherrotipi, cominciava a fornire le prime testimonianze su questa guerra intestina e sanguinosa. Pochissimi moriranno di vecchiaia in esilio o in qualche tugurio isolato. Gli altri finiranno all'ergastolo, fucilati o con la testa mozzata vicino a qualche villaggio, per dare l'esempio. Storie esemplari di violenza, di ribellione, ma anche di miseria e di emarginazione sociale.
STORIE DI ORDINARIA SOPRAVVIVENZA. Ma come funzionano la guerriglia e la controguerriglia? Spogliate dei loro atti di coraggio e valore, che pure ci sono, si tratta essenzialmente di un'interminabile mordi e fuggi da parte degli irregolari, conoscitori dei posti e spesso aiutati dalla gente del luogo. Per i governativi è una non meno logorante sequela di pattugliamenti, imboscate tese e subite, marce, improvvisi scontri a fuoco. Niente bandiere al vento e rulli di tamburi, pochissimi cannoni e molti stivali consumati: solo uno sporco lavoro di fanteria, polizia e spie. Le parole di un contemporaneo come Edmondo De Amicis offrono un quadro esauriente del fenomeno: "Era l'estate dell'anno 1861, quando la fama delle imprese brigantesche correva l'Europa; quei giorni memorabili in cui il Pietropaolo portava in tasca il mento di un 'liberale' con il pizzo alla napoleonica ( ... ), quando a Viesti si mangiavano le carni dei contadini renitenti agli ordini dei loro spogliatori; ( ... ) quando s'incendiavano messi, si atterravano case, si catturavan famiglie, s'impiccava, si scorticava e si squartava". Intanto i carabinieri restano nei guai a fronteggiare i loro assalitori, in un rapporto di uno a sei. Cercano disperatamente una posizione protetta, ma gli altri sono troppi. Per fortuna un loro collega, rimasto indisposto in caserma, intuisce dalle fucilate che la situazione è seria. Il carabiniere Angelo Chiesa, si arma in tutta fretta e corre dal capitano della guardia nazionale. "Mi spiace, le guardie sono senza munizioni", forse anche senza coraggio. Chiesa prova a chiedere a cinque civili di seguirlo con i loro fucili. Ma la buona volontà dura lo spazio di pochi spari sentiti da lontano. Lasciati i borghesi rintanati in casa, il carabiniere si precipita da solo, giusto in tempo per vedere un commilitone, assediato da tre briganti, ucciso da una fucilata. Chiesa ferisce a sua volta un brigante e avanza per aiutare gli altri, colleghi. Quando la situazione è assolutamente disperata e non è neppure lecito sperare nell'arrivo di rinforzi, si ricorre alle misure estreme pur di vivere e non morire malamente. In un gelido 10 dicembre 1863, la banda Germano, forte di 23 cavalieri, sorprende cinque militi e il loro brigadiere Giacomo Reinino mentre scortano in una zona della Basilicata due agrimensori. I due civili riescono a sganciarsi per cercare aiuto, ma lo scontro si protrae per oltre un'ora e le munizioni scarseggiano. Reinino si rende conto che la situazione non ha vie d'uscita a meno di non prendere di sorpresa gli assalitori e ordina ai suoi uomini di caricare alla baionetta. La sorpresa per i briganti è tale che tentano di rifugiarsi su un'altura, da cui vengono cacciati a viva forza. I militi riescono perfino a catturare due briganti. CREPO, MA NON TRADISCO. Non tutti, però, se la cavano alla stessa maniera. La guerra contro i briganti ha le sue vittime, un lungo elenco. Eustachio Barra e Giuseppe Russo stanno rientrando (1 settembre 1862) alla loro stazione dopo aver tradotto in carcere quattro detenuti. Al castello di Lagopesole una scorta non è disponibile e i due carabinieri decidono di farne a meno. Sfortunatamente nei pressi di Atella vengono accerchiati all'improvviso dai quindici briganti guidati dal tristemente noto capobanda Coppa, che semina il terrore in Campania. In un attimo vengono catturati e spogliati non solo delle armi, ma anche degli effetti personali, anelli ed orologi inclusi. "Allora, che fate, entrate nella mia banda?", chiede con mediterraneo sarcasmo il Coppa. "NO”, rispondono i due senza esitazioni. Quattro banditi