Carabinieri 2



Cimenti, eroismi, ideali (1814 - 1914)


 

Una notte a Casteldaccia

Un paesello del circondario di Palermo che conta appena duemila abitanti. Sopra di esso verso la metà di agosto si scatenò una di quelle bufere che, tanto spaventevoli, ricorrono soltanto nelle nostre provincie meridionali, ove la natura nelle sue manifestazioni assume per lo più tratti vigorosi ed eccessivi. Sull'infelice abitato di Casteldaccia il 16 agosto era calata la notte. Non occorre dire che per le vie non s'incontrava anima viva, tutti i terrazzani essendosi rinchiusi nelle rispettive abitazioni, in preda a viva trepidazione per le sciagure che presentivano che da un momento all'altro li avrebbe colpiti.

Il funesto presagio non tardò ad avverarsi. Intorno alla mezza notte i carabinieri Rizzuto Tommaso e Leoni Benedetto che, unici a quell'ora aggiravansi per le vie eseguendo la pattuglia interna, odono uno sparo d'arma da fuoco.
- Questo non può essere altro che un segnale d'allarme di gente che invoca soccorso: corriamo a quella volta.

Così dicendo i due militari frettolosamente traducono in atto il loro proposito, né il presentimento li ingannava, poiché vaste fiumane stavano precipitandosi sul paese, e le case di Orlando, Bonaccolta e Calò, sindaco del luogo, erano state invase. Lo sparo per chiamar gente in aiuto era partito da casa Orlando. Quasi nello stesso tempo dei due militari accennati giungevano di corsa sul luogo il brigadiere Zanichelli Pietro, comandante della stazione, ed il suo dipendente carabiniere Pisone Sebastiano, i quali avevano udito lo sparo dalla vicina caserma. Per quelle famiglie disperate, l'arrivo di questi militari fu veramente provvidenziale, poiché si misero a tutt'uomo ad aprire sbocchi alle correnti ed erano quasi riusciti a scongiurare il pericolo, quando udirono all'estremità del paese un'altra detonazione. Pioveva sempre a dirotto: quale compassionevole spettacolo! Il lampo rischiara quella scena: a quel bagliore i due militari scorgono un bambino galleggiante sulle onde; esso sta per essere travolto in una chiavica lì presso. Il brigadiere Zanichelli non mette tempo in mezzo, si slancia, dimentico perfettamente di sé e non curante del pericolo, in mezzo alle acque e riesce ad afferrare il pericolante. Senonché, impotente a resistere a tanta violenza della corrente, pure esso sarebbe stato travolto; ma accortosene il carabiniere Rizzuto, alla sua volta si slancia in mezzo all'acqua e trae a salvamento superiore e bambino.
- Ora torniamo subito alle origini delle acque, disse allora il brigadiere: vi troveremo i carabinieri Pisone e Leoni.

Giunsero colà quando la corrente con parte dell'abitazione di certo Massimo Mazzella trasportava questo stesso, la di lui moglie Anna, due loro figlietti, uno di due anni, l'altro di 40 giorni e tre figliastri dell'età rispettiva da 25 a Il anni. Di tutti costoro, gli adulti ebbero la fortuna di salvarsi da soli uscendone però malconci e contusi; il bambino Mazzella fu salvato dal brigadiere e dal carabiniere Rizzuto, e la lattante di 40 giorni fu rinvenuta da Carlo Calò fuori di pericolo.

(Da "Il Carabiniere" del 2 luglio 1877)


Brigantaggio moribondo

il brigante Ansuini Il brigante Menichetti

Dicono che il brigantaggio sia morto, come dicono che siano morte la camorra e la mafia. Quanto al brigantaggio, il giudizio di chi lo dichiara morto è precoce, ma non del tutto erroneo. Se non morto, esso è moribondo.

Fortunato Ansuini e Damiano Menichetti sono il pendant brigantesco di Tiburzi e di Fioravanti. Essi fanno della macchia di San Magno - che è il loro quartier generale - ciò che gli altri fanno della macchia del Lamone. Ansuini è la testa dell'associazione, Menichetti il braccio. Nella loro tragica, arditissima fuga da Montefilippo, Ansuini era stato l'ideatore e il preparatore dell'evasione; Menichetti non aveva avuto che la parte modesta della sentinella.

Per disgrazia i guardiani, quella notte dormirono saporitamente; e i due briganti, pochi giorni dopo commettevano una grassazione. Nei sei mesi successivi ne aggiunsero alla prima un'altra, e due omicidii.
L'ultimo di questi, oltre la consueta ferocia, rivelava una crudele ironia. Nell'aprile scorso, scompariva improvvisamente da casa sua certo Signorelli. Una settimana dopo, la moglie riceveva una lettera firmata Ansuini, in cui le si chiedevano 2000 lire per il riscatto del marito.. La povera donna portò le 2000 lire al luogo indicato, ma il Signorelli non tornò a casa. Due mesi dopo, sul margine d'un fosso, se ne ritrova il cadavere, e vicino ad esso un biglietto di Ansuini in cui questi scrive alla vedova che non vuol saperne de' suoi denari.

L'atrocità del fatto risvegliò l'attenzione dell'autorità la quale inviò il brigadiere dei carabinieri Sebastiano Preta con tre soldati nella macchia San Magno.

Il 3 giugno dell'anno scorso la pattuglia incontra a metà della macchia un giardiano, certo Papi Giuseppe: gli chic se ha notizie dei briganti, egli risponde che non sa nulla e continua a cavallo la sua strada. Non avea fatto 200 metri e da dietro un albero gli vien tirata una fucilata. Per fortuna rimane illeso, ma ha la presenza di spirito di gettarsi da cavallo fingendosi gravemente ferito, onde evitare che gli assalitori ripetano il colpo.

I carabinieri accorrono; egli indica loro la direzione prendere. Il brigadiere Preta e un soldato si mettono per un viottolo fra gli sterpi, gli altri due soldati per un altro. Mentre i primi passavano vicino a un rialzo di terreno coperto di folta. e alta ginestra, due colpi di moschetto traversano il cuore del Preta che resta all'istante cadavere, e un altro colpo spezza al soldato Carosi la cassa del suo fucile reso così inservibile. In questo mentre arrivano sul luogo anche gli altri due carabinieri e il Papi, e fra questi e i due briganti s'impegna il fuoco. Il Carosi, non potendo adoperare il suo fucile, s'avanza coraggiosamente fino al cadavere di Preta, rimasto a terra fra i soldati e i briganti, ne prende il fucile e scarica un colpo contro Menichetti. Questi cade ed è disarmato e legato. Oltre l'arma - un manifico Lancaster ultimo modello - gli sequestrarono 185 franchi e un pacco di canzoni oscene in vernacolo ch'egli stesso aveva composte. Ansuini riesce miracolosamente a fuggire, e ancora si cerca: Menichetti mori un mese fa nel bagno penale di Civitavecchia.

Particolare doloroso e vergognoso. Alla famiglia del brigadiere Preta il governo non dette che una gratificazione di 400 lire. In qualunque altro paese civile, il governo sarebbe stato più generoso e avrebbe almeno decorato quell'eroe del dovere con una medaglia al valore!

(Da "L'Illustrazione Italiana" del 17 luglio 1892)


L'uccisione del brigante Rinaldi


I carabinieri che affrontarono la banda Maurina e uccisero in conflitto il brigante Rinaldi.
Essi sono: Calogero Letizia, Vincenzo Venturi, Francesco Navetta e Giovanni Castrogiovanni.

Da più tempo, una banda di briganti - la famigerata banda Maurina della quale era capo Placido Rinaldi - infestava le campagne presso Messina e Catania. Il Rinaldi aveva una taglia di 4000 lire.

Il 14 settembre, verso il tocco, il comandante dei carabinieri della stazione di Pettineo, brigadiere Vincenzo Venturi e tre dipendenti (i carabinieri Francesco Navetta, Calogero Letizia e Giovanni Castrogiovanni) stavano perlustrando nella contrada Loreto nel bosco Volatizzo (Pettino), quando ascoltano un calpestio di cavalli, di muli... Si mettono in catena, vanno avanti carponi, e sorprendono cinque briganti che insieme con due manutengoli stanno bivaccando.

