Carabinieri 19



Il Reggimento Corazzieri

Con decreto del 24 dicembre 1992, il Presidente della Repubblica, On. Oscar Luigi Scalfaro, ha fissato l'attuale denominazione del reparto in Reggimento Corazzieri, articolato su:

  • Colonnello Comandante;
  • Ufficio Segreteria e Personale;
  • Gruppo Squadroni (con due Squadroni montati);
  • Reparto Comando per il sostegno logistico dell'unità;
  • Reparto di Sicurezza (con un Nucleo "operativo" ed uno di "protezione")
  • Servizio Amministrativo, Sanitario e Veterinario.

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi SCALFARO, passa in rassegna un drappello di Corazzieri

L'arruolamento dei Corazzieri non è diretto. Tutti i componenti del Reggimento sono carabinieri che, oltre al possesso del requisito fisico della statura, devono provenire da reparti dell'Arma dopo un periodo minimo di almeno sei mesi di servizio effettivo svolto con ottimo rendimento.

L'aspirante viene promosso corazziere solo dopo il superamento di un tirocinio formativo che si conclude con il conseguimento delle specializzazioni che caratterizzano il suo particolare servizio a cavallo, in motocicletta e come addetto alla sicurezza del Capo dello Stato.

Per mantenere ad un livello il più elevato possibile l'insieme di questi requisiti e per consentire di assolvere con l'indispensabile prestigio i loro compiti istituzionali, sempre oltremodo impegnativi non soltanto sotto il profilo formale, ma anche di sforzo fisico spesso prolungato, i Corazzieri vengono sottoposti ad un intenso addestramento in ogni settore, dalle esercitazioni tipicamente militari, allo studio delle discipline professionali, all'educazione fisica.

La Caserma Alessandro Negri di Sanfront

Caserma Magg. Alessandro Negri di Sanfront

L’edificio sede della caserma dei Corazzieri fa parte del complesso di costruzioni monastiche annesse alla Chiesa di Santa Susanna, basilica le cui origini risalgono al VI secolo.

All’attuale configurazione architettonica si è pervenuti attraverso numerose ristrutturazioni avvenute sin dal 1590 per volere di Papa Sisto V, che vi sistemò le Monache di San Bernardo, e vede l’esistenza di due distinti fabbricati, a nord e a sud, rispettivamente a pianta quadrata con cortile interno l’uno e l’altro incorporante la chiesa medesima.

Dal 1870, una parte delle costruzioni passò al demanio statale venendo destinata a caserma, mentre un’altra rimase alle monache ormai presenti da quasi due secoli.

La divisione degli ambienti fu attuata, a detta dei più, con criteri abbastanza irrazionali, così verificandosi "la straordinaria circostanza che sulla stessa galleria stanno da un lato le suore di clausura, dall’altra i Carabinieri Guardie, salvo sempre e naturalmente i debiti diaframmi" (Apolloni Ghetti).

Nella parte rimasta in uso alle monache, le modificazioni sono state pressoché inesistenti e vi si leggono con chiarezza le varie fasi degli interventi dal tempo di Sisto IV a quello di Sisto V e Paolo V, mentre in quella della caserma, per il fatto di essere stata adibita a uso tanto diverso dall’originario, le trasformazioni sono state nel tempo varie, ma tali da non stravolgere il preesistente organismo architettonico.

Il maneggio coperto 

La caserma dei Corazzieri è titolata al Maggiore Negri di SanFront, Comandante degli squadroni Carabinieri nel glorioso episodio della Carica di Pastrengo.

 Sfilata in Via XX Settembre

Si compone, tra l’altro, di una scuderia, di una selleria, di un maneggio coperto e di un laboratorio dove vengono realizzati su misura elmi e corazze.

In occasione di particolari cerimonie, la distanza che separa la caserma dal Quirinale viene coperta dai Corazzieri in formazione montata.

Lo Stemma Araldico

Lo Stemma Araldico é stato concesso al Reggimento Corazzieri con D.P.R. del 24 dicembre 1986.

Stemma Araldico del Reggimento Corazzieri

E' formato da uno scudo bipartito, con quello di sinistra suddiviso in tre campi dai colori simboleggianti le città in cui i Carabinieri Guardie ed i Corazzieri hanno avuto sede: azzurro per Torino, argento per Firenze e rosso per Roma. Sovrapposta un'aquila nera caricata in cuore dallo scudetto ovale rosso con le lettere maiuscole "R" ed "I", abbinamento che vuole testimoniare la persistenza delle finalità istituzionali del reparto: la salvaguardia della suprema Autorità dello Stato con immutato impegno anche dopo il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica avvenuto nel 1946.

L'aquila nera è infatti simbolo di Casa Savoia mentre il monogramma "RI" è quello della Repubblica Italiana. La parte destra contiene gli stessi simboli che compaiono nello scudo dello Stemma Araldico dell'Arma dei Carabinieri: la branca di leone d'oro afferrante la serpe e la quercia sradicata d'argento, in campo azzurro e rosso.

Lo scudo, sormontato dalla corona turrita, simboleggiante l'Italia ed ornante dal 1987 tutti gli emblemi di Forza Armata, è sostenuto da due leoni d'oro, da sempre sinonimo di vigoria, valore, eleganza e potenza e mutuati da quelli che compaiono sul cimiero dell'elmo e sulla corazza indossata con l'uniforme di gran gala.

I leoni sostengono anche la bandiera nazionale e lo stendardo presidenziale che fiancheggiano lo scudo, insegne simbolo della funzione assolta dal reparto nei riguardi della suprema carica dello Stato. I "sostegni" appoggiano le zampe posteriori sulla lista posta sotto lo scudo e recante il motto "VIRTUS IN PERICULIS FIRMIOR", proprio del reparto sin dall'inizio del secolo.