fanno fuoco a bruciapelo: Russo muore sul colpo, Barra si becca qualche palla e si finge morto. Un rapido scalpitio ed i briganti spariscono nel bosco. Poco dopo alcuni bersaglieri, sentite le fucilate soccorrono il ferito. Due medaglie d'argento sono la ricompensa per una fedeltà a tutta prova. Il servo torna all'osteria dove, con sua grande sorpresa, trova due carabinieri ed alcune guardie nazionali. Li ha mandati il brigadiere Zuccarelli, responsabile della stazione di Capaccio. Molto probabilmente comincia a funzionare il reclutamento dei confidenti che offrono ai tutori dell'ordine le soffiate giuste. Lo stratagemma studiato per liberare l'oste è quello classico di sempre: fingere di aderire alla richiesta di riscatto e sorprendere i criminali. Tremante di paura, nella destra una lampada come segno di riconoscimento e nella sinistra una borsa di scudi sonanti, il servo avanza nella boscaglia. Dietro di lui scivolano silenziosamente le forze dell'ordine. Come vivevano i banditi eroi per qualche anno, belve umane al momento della fucilazione, come vivevano i briganti? L'autobiografia del brigante ergastolano Carmine Crocco fornisce qualche risposta. L'aspirina non era stata ancora inventata, ma la patata era considerata un vero e proprio toccasana. I tuberi pestati fornivano un unguento latteo capace di coagulare e disinfettare le ferite di arma da fuoco, riducendo la tumefazione della carne. L'erba detta pelosella, oppure la cosiddetta stampa cavallo, era invece impiegata per le ferite da arma bianca mischiata con l'olio di oliva. Il servizio di sicurezza degli accampamenti era molto accurato: vedette, magari rinforzate su alture dominanti da sentinelle con i mastini, controllavano a giro d'orizzonte le vie d'accesso. Spie venivano incaricate di seguire le truppe regolari in modo da informare i briganti di ogni spostamento. Il fuoco per il rancio veniva acceso in modo che il fumo non tradisse la posizione. I viveri venivano requisiti ai possidenti reazionari e liberali con le buone o con le cattive. Erano gli stessi signori che aiutavano (attivamente o con il silenzio) i banditi. Crocco, in tanti anni di brigantaggio, dormì poche volte all'addiaccio e moltissime nelle case di persone insospettabili, che non lo tradirono mai.
PIZZICHICCHIO NON CAMPA PIU’. Finora abbiamo raccontato di bande e banditi ordinari, ma non tutti erano così. Alcuni erano diventati autentiche celebrità, amati e temuti, circondati da un alone di leggenda e largamente protetti dalla popolazione locale. Come rimedio, il pugno di ferro Avigliano aveva visto nascere tra la miseria e la disperazione di una famiglia di malviventi il piccolo Giuseppe Summa, che aveva presto seguito con profitto le orme dei genitori: l'amnistia del 1860 lo aveva salvato dalla fucilazione per omicidio. I torbidi seguiti all'annessione del regno delle Due Sicilie lo videro presto a capo di una banda di disperati, che aveva il suo santuario nel bosco d Lagopesole. Conosciuto ormai come Ninco-Nanco, il giovane spadroneggiava nella Lucania e, inalberando la bandiera del legittimismo borbonico, s’era creato dal 1861 un'immagine pittoresca di indomito generale di guerriglieri. Il suo petto era adorno di medaglie e firmava i suoi messaggi come "Generale delle Truppe Francescane". Le memoria storica lo descrive come una belva umana avida ignorante, ambiziosa, ma Ninco-Nanco doveva avere, oltre alla furbizia, altre doti: sapeva scegliersi amici giusti e al di sopra di ogni sospetto Gli stessi amici che negli anni passati avevano discretamente proposto alle autorità civili e militari di arrivare a un qualche modus vivendi e gli stessi che, probabilmente, lo tradirono al momento opportuno. Su una forza complessiva nel 1861 di 18.461 carabinieri, un totale di 6.887 (il 37,3 per cento) furono dislocati nel meridione, Sicilia inclusa. Il loro ruolo fu preminente: ebbero una medaglia d'oro, 4 croci dell'ordine militare di Savoia, 531 medaglie d'argento e 748 menzioni onorevoli.
