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Il Carosello equestre
Il festeggiamento dell’anniversario dell’Arma dei Carabinieri è da sempre un momento carico di emozioni, rese ancor più forti quando i reparti, in sfilata, lasciano Piazza di Siena per far spazio alle esecuzioni del Reggimento Carabinieri a cavallo: il Carosello equestre e la Carica. Il Carosello è un alternarsi fluido e ritmico di figure complesse e non prive di un certo rischio, eseguite con grande abilità e perizia, degna di quella tradizione della cavalleria italiana della quale i carabinieri del Reggimento e, più estesamente, l’Arma intera sono fedeli e rigorosi custodi. La carica, invece, è un turbinare di pennacchi tra il balenio delle sciabole sguainate e lo sventolare dello stendardo, sottolineato dal grido "Pastrengo!" in memoria dell’eroica battaglia di Pastrengo del 30 aprile 1848. Si tratta di esibizioni che esaltano i sentimenti persino dei più disincantati, anche perché sono la celebrazione di un rito, memoria di dedizione, coraggio ed entusiasmo: da sempre valori del carabiniere.
Origini storiche e significato dei Caroselli
Il carosello deriva dagli antichi tornei che hanno origine lontana e che assunsero variamente nel tempo significati ed emblemi. La loro frequenza aumentò dopo il ritorno dei cavalieri cristiani dalle Crociate e in particolare per le rivalità esistenti tra gli ordini cavallereschi degli Ospedalieri e dei Templari. Talvolta nei tornei si misuravano alcune decine di cavalieri. Le regole che governavano la contesa erano molto severe ed avevano soprattutto lo scopo di assicurare la lealtà degli scontri e di evitare possibili conseguenze mortali per ferite inferte dalla lancia o dalla spada. Più tardi iniziò l’uso che gli araldi leggessero prima dello scontro le norme che dovevano regolare il torneo, sia che questo avesse luogo ad armi cortesi (quelle dell’emulazione, priva di violenza) sia con armi da battaglia. Uno dei primi tornei svoltisi a Roma fu quello del 3 settembre 1332, che ebbe luogo precisamente nell’interno del Colosseo, riattato per quell’occasione quanto bastava a consentirne lo svolgimento. Altro importante torneo fu quello del 5 marzo 1565, in Belvedere, nella cinta del Vaticano, del quale si ricordano le norme più significative, come quella che puniva il ferimento del cavallo dell'avversario (ancor più severamente se ne derivava la morte) e quelle che non consentivano il colpo "da mezzo il petto", di "menar più che quattro colpi di spada" e di ferire di punta. Ma certamente, il torneo più famoso resta quello della sfida di Barletta, avvenuto il 13 febbraio 1503 fra tredici cavalieri italiani e tredici francesi. Il Merito di così avvincente e costante passione per i tornei in Italia è da attribuire in particolare ai principi savoiardi, allorché si misurarono, fuori Porta Susa in Torino nell’aprile 1050, Oddone di Savoia e Ormanno di Baviera. Da allora i tornei si succedettero con sempre maggiore frequenza. Più vicino al nostro tempo è da ricordare il gran torneo dei 22 aprile 1842 nella piazza S. Carlo di Torino. Vi parteciparono quattro squadre di cavalieri. Ed è precisamente "dai loro diversi giri ed armonici intrecciamenti di corse", dal fatto che "parevano i loro fieri e superbi animali avere una mente co' loro signori, e muovere in esatta cadenza al lieto suono degli strumenti militari" che si può veramente stabilire una relazione diretta con il Carosello attuale, nel quale gli Squadroni dei Carabinieri mostrano, nella sincronia e nell'eleganza delle loro evoluzioni in campo, il perfetto grado di addestramento raggiunto nell'arte dei cavalcare. Il primo Carosello dei Carabinieri
Si arriva così al Carosello del 3 maggio 1883, in occasione delle nozze tra Tommaso di Savoia ed Isabella di Baviera, che si svolse a Roma nello stesso incantevole scenario che attualmente fa da cornice al Carosello dei Carabinieri. Non solamente i pini, i prati, l’antica torre sovrastante, il digradare concentrico delle tribune sull’ovale del campo, stabiliscono un legame tra le due manifestazioni (quella di allora e quella di oggi), ma anche la circostanza che la prima ebbe a protagoniste quattro quadriglie di ufficiali dell’Esercito, che impressero il suggello della esclusività militare nell’impiego a Piazza di Siena di unità di cavalieri, addestrate per le più elaborate figurazioni. Il ricordo delle epoche trascorse, a mezzo dei costumi indossati dai cavalieri, si ripeté in occasione dei primo Carosello dei Carabinieri avvenuto a Roma il 9 luglio 1933 in Piazza di Siena, nel