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Carabinieri 8 |
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Da Cavour a GaribaldiPremessa Il corpo di spedizione era da poco tornato alle sue case e da poco era stato firmato il trattato di Parigi (30 marzo 1856), il quale poneva fine alla sanguinosa guerra di Crimea, quando i carabinieri furono nuovamente impegnati nella dura lotta contro il banditismo in Sardegna. Come già abbiamo visto l'isola costituiva da sempre una fonte di preoccupazioni per l'ordine pubblico, divenuto ancor più precario dopo che la legge delle chiudende (nel 1820), l'abolizione delle proprietà feudali (nel 1836) e una serie di altre leggi avevano contribuito a modernizzare l'assetto giuridico del Regno di Sardegna, frantumando però assetti economici e sociali consolidati da secoli. Così Cavour tesse l'Italia La guerra di Crimea non ha prodotto vantaggi immediati, ma la diplomazia piemontese è all'opera e la seconda guerra di Indipendenza nel 1859 apre la strada all'Unità
CAVOUR PRESENTA IL CONTO. Il Corpo dei Carabinieri Reali fu così fissato a un organico di: 75 ufficiali e 2.800 tra sottufficiali e carabinieri, di cui solo 500 a cavallo. L'organizzazione territoriale comprendeva: un comando di Corpo, sette Divisioni (Torino, Savoia, Genova, Alessandria, Novara, Cuneo, Nizza), 19 compagnie, 31 luogotenenze e 400 stazioni. Con questi effettivi i carabinieri entrarono nella seconda guerra d'Indipendenza. Provocare la guerra non è mai un'impresa molto facile, specialmente se non si attacca per primi. Cavour mise in atto tutte le sue astuzie per ottenere lo scopo: accelerò i lavori di fortificazione alla frontiera e avviò l'arruolamento, dei corpi di volontari. Cavour senti mancarsi il terreno sotto i piedi quando si profilò l'eventualità di una conferenza delle potenze europee, ma trovò alleati preziosi nei generali di Vienna che giudicarono intollerabile la sfida lanciata da un piccolo regno che già dieci anni prima era stato messo a posto e operarono ogni pressione sul governo perché ripetesse l'operazione per affermare la sudditanza dell'Italia nei confronti dell'Austria. Il 26 aprile 1859 Vienna lanciò un ultimatum che imponeva ai piemontesi di smobilitare le forze. Tanto bastava a Cavour per far scattare la trappola rispondendo negativamente. La parola torna alle armi I carabinieri, come il resto degli italiani, avevano già fiutato la guerra in arrivo. Ai comandi fioccavano le richieste di partire con l'esercito: è istruttivo leggere una di queste missive scritte nell'impeccabile calligrafia di allora per capire lo spirito dell'epoca e dei militi. ARRIVANO I NOSTRI. Sotto il comando del maresciallo Gyulay le undici divisioni austriache si muovono per schiacciare cinque divisioni piemontesi più una di cavalleria di riserva e la brigata Cacciatori delle Alpi. Come si amministra una vittoria Mentre politici e diplomatici giostrano intorno al trattato di Villafranca, i Carabinieri sono chiamati a consolidare il controllo territoriale sulla Lombardia. Primo problema: che fare della gendarmeria e della polizia austriache forti di ben 1.449 elementi? Incorporarli non è opportuno, discriminarli nemmeno.
Più intricata è la situazione nell'Italia centrale. Nel periodo aprile-giugno 1859 le popolazioni del granducato di Toscana, dei ducati di Parma e Modena e delle legazioni pontificie sono insorte cacciando i vecchi governi e formandone di nuovi a titolo provvisorio. Per proteggere quei governi popolari sono arrivate anche forze piemontesi. Ma l’armistizio di Villafranca prevede espressamente il ritiro di quelle truppe e dei funzionari statali piemontesi da Toscana, Emilia e Romagna. Anche a Firenze viene creata una dittatura sotto la guida del barone Bettino Ricasoli, il quale nell'agosto 1859 mette in piedi una Lega degli Stati centrali per la difesa comune dal ritorno dei vecchi principi. RICICLAGGIO DIETRO LE QUINTE. Questa evoluzione ed ancor più la proclamazione dell'annessione al Piemonte da parte delle assemblee costituenti degli Stati centrali, sconvolge completamente la tela diplomatica francese. In questo complicato. e frenetico mosaico i Carabinieri devono agire per riconvertire le gendarmerie locali in unità del Corpo (badando a non dare pubblicità alla loro azione per non creare incidenti diplomatici). E così Garibaldi completa l'opera L'impresa dei Mille, cominciata avventurosamente la notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, contro il malfermo Regno delle Due Sicilie è una vicenda particolarmente eroica e romantica del nostro Risorgimento che non da oggi esalta l'immaginazione popolare, non soltanto italiana. Già l'Europa di allora non mancò di essere colpita dalla sproporzione di forze e mezzi tra l'audace generale guerrigliero e la macchina militare borbonica e ancor più fece impressione la fulminea rapidità della conquista. Di avviso opposto erano i mazziniani e i democratici del Partito d'Azione, che convinsero Giuseppe Garibaldi a tentare la sollevazione della Sicilia contro il governo repressivo e impopolare dei Borbone con l'obiettivo finale di rovesciare il papa e di prendere Roma.