UNA COCCIUTA RESISTENZA. Gli echi di questa legge erano ovviamente arrivati anche nella lontana Basilicata, ma Ninco-Nanco non se ne curava troppo. Il 2 febbraio 1864 la sua banda trucidò alcuni bersaglieri, fanti leggeri scelti in prima linea nella lotta. al brigantaggio. Cinque giorni dopo, a capo di 25 dei suoi a cavallo, Ninco-Nanco sorprese quattro carabinieri ed un vicebrigadiere di ritorno alla stazione di Acerenza dopo una perlustrazione e intimò loro di arrendersi. I carabinieri non si arresero: per tre ore nella contrada di Ralle (comune di Genzano) infuriò il combattimento, in cui rimasero uccisi tre carabinieri. Gli altri due scamparono alla morte per un pelo, grazie all'arrivo di guardie nazionali condotte dal sindaco di Genzano . I briganti si ritirarono lasciando sul terreno un solo ferito '. Roma CapitalePremessa Anche da la gloria ha un prezzo. Quello più evidente e immediato è rappresentato dal bilancio delle vite sacrificate (un tempo si diceva immolate) per le grandi cause: e il Risorgimento fu, senza dubbio, una grande causa. Vi è però anche un prezzo vero e proprio: un costo economico, per intenderci. Sono argomenti che sfuggono spesso all'analisi superficiale degli storici, ma che condizionano al momento le scelte dei governi. E il Risorgimento fu un'impresa molto costosa, che rischiò perfino di mettere in crisi le casse dello Stato che si andava formando. La guerra contro l'Austria del 1848-1849 era costata qualcosa come 200 milioni di lire, la guerra di Crimea altri 50, quella del 1859 un quarto di miliardo di lire e la batosta del 1866 aveva sfiorato gli 800 milioni. In meno di 20 anni si erano spesi la bellezza di 1.300 milioni di lire di allora. Le entrate invece salivano faticosamente a 600 milioni annui nel 1866 e naturalmente non vi erano solo le uscite militari da tenere in conto. Tutte le grandi opere pubbliche necessarie per lo sviluppo dell'infrastruttura di un Paese più moderno assorbivano altre importanti quote di bilancio. Nel 1861 il debito pubblico ammontava a 2.450 milioni di lire; quattro anni dopo era più che raddoppiato. La terza guerra di Indipendenza (1866) fece registrare un aumento del deficit complessivo sul bilancio dello Stato dal 47 per cento a oltre il 60 per cento. Una situazione che fa venire in mente l'allarme sempre più acuto dei nostri giorni di fronte all'aumento vertiginoso del debito pubblico. Anche allora vi erano denunce per l'iniquità fiscale: il prelievo sui consumi era pesantissimo, mentre proprietà e redditi venivano tassati in misura leggera. Anche allora le banche europee elevarono notevolmente i tassi d'interesse sui prestiti concessi al governo italiano. Una semplice manovra finanziaria non sarebbe stata sufficiente per sanare la situazione e per tutto il quindicennio 1861-1876 fu applicata la politica della lesina. Il prezzo dell'Unità I primi anni dei nuovo Stato non furono affatto facili: il Sud era infestato dai briganti, le Casse erano quasi vuote e mancava la Capitale... La lesina altro non è che uno strumento da calzolaio per fare i buchi nel cuoio, passata poi per traslato ad indicare il mestiere ed evidentemente una certa connaturata ed accentuata parsimonia nella gestione dei propri mezzi. La traduzione in termini finanziari della lesina fu, ed è tutt'ora, semplicissima: tagliare le spese, aumentare le entrate (cioè, le tasse). A metà del secolo scorso il governo fece sul serio con conseguenze durissime soprattutto per gli strati più poveri della popolazione, che si videro arrivare addosso nel 1869 un'odiosissima tassa abolita proprio nove anni prima a promessa di una prosperità che avrebbe dovuto seguire all'unità d'Italia. Due settimane dopo la sua entrata in vigore ci foruno 250 morti, 1.000 feriti e 4.000 arresti. Una situazione di ordine pubblico esplosiva che fu affrontata con il pugno di ferro. Nonostante disordini interni assai seri (ricordiamoci che il brigantaggio durò per quasi un decennio) anche le forze armate, e quindi i Carabinieri, subirono importanti decurtazioni. Come