L'attuale stemma ha subito, rispetto a quello concesso nel 1986, due leggere modifiche degli ornamenti esterni nel 1990 e nel 1992, in conseguenza del cambiamento dello Stendardo Presidenziale.

Lo Stendardo Presidenziale

Lo Stendardo Presidenziale costituisce, nel nostro ordinamento militare e cerimoniale, il segno distintivo della presenza del Capo dello Stato e segue perciò il Presidente della Repubblica in tutti i suoi spostamenti.

Stendardo Presidenziale attuale

Viene innalzato sulle automobili, sulle navi e sugli aeromobili che hanno a bordo il Presidente, all'esterno delle Prefetture quando il Capo dello Stato visita una città ed all'interno delle sale dove egli interviene ufficialmente.

Il nuovo Stendardo Presidenziale, che si ispira alla bandiera della Repubblica Italiana del 1802-1805, vuole legare maggiormente l'insegna del Capo dello Stato al tricolore, sia come preciso richiamo storico del nostro Risorgimento, sia come simbolo dell'unità nazionale. La sua forma quadrata e la bordatura d'azzurro simboleggiano le Forze Armate, di cui il Presidente della Repubblica è Capo.

Lo Stendardo è conservato nell'ufficio del Comandante del Reggimento Corazzieri, ove sono anche collocate la Bandiera di Guerra (assegnata al Reggimento nel 1878) e l'Antica Bandiera Colonnella, simbolo della sua speciale missione.

Il reparto custodisce anche gli stendardi dei precedenti Presidenti.

L’evoluzione

Dopo la proclamazione della Repubblica, venne provvisoriamente adottata, quale insegna del Capo dello Stato, la bandiera nazionale.

Stendardo Presidenziale - mod. 1965

Soltanto nel 1965, su impulso del Ministero della Difesa, fu predisposto un progetto per l'adozione di uno specifico vessillo destinato al Capo dello Stato. Motivi di opportunità sconsigliarono la soluzione più naturale, il tricolore con l'emblema della Repubblica al centro: in quella foggia, infatti, lo stendardo poteva confondersi con l'insegna del Presidente degli Stati Uniti Messicani, che era anche la bandiera nazionale di quel Paese.

Fra le varie ipotesi, l'allora Presidente Saragat scelse quella che prevedeva il drappo d'azzurro, caricato dell'emblema della Repubblica in oro. Entrambi i colori appartengono alla più autentica tradizione militare italiana, simboleggiando, rispettivamente, il comando e il valore.

Stendardo Presidenziale - mod. 1990

Questo modello rimase in vigore sino al 1990, quando il Presidente Cossiga ne adottò uno nuovo, costituito dalla bandiera nazionale bordata d'azzurro, introducendo anche un regolamento d'uso che ne moltiplicava l'utilizzazione e l'esposizione nelle cerimonie e negli edifici pubblici. Il modello 1990 durò solo due anni.

Stendardo Presidenziale - mod. 1992

All'inizio del suo mandato, infatti, il Presidente Scalfaro volle ripristinare lo stendardo del 1965, riducendo, però, le dimensioni dell'emblema della Repubblica. Questa foggia è rimasta in uso fino al 4 novembre 2000.

Le Uniformi

Le uniformi dei Corazzieri rispecchiano il regolamento del 1876, con alcuni lievi ritocchi del taglio dovuti all’evoluzione del costume militare.

L’uniforme di gran gala viene usata nelle occasioni solenni (Altare della Patria, Festa della Repubblica, visita di Capi di Stato esteri).

L’uniforme di mezza gala è adoperata nelle ricorrenze importanti, alle quali è presente il Capo dello Stato.

La grande uniforme (invernale ed estiva) viene prescritta nei servizi al Quirinale

L’uniforme da campo e tenuta da cavallo, a modifica del Regolamento del 1876, è senza corazza ed è usata in campo aperto.

Tenuta e bardatura di gran gala. Tenuta e bardatura di mezza gala.

 

Maresciallo in tenuta da cavallo. Tenuta e bardatura da cavallo.

Un giorno da Corazziere

Visita alla Caserma del Reggimento in cui quotidianamente si addestrano gli uomini demandati alla scorta d’onore del Presidente della Repubblica. Un simbolo molto amato dagli italiani, dietro la cui perfezione formale si celano militari di altissimo livello

La scorta d'onore dei Corazzieri a Giovanni Paolo II in occasione della sua visita al Quirinale.

Ore 8.30, Caserma “Alessandro Negri di Sanfront”. Il rumore del traffico di via XX Settembre è ormai appena un brusio, un ronzio di fondo che ci ricorda di essere nel caldo autunno romano dell’Anno del Signore 2002. Anche perché altrimenti potremmo dimenticarcene. L’imponente cancello della Caserma del Reggimento Corazzieri funziona infatti come una sorta di macchina del tempo: basta oltrepassarlo per piombare di colpo nel passato, quando la gente andava a cavallo e la rivoluzione industriale non aveva ancora dispiegata tutta la sua potenza. In queste stanze, tra stucchi e boiserie, tra quadri d’epoca e collezioni di sciabole e moschetti, i moderni Corazzieri si muovono col passo felpato di un tempo. Entrare in questi ambienti – che fino al 1870 furono un’ala dell’antico Convento di Santa Susanna – è come fare un tuffo in un mondo ormai perduto. È l’Ottocento come lo abbiamo sempre immaginato, come lo abbiamo letto nei libri, come lo abbiamo visto nei film: con le divise riccamente decorate, l’eleganza del comportamento, il contegno quasi aristocratico degli ufficiali.