quale le varie formazioni in campo indossarono ciascuna una divisa storica dell'Arma, motivando così l'appellativo di "Carosello Storico" dato alle prime esibizioni dei suoi Squadroni. In quella prima edizione le unità a cavallo dei Carabinieri entrarono in campo nella seguente successione di uniformi: - trombettieri del 1814 seguiti da uno squadrone nella divisa d'epoca; - carabinieri del 1833; - carabinieri di Sardegna (1853); - carabinieri combattenti in Crimea (1855), in Lombardia (1859), nelle Marche e nell'Umbria (1860-1861); - carabinieri che liberarono Venezia e Roma (1866-70); - trombettieri dei 1900, carabinieri della guerra di Libia e della 1^ Guerra Mondiale; - corazzieri. Il Carosello storico
Anche se il Carosello non si esibisce più nelle uniformi del passato, deve considerarsi "Storico" ancora oggi. Nello sviluppo delle sue figurazioni, infatti, l'attrattiva della coreografia non va disgiunta dal significato di alcuni momenti dell'impiego dei cavalieri in battaglia, che si concludono nello scontro finale tra i due Squadroni. Il carattere squisitamente militare della manifestazione si traduce nell'alternarsi dei passaggi veloci, dall'ordine chiuso all'ordine sparso, come quando in combattimento le truppe cercano di adattarsi al terreno e alle esigenze della tattica difensiva od offensiva. Le andature al trotto ed al galoppo si troncano in alt improvvisi. Poi, al ritmo incalzante della musica, la trama riprende a svolgersi e a mostrare un nuovo disegno.
L'alternarsi delle figurazioni è incessante. Guidati da mani esperte, i cavalli eseguono ogni impercettibile comando che li porti dalla formazione di linea al frazionamento in quadriglie, dagli incroci in diagonale all'attraversamento a pettine, dai cambiamenti trasversali agli incontri longitudinali, mutando all'unisono l'andatura loro richiesta, nell'eleganza mirabile delle teste attente e degli arti concordi sino a quando, cessati anche gli arabeschi delle spirali e delle volte, non giunge loro l'estremo comando di lanciarsi alla carica, che li arresterà, frementi, nell'attimo dello scontro frontale. E’ questo il momento esaltante e conclusivo del Carosello, che fa rivivere, nella foga dei cavalli e nel balenio delle sciabole dei cavalieri, la storica vicenda dei carabinieri di Pastrengo. Sul Carosello in uniformi storiche del 1933 scrisse un cronista: " ... E quando ad un certo momento i carabinieri di tutte le epoche sono venuti a trovarsi improvvisamente stretti in due squadroni affiancati e sollevando in alto le sciabole hanno reso il loro saluto, la folla compatta, in piedi, ha tributato all'Arma una grande, indimenticabile ovazione". Da allora, e ogni volta che il Carosello si è ripetuto in Piazza di Siena, nelle città italiane e all'estero, l'entusiasmo del pubblico non è mai venuto meno. La decisione adottata nel 1963 di trasformare il drappello dei trombettieri in Fanfara reggimentale, contribuì notevolmente ad arricchire la formazione classica del Carosello, perché da allora lo sfilamento degli Squadroni dal pennacchio rosso-blu è aperto dalla formazione dei quaranta elementi della Fanfara dal pennacchio bianco e rosso, accrescendo anche sotto l'aspetto cromatico l'interesse spettacolare della manifestazione. Sfida di Barletta Raccontano le cronache che il mattino dello scontro Ettore Fieramosca ed i suoi dodici compagni si raccolsero in chiesa per assistere alla Messa e che alla presenza del Principe Prospero Colonna lo stesso Fieramosca fece giurare ai suoi cavalieri "di voler prima morire che uscir dal campo per mia volontà, altro che vincitore". I francesi erano guidati da Charles de Toques, detto monsignor "de la Motte". Al primo urto i cavalieri italiani rimasero uniti. Apparvero invece disordinati quelli francesi. Le successive fasi della sfida volsero gradatamente a favore degli italiani nonostante la strenua e coraggiosa difesa dei francesi, dei quali alla fine tre soli superstiti restarono in campo, due a cavallo ed uno a piedi, che dovettero arrendersi al valore degli italiani. I tornei
Sono da ricordare quello dei 1313 (nel quale Amedeo V perdette sette cavalli) e il celebre scontro del 1348, che vide Amedeo VI mantenere il campo per tre giorni con i suoi cavalieri, tutti vestiti di verde come lui, cosa che gli valse da allora il nome di "Conte Verde". Al vincitore toccò in premio il bacio di quattro dame e una verga d'oro. Va poi ricordato lo scontro che ebbe luogo in Fiandra tra il "Conte Rosso", figlio del precedente, e tre nobili cavalieri inglesi, che furono sbalzati di sella e feriti.