era prevedibile e naturale vi furono vibrate proteste sia da parte della Destra che della Sinistra. Ma per quanto il parlamentare ed ex generale Cialdini bollasse la riduzione delle spese militari come un mostruoso monumento all'incompetenza, l'esito disastroso della guerra del 1866 e la ragionevole previsione che un'altra guerra con l'Austria fosse improbabile a breve termine permisero ai politici di tener duro. I Carabinieri Reali fecero le spese della politica della lesina, che imponeva drastiche economie anche nei corpi militari. Con regio decreto del 15 novembre 1865 e decorrenza dal 1° gennaio 1866 vennero soppresse le legioni di Genova (2ª) e Ancona (13ª), e la divisione di Modena. I relativi effettivi e le strutture passarono alle dipendenze della 1ª legione (Torino), 4ª legione (Milano), 5ª legione (Bologna) e 6ª legione (Firenze). Rimasero così 11 legioni operative ed una di allievi: si ebbe cura di ripartire le varie divisioni senza spezzettarle. Il 20 giugno 1866 il vertice collettivo dei Carabinieri (il cosiddetto Comitato) fu trasferito a Firenze, nuova capitale del Regno d'Italia. Sempre nello stesso anno la forza degli ufficiali venne aumentata di soli 19 elementi per la costituzione di una legione provvisoria nei territori liberati del Veneto. Dieci giorni dopo l'arrivo nella capitale toscana si costituì la 13ª legione con sede a Verona, alla quale fu riconosciuta la competenza per tutto il Veneto e per la provincia di Mantova. Un anno dopo, nel mese di luglio del 1867, vennero soppressi alcuni comandi di Divisione, compagnia e luogotenenza e vennero appiedati 700 carabinieri a cavallo. La forza totale venne stabilita in 563 ufficiali e 22.549 sottufficiali e truppa; il numero di legioni territoriali fu confermato in 12, alle quali se ne aggiungeva una di allievi. Si decise anche (più che altro per motivi di immagine) che “le legioni non avranno un numero progressivo. Quelle territoriali prenderanno la loro denominazione dalle città in cui risiedono i rispettivi comandi, e quella degli allievi si nominerá Legione Allievi Carabinieri". Nel 1868 la forza dell'Arma scese a 465 ufficiali e 19.294 sottufficiali e truppa. Vennero anche soppresse le legioni di Salerno e Chieti portando il totale delle legioni a 10. Le relative compagnie furono assegnate alle legioni di Napoli, Bari e Catanzaro. Un'ulteriore economia avrebbe dovuto riguardare lo scioglimento dei comandi di Divisione che, secondo l'esperienza passata, si erano rivelati solo un anello superfluo nella catena di comando. Ma un regio decreto del luglio 1870 ripristinò le Divisioni sotto il nuovo nome di comandi dei Carabinieri della provincia. Al cambio di denominazione vennero interessati contemporaneamente anche i livelli minori di compagnia (comando dei Carabinieri del circondario) e tenenza (comando dei Carabinieri della sezione). Tuttavia lo stesso decreto ridusse ulteriormente la forza a 417 ufficiali e 18,000 uomini.
Poco dopo la presa di Porta Pia gli ufficiali risalirono a quota 439, ma la superficie del Regno d'Italia era ormai salita a 295.423 chilometri quadrati con una popolazione di 26,8 milioni di abitanti. Il rapporto era di appena 0,75 militi ogni mille abitanti. Decisamente insufficiente. Palermo brucia La Sicilia, dopo l'impresa dei Mille, era presto divenuta agli occhi delle élite di Torino prima e di Firenze poi una terra del tutto ingovernabile. In effetti la mafia continuava ad esercitare il suo potere parallelo esattamente come aveva fatto con i Borboni, i viaggiatori continuavano ad usare il sistema delle carovane per viaggiare sicuri, decine di migliaia erano i renitenti e disertori alla macchia. In una via cittadina una pattuglia di cinque carabinieri fu circondata: tre caddero fulminati sul selciato, ma gli altri due riuscirono a dare l'allarme alla stazione principale. Il responsabile della stazione, capitano Allasia, chiamò immediatamente tutti i suoi uomini e prese il comando anche di un vicino reparto dell'esercito, piombando su Porta Sant'Agata dove si