Al Reggimento Corazzieri è la tradizione stessa che vive nei gesti di ogni giorno, nel servizio tutto dedicato alla figura del Capo dello Stato. Chiunque li abbia ammirati anche una sola volta si sarà chiesto come vivono questi aitanti carabinieri che, nelle solenni cerimonie di Stato, sono capaci di stare sull’attenti per ore, sotto il sole cocente o con la pioggia più scrosciante. Dei Corazzieri spesso si conosce soltanto questo aspetto, la scorta d’onore, ma c’è ben altro oltre all’apparenza, che pure è importante. Perché qui la forma non è mai fine a se stessa, ma è l’anticamera della sostanza. E allora, andiamoli a conoscere da vicino questi Corazzieri, andiamoli a vedere come non li abbiamo visti mai: loro, sempre così distanti e imperscrutabili, chiusi nelle scintillanti uniformi di gran gala.

Roma, via dei Fori Imperiali, 2 giugno 2002: la guardia a cavallo dei Corazzieri scorta il Presidente Ciampi che si reca ad assistere alla parata per la Festa della Repubblica.

La vita del corazziere si svolge in gran parte in questo quadrilatero di trecento metri per lato che comprende il palazzo del Quirinale e la caserma “Negri di Sanfront”. Quando arriva qui, il corazziere sa che ci passerà gran parte della sua vita, salvo dimissioni o circostanze eccezionali. E sa anche che da quel momento sarà un carabiniere molto particolare, cui è affidato un compito delicatissimo: la tutela del simbolo dell’Unità nazionale. D’altronde è sempre stato così, i Corazzieri tutelano il Quirinale dall’epoca in cui regnava Casa Savoia, e oggi, che dalla monarchia si è passati alla repubblica, continuano il loro compito con lo stesso spirito di servizio, tanto da essere diventati essi stessi un simbolo, il simbolo della continuità nel cambiamento. Per questo vengono loro richieste doti e caratteristiche particolari. E ciò da tempo immemorabile.

Già nell’Ottocento erano previsti requisiti speciali per poter entrare a far parte di questo corpo scelto: per i Corazzieri, recita un vecchio regolamento dell’Arma, “oltre alle consuete informazioni che sono richieste per ogni aspirante nell’Arma dei Carabinieri, ne vengono domandate altre speciali per modo che la loro condotta e quella dei componenti la loro famiglia risulti illibatissima. I riconosciuti idonei sono ammessi in esperimento per un periodo di circa sei mesi, dopo il quale, se hanno data sufficiente prova di abilità nell’equitazione, tenuta buona condotta e dimostrata attitudine al servizio speciale, vi sono passati effettivi”. Il messaggio è chiaro: chi è chiamato a stare accanto al simbolo della nazione deve avere una condotta irreprensibile, ma deve anche saper fare tante cose. Per questo la giornata del corazziere è sempre piena.

Gli "angeli" del Capo dello Stato all'interno del Quirinale.

Di primo mattino, subito dopo l’alzabandiera, i 280 corazzieri vengono divisi in turni. Chi in quel momento non è in servizio al Quirinale o in trasferta al seguito del Presidente della Repubblica, si dedica in primo luogo all’equitazione nel maneggio coperto della caserma o presso il Galoppatoio di Villa Borghese. Una buona forma fisica è essenziale per ogni corazziere che si rispetti, per cui, oltre all’equitazione, è prescritta anche la corsa e una capatina nell’attrezzata palestra del Reggimento. Poi, a metà mattinata, cominciano le esercitazioni a piedi o a cavallo, per coppie o per quintiglie, e si provano le attività con la sciabola: come deve essere impugnata, come si esegue un perfetto presentat-sciab, come va tenuta quando si è a cavallo e con l’uniforme di gran gala. Le esercitazioni a volte sono ripetitive, ma il provare e riprovare una figura, un gesto, una posizione è il modo migliore per garantire la perfetta efficienza fisica e l’omogeneità professionale di tutti i Corazzieri, che non possono permettersi mai un cedimento o una sbavatura.

La mattinata volge al termine tra il via vai degli imponenti cavalli irlandesi (il Reggimento ne ha in dotazione 60) che vengono governati e fatti muovere intorno alle scuderie. E dopo il pranzo nell’incredibile mensa della Caserma – qui si mangia sopra i resti di un’antica villa romana, e dal pavimento a vetri si può ammirare un bellissimo e rarissimo mosaico parietale dell’epoca imperiale – c’è appena il tempo per un caffè, quando scattano i preparativi per il secondo turno di guardia al Palazzo. In pochi minuti i Corazzieri in grande uniforme già sono pronti per raggiungere il Quirinale, e noi con loro.
Ore 14.00, Palazzo del Quirinale. Il maresciallo di Palazzo, stretto nella sua impeccabile divisa, è il custode dell’ortodossia delle forme militari in tutta l’area del palazzo presidenziale. Anche lui sembra un personaggio uscito da un’altra epoca, parla a bassa voce, con eleganza innata. Conosce il Quirinale nei suoi particolari più minuti. Il suo occhio è esperto e allenato. Sa dove è necessaria la presenza di un corazziere: davanti a quale porta, in fondo a quale corridoio. Sa come va fatto un punteggiamento di Corazzieri nelle grandi sale tutte tappeti e arazzi o sullo Scalone d’onore. Tiene d’occhio le uniformi dei militari in turno di guardia, uniformi che devono essere sempre perfette.

Il generale Tommaso Meli, Comandante del Reggimento Corazzieri, consegna il nuovo Stendardo al Presidente Carlo Azeglio Ciampi.