Vittorio Emanuele Il era sedotto dall'idea di una spedizione fuori dal controllo del parlamento e di Cavour, il quale aveva invece seri dubbi sull'opportunità di creare complicazioni internazionali (la Francia aveva un contingente a Roma dal 1849) e di dare fiato al movimento repubblicano. Tutti e due comunque evitarono di fornire un appoggio troppo scoperto alla spedizione. A Garibaldi venne rifiutato un reggimento dal re, i soldi furono raccolti con sottoscrizioni private, le armi erano, secondo la definizione di Garibaldi, "manici per baionette" e Cavour per buona misura ordinò di bloccare i piroscafi Piemonte e Lombardo, se avessero fatto scalo a Cagliari. FUSIONE A PICCOLI PASSI. Ma la vicenda di questa proteiforme proliferazione di carabinieri nelle Sicilie non finisce qui. Con l'annessione Cavour decide l'estensione dell'organizzazione dei CC RR all'isola e invia il colonnello Giovanni Serpi con tre ufficiali e 60 sottufficiali e carabinieri (25 ottobre). Insolitamente Serpi non ha ricevuto istruzioni di assorbire direttamente i Carabinieri Reali di Sicilia, ma di costituire un Corpo di CC RR distinto. Probabilmente la grande diversità tra Piemonte e Sicilia, nonché i tempi ristretti sconsigliavano di procedere a una incorporazione diretta, anche perché i CC RR nell'isola erano circa 100, mentre quelli di Sicilia erano 500. ARMA PER ANTONOMASIA. Ancora prima che i carabinieri partecipino alla campagna contro i pontifici nelle Marche e nell'Umbria (altre due medaglie d'argento), il ministro della Guerra, generale Manfredo Fanti comincia nel giugno 1860 a riflettere sull'adeguamento della natura e dei regolamenti del Corpo dei Carabinieri Reali. Il 4 maggio 1861 viene ufficialmente proclamato che l'Armata Sarda diventa Regio Esercito Italiano e che i Carabinieri diventano un'arma: la prima arma del nuovo esercito. Non si tratta di un banale e burocratico cambio di etichetta. Alla denominazione di arma è associato un rango e un prestigio nell'ordinamento militare superiore a quello goduto dal corpo. Risale ad allora l'uso del termine di Arma per indicare i Carabinieri. Ora ci pensa il comitato Fra il 1950 e il 1961 non cambia soltanto il nome. Innanzitutto, gli effettivi aumentano vertiginosamente (dell'84,4 per cento) rispetto ai tagli del Lamarmora fatti prima della guerra del 1859. Dall'Unità al 1866Premessa Il regno d'Italia nasce il 14 marzo 1861 con una legge votata dal primo parlamento italiano riunito a Torino. Una data che corona insieme aspirazioni nazionali e dinastiche. Puntigliosamente Vittorio Emanuele Il non solo ribadisce il fatto che è il secondo Re della vecchia dinastia dei Savoia, ma ci tiene a ricordare che è sovrano "per grazia di Dio e per volontà della Nazione", rappresentata da un corpo elettorale pari al 2 per cento di tutta la popolazione. E qualcuno gridò: o roma o morte Il 14 marzo 1861 nasce il Regno d'Italia, ma l'unità non è ancora compiuta: morto Cavour, i suoi successori tentano di completare il suo grande disegno. Ecco come... Alla morte di Cavour gli succede alla testa del ministero il toscano Bettino Ricasoli, "il barone di ferro". UN INVITO EQUIVOCO. L'apparizione delle tre lucerne nere insospettisce i volontari. Corre voce che vogliano cercare qualche disertore del Regio Esercito. Invece un carabiniere riconosce un compaesano tra i garibaldini e lo invita a bere nell'osteria. In una breve sparatoria cadono una dozzina di volontari e viene ferito Garibaldi, stupito e addolorato per il voltafaccia del suo governo: un momento di grande amarezza. Dopo un paio di mesi di fortezza al Varignano e una provvida amnistia che evita al governo lo scandalo di un processo, Garibaldi si imbarca nell'ottobre 1862 diretto nel suo rifugio nell'isola Caprera. SORVEGLIATO SPECIALE DELLA BENEMERITA. Nonostante le assidue cure, la ferita alla gamba non guarisce ed è necessaria la sorveglianza dei carabinieri per informare le autorità sugli sviluppi.