Ebbero rilievo quella del 1489 sotto il governo di Bianca di Monferrato (premio un manicotto, da cui pendeva un rubino) e quella del 1504 con Filiberto il Bello. Il torneo del 1559 ebbe particolare risonanza perché vi trovò accidentalmente la morte Enrico II, al quale si conficcò nell'occhio sinistro una scheggia di lancia dell'antagonista, conte di Montgomery. Questo luttuoso epilogo determinò una pausa nei tornei. Quello tenuto nel 1620 in onore delle nozze di Cristina di Francia fu disputato con armi spuntate. Tra i molti tornei a cavallo successivi va particolarmente ricordato quello del 21 febbraio 1839, svoltosi con suggestive modalità nel teatro Regio di Torino in onore del Granduca Alessandro di Russia, di passaggio in quella città. Vi presero parte tre quadriglie di diverse nazionalità - inglese, francese e italiana, quest’ultima comandata dal marchese Corsero di Pamparato - che si cimentarono in diversi esercizi come quello dei dardo e delle teste (per parte italiana l'esercizio dell'anello), prima di esibirsi tutte nel circo, con la perfetta esecuzione di passi difficilissimi che suscitarono grande entusiasmo. Il Carosello storico in Italia ed all’estero Quando nel giugno 1953 uno Squadrone di Carabinieri prese parte al grande Carosello della Cavalleria mondiale (presentato a Parigi con l'intervento delle unità montate del Belgio, della Francia, del Marocco, della Spagna e dell'Algeria nell'occasione dei Primo Campionato Mondiale Ippico), i cronisti dei quotidiani parigini furono unanimi nell'esaltare la bravura dei nostri cavalieri. Così scrisse in particolare l'autorevole "Le Figaro": " ... Uno spettacolo veramente grandioso, che ha colpito la fierezza di tutti gli italiani presenti, è stato il brillante comportamento dello squadrone dei Carabinieri, che hanno meritato applausi a scena aperta per la sincronia dei movimenti e la fantasia delle evoluzioni". Concludeva più avanti il cronista francese " ... Per la prima volta in questo dopoguerra la cavalleria italiana è tornata brillantemente alla carica, ma solo per una splendida manifestazione pacifica, che per un'intera settimana ha richiamato più di centomila persone nel fantasmagorico scenario del Parc des Princes". Nel 1958 i Carabinieri a cavallo si trasferirono a Bruxelles, invitati nella circostanza dell'Esposizione Universale. Per le ampie strade della capitale belga risuonarono gli squilli dei trombettieri e lo scalpitio dei 144 cavalli del Gruppo Squadroni, che il 20 giugno eseguirono un impeccabile Carosello nell'ippodromo di Boitsfort, gremito di spettatori nonostante il maltempo. Nell'anno seguente la manifestazione venne più volte effettuata a Roma, in occasione delle visite ufficiali in Italia di capi di stato. Il 26 giugno ebbe luogo alla presenza del Presidente della Repubblica francese, generale Charles De Grulle, nell’esedra imbandieratadi Villa Borghese, gremita di spettatori anche nei prati che circondano Piazza di Siena. Dopo gli onori resi da un Battaglione dell’Arma in grande uniforme con Bandiera e Banda, la presentazione di 11 squadre di Carabinieri in uniformi storiche precedette l’entrata in campo del Gruppo Squadroni, che questa volta, tra le varie figure, eseguì quella della "Croce di Lorena", il simbolo così caro al cuore dei francesi. Negli anni sessanta il Carosello dei Carabinieri si esibì con crescente successo in altre città italiane - fra le quali Trieste, in onore della Croce Rossa Italiana, e Milano - prima di affermarsi nuovamente all'estero, presentandosi nel 1963 e nel 1966 al pubblico di Francoforte sul Meno in occasione del Concorso Ippico Internazionale e nel quadro delle sempre più strette relazioni italo-tedesche. Nel marzo 1972 il comitato organizzatore del Concorso Ippico Internazionale di Francoforte, uno dei più importanti dello sport ippico mondiale, rinnovò calorosamente, tramite il Ministero della Difesa di Bonn, l'invito per la partecipazione del Carosello dell'Arma al programma delle manifestazioni indette per la circostanza.
