![]() |
Carabinieri 3 |
![]() |
Cimenti, eroismi, ideali (1814 - 1914) |
Il processo Cuocolo
Da cinque giorni Viterbo ha le delizie di un grande dibattimento - il processo della camorra napoletana per l'assassinio dei coniugi Cuocolo. Un processone coi fiocchi quarantacinque imputati, due soli dei quali mancano all'appello nominale perché contumaci. Di questi due, uno è un giovine ladruncolo qualunque, l'altro è un pezzo grosso della camorra, Andrea Attanasio, detto 'ndriuccio e l'arsenale: riuscì a scappare, ed ora pare stia deliziando i compagni dell'onorata società nella lontana America del Sud. Tutti gli altri sono uccelli di gabbia, comprese due donne e un prete, il famoso don Ciro Vitozzi. Il delitto avvenne quattro anni addietro; l'istruttoria di questo colossale processo si svolse per tali vicende, attraverso tali complicazioni ed intrighi creati dalla Camorra stessa, che c'è da meravigliassi, non che il pubblico dibattimento abbia tardato quattro anni dal delitto, ma che, finalmente, ne sia venuta l'ora. Segnamo la data del suo inizio - 10 marzo - e stiamo a vedere quanto durerà. Ci sono voluti treni speciali per trasportare gli accusati da Napoli a Viterbo. Altri treni speciali hanno dovuto trasportare i testimoni a difesa e a carico a centinaia. Viterbo sembra diventata una città di soggiorno balneare o climatico.
Tutta una popolazione nuova e varia si è sovrapposta all'abituale, amabile e tranquilla: fotografi, reporters, corrispondenti, resocontisti, galoppini; avvocati, procuratori, scrivani; amici, parenti, conoscenti e cointeressati, per un verso o per l'altro, nelle sorti degl'imputati e di tutta la formidabile compagnia camorristica; rinforzo di carabinieri e di truppe; impianto straordinario di telegrafo e di telefono. Un particolare curioso: il giorno di apertura del dibattimento non era più possibile in Viterbo trovare un calamaio da comperare; tutti erano stati assorbiti dalla grafomania imminente dei reporters e resocontisti. Si avvicinano al centinaio, e il presidente non ha fatto preparare il posto nell'aula che per trenta. Vi è poi il terrore dei giurati viterbesi: alcuni cittadini sono partiti insalutati per ignoti lidi; altri si sono dati che occorra per fare un viaggio intorno al mondo!... Una malati; altri hanno ricorso ad espedienti ingegnosissimi per cosa inverosimile, - possibile io credo, solo in Italia!... non essere compresi nel giuri, che alla terza udienza non era Viterbo può dire di avere anch'essa nel 1911 una bella attratti ancora formato! si prevede che il processo, se non accadranno rinvii, durerà cinque mesi!... Maggior tempo di quello che occorra per fare un viaggio intorno al mondo!…Una cosa inverosimile, - possibile io credo, solo in Italia!… Viterbo può dire di avere anch'essa nel 1911 una bella attrattiva!!.. (Da "L'Illustrazione Italiana" del 19 marzo 1911) |
I personaggi della Camorra
Veramente, chiamarlo «processo della Camorra» o della «mala vita» è azzardoso e si corre il rischio di una smentita in coro da tutti i quarantadue imputati che stanno davanti ai giurati di Viterbo. Quando il presidente delle
Assise chiese a Giuseppe Salvi (Peppino o' curto) se era
stato veramente egli ad uccidere la Maria Cutinelli, moglie di Cuocolo,
Peppino rispose: Con questo alibi don Peppino
spera di salvarsi dall'accusa di assassinio: si accusa, è vero di
furto: ma meglio ladro, pensa egli, che assassino!... - Abbatemaggio vi accusa!
gl'imputati rispondono, a solo, od in coro: Tutti poi sono eccellenti
oratori, hanno le frasi sonore, sanno tentare la commozione degli
affetti. Antonio Cerrato chiamato all'interrogatorio, ed invitato per ciò
ad uscire dal gabbione, risponde con orgoglio: Hanno poi anche un vivo orgoglio
personale. Sortini, che è il parrucchiere della compagnia, si sente
chiamare - Barbiere - dal presidente, ed interrompe con prontezza: Il presidente gli obbietta: Una parlantina velocissima ha
l'Anna Siniscalchi, imputata fra l'altro, di subordinazione di testi:
essa si lamenta del come furono fatti i verbali dei suoi interrogatori
davanti al giudice istruttore; e il presidente, fra l'ilarità della
sala, la rimbecca: - «Se parlaste col giudice come avete parlato
oggi, non ci sarebbe mancato altro che raccogliere tutto!...» - Mi dispiace che si debba
parlare male del mio paese perché sono napoletano e mi duole assai che
altrove se ne possa parlar male. E’ vero però assai che a Napoli i
pregiudicati sono molto immaginosi.... In fatto, Luigi Arena ha
ragione, Gennaro Abbatemaggio, il camorrista pentito, fattosi
accusatore in questa causa intricatissima, lo crede capace dì ben
altro. Ecco, testuale, la definizione data da Abbatemaggio: Abbatemaggio fu lungamente loro socio, e di tutti tre, come ricettatore, compartecipe negli utili, Giovanni Rapi o' professore, maestro eletto, pei suoi meriti, fra 400 concorrenti al diploma, e lodato - dice lui - da tutti i suoi direttori didattici. La figura del professore è delle più curiose. Ha viaggiato all'estero, ha giocato dappertutto: ritornato a Napoli fondò il Circolo del Mezzogiorno. Lo frequentavano, a sentir lui, principi, marchesi, tutti «alto locati». Fu al famoso banchetto di Mimì a'mare, e vi andò pubblicamente, non essendovi nessun male sotto, salendo in carrozza nel centro della città, dove è conosciuto come il sette di denari. Che in conseguenza di quel