Dal Salone dei Corazzieri, immenso come una piazza d’armi, alla Sala degli Ambasciatori, dal Salone delle Feste all’attigua Sala degli Specchi, dallo Studio del Presidente alla Vetrata fino al Cortile d’onore, tutto è organizzato quotidianamente, insieme al cerimoniale presidenziale, secondo l’importanza dell’evento. Il maresciallo rievoca le grandi visite di Stato, con gli enormi seguiti, le magnifiche cene ufficiali, i brindisi e i colloqui tra capi di Stato. Il tutto sempre sotto l’occhio vigile dei Corazzieri, apparentemente impassibili, quasi statuari. Centinaia di aneddoti si potrebbero raccontare sulle più diverse situazioni che i Corazzieri hanno dovuto affrontare in un luogo così particolare come il Quirinale, ma gli impegni chiamano. Il maresciallo di Palazzo deve controllare qualcosa da qualche parte, saluta e si dilegua inghiottito dai corridoi.

Un altro maresciallo nel frattempo ci prende in consegna. È uno degli addetti alla sicurezza del Presidente, e con lui parliamo della sicurezza nei giardini, mentre passeggiamo tra i vialetti ben tenuti. Anche qui la sorveglianza è discreta, ma implacabile. Nonostante i circa 4 ettari di piante, siepi, alberi di ogni genere, nulla sfugge al controllo dei Corazzieri. Tranne il 2 giugno, Festa della Repubblica, quando i giardini vengono aperti al pubblico, e tranne qualche rara occasione ufficiale, il grande parco è frequentato esclusivamente dai giardinieri e dai Corazzieri addetti alla sicurezza, come quelli che adesso si intravedono in fondo tra le siepi: sagome scure dall’aspetto minaccioso. Ma niente paura, gli angeli custodi del Presidente della Repubblica sono carabinieri affidabili, di grande preparazione e professionalità.
Così ci spostiamo in un angolo un po’ appartato del giardino, proprio a ridosso del Palazzo. Qui è ancora conservato il famoso labirinto vegetale del Quirinale, uno dei pochi labirinti antichi sopravvissuti alle mode e alle trasformazioni del giardino all’italiana. Ma, come in un racconto di Borges, è un labirinto perso in un altro labirinto. Perché, a fare bene i conti, anche il Quirinale è un immenso dedalo con le sue centinaia di stanze, saloni, corridoi, scaloni, sotterranei, cortili.

Oltre alla uniforme di gran gala, i corazzieri ne hanno in dotazione altre sei, per soddisfare al meglio le diverse esigenze operative.

Mentre percorriamo a ritroso l’itinerario già fatto, viene da chiedersi come sia possibile riuscire a controllare in modo così capillare quest’enorme palazzo con il suo enorme giardino. Ma la domanda è destinata a restare senza risposta. La segretezza è d’obbligo, al Quirinale. Comunque, ci si può consolare pensando che ormai da più di cento anni i Corazzieri si occupano della sicurezza del Palazzo e tutto è sempre andato per il meglio. Cosa si può volere di più!
Ore 17.50, Piazza del Quirinale. La giornata volge al termine. Dalla penombra dei saloni del palazzo presidenziale siamo tornati all’aperto. Sulla piazza, davanti alla grande fontana con i Dioscuri che reggono per le briglie due splendidi cavalli rampanti, ormai c’è poca gente. Questa spianata è un balcone naturale, e da qui si gode uno dei più bei tramonti sulla città eterna. Fra poco il sole tramonterà e, pian piano, anche il Palazzo si svuoterà del personale civile. Ma per i Corazzieri la giornata non finisce qui: loro non lasciano mai il Quirinale sguarnito. Giorno e notte, per 365 giorni all’anno, sono lì a custodire la dimora del Capo dello Stato, o meglio la Casa degli Italiani, come è stata ribattezzata dal Presidente Ciampi. E viene da dire che, in mano ai Corazzieri, la Casa degli Italiani è davvero in buone mani.

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D'ACQUISTO SALVO

Particolare del quadro di Vittorio Pisani ispirato all'episodio del vice brigadiere Salvo D'Acquisto.

Vice brigadiere dei Carabinieri (Napoli, 17 ottobre 1920 - Torre di Palidoro, Roma, 23 settembre 1943) Medaglia d'Oro al V.M. - Arruolatosi volontario nell'Arma dei Carabinieri il 15 agosto 1939, divenne carabiniere il 15 gennaio 1940. Il 28 ottobre dello stesso anno venne mobilitato con la 608a Sezione Carabinieri e sbarcò a Tripoli il 23 novembre successivo. Tornato in Patria, dal 13 settembre 1942 fu aggregato alla Scuola Centrale Carabinieri di Firenze per frequentarvi il corso accelerato per la promozione a vice brigadiere, grado che conseguì il 15 dicembre successivo. Una settimana dopo venne destinato alla stazione di Torrimpietra, una borgata a 30 km. da Roma.
Il 23 settembre 1943, è scritto nel suo foglio matricolare, venne fucilato dai tedeschi in località Torre di Palidoro. Tale nuda annotazione va riferita ad uno degli episodi più eroici offerti da un carabiniere nel corso della storia dell'Arma.

Dopo l'8 settembre 1943, a seguito dei combattimenti alle porte della Capitale, un reparto di SS tedesco si era installato nel territorio della Stazione di Torrimpietra, occupando una caserma abbandonata della Guardia di Finanza e sita nella "Torre di Palidoro" borgata limitrofa a Torrimpietra. In tale caserma, la sera del 22 settembre di quello stesso anno, alcuni soldati tedeschi, rovistando in una cassa abbandonata, provocarono lo scoppio di una bomba a mano: uno dei militari rimase ucciso ed altri due furono gravemente feriti. Il fortuito episodio fu interpretato dai tedeschi come un attentato.