La fine della convalescenza non viene certo accolta con sollievo a Torino, dove si teme che Garibaldi possa sfuggire al controllo del governo. Nel frattempo, una relazione parlamentare (24 giugno 1864) sul progetto di legge governativo per l'aumento del bilancio della Guerra di 778.595 lire (con conseguente incremento di 1.340 carabinieri di effettivo) lancia un aggettivo che d'ora in avanti accompagnerà i carabinieri. Ecco il passo testuale della prosa di Soldi: " ... Noi ne tenemmo proposito, secondo il vostro mandato, all'onorevole ministro della guerra; e ci fu grato convincerci che l'interesse che tutti prendono perché l'arma dei reali carabinieri proceda di bene in meglio è in ragione appunto del pregio in cui essa è tenuta, e degli indefessi servigi che la rendono dovunque veramente benemerita del paese". Senza forse rendersene conto il relatore aveva coniato un appellativo che avrebbe accompagnato l'Arma da allora in poi: "La Benemerita". Con il sangue e con il ferro Mentre divampava la terribile guerra al brigantaggio, ancora oggi non del tutto esplorata dagli storici, nelle lontane pianure della Prussia stavano maturando le condizioni per un rivolgimento dei vecchi equilibri europei e dell'assetto politico della penisola. Nominato cancelliere nel settembre 1862 Bismarck non pronunciò il solito discorso programmatico. "La Germania non guarda già al liberalismo della Prussia, bensì alla sua potenza.
Il doppio gioco di Firenze venne smascherato quando nel 1866 i negoziatori di Vienna avanzarono l'offerta di una cessione pacifica del Veneto. La risposta fu negativa sia per rispetto dell'alleanza appena stipulata con la Prussia, sia anche perché si riteneva che una guerra vittoriosa avrebbe automaticamente provocato anche l'annessione del Trentino Verso un'altra Custoza La terza guerra d'indipendenza è un buon esempio di come le cifre sugli apparati militari dicano solo una parte della verità, talvolta la meno importante. Una volta tanto entravamo in guerra non solo con un alleato potente, ma anche godendo della superiorità numerica. Quasi 400.000 uomini contro 190.000 tuniche bianche e una flotta doppia rispetto a quella austriaca. Il Regio Esercito era il primo veramente nazionale e questo comportava problemi inevitabili di scarso amalgama e di insufficiente confidenza tra reparti e comandanti. Né si poteva pretendere grande affiatamento fra piemontesi e napoletani che si erano combattuti di fresco. Mancava il tessuto connettivo indispensabile in ogni esercito: il morale. I Cavalieri di Monte Croce Il combattimento è ingaggiato da alcune ore nei pressi di Custoza. Nella nebbia della battaglia che ormai cala inesorabilmente sui comandi italiani, il capo di stato maggiore del Regio Esercito, tenente colonnello Di Teulada, tenta di controllare un'importante altura che domina la pianura di Verona. La 3ª divisione granatieri al comando del generale Brignone prende posizione nella stessa località dove gli italiani erano caduti nel 1848 nella prima, non meno infausta, battaglia di Custoza. Le lunghe linee di colbacchi sono pronte a sostenere qualunque urto nemico, ma niente possono fare contro il micidiale fuoco dell'artiglieria austriaca.