banchetto non fu ammazzato nessuno lo ha proclamato alto e forte anche Erricone,
Enrico Alfano, esclamando: E don Ciro Vitozzi è anch'egli persuaso dell'innocenza propria e di quella degli altri. Anch'egli è stato accusato da Abbatemaggio. Ma che importa?... «Io spero - grida don Ciro, in un impeto di carità cristiana - che l'anima benedetta di suo padre lo spingerà a dire la verità, e io allora lo abbraccerò, come, del resto, lo abbraccio anche ora. E poi, costui è napoletano, e porta il nome benedetto di San Gennaro e deve finire per dire la verità... e se non la dicesse, allora lo maledirò fino alla settima generazione in nome della Santissima Trinità!...». Don Vitozzi ha anche
dello spirito. Il presidente gli chiede conto di una signora che gli
scriveva molto liberamente e gli prestava largamente danari. (Da "L'Illustrazione Italiana" del 16 aprile 1911) |
I carabinieri finti camorristi
Di questo duplice assassinio si è parlato senza posa in tutto questo periodo di attive e febbrili ricerche ed oggi, in seguito agli arresti effettuati dai carabinieri, fra cui quello di Enrico Alfano, detto l'Erricone, si è potuto finalmente ricostruire interamente come questa terribile vendetta dell' «Onorata Società» si svolse. Questo duplice assassinio commesso il 6 giugno del 1906, in circostanze misteriose, che avevano tutti i caratteri della vendetta della malavita, era rimasto impunito per otto mesi, e la gente che la questura aveva incolpata era stata riconosciuta innocente dall'autorità giudiziaria, e quindi scarcerata. Tra i prosciolti, per insufficienza di indizi, erano Enrico Alfano, capo della «Onorata società», detto Erricone; il prof. Rapi, un avventuriero, cognito nei bassi fondi di Napoli, di Montecarlo e altrove, e qualche satellite minore, presunto componente la segreta ma implacabile corporazione dei camorristi. L'opinione pubblica, dopo la scarcerazione di costoro, rimase turbatissima.
La cosa parve così grave, che il potere centrale, sollecitato dalla magistratura locale, mandò ispezioni speciali alla questura di Napoli. Intanto i reali carabinieri di Napoli, per opera specialmente di un intelligentissimo e audacissimo maresciallo, il Capezzuto, iniziava indagini per proprio conto e, attraverso una serie infinita di vicende, che farebbero fortuna in un romanzo fantastico di Conan - Doyle, il Capezzuto riusciva ad impadronirsi della verità e degli autori del misterioso delitto. Naturalmente occorsero molto tempo, molta segretezza, e più tardi l'opera di molti carabinieri. Costoro, fingendosi allievi della mala vita, riuscirono a penetrare nelle adunanze più segrete dei malviventi, si prestarono a furti, a borseggi, a «dichiaramenti» ed appostamenti, per modo che taluni di essi si accattivarono la fiducia financo dei più sospettosi tra i capi dell'associazione delittuosa; anzi, uno di questi carabinieri tenne a cresima perfino il figlio di un furfante matricolato. E la conseguenza di tutto ciò fu l'arresto di una ventina di camorristi e di qualche femmina perduta, fra i quali il vicepresidente della camorra, tal Gennaro De Marinis, detto il mandriere, perché in gioventù egli conduceva mandrie di buoi all'ammazzatoio. Il mandriere fu certo il principale accusatore di Gennaro Cuocolo, in un terribile alto tribunale, riunitosi, ai primi di giugno dell'anno ultimo, in una catapecchia di Capodichino. Il mandriere accusò Cuocolo di tradimento consumato nel modo seguente: i Cuocolo, oltre ad essere basisti, cioè gente che, per aver rapporti con l'agiata borghesia ed aspetto signorile, frequentava molte case ben provviste, e poteva dare ai ladri le basí di un pingue furto, erano anche ricettatori della refurtiva. Ora nella spartizione del bottino, essi volevano la parte del leone e pretendevano di acquistare per poco denaro la parte altrui. Costoro finirono per ribellarsi, e da ciò dissidi frequenti tra i compagni di avventure e il giudizio pronunziato contro i Cuocolo, giudizio di morte violenta. Dell'esecuzione della sentenza furono incaricati, sotto la sorveglianza del mandriere, quattro affiliati, due in Napoli, due in Torre del Greco, dove Gennaro Cuocolo venica attratto in quei giorni, col pretesto che doveva iniziare gli studi per un grosso furto a una famiglia danarosa d'industriali. Cosicché, mentre il marito veniva accoppato a Torre del Greco, la moglie veniva visitata da due figuri di sua conoscenza nella casa in Napoli, in via Nardones, e spenta prima che potesse mandare un grido. Dopo di che. tutto quanto vi era di prezioso in casa fu asportato. Mentre a Torre del Greco avveniva il delitto contro il Cuocolo, gli ex-suoi compagni attendevano l'esito dell'«affare» nella vicina osteria di «Mimì a Mare». I commensali erano al colmo dell'allegria, quando si presentò un compagno a dire che I'«affare era fatto». Allora tutti si Squagliarono, e il delitto penetrò nell'ombra dalla quale ora i carabinieri l'hanno tratto. (Da "La Tribuna Illustrata" del 14 luglio 1907) |
Il merito del capitano Fabbroni