raccoglievano i ribelli. Venne accolto a fucilate, ma lanciò subito l'assalto contro la casa da cui erano partiti i colpi. I ribelli, che non si attendevano questa reazione decisa, si arresero. Oltre ad arrestare una decina di teste calde, venne sequestrato un vero e proprio arsenale. Per tutta la notte la guerriglia infuriò nella città: molte pattuglie vennero attaccate e soltanto le caserme respinsero senza problema gli assalti. Apparve in tutta evidenza che vi erano complicità diffuse anche tra la borghesia e i possidenti locali, mentre la guardia nazionale, troppo spesso paralizzata dal terrore, deponeva in tutta fretta le armi. Il giorno dopo si sollevò Monreale: anche qui il comandante della stazione, capitano Epeneto Zavattini, non si fece prendere di sorpresa e con tutti i suoi si aggregò a un reggimento di granatieri. In circostanze normali sarebbe stata una forza più che sufficiente per incutere rispetto, ma dopo un'ora di aspri combattimenti i soldati furono costretti a ripiegare nella caserma dei granatieri. Nemmeno questo era però un rifugio sicuro: la folla assediò la caserma riuscendo a sfondare il portone. "Arrendetevi", urlavano i ribelli; "Caricaaa!", fu la disperata risposta di carabinieri e granatieri, che attaccarono alla baionetta. Il cerchio venne spezzato e ci fu anche un tentativo, fallito, di riconquistare la caserma. Fu già una fortuna per gli uomini riuscire a rientrare a Palermo. COME A FORTE APACHE. A macchia d'olio la ribellione si estese intorno al capoluogo della Sicilia. Misilmeri s'infiammò, due carabinieri furono fatti prigionieri e trucidati a Bagheria, un altro venne ammazzato perché si rifiutò di gridare “Viva la repubblica", a Villabate due militi persero la vita in un'imboscata, altri due vennero proditoriamente assassinati da due contadini che conoscevano. MEGLIO MORTI CHE A PEZZI. Dieci carabinieri al comando del brigadiere Luigi Taroni che, completamente ignari di quel che stava succedendo a Palermo, battevano le campagne tra Ogliastro e Marineo alla ricerca di una pericolosa banda di malviventi, caddero in un'imboscata. Tre di loro rimasero feriti, mentre gli assalitori sparirono dopo una breve sparatoria. Otto superstiti e uno dei feriti tornarono a Ogliastro e si rifugiarono in una casa privata per curare il ferito. Poco dopo, una folla ostile circondò la casa intimando ai carabinieri di uscire disarmati. Con la mediazione del sindaco, del notaio e del comandante della locale guardia nazionale, i carabinieri accettarono, chiedendo in cambio di poter raggiungere la loro caserma. Il carabiniere Pietro Fanizza era convinto che la folla non avrebbe rispettato gli accordi e si cacciò sotto la giubba il suo revolver. La gente. fuori, apri uno stretto corridoio vociante e minaccioso per gli otto sventurati. Taroni dopo qualche passo fu colpito con il calcio di un fucile: non reagì, evitando che la situazione precipitasse. Gli otto riuscirono a raggiungere la caserma e a sprangare il portone; ma i facinorosi non avevano alcuna intenzione di rispettare i patti. Gli inviti alla moderazione dei notabili locali non dettero alcun risultato. La folla voleva le teste degli otto carabinieri e tentò a più riprese di sfondare la porta della caserma. Taroni aveva il suo da fare per convincere Panizza a non far fuoco sulla gente. Il brigadiere cercò di parlare ai rivoltosi e mandò anche un biglietto ai capipopolo. Fu tutto inutile. Quella banda di assassini riuscì a buttar giù la porta e massacrò due carabinieri. Taroni uccise un ribelle e, sfruttando la confusione, riuscì a rifugiarsi con gli altri cinque superstiti negli attigui uffici comunali. Ma la folla imbestialita, dopo aver fatto scempio dei due cadaveri, riparti all'attacco. Il destino dei sei carabinieri era ormai segnato. Si guardarono negli occhi e decisero che era meglio morire per mano propria. Quando i ribelli entrarono nella stanza trovarono vivo solo Panizza: le pallottole non erano bastate per tutti. Sul pavimento cinque cadaveri allineati, i cinque martiri di Ogliastro.