La guerra continua con un'avanzata piuttosto fiacca di Cialdini oltre il Po fino a Padova e con la regolare e vittoriosa progressione dei volontari nel Trentino. Ancora una volta l'abilità ed il carisma di Garibaldi, insieme all'ardore dei suoi soldati, riescono a salvare l'onore delle armi italiane con la bella vittoria di Bezzecca (21 luglio), a dispetto della diffidenza dei gallonati generali. Anche in questa seconda fase i Carabinieri Reali non mancano di segnalarsi. Il tenente Domenico Montanari, decorato il 5 luglio con medaglia d'argento, muore dodici giorni dopo nell'investimento della munita piazzaforte di Borgoforte. Aveva cercato di circoscrivere un incendio, sebbene le granate austriache piovessero dovunque, ed era rimasto schiacciato dal crollo di un tetto bombardato. Un altro tenente, Andrea Raffo, ottiene la stessa medaglia per una rischiosa e riuscita ricognizione nei pressi di Levico. “ACCOGLIETE UNA PAROLA DI LODE”. I carabinieri distaccati con Garibaldi assaltano con decisione le forti posizioni nemiche di Monte Suello (3 luglio). L'attacco aggirante della compagnia di testa dei bersaglieri viene guidato dal brigadiere Carlo Bajetta (medaglia d'argento), poi il giorno successivo i militi ed i volontari difendono con coraggio la stretta Incudine di Edolo da una controffensiva austriaca. Nonostante gli austriaci, comandati dall'abile generale von Kuhn, giochino in casa, niente ferma lo slancio di Garibaldi. L'eroe, ormai vecchio e malandato, non può più montare a cavallo e deve impartire gli ordini da una carrozza, ma riesce ad essere presente sempre nei punti cruciali anche nei terreni più di;agevoli. Von Kuhn riprova a cacciare le brigate volontarie il 16 con un vivace attacco su Condino nei pressi di Trento, ma dopo diverse ore di aspro combattimento deve desistere. Anche i carabinieri contribuiscono in modo sostanziale alla difesa e assolvono brillantemente i loro compiti anche a Bezzecca. LA DISFATTA DI LISSA. Nel quadro strategico queste belle vittorie erano gocce di luce in un mare di pece. Il 20 luglio, sotto la pressione della sconfitta terrestre, la flotta comandata dall'ammiraglio Persano andò a cercare lo scontro nei pressi dell'isola di Lissa. Bisognava far presto perché la pace era imminente e una vittoria era indispensabile per presentarsi degnamente al tavolo dei negoziati. L'Italia naturalmente non fu in grado di continuare la guerra da sola: fu costretta a sgombrare il Trentino e dovette per giunta subire l'umiliazione di ricevere il Veneto non dalla vinta Austria, ma dalle mani di un commissario francese. Un prezzo pesante per liberare un altro pezzo di patria. Arrestate Garibaldi! La pace arriva il 30 ottobre ed i Carabinieri Reali impiantano rapidamente il loro servizio nelle province liberate del Veneto e del Mantovano. Già a metà luglio si era formato il nucleo di una legione provvisoria, ma in ottobre è possibile stabilire la sede del comando a Verona per il controllo dei nuovi territori. La forza assegnata è di 1.925 uomini e 48 ufficiali, suddivisi in 4 Divisioni, 10 compagnie e 21 tenenze. Ma nel paese reale continua a serpeggiare un clima di delusione e di riscossa che infonde vigore nuovo ai tentativi di liberare Roma con la forza. Nella primavera del 1867 Garibaldi aveva condotto una campagna elettorale basata sul tema di Roma capitale e aveva insistito su questo tema per tutta l'estate.
La casa che ospita Garibaldi viene circondata e Pizzuti, introdotto da un domestico, entra nella camera da letto: "Generale, debbo parteciparle l'ordine di accompagnarla altrove". L'illustre arrestato non oppone resistenza e viene trasferito senza incidenti nella cittadella di Alessandria, proseguendo poi per Caprera. Al largo dell'isoletta incrociano per buona misura alcune navi da guerra, ma il 20 ottobre Garibaldi le beffa attuando un'avventurosa evasione. I suoi volontari non sono stati ancora dispersi e lo aspettano al confine. La persistente ambiguità governativi sulla questione Romana viene così acuita da un effettivo vuoto di potere. Da Firenze Garibaldi riesce a calare velocemente verso sud, inseguito dai telegrammi del ministero degli Interni. Il 27 ottobre, ad ogni buon conto, il governo pubblica un documento di dissociazione del re e del governo stesso dall'impresa garibaldina, definita pericolosa e dannosa per la patria e per l'onore nazionale. A questo punto, ancora una volta, i carabinieri assumono lo sgradevole e pericoloso compito di arrestare Garibaldi e metterlo in condizione di non nuocere. Il giorno dopo Mentana, il comandante della legione carabinieri di Firenze, colonnello Roissard de Bellet, viene convocato dal generale Menabrea che, presenti tutti gli altri ministri, ordina l'arresto. DUE INTERMINABILI ORE. Il tenente
colonnello Deodato Camosso, comandante la divisione dei CC RR nella