Dell'arrivo a Francoforte del Gruppo Squadroni dell'Arma, forte di 141 militari con 5 ufficiali e 94 cavalli, comandato dal colonnello Ferdinando Rodriguez, il quotidiano "Frankfurter Meine Presse" diede notizia scrivendo " ... 94 cavalli della elite militare della Polizia italiana, i Carabinieri, in uniforme di gala hanno sfilato attraverso la città. Il Sindaco Fay ha salutato gli ospiti che per la terza volta si esibiscono a Francoforte nel loro Carosello famoso in tutto il mondo. Mai sono giunti con così tanti cavalli"... Anche il "Frankfurter Rundschau" del 23 marzo annunciò l'arrivo degli Squadroni e della Fanfara dell'Arma, affermando tra l'altro: " ... La rappresentazione spettacolare dei Carabinieri italiani è la più grande e la più preziosa che sia stata mai veduta in un concorso ippico internazionale. Gli amici dello Sport equestre lo sanno apprezzare, poiché la vendita dei biglietti è quasi esaurita". Nell'ottobre 1980, in occasione della visita di Stato compiuta a Roma da Elisabetta II d'Inghilterra e dal consorte Principe Filippo venne offerto alla Regina uno spettacolo di gala, che Ella, già nella preparazione dell'intero programma, aveva accolto con particolare gradimento: il Carosello dei Carabinieri. Questo si svolse nell'insostituibile scenario della Piazza di Siena e presentò nel finale - attraverso l'ordinato e sincrono spostamento dei cavalli al piccolo trotto, troncato quasi per magia all'istante determinato - il disegno della bandiera inglese, sul quale si levarono le note struggenti e solenni del coro del Nabucco. Mentre la folla applaudiva entusiasticamente, la Regina scese dal palco sino al bordo erboso del campo per esprimere al tenente colonnello Sergio Giannone, comandante dei due Squadroni, il suo grato apprezzamento per l'omaggio e lei reso dai Carabinieri. Dopo 20, in occasione della visita di stato effettuata a Roma dal 16 al 18 ottobre 2000 dai due Reali, lo spettacolo si è ripetuto. Così il Gruppo Squadroni del Reggimento Carabinieri a cavallo, oltre alle figure dello "Scontro delle frotte", dell’"Arco di sciabole", della "Battaglia di Grenoble", ha nuovamente composto sul campo la "Union Jack".
Ma un'altra grande occasione attendeva il Carosello all'estero. Erano i concorsi ippici internazionali di Francia del 1981. Il Carosello si era già esibito a Parigi, ma in forma ridotta, nell'anno 1953 ("Festa Internazionale del Cavallo") e nel 1966. Questa volta giunse nella capitale francese nella sua formazione più completa: Gruppo Comando, Gruppo Stendardo, due Squadroni di 46 cavalli ciascuno, Fanfara a cavallo di 27 elementi e la Banda della Scuola Allievi di Roma, addestrata ad accompagnare e vivificare con il ritmo delle sue esecuzioni le figure svolte dagli Squadroni. I Carabinieri furono accolti alla Stazione di Tolbiac dai presidenti degli enti organizzatori e dal Colonnello Depardon, comandante del Reggimento a cavallo della Guardia repubblicana. Già durante la marcia di trasferimento al Bois de Boulogne la lunga colonna dei Carabinieri a cavallo destò l’ammirata curiosità dei parigini, che poi accorsero in massa ai tre Caroselli effettuati nell’Ippodromo di Longchap. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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I CorazzieriE' certamente la statura il requisito che da sempre rende famosi i Corazzieri: d'altro canto occorre un'altezza di 190 centimetri perché un militare dell'Arma possa aspirare a far parte del Reggimento Corazzieri, diventando così uno degli "angeli custodi" del Presidente della Repubblica. Con sede a Roma nella Caserma Alessandro Negri di Sanfront, in Via XX Settembre, i Corazzieri hanno il compito primario di guardia d'onore e di sicurezza al Capo dello Stato, al Quirinale ed all'interno dei palazzi presidenziali, così come negli altri edifici che lo ospitano durante tutti gli spostamenti e partecipazioni alle cerimonie in forma ufficiale. In questi ultimi casi, i servizi assumono la