ARRIVANO I RINFORZI. Il 19 settembre, ripresesi dalla Sorpresa, le forze dell'ordine passarono al contrattacco. Qualche tempo dopo arrivò da Genova e Livorno al comando del generale Cadorna un corpo di spedizione, appena dirottato dai campi di battaglia di Custoza. Fu la fine per la rivolta: alcuni negoziarono la resa tramite il console francese, molti altri caddero nella successiva repressione. A livello politico si decise di non indagare troppo sulle cause della rivolta e sulle connivenze: la risposta più efficace era la repressione. Di Rudinì fece trattenere migliaia di persone in carcere come sospetti e fece esiliare l'arcivescovo di Monreale insieme a centinaia di frati. L'ultima punizione fu terribile. Le truppe di repressione covavano il colera che nella sola Palermo falcidiò 7.800 persone: la popolazione credette volentieri alla voce che l'epidemia fosse stata diffusa scientemente. Due storie di briganti La piaga del brigantaggio non era stata ancora estirpata nel 1865, ma stava cambiando i propri connotati: non era più un fenomeno politico (espressione del malcontento delle popolazioni meridionali verso l'unità d'Italia) ma stava diventando un fenomeno sociale, alimentato dalla miseria e dalle condizioni di vita molto arretrate di certe regioni. Il capobanda Quintino Venneri aveva la sua base nella zona di Gallipoli, un fiorente porto arroccato su una lunga penisola non lontano dalla città pugliese di Lecce. Il bandito scorrazzava nel Salento tra uliveti e ricche masserie esibendo un moderno e lucente fucile, preda di guerra strappata al carabiniere Giovanni Barberis, ucciso in un agguato. Per lui era come il kalashnikov nelle mani di un guerrigliero afghano, anche se non gli avrebbe portato fortuna. L'Arma, tenace nella sua lotta ai criminali, aveva assegnato a due sottufficiali, il brigadiere Elia Venturini e il vicebrigadiere Santo Taddeucci, la missione di prendere il brigante vivo o morto. I due avevano avviato un lavoro paziente per raccogliere tutte le informazioni necessarie. Giorno dopo giorno avevano scrupolosamente messo insieme le tessere per comporre un'invisibile ragnatela di fatti, date, persone. Il lavoro di un anno. Venneri aveva scelto come santuario una zona boscosa e piena di anfratti nei monti di Lupersano. Fu messo insieme un nucleo di nove carabinieri ed alcune guardie nazionali in gamba e ci si mise in moto per sferrare l'attacco decisivo. Quasi tutte le marce di avvicinamento all'obiettivo avvenivano di notte per evitare qualunque contatto con possibili informatori del brigante. Alla fine i soldati si trovarono di fronte a un labirinto di grotte. Non c'era altro da fare che ispezionarle una per una. Insospettito dai movimenti, Venneri si rese conto di quel che stava accadendo e sbucò all'improvviso da una grotta per buttarsi nella boscaglia. "In nome della legge, arrenditi!", un colpo di fucile ed il sibilo di una pallottola furono la risposta del bandito. Il brigadiere Taddeucci replicò immediatamente al fuoco, tirando d'istinto: Venneri fu colpito a morte, al primo colpo. Nelle sue mani ancora stretto il fucile di cui andava tanto fiero. Nella grotta le forze dell'ordine scoprirono un arsenale di quattordici fucili e molte casse di munizioni.
Poi, il triste giro dei paesi vicini, perché tutti potessero vedere il cadavere e sapere che alla giustizia non si sfugge. Il brigadiere Taddeucci fu decorato con medaglia d'argento. FERRO, FUOCO E ZOLFO. Alla fine del 1865 fu catturato un altro famigerato eroe della rivolta dei cafoni, il Corea. Erano anni che in Calabria non si faceva che parlare di Pietro Corea, della sua forte banda e delle gesta che compiva insieme alla bella amante, Rosaria Mancuso. Favorito dalla natura selvaggia della regione, Corea sembrava inafferrabile finché, dopo lunghe indagini e la meticolosa costruzione di una rete di confidenti, il vicebrigadiere Pietro Leone ricevette la soffiata giusta: alcuni pezzi grossi della banda si nascondevano alla periferia di Gagliano (Catanzaro) dove lui comandava la stazione dei Carabinieri. Leone non perse tempo: con tutti i suoi uomini e con una pattuglia di bersaglieri accerchiò la casa sospetta. Con cautela organizzò l'irruzione nella casa, che appariva completamente disabitata. Proprio mentre Leone si apprestava a dare l'ordine di lasciare la casa, il carabiniere Pietro Bonetto scopri una pietra circolare posata sul pavimento. Meglio dare un'occhiata, anche se quella dannata pietra pesava un accidente. Bonetto fece appena in tempo a smuovere il sasso, che una scarica di fucileria lo uccise sul colpo. Il buco venne immediatamente circondato, anche