Non par vero che, dopo tanti mesi di udienze, sia si ravvivato l'interessamento del pubblico per il processo della Camorra, il processo dei banchettanti di Mimmì a' mare uccisori dei coniugi Cuocolo - eppure è così. Il merito è del capitano dei carabinieri Fabbroni che - in mezzo ad un gran quadro di decadenza morale, di corruttele allegre e truci, di complicità politiche e mondane, - si è fatto avanti, figura di primo piano ed ha affrontato con mirabile coraggio, non solo l'abbietta bassa camorra sfruttatrice, rappresentanza degli attuali accusati, ma tutte le alte complicità e solidarietà che essa ha nelle varie sfere sociali ed ufficiali fin quel formicolante mondo napoletano la cui psicologia non sarà mai abbastanza argomento di indagini e di studio. Dal giorno dell'apertura dei dibattimenti ad oggi è stato un incessante succedersi di bizzarri quadri cinematografici, a tutta vergogna, diciamolo pure, della nostra dignità di nazione civile. Accusati, sui quali il delitto e il crimine hanno già impresso il loro marchio indelebile; lenoni, ladri, barattieri, sanguinarii si sono visti prorompere dai loro scanni nelle più atroci offese, contro chi ha osato smascherarli, coprendolo di vituperose ed oscene invettive, senza che uno scatto imperioso del sostenitore dell'accusa, o del rigido tutelatore della polizia delle udienze, abbia avuto la forza di porre un argine a tale pomposa gazzarra, usando i mezzi che la legge loro accorda. Avvocati, che non hanno sdegnato di accomunare la loro voce al coro d'imprecazioni dei loro clienti, cercando, con tutti i mezzi, non di far luce, perché questo sacro dovere sarebbe stato insindacabile; ma di svisare il resultato dei confronti, aggredendo, e minacciando l'accusatore; di modificare le deposizioni dei testimoni, di denigrare con insinuazioni e larvate accuse, i pochi coraggiosi venuti all'udienza a confermare quanto in istruttoria avevano detto e ciò senza che una voce autorevole si sia alzata ad impedire, non la libertà della parola, ma la licenza della toga. La Camorra, non bisogna illudersi, non è tutta davanti ai giurati di Viterbo, e non sarà finita nemmeno il giorno in cui tutti i processati per l'affare Cuocolo fossero condannati magari alla galera perpetua. La Camorra vive e vivrà; e Napoli ha ed avrà ancora per secoli i suoi interni luridi, pittoreschi rifugi, e durerà, purtroppo, chi sa fino a quando il fascino di quella sensibilità ed intellettualità popolare che, nell'ambiente atavicamente guasto, butta nelle gabbie delle corti d'assise dei tipi bizzarri dotati di tante qualità per emergere sulle . scene del teatro e, perché no, su quelle della politica, che è anch'essa un teatro!.... (Da "L'Illustrazione Italiana" del 23 luglio 1911) |
Nel primo centenario dei Reali Carabinieri
Compiono domani, 13 luglio, i cento anni dalla istituzione del popolarissimo «benemerito» corpo dei Reali Carabinieri, che ha per sua missione principale e suprema la vigilanza perché siano mantenuti e rispettati l'ordine e la legge, limiti inevitabili di ogni libertà. Se in realtà è molto affievolito nelle coscienze il rispetto per quel carabiniere morale che si chiama da secoli e secoli Iddio, è tanto più vero che occorre ogni giorno viemeglio la presenza di quell'altro Domeneddio di carne ed ossa che si chiama il «carabiniere». Essi sono stati istituiti per «invigilare alla pubblica sicurezza, assicurare nello Stato e in campo presso le Regie Armate la conservazione dell'ordine e l'assicurazione delle Leggi. Una vigilanza attiva non interrotta e repressiva - dice l'antico regolamento - costituisce l'essenza del servizio» di questo corpo speciale. Primissimo comandante dei Carabinieri Reali fu il barone e conte Giorgio Andrea Des Geneys di Matties e Pinasca, gran personaggio nel Regno Sardo; comandante per terra e per mare; ministro di Stato (morto poi nel 1832 di 81 anni). Però il suo comando sui Carabinieri Reali fu più nominale che effettivo, e durò pochissimo. Il 18 agosto 1814 assumeva il comando del nuovo corpo il colonnello Luigi Ignazio Provana conte di Bussolino (proveniente dalla brigata Aosta); poi fu tutta una sequela di comandanti supremi i cui nomi figurano bellamente nella storia dell'esercito sardo e nelle pagine gloriose del Risorgimento Italiano. Per chi si diletti di queste ricerche, vi è già da venti anni, un numero speciale, dedicato da Quinto Cenni ai Carabinieri Reali, dove moltissime notizie storiche e biografiche sono raccolte. La vita veramente organica del Corpo cominciò con l'assunzione al ministero sardo di guerra e marina del generale conte Filippo Asinari Di San Marzano: egli ne portò la forza da 800 a 1200 uomini - 400 a piedi e 610 a cavallo, con cento ufficiali. Uno - da ricordarsi - dei veri plasmatori dello spirito d'arma, fu il luogotenente generale (già comandante la Divisione di Savoia) marchese Giovanni Battista d'Oncieu de la Batie, il quale provvide con grande abilità al rinvigorimento della disciplina, necessaria in un corpo i cui militi erano principalmente destinati ad operare isolatamente. Il generale D'Oncieu va considerato come l'inventore di quel sistema, diremo così, «grafologico» che dà la più singolare delle impronte ai servizi dei reali Carabinieri. Infatti, il perfetto carabiniere è uomo che scrive, che sa scrivere, che deve sempre e ad ogni costo scrivere. A qualunque fatto il carabiniere si trovi presente, egli, appena rientrato in caserma, deve raccogliere le proprie idee e scrivere: il semplice milite scrive all'appuntato, l'appuntato al vice-brigadiere, il vice-brigadiere al brigadiere, questi al maresciallo, il maresciallo al luogotenente, il luogotenente al tenente, il tenente al capitano, il capitano al maggiore, il