denominazione di scorte d'onore e di sicurezza, con formazione e composizione variabili a seconda delle circostanze. Negli eventi di maggiore solennità, la scorta è a cavallo ed i militari indossano l'uniforme di gran gala. Nelle altre occasioni, invece, la motocicletta sostituisce i cavalli. Al Reggimento compete anche la guardia e la scorta d'onore al Presidente del Senato quando questi esercita le funzioni di Presidente della Repubblica a norma del primo comma dell'art. 86 della Costituzione. Quale unità speciale e parte integrante dell'Arma dei Carabinieri, il Reggimento adempie, comunque, anche ai servizi militari e di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica previsti dalle leggi e dai regolamenti dell'Arma. La storia
Per rintracciare gli ideali precursori del reparto occorre risalire al 1383 circa, quando Amedeo VII, detto il Conte Rosso, affidò ad una guardia di Arcieri la vigilanza interna ed esterna della Casa Savoia, ed agli Scudieri le funzioni di addetti militari alla sua persona. Successivamente, il Duca Emanuele Filiberto detto Testa di Ferro riorganizzò il reparto in Guardia d'Onore, sempre con funzioni di sicurezza del sovrano, ed agli Arcieri venne affiancata, nel 1560, una Compagnia di Archibugieri a cavallo. Attorno al 1630 circa, il corpo contava circa 400 unità, suddivisi in quattro compagnie di cui una denominata Corazze di sua Altezza, che cominciò ad essere distinguibile per un monogramma ducale posto sul petto.
Già in questa fase, oltre alle funzioni d'onore, scorta e vigilanza alla persona del sovrano, venne a consolidarsi quella di rappresentanza, anche nei confronti di personalità straniere nel corso di particolari manifestazioni e cerimonie. Con Vittorio Amedeo II di Savoia, sovrano dal 1675 al 1730, l'unità venne riordinata nella Guardia del Corpo e da allora, per circa un secolo, pochi furono i mutamenti nelle uniformi e nella composizione del reparto, impegnato nel normale compito istituzionale e nelle frequenti campagne di guerra, ove si distinse per valore e coraggio. A partire dal 1836, con la costituzione del Corpo dei Carabinieri Reali del 1814, per i quali le Regie Patenti già attribuivano occasionali funzioni di "accompagnamento delle Persone Reali", i compiti d'onore e di vigilanza ai palazzi del sovrano vennero progressivamente acquisiti proprio dai Carabinieri.
Nel volgere di pochi decenni e durante le campagne di guerra risorgimentali, riassumendo al meglio le peculiari doti di lealtà ed abnegazione richieste per lo svolgimento della particolare funzione, i Carabinieri finirono coi sostituirsi definitivamente alla Guardia. Dal 1868, le denominazione dell'unità si succedettero con frequenza: Corazzieri, Guardie d'Onore di Sua Maestà, Carabinieri Reali Guardie del Corpo di Sua Maestà, Drappello Guardie di Sua Maestà ed infine Squadrone Carabinieri Guardie del Re, nome rimasto invariato sino al termine del periodo monarchico e comunemente diffuso, per brevità, come Squadrone Corazzieri.
Attraverso numerose dimostrazioni di efficienza, attaccamento al dovere e devozione, i Carabinieri Guardie del Re continuarono a svolgere il servizio d'onore, di vigilanza e sicurezza alla persona del sovrano anche durante la guerra del 1915 - 1918, dividendosi tra l'area del fronte e la sede naturale nella Capitale. Quello dalla Prima alla Seconda Guerra Mondiale, è il periodo a partire dal quale venne ad affermarsi definitivamente l'impegno dello Squadrone nei servizi d'onore nel corso di visite da parte di sovrani o principi stranieri, capi di stato, membri del governo nazionale o di membri esteri ed altre personalità militari degli eserciti alleati. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il 13 giugno 1946, all'esito del referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica, Umberto II, prima di abbandonare il Quirinale e l'Italia, sciolse i Carabinieri Guardie del Re dal giuramento alla sua persona, ma non da quello di fedeltà alla Patria.