Il Navetta s'avvia cauto nel sentiero che conduce al posto del bivacco, ma, d'improvviso, si trova di fronte a uno dei briganti, che gli tira una fucilata: il Navetta, rimasto illeso, gli risponde sull'istante con un'altra fucilata; e il brigante stramazza a terra, ferito nell'addome. Il brigadiere e gli altri due carabinieri si precipitano sulla banda; e ne segue un attacco terribile che dura mezz'ora. Il brigante ferito ha il coraggio e la forza di appiattarsi dietro un albero, e da questo tira contro tutti i carabinieri; ma il Letizia gli spara contro, lo uccide. Costui era il capo della banda, il famigerato Placido Rinaldi.

Un altro carabiniere si trovò innanzi un altro malfattore: Giacomo Mauro, che, inerme, gli chiese grazia della vita. E il carabiniere gliela concesse, assicurandolo ben bene colle manette. Gli altri briganti fuggirono e, saltando come scoiattoli, riuscirono a internarsi in un fitto bosco. I malandrini lasciarono sul posto del bivacco sette cavalli, due muli, un somaro, selle, munizioni, vettovaglie, abiti, biancherie, 380 lire e pugnali.
Placido Rinaldi era nativo di Casteldilucio. Fu lui che, colla sua banda, assalì da ultimo il castello della baronessa Ciancio di Catania, rubandole circa 300.000 lire.

(Da "L'Illustrazione Italiana" del 9 ottobre 1892)


Lo scontro col brigante Sanna e la morte del Tenente Palmas


Il ten. Fortunato Palmas

Uno dei briganti superstiti di Sardegna era il famoso Francesco Sanna da Domusnovas, su cui pesavano parecchi omicidi e che da tempo batteva la campagna nei dintorni di lglesias. Da tempo ugualmente la pubblica forza ordiva un paziente lavoro per coglierlo in trappola.

Il brigadiere dei carabinieri Campagnaro, assicuratesi intelligenze co' manutengoli del terribile brigante, dispose accortamente un servizio straordinario, pel quale il Sanna sarebbe stato colto il 1° marzo in casa d'un suo amico, a Musli e preso vivo o morto.

Volle sventura che proprio in quel giorno si trovasse di passaggio in Iglesias il tenente della benemerita arma, Fortunato Palmas; per cui senza esitare, volle essere della partita e capitanare lui stesso la rischiosa spedizione.
Verso le 4,30 del pomeriggio, la casa di tal Porcu Onnis (l'amico del Sanna) venne circuita, guardandosi fortemente ogni uscita. Il tenente bussò alla porta.

Il Porcu non si fece molto attendere, anzi apri con molta sollecitudine.
- Chi avete in casa? - gli chiese l'ufficiale.
- Nessuno.
- Eppure qui deve trovarsi nascosto il latitante Sanna.
- Non è vero; è una menzogna.
- Ebbene, aprite quella porta -
replicò il tenente accennando l'uscio della camera a destra.

Il Porcu, dopo qualche esitazione, obbedì, ma schiudendo soltanto la porta e dicendo: “Fratello, arrenditi al signor tenente". Per tutta risposta rintronarono due fucilate sparate dal Sanna.

Allora il tenente, contro il quale erano dirette le fucilate, si ritirò, ordinando all'appuntato Carta di collocarsi a sinistra della porta della camera, ove si trovava il Sanna, che continuava a sparare.

Nel frattempo gli altri militari che si trovavano al di fuori facevano fuoco dal finestrino, alto dal livello della strada circa due metri, senza però colpo ferire, poiché il Sanna si era nascosto in un angolo, ove era impossibile colpirlo. D'altra parte il Carta non poteva entrare nella stanza poiché il latitante, deciso a vendere cara la sua vita, stava in guardia sempre pronto a far fuoco.

Quindi nuovo assalto alla camera, dalla parte interna, infruttuoso anche questa volta. Il Sanna si difendeva da leone; chiunque avesse osato varcare la soglia di quella porta, sarebbe certamente caduto fulminato dal suo fucile. Il tenente Palmas aveva già esploso tutti i sei colpi della sua rivoltella. Bisognava d'altronde tentare un ultimo colpo decisivo, e si dovette uscire di nuovo in strada per stabilire il da farsi.
Fu in quel momento che il Sanna, credendo di potersela sgattaiolare, abbandonò la camera e, attraversata quella centrale, tentò di uscire.

Saltare a piè pari in strada ed aggiustare quasi a bruciapelo una fucilata al tenente Palmas, fu per il Sanna l'affare di un minuto secondo. Un'altra diretta al brigadiere andò a vuoto. Quindi, approfittando dello sbalordimento generale, di corsa si diresse verso la campagna.

Non ebbe però tempo che di fare pochi passi, che stramazzò al suolo, senza poter neanche pronunziare verbo, essendo stato freddato dal moschetto del brigadiere Campagnaro. I carabinieri soccorsero il povero tenente. I proiettili del brigante lo avevano colpito in pieno petto: l'arma era carica a due palle: tuttavia il valoroso ufficiale non credeva d'esser ferito gravemente. Tentò proseguire la strada a piedi appoggiandosi ai suoi soldati; ma dopo pochi istanti barcollò e cadde. Portato in casa del sindaco ed amorevolmente curato, soffrì cinque giorni di dolorosa agonia; indi morì fra il compianto universale. Aveva 42 anni, ed era sardo.

L'isola natia fu adunque liberata da un mostro che la tormentava mercé il generoso sacrifizio della vita d'un suo figlio valoroso!

(Da "La Tribuna Illustrata" del 17 marzo 1895)


Fine di Domenico Tiburzi brigante maremmano

La località nel territorio di Orane (Orbetello) ove fu scoperto Domenico Tiburzi I carabinieri che hanno scoperto il brigante

Alla fine fu preso, alla fine fu ucciso!

E' sparito alla fine un brigante-tipo della campagna romana, un brigante della scuola classica; quel Tiburzi, del quale il nostro Scipio Sighele ha parlato in una delle sue Cronache criminali.

L'uccisione avvenne così:
Erano le ore 3 della notte tra il 23 e il 24 ottobre. I carabinieri delle stazioni di Marsiliana e Capalbio (Orbetello) diretti dal brigadiere Demetrio Giudici dell'Isola del Giglio perlustravano Porane, ed ivi, nella casa di certo signor Collacchioni, loro favoreggiatore, circondata da foltissima macchia, sorpresero la famiglia dei famigerati latitanti Tiburzi e Fioravanti.

Quegl'individui se ne stavano pacifici, tranne il Tiburzi, il quale, per uno strano fenomeno aveva, qualche ora prima, espresso il presentimento della prossima sua uccisione, dopo d'avere sfidato ridendo per tanti anni, tutte le catture, tutte le autorità, tutti i carabinieri possibili e immaginabili. Appena i due briganti si videro sorpresi nella casa dove temuti, e perché temuti accarezzati, avevano trovata ospitalità, si posero sulle difese.

Erano armati d'ottimi fucili a retrocarica, di rivoltelle e di pugnali. Ma i carabinieri non ebbero paura e li assalirono uccidendo il Tiburzi: il Fioravanti, favorito dall'oscurità, potè fuggire. I carabinieri, nonostante fossero bersagliati dai colpi dei due capobriganti, rimasero illesi per miracolo. Sul luogo, si trovarono due impermeabili, un fucile a retrocarica, due fiaschi di vino, due borse di pelle con viveri, medicine, oggetti di pulizia, (spugne, spazzole), un cannocchiale monocolo, un orologio, ed altri oggetti. Si tentò subito d'inseguire il Fioravanti, e si arrestarono i favoreggiatori delle due buone lane. Il cadavere del Tiburzi era crivellato di colpi. La gamba sinistra è rotta in due punti; la gamba destra è colpita da due palle. La ferita mortale fu alla testa.

(Da "L'Illustrazione Italiana" dell' 8 novembre 1896)


I carabinieri e il "re della macchia"

Domenico Tiburzi, il 're della macccia' Il ten. Silvio Rizzoli

Domenico Tiburzi è dunque morto: l'ultimo riconosciuto re della macchia ha avuto la sua tragica fine. Di lui, si era creato un mito. Il silenzio intorno al suo nome era accarezzato dalle autorità, dagli agenti della pubblica forza, e io so che si faceva uno studio per dare ad intendere al pubblico che un Tiburzi vi fu, ma che ormai era passato nella storia... E quando il bravo capitano Michele Giacheri fu mandato pochi mesi sono a Grosseto, vi fu chi gli disse sorridendo: Ella viene a catturare... una leggenda!...

Il Tiburzi era forse conscio di ciò. Pochi istanti prima di morire, ai carabinieri che lo circondavano rivelò se stesso. "Si, egli disse, io sono Tiburzi... e l'Albertini e il Menichetti (altri fuorusciti) debbono trovarsi nei pressi della Pescia Romana e spirò.