Il mattino successivo, il comandante del reparto si diresse alla Stazione di Torrimpietra per ricercarvi il comandante. Vi trovò, in assenza del maresciallo titolare della stazione, il vice brigadiere D'Acquisto, al quale chiese perentoriamente di individuare i responsabili dell'accaduto. Alle argomentazioni del giovane sottufficiale, che cercò inutilmente di convincerlo sulla casualità del tragico episodio, l'ufficiale tedesco decise la rappresaglia. Poco dopo, Torrimpietra fu tutta accerchiata e 22 inermi ed innocenti cittadini furono rastrellati, caricati su di un autocarro e trasportati ai piedi della Torre di Palidoro.

Il vice brigadiere Salvo D'Acquisto, consapevole della tragica situazione incombente sugli ostaggi, ancora una volta affrontò il comandante delle SS per rinnovare il tentativo di portarlo ad una obiettiva valutazione dei fatti. Nuovamente al giovane sottufficiale venne richiesto di indicare i responsabili del presunto attentato, ma la sua risoluta risposta negativa comportò una irragionevole e spietata reazione. Gli ostaggi vennero obbligati a scavarsi una fossa comune, chi con le pale portate dagli stessi militari germanici, chi con le mani. A questo punto, Salvo D'Acquisto si autoaccusò responsabile dell'attentato e chiese la liberazione degli ostaggi, che ebbe luogo precedendo di poco l'istante in cui egli offrì il petto alla scarica del plotone d'esecuzione nazista.

Ai piedi della Torre di Palidoro il ventitreenne vice brigadiere si affiancò così, idealmente, a tutti coloro che nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione avevano fatto dono di sé stessi a un ideale di giustizia e di libertà.

La Torre di Palidoro (Roma) ai cui piedi si concluse eroicamente la vita del vice brigadiere Salvo D'Acquisto il 23 settembre 1943.

Nel rapporto del 25 gennaio 1945 n. 20/7-11 di protocollo riservato, inviato dal comandante della Legione di Roma al Comando Generale dell'Arma, si legge che la sera del giorno dell'esecuzione di Salvo D'Acquisto alcuni militari tedeschi, parlando con una giovane del luogo, affermarono che il sottufficiale era "morto da eroe, impassibile di fronte alla morte".
Alla Memoria del vice brigadiere Salvo D'Acquisto il Luogotenente Generale del Regno, con Decreto "Motu Proprio" del 25 febbraio 1945, conferì la Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

"Esempio luminoso di altruismo, spinto fino alla suprema rinunzia della vita, sul luogo stesso del supplizio, dove, per barbara rappresaglia, erano stati condotti dalle orde naziste 22 ostaggi civili del territorio della sua stazione, non esitava a dichiararsi unico responsabile d'un presunto attentato contro le forze armate tedesche. Affrontava così da solo, impavido, la morte imponendosi al rispetto dei suoi stessi carnefici e scrivendo una nuova pagina indelebile di purissimo eroismo nella storia gloriosa dell'Arma".

Quattordici dei ventidue ostaggi di Torre in Pietra (Roma) fotografati alcuni anni dopo il martirio di Salvo D'Acquisto.

Non pochi comuni italiani hanno dedicato al suo nome strade o piazze, così come sono a lui intitolate numerose caserme dell'Arma nel cui culto era cresciuto Salvo D'Acquisto, nipote per parte materna di tre persone che avevano in essa militato.

Il 23 settembre 1983, 40° anniversario della morte di Salvo D'Acquisto, l'Ordinario Militare mons. Gaetano Bonicelli, nella omelia celebrativa del suo sacrificio, ebbe a dire tra l'altro:
"Salvo D'Acquisto ha fatto il suo dovere in grado eroico, ben oltre quello che il regolamento gli chiedeva.
Ma perché lo ha fatto- Forse, in quel momento tragico, gli sono risuonate nel cuore le parole di Cristo. "non c'è amore più grande che dare la vita per chi si ama". Ma anche se la memoria del testo evangelico non l'ha aiutato, la forte educazione cristiana ricevuta in famiglia e nella scuola gli ha fatto cogliere l'essenziale del Vangelo che non è declamazione di parole, pur belle e sublimi, ma testimonianza di vita.
Da tempo, e da ogni parte d'Italia, sono giunti al Santo Padre, al Comando dei Carabinieri e a me come Vescovo militare, documenti e petizioni perché a Salvo D'Acquisto venga riconosciuto questo titolo di suprema nobiltà che è la santità. Dopo matura riflessione, dopo aver invocata la luce dello Spirito Santo, dopo aver consultato esperti e testimoni, nella mia qualità di responsabile primo della nostra Chiesa, ho la gioia di dichiarare che, secondo le forme previste dalla disciplina della Chiesa, intendo avviare la causa di canonizzazione del vice brigadiere Salvo D'Acquisto
".

Il 4 novembre 1983, nella sede dell'Ordinariato Militare, è stato insediato il Tribunale ecclesiastico chiamato a decidere nella causa di canonizzazione del vice brigadiere dei Carabinieri Salvo D'Acquisto.


CULQUALBER (Battaglia di)

La battaglia di Culqualber nell'interpretazione de "L'illustrazione del Popolo".

Nel 1941, in Africa Orientale, dopo la caduta di Cheren e dell'Amba Alagi, le operazioni militari vennero ad accentrarsi nell'Amhara, ove il generale Guglielmo Nasi si era arroccato nel sistema difensivo costituito dal ridotto centrale di Gondar e da una serie di capisaldi.