Lo Squadrone Carabinieri Guardie, momentaneamente deposta l'ormai tradizionale corazza e sotto il nome di Squadrone Carabinieri a Cavallo proseguì in tal modo nell'attività di guardia al Capo Provvisorio dello Stato. L’11 maggio 1948, in occasione dell'insedia mento del Presidente Enaudi, venne deciso che i Carabinieri Guardie riassumessero la loro primitiva veste e denominazione, riapparendo in tutto il loro prestigio, ormai sintesi e continuità di una plurisecolare tradizione.
Nei decenni successivi, l'unità ha conosciuto ulteriori modifiche nella propria articolazione e lo Squadrone diventò, dal 1961 al 1965, prima Gruppo Squadroni, poi Comando Carabinieri Guardie del Presidente della Repubblica, quindi nel 1990 venne elevato a Reggimento Guardie della Repubblica cui il Presidente Cossiga volle che fosse ufficialmente affiancata la denominazione di Corazzieri, sino al 1992, con l'attuale configurazione in Reggimento Corazzieri. Nel 1978 venne concesso al Reparto la Bandiera di Guerra (stendardo di prescrizione per le formazioni montate) e nel 1986 lo Stemma Araldico. La costituzione delle Guardie del Corpo Nel 1675, alla morte di Carlo Emanuele II, la moglie Maria Giovanna di Nemours assunse la reggenza per il figlio Vittorio Amedeo, che aveva allora solo nove anni, ripristinando in detto periodo la compagnia Corazze di Madama Reale. La Duchessa tenne la reggenza fino al 1684, allorquando, a 18 anni, Vittorio Amedeo II prese le redini del ducato, assumendo più tardi il titolo di Re di Sicilia (1713) prima e successivamente quello di Re di Sardegna (1720). Al passaggio dei poteri, i reparti della Casa militare rimasero quelli della reggenza e, solo in un secondo tempo, subirono radicali modifiche, le più importanti delle quali furono l'adozione, per quattro delle compagnie di servizio, della denominazione di Guardie del Corpo e la prescrizione di una uniforme di modello e di colori uguali per tutti i reparti, in base al seguente ordine del Duca: "Havendo noi ordinato che gli soldati delle quattro compagnie delle Nostre Guardie del Corpo in avvenire, cominciando dall'istante anno 1686, siano vestite uniformemente...". La Casa militare risultò, pertanto, così articolata: 1^ Compagnia Guardie del Corpo (già Gentiluomini Arcieri); 2^ Compagnia Guardie del Corpo (già Corazze di S.A.); 3^ Compagnia Guardie del Corpo (già Corazze di Madama Reale); 4^ Compagnia Guardie del Corpo (già Archibugieri di Madama Reale); - Compagnia Guardie della Porta (già Archibugieri), così chiamata perché aveva in custodia l'interno dei palazzi reali.
Oltre a queste, rimase sempre in
servizio la compagnia Svizzeri. Presero parte infatti, fin dall'inizio, alla guerra contro i Valdesi (1686-1689), alla quale il giovanissimo duca aveva dovuto controvoglia aderire, unendo le proprie truppe a quelle francesi condotte dal Catinat, per non inimicarsi il potente Luigi XIV. Il giorno 17 aprile del 1686 si trovarono dislocate a Bricherasio al Gran Quartier Generale del Duca. Nell'avanzata, iniziata dai Ducali il giorno 23, le Guardie del Corpo (appiedate) furono assegnate, coi reggimenti del Monferrato, a guardia della colonna di destra agli ordini di Don Gabriele di Savoia. Secondo alcuni storici, il loro posto nella colonna fu alla testa del grosso.