maggiore al colonnello, il colonnello (che comanda la legione) al generale comandante supremo del corpo; ma il primo assoluto, indeclinabile compito è scrivere. Tutta questa grafomania regolamentare trae le sue origini dalla,, Circolare Periodica » - la prima che se ne conosce, manoscritta, porta la data del 27 maggio 1818 - ideata e messa in pratica dallo stesso generale D'Oncieu, ed avente lo scopo, non solo di far conoscere al corpo gli avvenimenti rimarchevoli in esso avvenuti, ma «eziando di servire di stimolo ed esempio ai bassi ufficiali e Carabinieri Reali onde evitarsi le punizioni, alle quali non sfuggono mai coloro che se ne rendono meritevoli». La circolare era mensile, e conteneva la particolareggiata narrazione dei fatti notevoli compiuti da individui appartenenti al corpo. Frazionati, fino dalla loro origine, in piccole località, quali potevano essere, cento anni sono, i Capi-luogo di provincia (ora capi-luogo di circondario); suddivisi in divisioni, compagnie, luogotenenze, stazioni, era ben naturale che un legame periodico fra loro venisse stabilito, a formare quell'uniformità di sentimento, quell'unità morale che è il fondamento essenziale di questo corpo. A ciò valse la « circolare periodica » del generale D'Oncieu, la vera progenitrice di tutto quell'inconcepibile e curiosissimo epistolario, che costa ai carabinieri tanto inchiostro e tanta carta, che (sia detto fra parentesi, ed è la verità) pagano del loro. Scrivere, informare, fare il rapporto è talmente per essi una necessità naturale, irresistibile, che ufficiali mutati di sede, continuano a ricevere dalle luogotenenze dove precedentemente comandarono, lunghi rapporti dei già loro subordinati. Quei bravi ragazzi mandano, questo s'intende, i loro rapporti ai loro superiori immediati e diretti, poi pare loro di non potere fare a meno di tenere informati, in altre località, ufficiali che si sono cattivata la loro fiducia ma dai quali più non dipendono!... Chi vada cercando - come ho fatto io - nelle vecchie annate dell'allora ufficiale Gazzetta Piemontese di Torino, trova frequentemente nelle ingiallite pagine - di tempi nei quali i giornali non solo non avevano, ma evitavano tutte le sproloquianti gonfiature di cui oggi sono ingombri - frequenti notizie curiose sui Carabinieri Reali (di settanta, ottanta, anni fa) tolte, senza dubbio, dalla famosa «circolare periodica». In perlustrazione sull'alta montagna sono arrivati in tempo a salvare dall'incendio un cascinale. Nell'imperversare di un nubifragio violento, hanno salvato da annegamento una contadinella con due mucche. Accorsi dove una valanga ha sepolti dei casolari, hanno sottratto a morte certa un'intera famiglia. Accorrendo a grida giunte loro da lontano nella notte, riescono a salvare un sacerdote precipitato in un burrone col chierico, diretti a portare il viatico ad un infermo, e trattili di là li accompagnano alla casupola del moribondo. Avvisati in tempo stanno tutta una notte in agguato, e sorprendono tre malfattori che, nascosti in un fienile, accingevansi a scassinare una porta ed invadere una casa momentaneamente deserta. Interminabile, e, fors'anche
monotona, la sequela dei fatti compiuti da questi bravi soldati,
diventati oramai gli amici, i custodi desiderati delle popolazioni.
Attraverso quasi sette lustri di assidue, pazienti , diuturne fatiche, i
Carabinieri passano dalle caratteristiche manifestazioni del servizio
quotidiano, alle vicende storiche della guerra, mantenendo alto il
prestigio del Corpo anche sui campi della gloria militare in Lombardia. Per natura sua il Corpo dei Reali Carabinieri, conserva in guerra il servizio di polizia, di sorveglianza, di scorta per il Re. Non è corpo da mettere in linea; ma se occorre che si schieri, sa combattere. Sotto questo aspetto i Carabinieri hanno nella storia militare italiana una pagina, che ogni altro corpo può ben loro invidiare - la carica di Pastrengo. Nel pomeriggio memorabile dei 30 aprile 1848 la resistenza audace della sinistra degli austriaci fu lì lì per far cadere in una imboscata Carlo Alberto stesso avanzatosi in esplorazione, se i tre squadroni di Carabinieri, che precedevanlo e scortavanlo, al comando del maggiore conte Alessandro Negri di San-Front (260 cavalieri) non avessero compiuta l'impetuosa, magnifica carica, che fece ripiegare le preponderanti forze austriache, sotto gli occhi del Re stesso, dando la forza irresistibile dell'esempio al centro e alla destra delle altre truppe combattenti e decidendo, con la brigata Piemonte, della vittoria della giornata. Parlano di questa carica decisiva i rapporti degli altri varii corpi che combatterono il 30 aprile 1848. E' curioso, viceversa, leggere le brevi parole che ad essa dedica, nel suo rapporto (9 sett. '48) il comandante superiore dei Reali Carabinieri, colonnello conte Paolo Avogardo di Vigliana: «Li carabinieri che parteciparono della campagna, non ebbero occasione di distinguersi; li tre mentovati squadroni però assistettero, in scorta del Sovrano, a molte fazioni campali, ed in quella ultima sostennero con gloria ed intrepidezza la ritirata tra Valeggio e Villafranca». La carica di Pastrengo è
passata sotto silenzio!... Non erano tempi in cui i generali,
colonnelli, ufficiali in genere ricorressero alle gonfiature, ai
soffietti dei corrispondenti di guerra, o degli storici improvvisati.