Prima d'ora l'opera dei diversi capi preposti alla pubblica sicurezza nella Maremma non era stata sempre intelligente. Non bastava mandar molta forza sul posto e ordinare dei travestimenti. Bisognava prepararsi a uno studio degli uomini e dei luoghi a cui nessuno volle o seppe accingersi. Il capitano Giacheri giunto a Grosseto il 9 aprile scorso ha passato venti
giorni e molte notti a leggere prima tutta la corrispondenza relativa al brigantaggio maremmano. Poi è entrato in campagna per esplorare il terreno e sapere che cosa ne pensassero coloro che erano stati taglieggiati o avevan subito vendette, fingendosi egli un ingegnere venuto di Francia a fare studi topografici…

Il lavoro da farsi era questo: insinuarsi nell'animo dei manutengoli sfruttati dai briganti, compiangerli ed eccitarli alla rivolta.

Il governo che li fece processare nel 1893 fece più male che bene, e l'arma benemerita aveva perduto del suo prestigio morale perché ebbe a tradire dei confidenti rivelandoli ai giudici.

Il processo ebbe forse base giuridica; ma non vi fu base morale né tattica.
Bisognava distinguere i manutengoli sfruttati dai manutengoli sfruttatori. Questi ultimi si doveva colpire. Sono i messaggeri fra il brigante e il proprietario e fanno due parti in commedia: piangono e si disperano coi padroni, strisciano umilmente ai piedi dei malandrini che spolpano con finissima arte, perocché i briganti pagano da signori!
Gli sfruttati invece sono nelle condizioni dei padroni. Non trovando difesa sufficiente nel governo, subiscono il brigante: impauriti forse più che da lui dalle narrazioni esagerate e bugiarde degli sfruttatoti. Distrugger questi è distruggere il brigantaggio.

Seguendo questa tattica nuova, che ha invero base scientifica e positiva, il capitano Giacheri e il suo valoroso tenente Rizzoli seppero fino dal luglio che il Tiburzi e il Fioravanti, suo segretario e maestro di casa.... trovavansi nelle macchie di Orbetello presso la Marsiliana, tenuta del principe Corsini; e nell'agosto seppero che essi stavano ai Laghi, regione presso le terme etrusche dell'antica Roselle, ove erano a fare - briganti davvero fin de siècle! - i bagni caldi, efficaci pei reumi e le artriti. E finalmente nel 7 ottobre seppero di un convegno che dovevano avere il Tiburzi, il Fioravanti, l'Albertini, il Menichetti e il Ranucci alla Roccaccia di Montauto o alla Selva dei Lamone verso la fine del mese per organizzare un'estorsione.

Insieme al sottotenente Tirindelli, travestiti da caprai, si fecero tosto ad esplorare la selva del Lamone per riconoscere i luoghi e predisporre il servizio... Ma gli eventi precipitarono!

Essendo avvenuta un'estorsione ai danni di certo Guido Gattelli a Magliano si dubitò che il convegno sarebbe si forse tenuto altrove, tanto più che l'Albertini, il Menichetti e il Ranucci erano stati veduti nelle macchie presso Capalbio. Il manutengolismo aveva funzionato bene, ma i briganti avevano cambiato il luogo del loro convegno!
Il brigadiere Giudici Demetrio e i carabinieri Collecchia Raffaele e Pasquinucci Eugenio, dopo avere, nel 23 ottobre, perlustrate, senza risultato, le macchie tra Marsiliana e Capalbio, giunsero, in su la sera, sotto una pioggia incessante, a quest'ultimo paese per prendere accordi con quel brigadiere Carlo Colombo. Verso le nove, una persona confidò, al carabiniere Ciro Cavallini, come nella giornata egli avesse ravvisati il Tiburzi e il Fioravanti nelle macchie vicine, e indicò 13 o 14 capanne ove di sicuro i briganti avrebbero passata la notte. L'acqua continuava a cadere senza tregua; la notte era buia e spaventosa. Si visitarono parecchie capanne; si svegliarono dal loro sonno profondo molte famiglie di coloni... ma ormai non sì aveva quasi più speranza di successo prima che spuntasse il giorno, Quand'ecco, alle 3.30, scorgono, presso di loro, il cancello di una casa colonica detta « Le Forane », tenuta in affitto da Nazzareno Franci. Si decidono ad aprirlo. Ma il cancello stride acutamente sui cardini e sveglia i cani di guardia che prendono ad abbaiare senza tregua. Escono allora sulla porta della casa il Tiburzi e il Fioravanti, non riconosciuti dai carabinieri, e al chi va là dato dal carabiniere Collecchia, essi rispondono con due fucilate che fallirono, sebbene sul mirino del proprio fucile il Tiburzi avesse avuta la previdenza di mettere un pezzo di carta bianca per meglio dirigere l'arma nella notte buia!...

Risposero alle fucilate i carabinieri, e il Tiburzi cadde subito colpito alla nuca e alla gamba sinistra, mentre il Fioravanti si dava alla fuga entro la vicina macchia.
Sul luogo lasciarono due bisacce di pelle con vari oggetti di toeletta, cartucce, un monocolo, due fiasche per bere, due impermeabili, e sul corpo dei Tiburzi furono trovati una cartuccera a doppia fila, un pugnale, una rivoltella a sei colpi, un orologio d'argento, un portafogli con 35 lire e un fucile a due canne a percussione centrale.
Il capitano Gíacherí, cui si deve il merito della cattura, è un giovane e valoroso ufficiale che conosce a fondo ì misteri e le arti dei brigantaggio. Egli è nato a Murazzano (Mondovi) ed è discendente dei conti De Albertis de Wilneuve, che diedero alle lettere uomini valenti come l'autore del noto vocabolario italiano-francese, e alle armi l'ammiraglio Carlo Andrea De Albertis comandante generale dell'armata Sarda.
Egli prese parte alle ultime repressioni del brigantaggio nella Calabria Citeriore; a Milano distrusse, nel 1884, la famosa Compagna della teppa; in quel di Gaeta, nel 1890, arrestò, con pericolo della vita, il brigante Simeone Francesco dopo otto anni di inutili inseguimenti, e a Formia, nel 1892, ebbe a compiere diversi atti di vero eroismo, ovunque dando prova di molta intelligenza, di energia, di valore.

Lo hanno coadiuvato nell'ardua impresa di questi giorni il tenente Silvio Rizzoli di Camposampiero (Padova), ufficiale di grande abilità e di provato coraggio, e il brigadiere Demetrio Giudici dell'isola del Giglio.

E così è finito il re della macchia!... Dopo la sua morte, come lui vivo, si sono raccontati diversi aneddoti, frutti di fervide fantasie.

AUGUSTO SETTI
(Da "L'Illustrazione Italiana" del 15 novembre 1896)


La fine del brigantaggio maremmano

Un anno fa io scriveva che, colla morte di D. Tiburzi, il brigantaggio non era finito, ma che ne incominciava la leggenda... L'uccisione avvenuta testé dei tre superstiti banditi Settimio Albertini e Settimio Menichetti da Santa Fiora, e Antonio Ranucci da Grotte di Castro - ci dice che, sì, la leggenda incominciata perdura, ma che per fortuna il brigantaggio che perdurava è finito.

Ma quante varie vicende in un anno, laggiù nella triste e conturbata maremma! La politica colle sue folli impazienze, colle sue calcolate lentezze, cogli infondati sospetti, colle facili accondiscendenze, avrebbe preteso che subito dopo il Tiburzi si fossero arrestati od uccisi i suoi compagni superstiti; e perchè ciò non avveniva, si era persino pensato di traslocare a Sondrio il bravo capitano Michele Giacheri che aveva diretto con tanta abilità e abnegazione la fortunata campagna... Ci volle la protesta unanime e la calorosa dimostrazione di affetto del popolo maremmano in favor suo, affiché il decreto di trasloco fosse revocato... e fosse lasciato a Grosseto colui che si era proposto di liberare quelle terre dalla mala pianta del brigantaggio.

E così fu che in conseguenza di un servizio abilmente preparato da molto tempo, il 30 ottobre scorso, dopo una fiera resistenza a fucilate, fra le macchie dette le Troscie di Montorgiali, cadevano fulminati dal piombo della brigata di Scansano i tre nominati banditi.