La difesa gondarina ebbe la più cruenta espressione nella resistenza del caposaldo di Culqualber, che comprendeva la sella omonima, attraversata da una rotabile a tornanti. Il nemico doveva necessariamente transitare da Culqualber per avanzare su Gondar con i reparti corazzati e le artiglierie. Il terreno della difesa era costituito da una serie di alture ad andamento irregolare, con sommità a cono e ad amba, intersecate da profondi burroni, di difficile percorribilità.

Il 6 agosto il generale Nasi rinforzò la difesa di Culqualber con il 1° Gruppo Carabinieri Mobilitato.

Il reparto, articolato su due Compagnie nazionali ed una di zaptiè, aveva combattuto brillantemente sulle alture di Blagir e dell'Incet Amba, distinguendosi in particolare nella difesa del fortino di Celgà. Era al comando del maggiore Alfredo Serranti.

Il Gruppo Carabinieri fu destinato ad occupare il «Costone dei Roccioni», che si protendeva, con ciglioni a strapiombo, ad Ovest della rotabile verso Gondar, ed il retrostante «Sperone del Km. 39», il più avanzato a Sud, dal lato di Dessiè-Debra Tabor. In tal moto il Gruppo Carabinieri, con il proprio comando al centro di raccordo degli opposti speroni, aveva un occhio sul fronte principale, a Sud, e l'altro su quello di tergo, a Nord.

Sul Costone dei Roccioni vi era ancora tutto da fare quanto ad apprestamenti difensivi. I Carabinieri, sorretti dalla volontà di resistere ad oltranza, vi si dedicarono col massimo impiego. Trassero dai burroni pesanti tronchi d'albero per rinforzare i ripari, sforacchiarono la roccia e realizzarono sul Costone posti scoglio a feritoie multiple per assicurare continuità di fuoco su tutte le direzioni.

Nel settembre, le formazioni nemiche si erano attestate sul fiume Guarnò e sulle alture del Danguriè, creando una particolare minaccia alle posizioni dei Carabinieri sullo «Sperone del km. 39». Afflussi nemici si erano manifestati anche nella vallata del Gumerà ad interdizione delle comunicazioni con Gondar, per cui il caposaldo di Culqualber era rimasto praticamente isolato ed assediato.
Per alleggerire la pressione nemica furono organizzate varie sortite, durante le quali i Carabinieri garantirono la inviolabilità del caposaldo, intervenendo talvolta per fronteggiare i contrattacchi.
Con l'assedio, il rifornimento viveri era cessato.
Cominciò allora il periodo degli stenti: granaglie, biade, mangime per quadrupedi e taff (minutissimo cereale) venivano ridotti, per mezzo di pietre, in grossolana farina che, impastata e cotta tra sassi roventi e brace, costituiva la «bargutta», cibo principale e spesso unico di ogni pasto.

Ma più grave della fame si fece la sete. I due fiumiciattoli, l'Arnò-Guarnò ed il Gumerà, ai quali il caposaldo aveva sino allora attinto l'acqua, si trovavano ormai fuori del raggio di azione delle nostre artiglierie ed i rifornimenti costavano perdite.

Rimase accessibile soltanto una minuscola sorgente fuori dalle linee, a lungo contesa con le scimmie. Nelle notti caldo-umide gli asciugamani, appositamente esposti, si bagnavano e fu solo con essi che durante tre mesi venne provveduto alla pulizia personale. Ma via via che le scorte andavano esaurendosi, che le uniformi si strappavano in combattimento o durante il lavoro, la volontà di ognuno di resistere ad oltranza diventava più ostinata.
Comunque, il problema del vettovagliamento doveva essere in qualche modo affrontato: fu deciso di procurare i viveri sottraendoli al nemico nel corso di puntate offensive.
La prima puntata del 18 ottobre, voluta dal comandante della difesa per sondare gli apprestamenti nemici verso Nord e per distruggere quelli in allestimento sull'altura di Lambà Mariam, a 15 km. circa dalle nostre linee, fu la più importante e cruenta fra le molte condotte nel corso della resistenza di Culqualber. Essa ebbe il preminente contributo dei Carabinieri e consegui risultati di insperato rilievo per perdite inflitte al nemico, cattura di armi, munizioni, materiali vari, vettovaglie e successo manovriero dei reparti.
Sfruttando prontamente gli effetti della sorpresa, i Carabinieri mossero d'impeto all'assalto frontale, incalzando i nemici fuggiaschi ed eliminando all'arma bianca, senza spreco di munizioni, le superstiti resistenze. Lambà Mariam e l'intero complesso degli apprestamenti e depositi avversari, obbiettivo della puntata, fu presto nelle nostre mani. Un immediato rientro appariva imprudente per la possibilità di contrattacchi, ma il comandante della difesa sapeva di poterlo tentare, facendo perno sulla saldezza dei Carabinieri. Affidate al maggiore Serranti le posizioni occupate, inseguì con reparti coloniali l'avversario in rotta, ricacciandolo sin oltre il Gumerà.
Senonché, mentre si riportava a Lambà Mariam, la posizione venne attaccata sul fianco Est da gruppi avversari. I Carabinieri furono pronti a respingere il nemico. Il rientro a Culqualber poté così avvenire con i reparti articolati combattivamente e protetti sul tergo dagli stessi Carabinieri, che operarono alla perfezione benché al termine di una notte di marcia, seguita da una giornata di combattimenti, con morti e feriti barellati e i piedi sanguinanti.
Infatti, non appena il nemico si rivelò in fase controffensiva, i Carabinieri lo lasciarono avvicinare, attaccandolo quindi con tiro efficace, per cui non gli fu possibile incunearsi fra i nostri reparti.