Venne però la critica storica ponderata e documentata a mettere in luce
la splendida azione, che, trenta anni dopo, Sebastiano de Albertis,
visitati i luoghi col poi generale Morelli di Popolo, riassunse, con
lievi errori nei particolari, ma con grande espressione di verità e
patriottico fervore artistico, nel gran quadro, che orna uno dei grandi
saloni nel palazzo del Quirinale. Data dal 1860 e durò per tre o quattro anni quella terribile campagna contro il brigantaggio nelle provincie meridionali, nella quale i carabinieri tenacemente lottarono, con grandi sagrifici, per l'unità morale della patria. Susseguirono, nel settembre del 1866, le crudeli giornate di Palermo - mentre nella guerra di quell'anno, riepilogatasi a Custoza, i Carabinieri eransi distinti brillantemente a Monzambano, a Monte Croce, a Custoza, a Villafranca, a Condino, a Primolano, a Borgo Levico. E chi saprà dare la narrazione dei fatti particolari e delle singole gesta nelle quali, in cento anni, i Carabinieri Reali si sono segnalati - in occasione di inondazioni (come nel Veneto nel 1882), di terremoti (come a Casamicciola, a Reggio, a Messina), di eruzioni vulcaniche, di epidemie coleriche (a Napoli, a Busca, a Palermo), in lotte ostinate contro il malandrinaggio, nei tempi andati in Piemonte; poi in Sicilia, in Sardegna sempre (anche due settimane addietro)? E chi saprà dare l'elenco dei cento e cento caduti per il dovere, quasi oscuramente, senza le illusioni della gloria? I tempi nuovi hanno portato ai Carabinieri, non miglioramenti adeguati, né di rimunerazione, né di carriera, ma più duri compiti, maggiori responsabilità, minori soddisfazioni. Di qui le maggiori difficoltà per un corpo come quello dei Carabinieri, pagati quanto o poco più di uno qualsiasi degl'illustri scopatori di strada, evoluti, organizzati e sindacalizzati.... che lasciano sporche le vie della città. Scarsi di numero. in ragione delle crescenti masse alle quali solamente con l'imponenza del numero si può incutere rispetto, per la libertà di tutti gli altri cittadini spesso trovansi ridotti a tali strette, che l'alternativa è una sola, o lasciarsi sopraffare, o reagire. L'elevato concetto di amore militare e di nobile orgoglio i carabinieri italiani lo hanno riaffermato in questo ultimo trentennio anche in Africa, nella colonia Eritrea, poi in Libia, in Cina, a Creta, in Macedonia, presi dovunque a modello; lo riaffermano ogni giorno in patria, dove mostrano di quali meravigliose qualità è suscettibile il popolo italiano, quando sia educato ad una seria scuola di disciplina, di abnegazione, di dovere. Malgrado gli eccitamenti pervertitori di ogni giorno, il popolo italiano serba sinceramente rispetto a gratitudine per questi caratteristici soldati, che nei piccoli paesucoli lontani sono gli unici rappresentanti dell'ordine, della legge, gli unici garanti della libertà e del diritto, i soli argini al prorompere dei malanni ed ai tentativi colposi. Celebriamo dunque il centenario dei Carabinieri Reali, le cui benemerenze superano, oggimai, il secolo. Essi vanno celebrati, giustamente, dalla storia, dalla poesia, all'arte: sono uno dei profili, quanto mai caratteristico, della fisionomia militare e politica italiana; sono la macchia inevitabile dei quadri popolari, festosi e tristi, idillici e drammatici, della nostra vita quotidiana. Girano, a due a due, serii, calmi, cadenzati. Perché a due a due sempre?... Il regolamento vuole così: l'uno controlla l'altro: l'uno sorregge l'altro. Il carabiniere per andarsene solo, deve sempre avere in tasca un ordine speciale. Carabiniere solo - dicono le ragazze del popolo novità!... Due: fortuna, marito. E quando i due buoni neri ragazzi si avanzano sul peso dei loro passi misurati un poco dondolanti e qualche fanciulla del popolo cammina loro incontro, essi, quasi inconsciamente, le aprono il passo, e la fanciulla, le fanciulle passano in mezzo, sorridenti e contente, a questo augurio di fortuna!... Vi è in questo simpatico pregiudizio come la sintesi psicologica della simpatia, che accompagna da cento anni i Reali Carabinieri, in mezzo ai quali, passano ogni giorno, fidenti, le simboliche figure dell'ordine, della legge, della libertà - figure sopravviventi in ogni luogo, per variare di tempi e di politiche forme. ALFREDO COMANDINI
(Da "L'Illustrazione
Italiana" del 12 luglio 1914)
|
|
vicebrigadiere Salvo D'Acquisto Settembre 1943 Siamo vivi perchè lui volle morire per noi
Il solco della fossa comune non si riconosce più. Il tempo l'ha cancellato. Il grano, ora verdissimo, lo ricopre e arriva sino ai piedi della torre di Palidoro, quadrata e massiccia. Il mare è a un centinaio di metri. Una piccola stele ricorda quello che qui accadde vent'anni fa. E' qui che il vicebrigadiere dei carabinieri Salvo D'Acquisto si offrì per salvare la vita di ventidue ostaggi presi dai tedeschi nella zona affidata alla sua giurisdizione territoriale, Torre in Pietra. E qui fu fucilato. Era il settembre del
1943. Poi ventidue furono lasciati liberi: rimase il vicebrigadiere Salvo D'Acquisto, e pagò per tutti. Per salvare loro si era accusato di un attentato che non aveva commesso. Vent'anni sono passati: dove sono i ventidue uomini che il vicebrigadiere - medaglia d'oro - salvò? Vent'anni sono lunghi: alcuni di loro sono morti, altri hanno lasciato la zona, ma molti sono ancora lì. Siamo andati a ricercare uno ad
uno quei " ventidue ", quelli che ancora possono raccontare.
Quella mattina, la mattina del 23 settembre 1943, erano intenti a
lavori diversi. Il più vecchio aveva 52 anni, il più giovane 18 anni.