Ma quante fatiche, quanti sacrifici ignorati, quante vigilie, quante sottili astuzie prima di arrivare a contatto di questi re della macchia!... Fu una lotta tremenda di artifizii e soprattutto di disagi incredibili... Il capitano Giacheri aveva ricevuto una serie di lettere con minacce tremende e pareva che ogni giorno gli si facesse grazia della vita. Ma egli, più indomito che mai, coadiuvato da valorosi, si era proposto di inseguirli sempre... e li inseguì, li traccheggiò ovunque, li batté spesso, sempre li disperse e li fugò. Ma non cadevano nelle sue mani. Nelle selve di Santa Fiora, nelle interminabili macchie di Saturnia, sui poggi boscosi di Montorsaio e Stertignano, nelle folte foreste di Pereta di Pomonte, di Querciagobba, i nostri carabinieri hanno attesi qui banditi pazientemente, in calde giornate di agosto, nelle umide notti settembrine, spesso coi brividi della febbre malarica, nascosti in tane da cignali, fra spaccature di roccie, in casolari sudici, sotto le rame in un bosco sterminato, aspettando, aspettando. Finalmente, verso il 20 ottobre, una mattina videro i banditi che venivano dal confine romano: lì raggiunsero coll'occhio, lì inseguirono sperando in un conflitto... ma coloro non resistettero e dileguaronsi.

Tuttavia l'inseguimento paziente, diligente, abile continuò, e dopo dieci giorni la vittoria arrise a quei bravi soldati. Cosi, nel giro di pochi mesi, si è conseguito quello che da altri non si era fatto nel volgere di molti anni. Onde ben a ragione la Deputazione Provinciale di Grosseto, scrivendo una nobile lettera di elogio al capitano Giacheri e ai suoi dipendenti, ha potuto dire " che si è ridonata solo oggi tutta la sicurezza e tranquillità alla Provincia, estirpando dalle sue radici la dolorosa pianta del malandrinaggio... ".

I due briganti Albertini e Menichetti erano sempre stati insieme dal giorno in cui si incontrarono, senza conoscersi, nelle macchie maremmane. La loro latitanza comincia dal 1894 dopo un rapina con omicidio in persona del cassiere delle miniere del Siele, signor Boni Luigi. Commisero poi, quasi giornalmente, estorsioni, ladrerie d'ogni specie, ricatti, stupri, violenze brutali, incendi, e un altro omicidio nel 1895 in persona di due poveri operai romagnoli, creduti carabinieri travestiti. Essi avevano in corso sessantatré processi penali... e badate che non tutti i maremmani che furono vittime delle loro furfanterie le denunziarono all'autorità.

Il Ranucci solo da una ventina di giorni aveva abbandonato nel Viterbese il famoso Luciano Fioravanti, il fido compagno del Tiburzi, e l'aveva lasciato perché voleva essere il capo della piccola banda e fare per sé parte dei leone... A suo carico esistono novanta processi pendenti avanti i tribunali di Civitavecchia, Viterbo, Grosseto e Siena!
Tutti e tre erano forti, robusti, scaltrissimi. In maremma si parlava spesso e volentieri della caccia senza posa che i carabinieri facevano loro, e si soleva dire che " la lotta impegnata dal capitano Giacheri non poteva finire che con la morte o dell'uno o degli altri... ".

Oggi sopravvivono, ma non nella maremma, il Fioravanti che batte il Viterbese, e Fortunato Ansuini, da Norcia, che sta nell'agro romano, ed anzi alcuni affermano che è proprio dentro Roma.

L'autorità giudiziaria non credette stavolta di far procedere all'autopsia dei tre malandrini, cosa che la scienza avrebbe desiderata. La cronaca giudiziaria si è limitata a narrare che essi erano armati di ottimi fucili, di rivoltelle, di pugnali e di coltelli enormi, che erano carichi di munizioni d'ogni specie, e che nel conflitto si spararono circa 150 cartucce dalle due parti... Così la scienza fu lasciata alla porta... e dell'antropologia nessuno s'è ricordato, come di cosa che non ne valesse la pena...

AUGUSTO SETTI
(Da "L'Illustrazione Italiana" del 14 novembre 1897)


Il tenente e il latitante


Un tenente dei Carabinieri, disarmato, s'incontra sulle montagne di Burgos,
nel Sassarese, col latitante Salis per indurlo a costituirsi.

Un po' per deficienza di educazione, un po' per miseria, un po' per una naturale ribellione dello spirito smanioso di indipendenza, la Sardegna è la regione d'Italia in cui più vivo e più doloroso fiorisce ancora il brigantaggio. Non passa quasi giorno senza che le cronache di quei giornali registrino fatti di sangue, od intimidazioni, o catture di persone, o distruzioni di proprietà.

Chi commette un delitto magari in rissa, od in qualsiasi altra guisa incappa nel codice, si sottrae alla giustizia fuggendo al largo, tra i monti; e quella vita di stenti e di continue trepidazioni non può non avviarlo definitivamente al male anche se del male non provava gli stimoli.

Nei tempi del brigantaggio classico - caro ai romanzieri di mezzo secolo addietro - il brigante arrischiava sempre da solo tutto per tutto.

Non così ora in Sardegna, dove il brigante è soccorso, è protetto e magari nutrito dagli abitanti rurali e persino da possidenti e da autorità! Il favoreggiamento ha ivi assunto proporzioni tali da costringere il governo, nel maggio scorso, a procedere ad arrestì in massa. Nei soli circondari di Nuoro e di Ozieri, nella notte dal 14 al 15, furono tratte in carcere circa trecento persone, fra le quali qualche sindaco, qualche segretario comunale, delle donne e dei giovanetti, tutti rei di favorire i briganti. Un sindaco che manda il messo del comune ad avvertire i latitanti dell'avvicinarsi dei carabinieri affinchè possano mettersi ìn salvo sembra a noi, a tanta distanza, un fatto mostruoso, incredibile; oppure sa quante volte si sarà ripetuto nell'isola disgraziata!
L'energica misura ha dato frutti abbastanza copiosi, perché molti dei latitanti che infestavano, che terrorizzavano il Sassarese caddero uccisi nei conflitti con la forza o si costituirono spontaneamente in carcere.

Uno degli episodi più recenti e più strani del brigantaggio sardo è quello rappresentato dal nostro disegno. t di pochi giorni addietro. A Burgos, nel Sassarese, spadroneggia, tiranneggia e intimidisce il latitante Salis, sul quale pende invano da tempo la taglia di 1500 lire. Poiché i carabinieri non riescono a prenderlo, venne ammonita la popolazione di abbandonarlo, pena l'arresto in massa. Uomini e donne divennero perciò furenti, ed armatisi cominciarono a dargli la caccia aiutando i carabinieri. La situazione diventando difficile, il padre del Salis, un contadino, recava testé l'invito al tenente dei carabinieri di recarsi in un dato sito, lontano, fra i monti, solo e senz'armi, ove il figlio sarebbesi a lui costituito. Il coraggioso ufficiale partì sotto una pioggia torrenziale: lo accompagnava il segretario. Dopo un'ora di faticoso viaggio egli giunse in vetta ad un monte ove il Salis, in compagnia di un altro latitante, presentossi vestito da galantuomo, con abiti assai puliti ed armato di pugnale. Alla cintura aveva una magnifica cartuccera. Il tenente disse quanto meglio seppe per persuadere il Salis a seguirlo. Questi però avanzò dei patti: un salvacondotto di 30 giorni, l'importo della taglia di 1500 lire a suo beneficio e la promessa che i giudici non l'avrebbero condannato. Un brigante che chiede all'ufficiale incaricato di arrestarlo i denari della propria taglia per goderseli da solo è un colmo. Nessun romanziere ha mai immaginato alcunchè di simile; pare una fiaba, un episodio fantastico ed è invece un brano di storia.

Non potendo il tenente promettere l'impossibile, il brigante gli strinse la mano e se ne tornò alla macchia. Rientrato in paese, il primo fece annunciare agli abitanti di Burgos e di Esporlatu - i quali evidentemente soccorrono il Salis dacché egli può vestire decenti abiti borghesi - che se entro pochi giorni il Salis non si fosse costituito da solo o non venisse catturato a forza, sarebbero cominciati gli arresti in massa. Tutti si protestarono innocenti, ma il panico soggioga quelle popolazioni minacciate di qua dal Salis, di là dai carabinieri. I più pavidi sono coloro a cui il Salis, come un tiranno di corona, avea proibito di lavorare. Da ciò l'accordo di tutti, uomini e donne, per dare la caccia al temuto latitante.