La vittoria dei franco-piemontesi sui Valdesi non entusiasmò certo Vittorio Amedeo, il quale, desiderando sottrarsi alla servitù della Francia e non potendo da solo opporsi alle prepotenze di Luigi XIV, colse l'occasione per accostarsi alla Grande Alleanza che univa i principali stati d'Europa nella lotta contro i francesi. Ebbe in tal modo inizio un lungo periodo che si rivelò durissimo per il Piemonte. Il 18 agosto 1690, nella battaglia di Staffarda, in cui le truppe di Luigi XIV capitanate dal Catinat ebbero la meglio sull'esercito degli alleati guidato da Vittorio Amedeo e dal Principe Eugenio di Savoia, due squadroni delle Guardie del Corpo, di stanza all'abbazia presso la quale il Duca aveva posto il campo, protessero la ritirata delle truppe ducali su Moncalieri, ove poterono riunirsi ad altri due squadroni della Guardia al comando del Principe Eugenio. Nella successiva battaglia di Carmagnola si distinsero nuovamente reparti della Guardia del Corpo e ancora, il 4 ottobre 1693 a Orbassano, gli stessi reparti sostennero con eroica fermezza il cozzo del nemico contro il centro e, coi reggimenti comandati dal Marchese di Parella, fecero argine al suo impeto. Quel giorno gli ufficiali e i soldati della Guardia rimasero quasi tutti feriti o uccisi. Tra i feriti vi fu anche il Conte Promis, che aveva servito nella Guardia del Corpo per dieci anni e che, per il comportamento tenuto in tale circostanza, ebbe conferito dal Duca il "carico di maggiore di armata" con patente del 23 maggio 1710. In quello stesso anno, venne istituita una nuova compagnia, quella dei Dragoni Guardiacaccia, adibita alla custodia dei territori venatori di proprietà del sovrano e formata, come lo indica la denominazione, con soldati presi dai reggimenti dei Dragoni. Malgrado le sconfitte subite, Vittorio Amedeo seppe trarre vantaggi insperati sul piano politico e pervenne alla sospirata pace che, per altro, non durò a lungo in seguito alla riapertura delle ostilità per la successione spagnola (1700-1714). Il Duca, trovatosi nuovamente a combattere contro i francesi, i quali avevano invaso il Piemonte e assediata Torino, lasciata la capitale in attesa dei rinforzi inviatigli dagli stati della Lega al comando del cugino Principe Eugenio, il 7 settembre 1706 poté muovere all'attacco del campo trincerato francese che, malgrado l'accanita resistenza, dovette cedere travolto dall'impetuosa carica delle truppe ducali con alla testa i reparti della Guardia del Corpo. Quella giornata segnò la
liberazione della città e l'inizio del tracollo francese. In seguito alla pace di Utrecht del 1713, che concluse il periodo della guerra di successione spagnola, Vittorio Amedeo II ottenne il titolo di sovrano ed il dominio della Sicilia, per cui provvide alla ricostituzione della 3^ compagnia Guardie del Corpo con elementi siciliani e piemontesi, affidandone il comando a Don Giuseppe Alliata Principe di Villafranca. Dopo la cessione della Sicilia alla Spagna e l'assegnazione a Vittorio Amedeo II della Sardegna, di cui, nel 1720, divenne il primo Re, la 3 compagnia rimase, ma con personale tutto piemontese. Due anni più tardi fu costituita la compagnia Alabardieri del Viceré di Sardegna.
L'organizzazione dei reparti della Guardia continuò ad essere sostanzialmente basata sullo schema di quelle dei periodi precedenti, con alcune modifiche e migliorie. Alla uniformità di denominazione, di costituzione organica, di vestiario e di armamento data ai reparti della Casa militare corrispose, sia pure con regole più generali, l'applicazione di criteri di uniformità anche per le altre truppe dell'esercito, del quale detti reparti erano parte integrante. Naturalmente le tipiche funzioni assolte da questi ultimi e la vita condotta in un ambiente del tutto speciale, quale era quello di una corte regale, imponevano caratteristiche differenziali sul piano costitutivo, disciplinare e di trattamento. Per ciò che riguarda la divisa, durante il regno di Vittorio Amedeo II le Guardie del Corpo ebbero giusta corpo chiuso senza veste, calze e mantello rosso scarlatto, poi veste azzurra, stivaloni, cappello tricorno guarnito d'oro, galloni d'argento. Distintivo speciale del corpo era la bandoliera di velluto azzurro gallonata in oro con piastre d'ottone; si aggiungevano rifiniture d'oro del giusta corpo con alamari di seta blu a frange d'argento e bottoni di rame dorato. Le Guardie della Porta ebbero lo stesso giusta corpo rosso, veste, calze, paramani e bandoliera azzurra, guarnizioni d'argento al cappello. Le trombe erano guarnite con drappi bleu du Roi con bordi in argento filato e i trombettieri portavano un cinturone rosso con catenella di seta blu e bianca. La Guardia ottenne come trofeo d'onore i timballi conquistati nella battaglia di Torino. In seguito all'abdicazione di Vittorio Amedeo II, nel 1730 salì al trono Carlo Emanuele II, il cui regno si protrasse per ben 43 anni. Durante questo lungo periodo egli si dedicò positivamente alla riorganizzazione dello stato, riservando particolare cura alle cose militari. In quel periodo il Piemonte venne ancora coinvolto nella guerra di successione polacca (1733-1739), prima, ed in quella austriaca (1740-1748) poi. Anche in queste vicende le Guardie del Corpo seguirono sempre il Re, partecipando direttamente alle operazioni militari e guadagnandosi menzioni onorevoli per le ripetute prove di fedeltà e d'onore. Dalla documentazione dell'epoca risulta che, ogniqualvolta il Re si recava al fronte, veniva scortato da un picchetto chiamato distaccamento di guerra, composto da 30 Guardie. Quando il sovrano usciva dal suo alloggiamento, il reparto assumeva la seguente disposizione: 4 Guardie precedevano, il comandante camminava al suo fianco, il rimanente del drappello chiudeva la scorta.