capitale del regno, parte lo stesso giorno alle 13 con un treno speciale
insieme a 16 carabinieri e due compagnie di bersaglieri, una precauzione
tutt'altro che inopportuna. Gli viene consegnato un plico sigillato da
aprire a La Spezia con istruzioni sul futuro luogo di detenzione di
Garibaldi. Ventidue minuti dopo entra sbuffando nella stazione il treno di Garibaldi che non è solo: quattro vagoni sono zeppi di volontari che ricevono l'ordine di scendere. I volontari, comprensibilmente esasperati, si abbandonano a un coro di insulti, fischi e grida. Nel frattempo Camosso sale sul vagone del generale e lo invita a seguirlo. Garibaldi non è soltanto stupito per l'ordine, è infuriato, e gli fa calorosamente eco il deputato Francesco Crispi, che è sul treno con lui. Nonostante le vivaci proteste, Camosso prega l'eroe di indicargli le persone che possono seguirlo. Alla fine Garibaldi chiede di scendere dal treno per esigenze fisiologiche: ma poi dice al tenente colonnello: "Voi non mi riporterete su quel vagone se non a pezzi". "La scongiuro, signor generale, di ricordarsi che è sceso dal treno per mio consenso e che lei mi ha tacitamente fatto capire che poi sarebbe nuovamente a mia disposizione". La situazione non è per nulla tranquilla. Superati gli sbarramenti di bersaglieri e carabinieri non pochi volontari fanno cerchio nella sala d'aspetto intorno a Garibaldi che, stanchissimo, ha chiesto un brodino. Camosso glielo fa portare, ma poco dopo con la massima cortesia gli ricorda che deve seguirlo. "No, non vi seguirò, di qui non mi muovo se voi non mi porterete con la forza sul treno", si ostina Garibaldi. Camosso si rende conto che non può forzare la mano: prega il generale, scongiura Crispi, tutto pur di evitare il ricorso alla forza. Due buone ore trascorrono in questa incresciosa pantomima, e sono così lunghe che nel rapporto vengono involontariamente trasformate dal tenente colonnello in tre. Alla fine Camosso capisce che occorre dimostrarsi determinati: '”Lei, signor deputato Crispi, sa benissimo che abbiamo ordini di usare la massima cortesia, altro che scandalo governativo. Noi non vogliamo commettere una violenza, ma il generale ce lo impone e noi useremo la forza per compiere un dovere indeclinabile. Maresciallo Gilardoni prenda due uomini con sé e accompagni Garibaldi". "Signor Generale, in nome del Re mi segua". «No, mai». I due carabinieri lo afferrano e a questo punto Garibaldi non oppone più resistenza. Crispi ancora strepita:
"Signor colonnello, la informo che protestiamo vibratamente contro
questa violenza detestabile e che sporgeremo querela nei tribunali
contro i signori ministri e contro di lei". I volontari urlano come
ossessi, ma nessuno compie gesti avventati e vengono fatti sgombrare
dalle lucerne nere e dai piumetti verdi. Alle 8,20 del 5 novembre il gruppo giunge felicemente al Varignano. L'umore di Garibaldi è buono e rapporti cordiali si instaurano tra lui e gli ufficiali della scorta. Solo una persona che accompagnava Garibaldi, il suo genero signor Canzio, aveva posto qualche problema a La Spezia, ma era stato ridotto alla ragione con la minaccia di allontanarlo dal generale. Ma per Camosso le fatiche non sono terminate: deve condurre faticosi negoziati con Garibaldi ed il suo seguito per convincerlo a lasciare per almeno quattro mesi l'Italia, in cambio della libertà. La risposta è negativa. Con il passare dei giorni il governo è sempre più imbarazzato sotto il tiro incrociato di parlamento, stampa e opinione pubblica. Il governo viene persino accusato di far peggiorare la salute del generale per costringerlo a una decisione contro la sua volontà. Camosso però convince il generale a chiedere di sua spontanea volontà una visita da parte di medici di sua fiducia. E’ un'idea brillante che consente al governo di accettare la raccomandazione dei medici di trasferire il prigioniero a Caprera, salvando la faccia e l'ordine pubblico. Il tenente colonnello deve ancora usare molto tatto e diplomazia per convincere Garibaldi a promettere formalmente che non sarebbe evaso un'altra volta. Il 2 dicembre 1867 Camosso riceve questa lettera: "Il Ministro dell'Interno avendo informato il Consiglio dei ministri del modo lodevole con cui Ella aveva disimpegnato la difficile e delicata missione di condurre e custodire al Varignano il generale Garibaldi, mi rendo interprete dei miei colleghi coi porgere a V.S. i più sinceri complimenti per aver Ella saputo alla precisa osservanza della legge unire la fermezza coi riguardi dovuti alla personalità del Generale". E’ firmata dal Presidente del Consiglio, generale Menabrea. E’ l'ultima volta che i carabinieri ricevono l'incarico ingrato di arrestare il famoso eroe. Tre anni dopo Roma sarà capitale, mentre infuria ancora la lotta al brigantaggio. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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