Per l'operazione di Lambà Mariam, i Carabinieri furono premiati con la Menzione Onorevole nel Bollettino del Quartier Generale delle FF.AA. n. 505, che diede atto della brillante vittoria riportata in condizioni estremamente delicate, con lievi perdite nostre (36 caduti e 31 feriti), ma gravi per il nemico.

L'efficace operazione consentì al caposaldo di Culqualber un temporaneo respiro dalla pressione avversaria; inoltre, il bottino di viveri migliorò per diverso tempo il razionamento e rese con ciò possibile l'ulteriore resistenza.
Ma la tregua fu di breve durata.

Nei giorni successivi affluirono reparti corazzati e rinforzi nemici d'ogni genere, nonché decine di migliaia di irregolari al comando di ufficiali britannici.
Cominciarono allora i lanci di manifestini e le insistenti intimazioni di resa, intervallate da formidabili concentramenti d'artiglieria e da bombardamenti aerei. Più volte si fece avanti una camionetta con bandiera bianca, sempre respinta. Altre volte il nemico inviò al caposaldo sacerdoti copti nella speranza di far breccia sui difensori ed ottenerne la resa. Ma il comandante della difesa rinviò i messaggeri, avvertendoli che la risposta gli inglesi l'avrebbero avuta soltanto dalle armi.

Dal 21 ottobre il nemico mise in continua azione tutti i mezzi offensivi. Nessun movimento fu più possibile in superficie; di notte il terreno veniva spazzato con tiri predisposti; di giorno si aggiungeva la giostra degli aerei col loro implacabile martellamento.

Il 2 novembre fu distrutto l'ospedaletto da campo e fu sconvolto il cimitero. Sul far del 5 novembre un poderoso attacco venne infranto sugli spalti meridionali del caposaldo, specie ad opera della 1a Compagnia Carabinieri, alla quale il comandante della difesa tributò il 6 novembre il seguente encomio:
«Dislocata alle opere avanzate del più minacciato settore della difesa di Gulqualber si segnalava per incessante eroica combattività, frustrando di giorno e di notte ripetuti attacchi anglo-ribelli, svolgendo ardita e fruttuosa attività di pattuglia, spinta talora sin entro il dispositivo nemico e fornendo, con la sua saldezza spirituale, piena garanzia d'integrità dei caposaldo sul fronte affidatole. Attaccata verso l'alba del 5 corrente da forze più volte superiori di numero, usciva con ben usufruito concorso della artiglieria presidiaria, il perfetto sfruttamento dei faticati apprestamenti difensivi e la felice condotta tattica della propria reazione - a respingere il nemico, cui infliggeva perdite particolarmente gravi, sventando così una seria minaccia alla complessiva difesa del caposaldo».

Il 12 novembre il 1° Gruppo Carabinieri era in linea, nelle posizioni chiave della difesa: sul fronte Sud, con la 1a Compagnia, sul fronte Nord, con la 2a Compagnia e la Compagnia zaptiè. La notte ebbe inizio la battaglia che nel disegno nemico doveva consentirgli di forzare il valico di Culqualber e che invece si concluse, la sera del 13, con una nostra piena vittoria difensiva. Carabinieri e zaptiè opposero un argine insormontabile proprio sul Costone dei Roccioni, per il quale l'avversario sperava di penetrare nel caposaldo.

All'attacco del Gruppo Bande Uollo (mercenari al soldo degli inglesi) i Carabinieri dovettero reagire all'arma bianca. Meno difficile riuscì invece rigettare dal Costone, su cui avevano posto piede grazie al possente appoggio d'artiglieria, reparti regolari sudanesi e kikuyu, presto indotti a cercare scampo nei burroni dall'incalzare impetuoso dei Carabinieri.

Fra assalti e contrassalti, nel corso dei quali i posti scoglio, anche se superati, continuavano a resistere, i militari dell'Arma restarono infine padroni delle loro posizioni. Del nemico, che aveva qua e là sfondato, rimanevano soltanto i caduti, frammisti purtroppo a decine di carabinieri.
Verso le 17 l'avversario, perduta ogni speranza di superare le nostre difese, desistette dall'attacco e sgombrò perfino talune alture antistanti, quali il Culiblivà e l'Hulet Amba, prima presidiate.
Innanzi alle posizioni della 2a Compagnia Carabinieri il maggiore Serranti contò 156 caduti avversari. Triste risultato per il nemico che, come da ordini rinvenuti indosso ad un soldato ucciso, aveva stabilito di far consumare il vitto alla truppa, a mezzogiorno del 13, sull’”Amba” di Culqualber.
Il comandante della difesa tributò un encomio alla 2a Compagnia Carabinieri dislocata sul Costone dei Roccioni: “Contro forze dieci volte superiori per numero e per armamento che l'attaccavano violentemente per undici ore, reagiva con aggressività, sangue freddo, illimitato coraggio, riuscendo vittoriosa nell'impari lotta…

La notte del 14 il nemico rimase inattivo, consentendo così ai nostri di soccorrere i feriti e tumulare i caduti, compresi quelli avversari, il cui gran numero impose non lievi fatiche e severe misure profilattiche. La tregua imprevista permise anche la confezione di bargutta calda.
Nei giorni successivi invece il nemico reiterò rabbiosi attacchi, riuscendo a forzamenti parziali, eliminati sempre con tempestivi contrattacchi, ben accompagnati dalla nostra artiglieria e contrastati a volte con la lotta corpo a corpo. Talora si facevano sotto carri armati ed autoblindo, che però venivano arrestati dallo scoppio di ordigni esplosivi azionati a comando dai posti d'osservazione.