Le Guardie del Corpo ricevevano
gli ordini personalmente dal Re e ciò costituiva per i reparti una
prerogativa che li distingueva dalle altre truppe e di cui le Guardie
andavano estremamente fiere. Sotto Vittorio Amedeo III vennero mutate le uniformi dell'esercito e si stabilirono anche varianti di dettaglio per le Guardie del Corpo, quali il colore delle bandoliere, che doveva servire da distintivo per ogni compagnia: di panno blu per la 1^ scarlatto per la 2^, bianco per la 3^ rimanendo comunque immutata la forma. Tale distintivo rimase fino allo scioglimento delle Guardie del Corpo. Intanto, mentre dovunque si manifestavano fermenti rivoluzionari, grande era la leggerezza con cui dall'aristocrazia veniva considerata la situazione e, quando gli avvenimenti precipitarono, il turbine della rivoluzione del 1789 imperversò anche negli Stati savoiardi sollevando contro la nobiltà i contadini, i borghesi e in qualche località anche i soldati.
Nel 1792 la Francia, in nome del principio di nazionalità e di sovranità popolare, invase la Savoia ed il Nizzardo. L'esercito piemontese, costretto a ritirarsi al di qua delle Alpi, entrò nella prima coalizione europea, che peraltro si sciolse qualche anno dopo. Nel 1796 la guerra, già vittoriosa per i Francesi guidati dal Bonaparte, prese un ritmo più celere. Il 27 aprile Vittorio Amedeo era costretto ad accettare le dure condizioni del trattato di Cherasco e, nell'ottobre dello stesso anno, cessava di vivere. Salì al trono Carlo Emanuele IV, il quale, in seguito alla critica situazione politico-militare che si era determinata con l'ulteriore invasione francese del Piemonte, il 9 dicembre 1798 fu costretto ad abdicare in favore del fratello Vittorio Emanuele ed a ritirarsi in Sardegna, dove lo seguirono poche Guardie del Corpo. Lo Jori riferisce che a quell'epoca, in Sardegna, vi era solamente un drappello di Alabardieri Guardie del Viceré. Tale drappello, l'anno successivo, si trasformò nella Compagnia Alabardieri Reali e continuò ad essere impiegato nella vigilanza dell'interno della dimora reale. Nell'aprile dello stesso 1799, venne istituita una compagnia di Guardie del Corpo denominata Compagnia Sarda: ne costituirono l'ossatura le Guardie che avevano seguito il Re dal Piemonte, alle quali si aggiunsero altri elementi tratti dalla nobiltà dell'isola. Alla Compagnia Sarda fu affidato il servizio d'onore a corte. Con d'abdicazione di Carlo Emanuele IV, la maggior parte della Guardia del Corpo, conservando grado e competenza da ufficiale, passò alle dipendenze del governo provvisorio francese dando vita allo Squadrone Carabinieri Piemontesi che venne impiegato, dapprima, in servizi d'onore e successivamente, a partire dal marzo 1799, in campagna presso i Quartieri Generali dall'Armata d'Italia. A Vittorio Emanuele I, successo al fratello Carlo Emanuele IV, rimase soltanto la Sardegna, cosicché, fino al 1814, la storia del Piemonte è storia francese. per
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