Ventidue gli ostaggi; più lui, Salvo D'acquisto, il vicebrigadiere dei carabinieri. Lui Salvo D'Acquisto, l'avevano mandato lì perché si riposasse e si riprendesse dopo una brutta avventura. Tornava dall'Africa ed era uno degli scampati all'affondamento del " Conte Rosso ". Aveva 24 anni, era napoletano, aveva una sola uniforme, quella color caki, coloniale, la stessa appunto che aveva portato in Africa. Ma il servizio era il suo universo. Era il solo carabiniere della zona. Poi c'erano gli altri. Il cameriere del conte Carandini, Enrico Brioschi, 36 anni, piemontese, era rimasto a custodia del castello di Torre in Pietra e stava conversando con il capomastro Michele Vuerich, detto mastro Michele, di 39 anni. Videro due tedeschi spingere a pugni e calci il vicebrigadiere D'Acquisto. Un attimo dopo anche loro furono presi. Il fornaio Ernesto Zuccon aveva il pane in forno. Fu portato via con il camiciotto bianco infarinato. Il vecchio spazzino Giovanni Carinci tentò di fuggire e fu inchiodato lì da una raffica di mitra. Due venditori ambulanti di frutta dovettero unirsi al gruppo degli ostaggi sul camion. Altri tedeschi portarono i diciotto muratori di mastro Michele che avevano sorpreso su un tetto che erano intenti a riparare. C'era Vincenzo Meta, 27 anni, padre di due bambini, già sfuggito ai tedeschi a Bologna pochi giorni prima e arrivato a Torre in Pietra da poche ore. Lavorava con la divisa da soldato perché non aveva altro. Armando e Attilio Attili, padre e figlio, erano tornati a lavorare insieme come prima della guerra, Umberto Trevisiol, magro, trentacinquenne, capelli già bianchi, due figli; i fratelli Gedeone e Fortunato Rossin, uno scapolo, l'altro padre di due bambini. C'era Attilio Pitton, padre di un ragazzo; c'era Angelo Amadio, diciottenne; c'era Rinaldo De Marchi, 30 anni; c'erano Vittorio Bernardi soprannominato " Carnera, Giuseppe Feltre, Antonio Gianacco e il più vecchio di tutti Benvenuto Gaiatto, friulano, cinquantaduenne, padre di quattro figli. Furono portati via mentre le donne piangevano. Qualcuno, urlando, inseguì il camion oltre la curva, ma non riuscì ad andare più avanti. Il camion scese verso l'Aurelia, l'attraversò, raggiunse la Torre di Palidoro. Qui gli ostaggi furono fatti scendere. " Guardate qui cosa avete fatto! " gridò loro un ufficiale indicando la Torre. Non si vedeva nulla. La Torre era intatta. Fu lo stesso tedesco a dir loro che quella notte una bomba esplosa nell'interno del rudere nella casermetta della finanza, che i tedeschi avevano occupato, aveva ferito due militari. Da qui la rappresaglia. Nessuno degli ostaggi sapeva nulla di quell'attentato. E nemmeno Salvo D'Acquisto ne sapeva nulla. Un altro tedesco con un ramo fece un segno per terra, una lunga striscia di un dodici metri circa: " Scavate qui, sarà la vostra fossa ". Cominciarono a lavorare come automi. A cento metri c'era il mare, dinanzi a loro i tedeschi del plotone d'esecuzione, pronti. Fu allora che Salvo D'Acquisto alzò un braccio, chiese di parlare con l'ufficiale che comandava. Si allontanò dai compagni, parlottò per pochi attimi, tornò a lavorare al loro fianco. Nessuno udì quello che disse all'ufficiale. Riprese a scavare: " Niente da temere per voi " disse a chi gli stava al fianco. Un altro ricorda di averlo sentito mormorare fra sé: " Una volta si nasce e una si muore ". In quel momento il patto era già concluso. " lo solo sono colpevole " aveva detto ai tedeschi" salvate le loro vite, prendete in cambio la mia ". Continuarono a scavare, poi improvvisamente un tedesco si avvicinò alla fossa. "Dice il signor maggiore che oggi non è nervoso, siete liberi. Ora farà l'appello". Chiamati uno ad uno uscirono dalla fossa che avevano scavato scrollandosi di dosso il terriccio, aiutandosi, il penultimo fu Ernesto Zuccon, il fornaio. Si voltò a tendere la mano al vicebrigadiere. Ma nessuno chiamò Salvo D'Acquisto, che rimase lì. Gli altri furono mandati via. Erano a cento metri quando udirono la raffica. Per sei ore Salvo D'Acquisto aveva lavorato con loro, al loro fianco. Aveva taciuto per sei ore, ben sapendo di essere il solo a morire. Guardiamoli oggi quei ventidue. Il ricordo di Salvo D'Acquisto li accomuna. In ogni famiglia c'è la sua foto. Quella che pubblichiamo è tratta dall'album del più vecchio dei gruppo, Benvenuto Gaiatto. Si sentono dei "sopravvissuti". L'altra foto li mostra tutti insieme ed è di qualche anno fa: c'è ancora Ernesto Zuccon, il fornaio che aprì un bar al "Centro Aurelia" e oggi è morto. Manca Enrico Brioschi, il cameriere di casa Carandini che andò in Piemonte e dopo la sua "resurrezione" ha avuto due gemelli; mancano i due venditori ambulanti di frutta che chissà dove sono finiti. Manca Attilio Pitton, morto anche lui. Ogni tanto si riuniscono, i "sopravvissuti", e vanno tutti insieme a deporre un fiore ai piedi della Torre, lì dove mori il "povero carabiniere". Ci sono i figli con loro. Quelli che in paese chiamano "i figli di Salvo D'Acquisto", quelli che non sarebbero nati se lui non fosse morto. Sono tutti figli della sua eroica bugia. Chiedono, vogliono sapere. "Che disse prima di morire?". " Nulla " rispondono i padri. " Nulla; solo... una volta si nasce e una si muore" ". Mastro Michele fa ancora il capomastro; Umberto Trevisiol, capelli ora tutti bianchi, fa il muratore come allora. Gedeone Rossin ha un'officina da meccanico al ventiduesimo chilometro dell'Aurelia, al bivio per Fregene, Rinaldo De Marchi fa il trattorista al Casale Bruciato, al trentacinquesimo chilometro, Angelo Amadio