Dal giorno 18 novembre l'azione aerea avversaria assunse proporzioni insostenibili, data la ristrettezza del settore. Squadriglie di ogni tipo si alternavano senza sosta, attaccavano in picchiata, spazzavano tutto in superficie. Ben nove aerei furono abbattuti dal tiro delle mitragliatrici. Ormai i difensori vivevano esclusivamente nei camminamenti ed in trincea, da cui uscivano solo per i contrassalti.
Malgrado la sete e la fame, nonostante le lotta massacrante e le sempre minori probabilità di vittoria, mai si verificarono nei militari dell'Arma casi di crisi morale. Alcuni, impazienti, si offrivano volontari per rischiosi servizi di pattuglia fra lo schieramento avversario: primo fra tutti il carabiniere Penzo Poliuto, autore di gesta leggendarie nell'intero corso della resistenza, divenuto cieco per azioni di guerra (Medaglia d'Oro al Valor Militare).

Nella giornata del 20 ben 57 velivoli avversari presero letteralmente d'assalto gli elementi difensivi del Caposaldo. Lo schieramento nemico era andato ancor più potenziandosi. Centinaia di camionette defluivano da Ambaciara e, per piste affiancate, serravano sotto la sella di Culqualber, mentre i reparti corazzati cercavano punti valicabili, ostacolati dalla natura del terreno e dal tiro dei difensori.
Alle 3 del mattino del 21 novembre l'offensiva si scatenò con rabbiosa risolutezza. Il Caposaldo fu contemporaneamente investito da Nord, da Sud e perfino dalle impervie provenienze da Est e da non meno di 20 mila assalitori delle più svariate unità.
I carri armati precedevano le schiere per aprire varchi, gli aerei spezzonavano e mitragliavano, artiglierie e bombarde lanciavano proiettili con ritmo vertiginoso.
Sugli opposti costoni dei “Roccioni” e del «Km. 39», punti nevralgici della battaglia, i Carabinieri della 2a e della 1a Compagnia e della Compagnia zaptiè sviluppavano una formidabile reazione di fuoco incrociato. Sullo sperone del “km. 39” - dove il fronte, inizialmente ritenuto principale, aveva usufruito di maggiori mezzi d'apprestamento - i Carabinieri della 1a Compagnia non abbandonarono neppure un palmo di terreno fino a che, attaccati da tergo dal nemico ormai padrone del Caposaldo, si difesero con furiosi corpo a corpo, nei quali quasi tutti perdettero la vita.

Ben altre vicende si svolsero sul Costone dei Roccioni, dove i Carabinieri ripetutamente sopraffatti, avevano dovuto più volte riprendere le posizioni coadiuvati dai contrattacchi del comandante della difesa.
Fu un succedersi di azioni alterne, durante le quali i Carabinieri, con bombe a mano o a colpi di baionetta, ripristinavano, volta per volta, le posizioni perdute.
Ad un certo punto però, proprio quando la difesa non disponeva più di uomini per rimpiazzare i caduti, il nemico lanciò sullo sconvolto costone nuove forze, sostenute da carri armati penetrati nei valloni laterali e da un massiccio fuoco d'artiglieria. Il nuovo attacco determinò l'irreparabile, essendo ormai ridotti i difensori ad uno sparuto gruppo di superstiti.
Il maggiore Serranti, che era stato ferito e perdeva sangue, si rifiutò di lasciarsi medicare. Disse che la sua presenza galvanizzava i Carabinieri, stimolandoli a persistere nella lotta. Ed i Carabinieri difatti si fecero tutti uccidere piuttosto che cedere.
Intorno al loro comandante, che dava un così alto esempio di virtù militari, essi lottarono con tutte le forze ed ancor più quando videro far di lui scempio da parte del nemico. Il maggiore era ormai morente quando una baionetta gli squarciò l'addome. Alla sua Memoria venne poi concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Il Costone dei Roccioni divenne così la «via dei cadaveri» sui quali il vincitore passò, raggiunse il cuore del caposaldo, soverchiò il gruppo di superstiti e spense l'ultima resistenza.
La caduta del caposaldo di Culqualber fu comunicata agli italiani con il Bollettino delle FF.AA. n. 539 del 23 novembre 1941: « ... gli indomiti reparti di Culqualber-Fercaber, dopo aver continuato a combattere anche con le baionette e le bombe a mano, sono stati infine sopraffatti dalla schiacciante superiorità numerica avversaria. Nell'epica difesa si è gloriosamente distinto, simbolo del valore dei reparti nazionali, il Battaglione Carabinieri, il quale, esaurite le munizioni, ha rinnovato sino all'ultimo i suoi travolgenti contrattacchi all'arma bianca. Quasi tutti i Carabinieri sono caduti».

Per l'epica resistenza di Culqualber la Bandiera dell'Arma è stata insignita di una seconda Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

«Glorioso veterano di cruenti cimenti bellici, destinato a rinforzare un caposaldo di vitale importanza, vi diventava artefice di epica resistenza. Apprestato saldamente a difesa l'impervio settore affidatogli, per tre mesi affrontava con indomito valore la violenta aggressività di preponderanti agguerrite forze che conteneva e rintuzzava con audaci atti controffensivi contribuendo decisamente alla vigorosa resistenza dell'intero caposaldo, ed infine, dopo aspre giornate di alterne vicende, a segnare, per ultima volta in terra d'Africa, la vittoria delle nostre armi.
Delineatasi la crisi, deciso al sacrificio supremo, si saldava graniticamente agli spalti difensivi e li contendeva al soverchiante avversario in sanguinosa impari lotta corpo a corpo nella quale comandante e carabinieri fusi in un solo eroico blocco simbolico delle virtù italiche, immolavano la vita perpetuando le gloriose tradizioni dell'Arma
».

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