se ci si rese conto che non sarebbe stato facile snidare i banditi dal loro rifugio: andarli a prendere era impossibile, estremamente rischioso aspettare una resa per fame. Fu allora che a qualcuno venne l'idea di affumicarli: fu trovato un sacco di zolfo, gli si dette fuoco e lo si lanciò nella botola. Quando i briganti si videro piombare addosso quella massa ardente e fumigante, tentarono di spegnerla e di resistere. I loro polmoni cominciarono a bruciare, gli occhi a lacrimare, l'aria cominciò a mancare, e in pochi minuti furono costretti alla resa. Uno alla volta, con le mani alzate, risalirono alla luce dove li attendeva un cerchio di armi spianate. Erano soltanto in quattro, ma tutti temutissimi: Antonio Trapasso, Pasquale Dardano, Pietro Corea e, ultima a uscire, vestita da uomo, Rosaria. Strettamente legati i quattro vennero tradotti in cella. Bonetto ebbe una medaglia d'argento alla memoria. Altri temuti briganti tra il 1866 ed il 1867 fecero la stessa fine, catturati, morti, fucilati, incarcerati: Vincenzo Milanese negli Abruzzi, dopo un fallito rapimento; Cicco Cianci nel Salernitano, durante un'imboscata dei carabinieri; Carmine Noce, agganciato nel Cosentino dopo un fallito rapimento; Alessandro Vulcanis, ucciso da una revolverata durante una lotta all'ultimo sangue; Giovanni Colaiuto, sorpreso mentre pranzava da un prete suo amico; Giovanni Scarpino, fucilato dopo essere stato catturato a casa dei suoi futuri suoceri; le bande Ciccone e Donati in Calabria, annientate in conflitti a fuoco; Luigi Maio detto "o' Catalano", preso in una grotta; Pietro Garofalo, con la sua compagna Maria Luisa Mastrobattista, tradito in una soffitta. Quest'ultima cattura avvenne con la collaborazione di un cittadino al quale il Garofalo, benché ammanettato, riuscì con un morso a staccare il naso. Ma era un segno inequivocabile dal fatto che ormai il muro di omertà si era sgretolato e che l'emergenza del brigantaggio stava decisamente calando di livello. Così si arriva a Roma Mentre in Sicilia e nel Meridione i Carabinieri erano impegnati nella grande offensiva contro il brigantaggio, la questione romana non compiva apprezzabili passi avanti: i francesi continuavano ad opporsi a una soluzione del problema che, di fatto, impediva il completamento del grande disegno patriottico dell'unità nazionale. All'Italia mancava la sua vera capitale, Roma. Il governo italiano e la corte dei Savoia si attenevano scrupolosamente agli impegni presi con Parigi. In più, quando nel 1869 Vittorio Emanuele Il cadde gravemente ammalato, non esitò a mettersi la coscienza a posto sposando la Rosina, sua amante ufficiale, e subissò il papa Pio IX di telegrammi invocandone la benedizione. Sempre in quell'anno il re, che spesso svolgeva una politica estera parallela a quella governativa, stava manovrando per un'alleanza ancora più stretta con Napoleone III. Ma il potere dell'imperatore volgeva ormai al termine. Le sorti del secondo impero si stavano giocando fra Madrid e Berlino. Era infatti accaduto che nel 1868 una rivoluzione in Spagna aveva cacciato la regina Isabella Il ed istituito una debole repubblica, fortemente esposta alla disintegrazione sotto le spinte separatiste. Realisticamente il capo del governo spagnolo, generale Juan Prim, si era messo alla ricerca di un re, ma senza troppa fortuna. Tutte le case regnanti europee erano coscienti delle difficoltà che una nuova dinastia avrebbe incontrato in Spagna. Alla fine venne designato il principe Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen, che si dimostrò molto esitante, tanto da rifiutare per ben due volte la corona. Un rifiuto suggeritogli dallo stesso re di Prussia, Guglielmo I di Hohenzollern. CAPOLINEA ROMA. La prima ripercussione in Italia si vide nell'agosto 1870: le tuniche rosso-blu dei francesi si reimbarcarono a Civitavecchia dirette in patria. Si accese a Firenze una sorda battaglia politica tra la fazione di corte filofrancese che voleva scendere in guerra contro la Prussia e quella patriottica che più sensatamente si proponeva di approfittare del vuoto francese. Partì soltanto Garibaldi, in un gesto di eroismo in difesa dei suoi ex nemici, coprendosi di gloria nella battaglia di Digione. Gli altri si limitarono ad assistere esterrefatti al crollo della macchina bellica napoleonica. La fanteria francese era tutta professionista o a ferma lunga, l'artiglieria era di gran livello, la cavalleria di antiche tradizioni, armi e munizioni non mancavano, mentre i prussiani si basavano su un esercito di leva con una breve ferma di due anni (allora la leva ordinaria era di quattro anni).