è elettricista a Santa Severa, Benvenuto Gaiatto è vecchio e passa le sue giornate nel giardinetto dinanzi alla sua casa a giocare con i nipotini. Vincenzo Meta è guardiacaccia a Maccarese, Vittorio Bernardi lavora da fabbro in una vaccheria della bonifica, e lo chiamano sempre " Carnera ". Gente comune " prima ", gente comune adesso, vent'anni dopo. Ed erano solo uomini che chiedevano di continuare a vivere. Anche Salvo D'Acquisto aveva dei sogni. Ora è sepolto a Napoli, dai suoi. Sul suo monumento a Palidoro sovente viene a deporre un fiore una donna, Wanda Bonfigli, oggi impiegata al ministero della Difesa. E' la donna che diciannove giorni dopo la fucilazione ebbe il coraggio di avvicinarsi a quella fossa e recuperare il corpo del vicebrigadiere crivellato di colpi. "L'avevo conosciuto, ci parlavamo" dice; come se questo spiegasse tutto. Qui, a Palidoro, a Maccarese, a Torre in Pietra è come se la stazione dei carabinieri fosse ancora affidata a Salvo D'Acquisto. Il ricordo affratella i "sopravvissuti". Solo il tempo e il vento del mare hanno cancellato la lunga fossa comune che sino all'anno scorso si riconosceva ancora. V.L. |
|
Salvo
D'Acquisto, Eroe e Martire Cristiano
Eppure in quello strano periodo, nel quale tutta la macchina bellica italiana si sfasciò, prima ancora che il paese potesse riprendersi dal collasso, in assenza di ordini e di capi, i carabinieri seppero trovare nelle loro qualità di fondo le forze che permisero a un giovane vicebrigadiere come Salvo D'Acquisto di assumere il ruolo gigantesco e pur umile di un martire cristiano. Per capire meglio la vicenda di quel ragazzo bisogna ricostruire l'episodio accaduto il 23 settembre a Palidoro, una località sulla costa tirrenica a pochi chilometri da Roma. I tedeschi avevano occupato la zona e un loro reparto, verso sera, dopo una gran cena e molte bottiglie di vino, sfondò la porta della casermetta deserta della guardia di finanza, che era in un'antica torre saracena sulla riva dei mare. Quel che accadde non si sa bene: ma pare che i tedeschi, nel rovistare dentro una cassa piena di stracci, di vecchie divise e di coperte da casermaggio, avessero fatto esplodere una bomba a mano: un morto e due feriti gravi. Nella zona nemmeno un partigiano ma soltanto pochissima gente preoccupata, che viveva tra un bombardamento e l'altro. Ogni tentativo di spiegazione fu impossibile: la compagnia che presidiava la zona era delle SS, e questo spiega molte cose. I nazisti prelevarono 22 ostaggi tra la popolazione della borgata, assolutamente presi a caso: capitarono nella retata perfino un venditore ambulante e un commerciante di Santa Marinella che passavano in quel momento sull'Aurelia. Poi - e qui il ragionamento si fa ancora più tortuoso - andarono in cerca del «carabiniere più elevato in grado». A Palidoro non c'era stazione, il comando più vicino era a Torre in Pietra. Partì una camionetta e ritornò con Salvo D'Acquisto, vicebrigadiere in sottordine, appunto il più elevato in grado perché il maresciallo era assente. Al sottufficiale venne detto di
individuare tra i prigionieri l'autore dell'attentato nella torre. D'Acquisto
dimostrò che nessuno poteva essere responsabile dell'accaduto. Lo
presero a pugni e a calci: non servì a niente. D'Acquisto aveva
soltanto 23 anni, ma già una personalità decisa, anche se «prima»
appariva perfino timido e incolore. Il senso tragico della crudeltà tedesca esigeva (almeno a pochissimi giorni di distanza dall'8 settembre) un alibi grottesco: l'ufficiale passò davanti agli ostaggi allineati e a ciascuno domandò se era l'autore dell'attentato. Ottenne evidentemente una serie di «no» terrorizzati. Dopo quest'ultima parodia di processo, il tenente nazista tracciò una lunga riga sulla sabbia col frustino e disse: «Va bene. Scavatevi la fossa». Il lavoro durò quel tanto da far maturare nella coscienza di Salvo D'Acquisto la sua decisione. Fece chiamare l'ufficiale e barattò la sua vita contro quella dei ventidue «borghesi» innocenti come lui: si proclamò autore dell'attentato e unico responsabile di tutto. Una lunga raffica di mitragliatore, un corpo che cade stroncato nella fossa già aperta, un maresciallo che si china e che spara ancora un colpo su quel viso giovane, tre soldati che spingono un po’ di sabbia sul cadavere. Questo è tutto. L'eroismo è già il superlativo dei coraggio: quindi è cosa assoluta nella quale non è possibile stabilire gerarchie e differenze. Semmai, in diversi episodi eroici, possiamo ricercare, se c'è, un «tema» centrale. Ecco perché accostiamo alla morte di D'Acquisto la fine gloriosa dei tre carabinieri di Fiesole: Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti. Essi erano iscritti al fronte clandestino di Firenze, ma ancora in servizio nella loro casermetta, di dove svolgevano un prezioso lavoro. I tedeschi li scoprirono e si disposero a catturarli. I tre militari in qualche modo lo vennero a sapere: sotterrarono le armi e si rifugiarono in certe grotte sulle colline. Questo accadde la sera dell'11 agosto del 1944. Il giorno dopo un ragazzo li raggiunse nel nascondiglio e raccontò come i tedeschi, esasperati per aver mancato l'obiettivo, avessero preso dieci ostaggi tra i «borghesi» e che li avrebbero fucilati al tramonto se i carabinieri non fossero stati ritrovati. Da quel momento, anzi dal momento in cui i carabinieri s'incamminarono verso Fiesole, tutti e tre in silenzio, tutti e tre senza esitazioni, essi entrarono nel ristretto numero degli uomini grandi. Potete immaginare quale tentazione di vivere quei giovani abbiano avuto a ognuno dei moltissimi passi che li conducevano verso il plotone d'esecuzione, e che tuttavia muovevano, uno dopo l'altro. Arrivarono in tempo alla loro caserma e non dovettero attendere molto. Furono rinchiusi nello scantinato di un albergo e dopo trenta minuti fatti uscire all'aperto, insieme. Li fucilarono (o meglio li mitragliarono) appena si trovò un terrapieno dove far finire le pallottole non intercettate dai loro corpi. I due episodi hanno in comune l'esasperazione di un patto di lealtà tra carabinieri e innocenti: un concetto che si avvicina moltissimo a quello del «prossimo», nel significato che aveva quasi due millenni or sono nella più affettuosa predicazione d'amore universale che sia stata mai fatta. FRANCO BERTARELLI |