(Da "La Domenica del Corriere" del 9 luglio 1899)


La "battaglia" del cap. Petella


Il soldato Amato cade sotto i colpi dei banditi mentre si accinge a dissetarsi.
 (Da ' La Tribuna Illustrata ' del 9 luglio 1899

Cogli ultimi due conflitti tra la forza e i briganti presso Orgosolo, e segnatamente con la brillante operazione della foresta di Morgolias (12 corr.), la famosa banda Serra-Sanna è finalmente distrutta e il circondario di Nuoro può dirsi liberato dal brigantaggio che l'infestava.

Purtroppo, così il Corpo dei nostri bravi carabinieri come quello dei soldati pagarono il loro tributo alla ferocia dei banditi: nel conflitto del giorno 9, in cui caddero i briganti Virdis e Giacomo Serra-Sanna, rimase ucciso il carabiniere Moretti e gravemente ferito il vice-brigadiere Lorenzo Gasco; in quello del 12, poi, perdette miseramente la vita il soldato Giuseppe Amato, nelle circostanze che qui riferiamo dai giornali locali.

Il capitano dei carabinieri Petella, coi 150 uomini di cui disponeva, aveva stabilito un abilissimo servizio per tenere i latitanti accerchiati, cercandoli attivamente nella fitta foresta eli Morgolias; però i banditi, pratici del luogo, erano riusciti ad evitare uno scontro coi militari. Essi dovevano però tentare di allontarsi da quel luogo, e infatti verso le ore 15,15 i due banditi Elia Serra-Sanna e Giuseppe Pau, levatesi le scarpe per fare il minor rumore possibile ed essere agili nella fuga, discesero dalle alture della montagna e, strisciando fra gli sterpi ed avanzando con la massima precauzione, valendosi di ogni accidentalità del terreno che potesse servir loro di riparo alla vista dei militari e di scudo contro le palle, si avvicinarono al punto ove, a piè della montagna, stava abilmente disposto il cordone di truppa, studiarlo il momento opportuno per potere sorpassarlo e porsi quindi in salvo sottraendosi all'accerchiamento.

Mentre si disponevano a porre ad effetto il loro disegno, i due malandrini scorsero sul loro cammino il soldato della 51 compagnia del 67° reggimento di fanteria Giuseppe Amato, che, uscito dal suo nascondiglio e deposto il fucile, si era recato a dissetarsi a una fonte vicina, e lo uccisero vigliaccamente sparandogli delle fucilate alle spalle.
L'uccisione del soldato Amato segnò la fine dei due banditi - i quali avrebbero forse per lo meno ritardata la loro morte se, anziché seguire i loro vigliacchi istinti sanguinari, avessero lasciato passare immune il soldato cercando di sottrarsi ai suoi sguardi e di non destare la sua attenzione: invece gli spari diedero l'allarme ancor prima che i due malandrini fossero arrivati nella zona di appostamento: L'Amato era appena caduto che sopraggiungessero prontamente i compagni, appostati lì presso, unitamente al brigadiere dei carabinieri Cau Lussorio. S'accese un vivissimo conflitto; le due belve, snidate, volevano fare ancora altre vittime della loro sanguinaria ferocia, ma caddero crivellate dalle palle nello stesso luogo nel quale compirono l'ultima azione, vigliacca, della loro vita. In quest'ultimo fuoco di fucileria, fortunatamente, i militari rimasero illesi.

Della piccola ma ferocissima banda, non rimane che il Lovico - se pure è superstite - sulla sorte del quale perdura ancora l'incertezza; però è a ritenersi con moltissima probabilità che egli sia morto o ferito gravemente, in seguito al primo conflitto nel quale fu visto cadere due volte; ed avvalora questa supposizione il fatto che venne ritrovato il suo fucile abbandonato nella montagna.

Comunque sia, la popolazione del Nuorese respira dall'incubo in cui la teneva il terrore della piccola banda.

(Da "La Tribuna Illustrata" del 23 luglio 1899)


Carabinieri e briganti

Erano le campagne di Gerace Siculo infestate da due malfattori, certo Giuseppe Glorioso e l'altro ignoto.

Salvatore Staiti, appuntato, e Giovanni Guerriero, carabiniere a piedi, vennero incaricati della ricerca dei due tristi; e, caricati i moschetti a mitraglia, si accinsero alla pericolosa impresa.

Alle 7 della mattina essi si presentano inaspettati alla capanna del contadino Carmelo Nicolosi. Dentro erano due contadini spaventati; in terra coricato, un uomo con fucile e cartucciera, un brigante. L'appuntato gli si slancia addosso intimandogli l'arresto. L'altro tenta di fuggire; lo Staiti lo afferra per trascinarlo fuori dalla capanna.

Allora un secondo delinquente, anch'egli armato, si precipita addosso all'appuntato, che, per nulla sgomento, prende nel petto anche il secondo delinquente, e ordina al carabiniere di mettergli i ferri. i due si dibattono furiosamente e uno si libera, afferra il suo fucile e fugge dalla porta. L'appuntato, con una spinta tremenda, getta in terra l'altro malfattore, lo lascia alle prese col carabiniere, e si slancia a inseguire l'altro, che gli spara. Ma l'agitazione, il terrore, non gli permettono di mirare giusto.

Lo Staiti risponde con un colpo che percuote il brigante in fronte, e gli fracassa la testa. intanto nell'interno della capanna, la lotta fra il carabiniere e il brigante si faceva spaventosa; questi, sentendosi perduto, faceva sforzi immani per liberarsi. L'appuntato corre in aiuto del Guerriero, e riescono insieme ad ammanettare il ribelle. Era questi il Glorioso, colpito da due mandati di cattura. Del brigante ferito, che mori alle 5 del pom. senza aver ripreso i sensi, non fu possibile sapere il nome.

(Da "Il Valore Illustrato" del 6 agosto 1899)


Un maresciallo dei carabinieri decorato della Medaglia al Valore

Fregiamo questa pagina del ritratto di un valoroso, il maresciallo dei carabinieri Lussorio Cau, cui è stata decretata la medaglia d'oro al valor militare per atti di coraggio, così specificati nel decreto di conferimento dell'alta onoreficenza:

« Con gravissimo e continuo rischio della propria vita, Lussorio Cau si recò da solo per ben due volte a riconoscere i rifugi di alcuni famigerati banditi, che avevano sparsa la costernazione ed il terrore nel circondario di Nuoro, giungendo, fra le balze ed i cespugli di un luogo quasi inaccessibile, fino a poca distanza da essi. Quindi prese parte all'azione diretta a catturare i banditi, e si segnalò sopra agli altri per coraggio e sangue freddo esponendo più volte la vita. Ebbe forato l'abito da palla avversaria e, nell'inseguimento dei malfattori, uccise il più pericoloso di essi (Orgosolo il 3 settembre 1898.) »

Il pubblico ignora quasi sempre gli atti di vero coraggio, che i carabinieri compiono in cimenti perigliosi. I giornali, che raccontano tanti delitti e tante infamie, dovrebbero raccontare, con più ragione, gli atti di virtù e di abnegazione; ma chi li compie, spesso li tace, non ne mena scalpore; perciò non arrivano ai giornali.

(Da "L'Illustrazione Popolare" del 19 novembre 1899)


La cattura del bandito Musolino

Il carabiniere A. La Serra che catturò Musolino Giuseppe Musolino fotografato in carcere

I lettori conoscono già i particolari dell'arresto del brigante Musolino, avvenuto ad Acqualagna, nel circondario di Urbino; e così pure crediamo che saranno sufficientemente informati intorno alla vita e allo "stato di servizio" di questo ribelle che per tre anni batté la campagna terrorizzando i contadini, e non soltanto i contadini della Calabria, sfidando una forza armata e non armata considerevole messa in moto per impadronirsi di lui e alla quale riusciva sempre a sfuggire. Ora, quando nessuno se lo aspettava e in un territorio in cui nessuno sospettava la sua presenza, il fiero bandito è caduto nelle mani dei carabinieri: caduto è il vero termine, perché, se non ci fosse stato un filo di ferro che sosteneva un filare di viti e nel quale egli inciampò fuggendo, forse sarebbe riuscito anche questa volta a salvarsi grazie alla sua straordinaria agilità.

Giuseppe Musolino ha venticinque anni, essendo nato nel 1876, a Santo Stefano di Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria. A undici anni uccise un suo compagno e fu condannato a tre anni di reclusione; la seconda condanna la riportò alla fine del 1898 per mancato omicidio, del quale si protestò innocente: condannato a ventuno anni di reclusione dalla Corte di Assise di Reggio, giurò, se sopravviveva, o se riusciva a evadere, di vendicarsi, ed evaso realmente il 9 gennaio 1899, si diede alla latitanza e al compimento del terribile programma di vendetta che si era tracciato, e che qui sarebbe troppo lungo esporre; basti dire che in meno di tre anni si rese colpevole - solo tenendo conto dei principali delitti - di sette ornicidi e di otto mancati omicidi.