«Cara Rosina, entrati oggi alle ore 10 a Roma» Prima ancora di preparare l'intervento sul territorio papalino, i Carabinieri ricevono uno spinoso incarico. Sotto le mentite spoglie di Harry Zammith era stato arrestato a bordo della nave postale Napoli-Palermo nientedimeno che Giuseppe Mazzini (1 agosto 1870). Tradotto sulla fregata Ettore Fieramosca, Mazzini viene imprigionato a Gaeta. Per assicurarsi che la consegna di un'accurata sorveglianza venga rigidamente rispettata, il primo ministro Lanza affida al capitano dei Carabinieri Reali Cotta la responsabilità di evitare ogni contatto e fuga dell'illustre prigioniero. Il capitano Cotta organizza un controllo efficace e discreto fino a che nel mese di ottobre Mazzini non viene amnistiato ed esiliato all'estero. Il mese di agosto vede anche impegnate le stazioni dei CC RR al confine con lo Stato pontificio nella sistematica raccolta di informazioni sulla dislocazione e sullo stato delle forze avversarie. Il 9 settembre 1870 viene compiuto un sondaggio diplomatico per vedere se il papa sia disposto a cedere di buona grazia. La risposta è negativa (come era facile attendersi), anche se Pio IX nutre un sincero e giustificato orrore delle carneficine francoprussiane. "Cara Rosina. Entrati oggi alle ore 10 ant. a Roma, dopo un combattimento di cinque ore. Ti scrivo, dunque sono vivo e sto bene. Abbiamo avuto poche perdite ma dolorose. Noi siamo entrati dalla breccia aperta in vicinanza di Porta Salaria dalle nostre artiglierie. Saluta mio padre e la tua famiglia. Tuo Giacomo". E' una delle primissime lettere partite con la posta militare dopo la breccia di Porta Pia ed è firmata da un valoroso dell'Arma, il luogotenente Giacomo Acqua. PRIMA SEDE A PIAZZA DEL POPOLO. Nel veloce trapasso di poteri tra il governo papalino e quello italiano i Carabinieri occupano prontamente la caserma di Piazza del Popolo, precedentemente sede delle dogane e dei Carabinieri pontifici. Ci sono ancora, e sul portone dell'edificio spicca il nome del loro collega Giacomo Acqua, caduto nel 1874 durante uno scontro con briganti a Genazzano. Appena 12 giorni dopo l’entrata in Roma, i Carabinieri Reali sono chiamati a organizzare la sorveglianza del plebiscito di annessione al Regno d'Italia: grazie alla loro opera le votazioni si svolgono senza incidenti. Finalmente, dopo circa tre mesi di gestione d'emergenza, i Carabinieri nella regione hanno un primo inquadramento. Viene costituita, alle dipendenze della legione di Firenze, una Divisione della forza di 15 ufficiali e 800 uomini. Quanti giornali con gli alamari Con il trasferimento a Roma prende anche corpo una pubblicistica dedicata ai Carabinieri e questo non solo in virtù delle simpatie che l'Arma raccoglie presso l'opinione pubblica, ma anche perché gli oltre 20mila effettivi, tutti alfabetizzati, costituiscono un mercato editoriale di grande rilievo in un Paese ancora analfabeta quasi al 95 per cento. E’ ancor più significativo il fatto che i Carabinieri leggano molto più dei loro colleghi soldati di altre armi. Come fa notare un editore di allora, “l'Arma dei Carabinieri ha tre giornali che si occupano esclusivamente di lei e da essa traggono vita e si può calcolare che gli stessi abbiano in complesso oltre 4.500 abbonati”. Nel dicembre 1872 nasce proprio a Roma Il Carabiniere con due uscite alla settimana (mercoledì e sabato): viene distribuito in abbonamento al prezzo di 8 lire, pagabili in quattro rate trimestrali anticipate. Prima in quattro e poi in otto pagine, vengono offerti gli atti ufficiali dell'Arma, notizie di cronaca e di storia con particolare attenzione agli aspetti di polizia, un notiziario nazionale ed internazionale, risposte ai quesiti dei lettori, piccola posta e racconti a puntate. Dieci anni dopo la sua fondazione Il Carabiniere diventa un settimanale illustrato: molto spesso pubblica le tavole di Quinto Cenni, il sommo illustratore militare italiano del XIX secolo. Soltanto nel Natale del 1894 Il Carabiniere cessa le pubblicazioni. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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