|
I Carabinieri
durante l'occupazione nazista:
Salvo d'Acquisto non è il solo, nella gloriosa pagina che i Carabinieri hanno scritto, sul grande libro dell'Arma, dopo l'armistizio del 1943. Negli otto mesi dell'occupazione tedesca in Italia, 141 Carabinieri sono caduti, falciati dal piombo nazista, con il nome della Patria sulle labbra, fedeli al giuramento prestato alla bandiera, fedeli soprattutto, al loro credo di onestà, di abnegazione, di sacrificio(*). Salvo d'Acquisto è ormai diventato un simbolo sacro che non sarà mai dimenticato, ma accanto a lui, fra le fila della legione di eroi che sfila nel cielo dei più puri martiri del dovere, altri carabinieri sono schierati. Fra questi il brigadiere Giuseppe Lombardo e i tredici suoi eroici compagni - l'appuntato Ammaturo, i carabinieri Alvino, Carbone, Franco, Manzoni, Covino, Ricca, Pagliuca, Cusatis, Dubini, Russo e Scala uccisi il 13 settembre di quel tragico 1943 a Napoli, colpevoli di aver impedito che i Tedeschi devastassero, prima di ritirarsi, la centrale elettrica di Fertilia. I quattordici Carabinieri si batterono con tutte le loro forze per far sì che i Tedeschi non portassero a compimento il loro proposito, ma, davanti alle soverchianti forze avversarie, dovettero cedere: vennero catturati e fucilati. I Tedeschi odiavano i Carabinieri e li temevano. Già l'Arma aveva dato la dimostrazione della propria linea di condotta, affrontando i reparti nazisti a Roma, nelle ore che seguirono la proclamazione dell'armistizio, e resistendo tenacemente agli attacchi che le soverchianti forze nemiche conducevano contro di loro. Alla testa dei suoi era caduto, il 9 settembre, sulla strada che da Ostia porta a San Paolo, il capitano De Tommaso, e i Tedeschi avevano dovuto duramente combattere, senza peraltro giungere, nonostante la superiorità in uomini e mezzi, a vincere la resistenza dei Carabinieri, che, alla Magliana, a S. Paolo e a Monterotondo, eseguivano gli ordini di resistere contro chiunque tentasse di ostacolare il passaggio dell'Italia dalla posizione di Paese' combattente a quella di Paese che aveva deposto le armi Solo quando il Comando della difesa di Roma, il 10 settembre, stipulò un accordo con il Comando tedesco, per la cessazione del fuoco, i Carabinieri lasciarono le loro posizioni. Ma il loro coraggioso comportamento, sia sulla linea di fuoco, sia nelle posizioni isolate, valse a salvare molte vite di civili, ed anche a sottrarre al nemico la possibilità di impadronirsi delle armi e di fondi che sarebbero stati loro preziosi. All'inizio dei 1944 il generale Caruso aveva alle proprie dipendenze, sul fronte clandestino, 5.766 Carabinieri, ed altri 2.000 operavano in bande autonome. Erano, questi dei Carabinieri, i reparti partigiani che maggiormente i Tedeschi temevano: perché erano addestrati, disciplinati, perfettamente inquadrati; in grado quindi di dare del filo da torcere molto più delle brigate partigiane che, in quel momento, si muovevano con notevoli difficoltà e senza piani seriamente prestabiliti. Gli sforzi dei Tedeschi per identificare, quindi, i Carabinieri che operavano clandestinamente, erano immensi: e quando i militi cadevano nelle mani nemiche, non vi era altra alternativa che la morte per gli eroici uomini. E in questa atmosfera di odio implacabile che si inquadrano i foschi episodi delle Fosse Ardeatine e di Fiesole. Nelle prigioni di Via Tasso, a Roma, erano (arrestati in quella che il maresciallo tedesco Kesserling definiva l’«esplosiva Roma») il tenente colonnello Frignani, il capitano Aversa, il tenente colonnello Talamo, il maggiore De Carolis, i tenenti Rodriguez e Fontana, il maresciallo Pepicelli, i brigadieri Manca e Sergi, il corazziere Giordano, i carabinieri Renzini e Forte. Erano stati catturati con le armi in pugno, o mentre si accingevano a svolgere uno dei delicati compiti loro affidati. Quando il comando tedesco decise l'eccidio delle Fosse Ardeatine, questi eroi appartenenti all'Arma vennero incatenati e condotti sul luogo dei sacrificio, insieme con gli altri sventurati ostaggi condannati alla terribile fine. Con inaudita crudeltà, il comando tedesco aveva condotto alle Fosse, perché assistessero alla spaventosa sparatoria, le mogli dei tenenti Rodriguez e Fontana, che avevano cercato, consegnando denaro e gioielli al capocarceriere tedesco Kroatz, di ottenere la liberazione dei loro consorti. I carabinieri giunsero a testa alta; il tenente Fontana scorse la moglie, disperata, e le disse, con voce ferma; «Coraggio, cara - poi, volto ai compagni, esclamò:' - Siamo uomini e Italiani, dobbiamo affrontare il destino da uomini e da Italiani». Aveva ventisei anni. La scarica di mitraglia si abbatté su quei martiri, implacabile. FRANCO MARTINELLI
|
| |
||||||
| |
||||||
| |
||||||