Come tutti i briganti, Musolino è devotissimo, e crede ciecamente nella protezione di San Giuseppe. Come tutti i violenti, rifuggì sempre dal furto. Rubando, gli sarebbe sembrato di macchiare la sua vita. Musolino ha avuto sempre a sua disposizione del denaro. A un signore di Brancaleone che gliene offriva, egli mostrò 1500 lire che portava cucite nella fodera della giacca. E questo suo denaro serviva anche a far del bene. Una giovinetta di Bova andava nel bosco di Paracopio: era una povera ragazza macilenta e lacera e destò la pietà di Musolino. Egli le si avvicinò e col miglior garbo che poté le domandò notizie di Musolino. La ragazza rispose sinceramente ciò che pensava il popolino: "Non c'è nessuno che ne dica male, tutti bene." - "E tu lo conosci?" - Alla negativa della fanciulla egli si avvicinò, le diede 10 lire e le disse: "Tieni, queste te le dà Musolino, il quale fra otto giorni vuole vederti vestita."

Una volta egli ebbe a un tiro di fucile, nelle montagne del suo paese, un tenente dei carabinieri, giovanissimo e bello, che, alla testa di pochi suoi militi, andava in cerca di lui. Avrebbe potuto ucciderlo e, poiché stava su di un'altura, mettersi in salvo. Ma la pietà del giovane e bello ufficiale lo vinse: gli risparmiò la vita; ed il giorno dopo non mancò di scrivergli che gli era debitore, appunto perché giovane e bello, della esistenza; ma che non se la prendesse tanto calda, poiché... non si sa mai, le buone disposizioni di ieri potevan mutare domani.

I tentativi più interessanti di cattura sono stati tre. Nel primo, si provò a risolvere Musolino ad emigrare clandestinamente. Due subagenti di emigrazione attirati dal premio riuscirono a fargli promettere di recarsi nottetempo su una nave ancorata poco oltre il capo Bruzzano. E una nave fu mandata là perché Musolino si rassicurasse, ma egli all'ultimo momento fece telegrafare ai subagenti che non sarebbe più partito. La nave se ne andò; egli comparve tre o quattr'ore dopo e, non vedendo più nemmeno una barca alla costa, capì il tranello e promise altre due vendette.

Nel secondo tentativo fu indotta una bella giovane del mandamento di Gallina, figlia d'un "sorvegliato speciale" e molto ammirata da Musolino, a farlo venire in sua casa a data fissa. Musolino invece vi andò una notte prima, improvvisamente, non lasciò uscire dalla casa nessuno, così che nessuno potè andare ad avvertire i carabinieri, portò via con sé la donna, se la condusse per tre giorni sulle montagne di Bagaladdi e poi la rimandò giù con qualche dono e molte gesta da raccontare.

Nel terzo il "confidente" Princi riuscì ad attirare Musolino nella grotta di Mingoja, intorno alla quale il brigadiere Sorrentino aveva disposto un doppio cordone di vigilanza per fargli gustare dei maccheroni caldi, dei quali il bandito pare assai ghiotto. I maccheroni avevano, fra gli altri condimenti, anche una buona dose d'oppio. Ma l'oppio era guasto e non agì. I "cordoni di vigilanza" agirono anche peggio perché, quando Musolino era per incapparci, una guardia napoletana nascosta di dietro un cespuglio vedendoselo a cinque passi ebbe paura, e gridò un "Chi va là?" così che Musolino scaricò la doppietta nelle gambe dei Princi, si gettò giù per il burrone, incontrò il secondo cordone, uccise il carabiniere Reparato e scomparve.

Vi fu anche un tempo in cui Musolino cercò persino ricovero in una tomba del cimitero di Rocaforte, e si era adattato a passare le sue notti in compagnia dei teschi umani e di un mucchio d'ossa. Musolino non provava brividi innanzi allo spettacolo della tomba; si accomodava formandosi un giaciglio con erbe secche raccolte in quelle contrade e non risparmiava di fornire la sua dimora di pugnali e fucili e di un buon lume, e di forare nello stesso tempo il muro onde ricevere aria pura!

In Calabria è popolarissima una canzone che si vuole sia stata scritta da Musolino e che non è forse una delle ultime cause della sua triste celebrità e del suo prestigio in mezzo a quelle popolazioni fiere e sentimentali.

Un'altra poesia scrisse Musolino intorno alla sua inviolabilità, diventata leggendaria fra i contadini della Calabria.

Un giornale pubblicava, qualche tempo fa, un'approssimativa statistica di quanto il Musolino era costato al Governo, già qualche mese fa, per le misure di pubblica sicurezza prese per la sua cattura.

Si presume che le spese complessive, per la dislocazione delle truppe negli Abruzzi - che come è noto nell'inverno scorso raggiungevano quasi due reggimenti abbiano toccato le 500.000 lire, e a queste aggiungendo le altre spese ingenti per lo spionaggio, per gli arresti numerosi e per tutte le misure di P.S., si verrebbe a raggiungere e forse a sorpassare la somma tonda di un milione.

Nessun galantuomo ha mai costato tanto al Governo!

(Da "La Tribuna Illustrata" del 27 ottobre 1901)


Il Moretto e il Biondin
(Brigantini Subalpini)


La foto che permise al carabiniere Cappella di arrestare 'il Moretto'. Andato in licenza al suo paese Alpe (Pavia),
il carabiniere credette di riconoscere in un vicino il temuto brigante 'Moretto', di cui nelle caserme circolava questa foto,
che lo ritraeva insieme al suo compagno 'il Biondin'. Con due carabinieri, di cui uno in borghese, il Cappella si recò
al cascinale dove 'il Moretto' stava sistemando paglia e fieno. Immobilizzato e interrogato, confessò di chiamarsi
Luigi Fiandri e aggiunse con orgoglio di essere il famoso 'Moretto'. 

 Da qualche tempo a questa parte non c'è modo d'aprire un giornale politico senza ritrovarci, fra uno scandalo principesco e l'altro, parecchie righe, quando non son mezze colonne, dedicate a due fra le più volgari figure che mai abbiano occupato di sé il tempo dei giornalisti e la noia del pubblico: il Biondin e il Moretto.

Un anno e mezzo fa, nel Vercellese, un branco di tristi soggetti, di cui era capo il Biondin, aveva costituito, non ciò che fu detto una banda di briganti, ma una vera e propria associazione di ladri delle campagne. Vivevano a sé, oziosamente, ma quando l'occasione del furto si presentava, lavoravan di concerto e si dividevano il bottino: e rubavan di tutto senza guardar troppo pel sottile se davvero il bottino valesse il rischio dell'impresa; e così svaligiavano spacci di tabacchi e pollai, e rubavan nelle cascine quanto era a tiro di mano, dal lardo alle pezze di tela, dalle bottiglie alle calze faticosamente tessute dalle donne nelle sere d'inverno. Un bel giorno, in seguito appunto ad un furto di lardo e di calze, i carabinieri arrestano il Moretto (che si chiama di vero nome Luigi Fiandri) e un altro della banda. Sembrò che un po' di quiete venisse ai contadini da quell'arresto, ma per uno di quegli equivoci che sembrano solo degni dei romanzi d'appendice e che invece capitano qualche volta anche nella vita giudiziaria, quell'anima candida del Moretto che pur aveva tanti processi in contumacia da filare in prigione per dieci anni, viene rilasciato libero e inaspettatamente ridato alla compagnia degli amici.

L'accaduto non era tale da toglier loro l'agio e la volontà idi continuare in un sistema che dava così buona prova e ritrovava tanta compiacenza persino fra i giudici: la banda si riorganizzò e passò nel Novarese e nella Lomellina. E qui comincia il secondo periodo della sua storia: e la commedia pleblea assume atteggiamento di dramma.

Per evitare il pericolo d'un nuovo arresto i malandrini si provvedono di rivoltelle e si propongono di difendere ferocemente la loro invidiabile libertà. Già una volta a Carpignano Sesia, sorpresi di nottetempo dai carabinieri mentre svaligiavano una bottega, il Biondin aveva sparato contro a una guardia, ferendola, quando il triste episodio di Ferrera Erbognone pone un suggello di sangue e di morte sulle loro gesta e li consacra briganti nella credenza e nella fantasia popolare.

Il fatto è noto. Una notte della fine del settembre ultimo il carabiniere Capuani e la guardia campestre Baldi, avvisati della presenza dei due ladri, s'eran posti alla loro ritraccia, quando improvvisamente, di dietro a una siepe, due individui che essi avevan sorpresi, levano le lucide canne delle rivoltelle e al primo colpo li freddano. Da quell'ora comincia la caccia ai due assassini, la quale, pel Moretto, terminò col suo recente arresto ad Alpe e dura tuttavia infruttuosa e interminabile pel Biondin.

(Da "L'Illustrazione Italiana" dell'8 febbraio 1903)


Nella campagna di Novara

Nelle tranquille contrade del vecchio Piemonte è avvenuto testé un fatto che ci riconduce ai tempi lontanissimi in cui i malviventi terrorizzavano la popolazione.

Nelle vicinanze di Monticello, in provincia di Novara vi ha un cascinale sperduto denominato la Canta che è posto nel bel mezzo della semideserta campagna. Esso è affittato dai fratelli Tiraboschi, noti impresari di costruzioni, residenti a Novara.

Alle autorità di pubblica sicurezza era noto che da qualche tempo accadevano delle rapine commesse da malviventi i quali scorrazzavano per le campagne, intimidendo i contadini. Si aveva anzi notizia di combriccole vere e proprie, composte di brutti ceffi pregiudicati, le quali avevano ormai degnamente ereditato la triste fama della Banda del Biondin, accingendosi ad imitarne la gesta ed a continuare le tradizioni.

La mattina del 27 scorso, quattro carabinieri, avuta notizia che una squadra di pregiudicati batteva la plaga di San Pietro Mosetto, ne seguirono le piste, finché potettero scoprire che i briganti avevano scelto a loro quartier generale precisamente la cascina Canta. Non perdettero tempo, e si avvicinarono a quella volta. Seppero tosto che sette pregiudicati si aggiravano colà, e postisi in agguato, a tempo opportuno sbucarono proprio a ridosso del cascinale.

I malviventi, vistisi addosso i carabinieri, si precipitarono tutti in una stanza a pianterreno, il cui uscio era aperto. Entrativi, chiusero la porta e la barricarono. I carabinieri intimarono ai briganti di aprire l'uscio, e poiché quelli rifiutarono, si disposero con le spalle e col calcio dei fucili ad abbatterlo.

Quand'ero dalla finestra vicina un braccio si sporge, brandendo una rivoltella, e alcuni colpi echeggiano. Uno dei carabinieri, certo Morandi, rimane ferito alla scapola, ma non gravemente. Le palle fischiano e sfiorano i militi, che presto, vistisi in posizione disperata e in completa balìa dei malfattori, si dividono due innanzi all'uscio e due alla finestra. Uno di essi si spinge tra le inferriate della finestra, vi inoltra il braccio e l'arma, e spara alcuni colpi verso l'interno.

La camera è pressoché oscura è impossibile discernere quanto vi si svolge: certo una scena di terrore. I colpi si incrociarono, grida, bestemmie e lamenti disperati.
Indi, a poco a poco, pare che un pò di calma ritorni. L'uscio viene finalmente aperto dai carabinieri, e lo spettacolo che si para alla loro vista è dei più orrendi. Tre corpi, uno sull'altro, giacciono in un angolo della camera, e non danno più alcun segno di vita, crivellati di colpi al capo e al petto. Un quarto caduto rantola, ma ancora si muove. Il suo stato è però tale che poche ore gli rimangono di vita. In un angolo della stanza gli altri tre malviventi, in piedi, illesi, sono ancora in posizione di difesa dai colpi della finestra. Immediatamente essi vengono arrestati, ammanettati, spogliati.

Sono in possesso di rivoltelle di corta misura, di coltelli e di grande quantità di munizioni.
Immediatamente un milite galoppa a Novara, ad avvertire i superiori di quanto è avvenuto.

Poco dopo il maggiore, il capitano, il tenente dei carabinieri, il procuratore del Re e il giudice istruttore si portavano sul luogo per le debite constatazioni. Il carabiniere ferito viene sottoposto alla prima medicatura e quindi trasportato all'ospedale militare, ove fu visitato dal capitano dottor Grotti, e trovato in buone condizioni e fuori pericolo.

Gli arrestati sono tutti pregiudicati, e hanno conti vecchi da saldare con la giustizia.
E’ lodato giustamente il coraggio dei militi che affrontarono il pericolo non lieve per il compimento del loro dovere. Si spera che con quest'altra dolorosa tragedia la triste epopea brigantesca nelle campagne novaresi sia prossima alla sua ultima pagina.
Il nostro disegno ricostruisce il momento in cui i carabinieri penetrarono nella stanza trasformata in fortezza di resistenza.

(Da "La Tribuna Illustrata" del 10 dicembre 1905)


Il leggendario Gasco


Il maresciallo dei Carabinieri Lorenzo Gasco

Con recente decreto reale è conferita la croce dell'Ordine Militare di Savoia, la suprema onorificenza militare, al maresciallo dei R.R. Carabinieri, cav. Lorenzo Gasco. Coloro, cui la notizia non è sfuggita fra un rigo e l'altro di cronaca, saranno trasecolati nel veder decorato un semplice sottufficiale delle ambite insegne che fregiano il petto di qualche generale, provato al fuoco delle battaglie, e che vengono concesse soltanto per segnalate azioni di guerra; mentre per il Gasco si tratta di un pericoloso conflitto sostenuto di notte, in un bosco, con tre latitanti, pel quale potrebbe parer premio conveniente una medaglia al valore.

Gli è che pochi sanno chi sia questo modesto ed eroico carabiniere che pare riassuma in sè tutte le benemerenze e le virtù antiche dell'arma, che meriterebbe (se virtù e valore contassero qualcosa in Italia) una bella statua, al posto di certi goffi pupazzi d'illustri sconosciuti che svergognano, nel libero cielo delle nostre piazze, la tradizione del Donatello e del Verrocchio.

Io lo conobbi semplice carabiniere, sette anni fa, a Nuoro al tempo delle famose retate, nell'ufficio del suo capitano, un altro valoroso, il cav. Giuseppe Petella, in quella stanza, tappezzata di scaffali stracarichi di cartelle, ingombra di cataste di stampati, seminata da per tutto di carte, dove si riversava tutta la delinquenza del circondario più delinquente d'Italia, donde s'irradiavano ordini a quattrocento carabinieri. Dovevo recarmi per servizio da Nuoro a Dorgali e il capitano lo fece chiamare perché mi servisse di guida.

Fu bussato all'uscio.
- Avanti!
Ed ecco comparir nel quadro della porta una magra, bizzarra figura di moschettiere, dal lungo pizzo, dal gran naso ardito, uno di quegli esseri muscolosi e sani che celano una forza nervosa d'acciaio, uno di quei visi su cui si giura e dei quali si dice a prima vista: ecco un uomo.

- Comandi, signor capitano.

Domattina partirai col signor tenente - ordinò il Petella, accennando col capo verso di me, - e lo accompagnerai fino a Dorgali. Oh! e poi, dimmi un poco, perché non ti sei preso la licenza che ti avevo concessa?

Gasco ebbe un'ombra d'imbarazzo.
- Tanto sa... i miei vecchi li ho visti lo stesso. Ho pagato loro il viaggio sino a Genova e così siamo stati insieme una giornata.

- Ma dal momento ch'io te la offrivo... - insisteva il capitano.

- Ecco, signor capitano... - articolò il moschettiere - sapevo che lei in questi momenti aveva un gran bisogno di gente fidata e...

Il capitano mi gettò un'occhiata e un sorriso eloquente.
- Sta bene, Gasco, vai pure.

Null'altro: ma ci fu tra di loro un rapido lampo che disse tutto, tutto ciò che le bocche non dicevano attraverso la muraglia della disciplina. Nell'uno, una luce di compiacenza patema per quel soldato impastato di muscoli, di bontà e di bravura, quasi una gratitudine: nell'altro una dedizione completa, assoluta anima e corpo, alla quale si poteva tutto chiedere, sulla quale si poteva sempre contare.

L'indomani sul far del giorno - nel cielo di un azzurro profondo tremolavano ancora le stelle - Gasco mi cavalcava accanto per la via di Dorgali coll'eterno caracollo dei cavallini sardi. Io contemplavo quel profilo ardito di Don Chisciotte che ogni tanto levava il gran naso, aspirando l'aria come un segugio. Era difatti il bracco del circondario di Nuoro, un vecchio bracco che conosceva fin d'allora tutti i buchi della selva e tutte le facce di cristiano, si trovava in tutti gli scontri e pareva dotato di una virtù che lo rendesse invulnerabile.

- Da quanto tempo sei nell'arma? - chiedevo tanto per rompere il silenzio.

- Da otto anni, signor tenente, e da cinque che scorrazzo in lungo e in largo per questi posti. Ah! posso dir di averli frugati sasso per sasso, macchia per macchia. Sa che, quest'inverno, sono stato fino a trentasei giorni in campagna, senza veder la porta della caserma? - E soggiunse, scotendo la testa con un sorriso suo particolare che rivedo ancora: - Son lunghi, sa, trentasei giorni a far la vita dei mufloni!

Oh! lo sapevo. Li avevo visti tante volte quei martiri delle «brigate mobili» al ritorno dalle escurzioni, laceri, sfigurati, irriconoscibili sotto le ispide barbe agli stessi compagni, dopo settimane e settimane vissute alla malaria nella deserta campagna, sotto i solleoni e i diluvi e le tramontane gelate, con un po' di formaggio in tasca per pranzo e per cena.

- E quando piove?

- Eh! si lascia piovere.

- E dormire?

- Dove capita, signor tenente. in un ovile, sotto un albero.
Era l'ora dei brividi che precede l'aurora. Il sereno del cielo principiava ad imbiancare in una purezza sempre più scialba, mostrando attorno una desolazione di monti tutti macchiati di lentischi, spelacchiati come teste di tignosi, neri e grigi, grigi e neri... E Gasco allungava il braccio.
Là, vede, m'incontrai due anni fa coi latitanti.

«incontrarsi» per un carabiniere, vuol dire sostenere un conflitto, nel quale resta sempre a terra qualcuno. Quella volta (fu la sua prima medaglia d'argento) mentre se ne tornava da una perlustrazione, solo con un compagno, aveva dato il «ferma» a dodici banditi, i più fieri, i quali naturalmente risposero a fucilate, cercando di pigliarli in mezzo.

- Che ci si poteva noi due, poveri cristi, contro dodici di quei demoni? Il compagno era un coscritto, per giunta... Ci si butta a terra, la testa contro un sasso. Ogni tanto rizzavo la cresta e... pari! E quelli a gridare: «ora vi si attacca agli alberi come due merli! Se non vi si mangia il core noialtri, non ve lo mangia nessuno!» Tira, tira, noi si resta senza cartucce. Si fanno gli ultimi spari a mitraglia e intanto, quatti quatti, ci si ritira scivolando fra i cespugli, ci si butta giù in un burrone. Io... lo crede, signor tenente? non so ancora capire come la sia andata: il fatto sta che anche per quella volta si riesce a portar la pellaccia a casa!

E raccontava, ridendo, come di una partita a briscola, in un'istintiva incoscienza della sua bravura, ridendo con quel suo riso che gli piegava tutta la faccia bizzarra, arsa dal sole e dai venti: e io me lo ascoltavo, me lo contemplavo ch'era un gusto, così magro nella sua ossatura d'acciaio che si legava elastica ai movimenti del cavallo, e lo lasciavo dire, ora che, incoraggiato, avea preso l'aire dietro ai ricordi. Era un conflitto col feroce De Rosas, era un compagno ferito a morte da tre palle e che pure inseguiva a fucilate banditi; era una lotta corpo a corpo col Berrina di cui egli si era sentito il coltellaccio alla gola e, salvo per miracolo, si era guadagnato una seconda medaglia: nella sua stazione su dodici, sette erano decorati al valore e chi aveva due medaglie d'argento e chi ne aveva tre. E io, che d'argento avevo solo i miei due galloni, davanti a quel semplice, oscuro carabiniere mi sentivo tanto piccino.

L'ultima volta che lo rividi fu dopo il famoso conflitto di Morgoliai nel quale egli rimase gravemente ferito e fu proprio a un pelo di lasciarci la pelle. Centocinquanta carabinieri e sessanta soldati circondavano la foresta, ove si erano rintanati i più disperati latitanti, che non avevano voluto saperne di costituirsi come gli altri. li capitano Petella aveva poi disposto la muta dei battitori, comandata da lui in persona, e divisa in due scaglioni i quali dovevano cacciarsi, nottetempo, nella selva e snidare la fiera: dodici in tutto: i bravi fra i bravi.

Il covo dei banditi, per quanto si sapeva da un confidente, era situato in vetta a una dirupata montagna, un caos selvaggio di pietre e di vegetazione pel quale bisognava inerpicarsi ansanti, carponi, una mano agli sterpi, un piede sulle rocce, scivolando a ogni passo sulle foglie secche, salendo talora sulle spalle l'uno dell'altro.

Gasco, ch'era del secondo gruppo, aveva approfittato d'una sosta per sgusciare avanti e mettersi fra i primi. Gli altri, istintivamente, lo avevano seguito, e così, ammucchiati gli uni sugli altri, stretti tutti in un grappolo attorno al capitano, come i pulcini attorno alla chioccia, strisciano, strisciano, superano un piega del dirupo. Eccoli! a pochi passi è un frascata addossata a un grand'elce, una specie di capanna.


La lotta fra Gasco e il bandito Fancello. 'Dopo qualche minuto di lotta, durante la quale il Fancello
mi strappò una parte del pizzo, riuscii a metter sotto il bandito, il quale con la leppa tentava
 di ferirmi la mano che lo stringeva al collo'.
 (Da ' Il Secolo XX ', maggio 1907)

D'improvviso, nel silenzio, scoppia un urlo che pare uscito dalla terra: un bandito, ch'era in vedetta, dà un balzo di tigre, s'avventa al fucile, spara, fugge, spara ancora: una scarica di colpi gli risponde. E’ una scena d'inferno. Nell'orrore del luogo, alla vampa delle fucilate, le belve, colte nel sonno, affacciano le ghigne stralunate, sparano, urlano, imprecano, sì sperdono qua e là come un nido di bestie spaurite. Gasco che ha scorto, di lontano, la giubba rossa del Pau, sua antica conoscenza, si butta a correre, il buon bracco, con ia sua bravura impetuosa. Ma il brigante, con la sua vecchia tattica, fa finta di fuggire, si appiatta, spara. Gasco manda un grido fioco. Il capitano e qualche altro lo raggiungono.
- L'hai ammazzato?
- Ahi! no: ha ammazzato me! - E porta le mani alla gola, bianco come un cencio, e cade tramortito.
Gli altri si curvano sul compagno, lo baciano cogli occhi annebbiati di pianto. - Gasco! il mio vecchio Gasco! mormora il capitano e gli accosta alle labbra la fiaschetta: il carabiniere socchiude gli occhi, lo riconosce.

- Bevi, bevi ancora!
- No, se no, non ne resta per lei... - balbetta lui allontanando la borraccia: poi tutto in pena di vederli persi lì, attorno a lui - Signor capitano, pensi a salvarsi lei... la sua vita è preziosa!

Si fece ricaricare il moschetto e volle ad ogni costo che lo lasciassero solo e seguitassero la caccia ai banditi.
Due settimane dopo, lo incontrai col collo fasciato per una via di Nuoro: la palla gli era passata da parte a parte sfiorandogli la carotide.

- E così anche questa volta si è riportata la pellaccia a casa! - mi disse con quel suo riso che pareva burlarsi dei destino, dei banditi, delle fucilate, delle minacce di morte che gli stavan sul capo: come in una confidenza spensierata che la fortuna ama e assiste gli audaci.

Dopo, non l'ho visto più, il mio bravo Gasco.

So che da semplice carabiniere è divenuto maresciallo e cavaliere, che si è cimentato ancora in non so quanti conflitti, che gli brilla sulla tunica una costellazione di medaglie, di cui una sola basterebbe a far l'orgoglio di un petto virile; e ora leggo che Sua Maestà ha voluto riceverlo in udienza privata, facendoselo presentare dal Ministro della Guerra e gli ha appuntato colle proprie mani sull'uniforme le insegne più ambite dei valorosi. Eppure io son sicuro che anche nel tripudio di questi giorni, anche fra gli onori della capitale, il buon bracco non sogna che di tornarsene presto laggiù, tra i grandi alberi neri e i monti ove si prova una voluttà orgogliosa e acre, ignota agli uomini delle città, che vi attacca a quella vita forte agitata e rischiosa, a quella lotta dell'uomo, con la forza e con l'astuzia, contro le potenze della natura e del mondo.
in bocca al lupo, amico Gasco!

GIULIO BECHI
(Da "L'Illustrazione Italiana" del 10 febbraio 1907)