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Carabinieri 16 |
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Banditismo e calamità naturaliPremessa Il Vajont come simbolo delle grandi calamità naturali che hanno colpito il nostro paese negli ultimi quarant'anni. Piuna (negli anni Cinquanta), l'alluvione del Polesine; poi lo straripamento dell'Amo con la violenza subita dalli città di Firenze. E poi ancora i terremoti nel Belice, in Friuli e nell'Irpinia. E ancora la teoria infinita delle alluvioni e delle inondazioni provocate dal disastro idrogeologico che affligge l’Italia, a causa di mille e una responsabilità politiche e tecniche. Ogni volta, in prima linea, i Carabinieri. Chiamati a soccorrere i feriti, a recuperare le salme, a scavare fra le macerie, a coordinare gli interventi, a prevenire le tristi iniziative di sciacallaggio. Una presenza testimoniata dai tanti riconoscimenti ricevuti per quest'opera, forse meno appariscente, ed eroica di altri generi di interventi, ma preziosa, importante, faticosa, pericolosa. Alle 22.45 del 9 ottobre 1963, gran parte dell'Italia ha gli occhi fissi al televisore, per assistere alla partita di Coppa dei Campioni fra Real Madrid e Glasgow Rangers. E così anche a Longarone, un paesino del Veneto arrampicato su una montagna. Il pallone rotola veloce sull'erba, inquadrato dalle telecamere. Fuori, in una terribile azione rallentata, una frana di seicento milioni di tonnellate piomba dal monte Toc nell'invaso della diga del Vajont. La diga scricchiola orrendamente e regge, ma l’acqua si rovescia come da un gigantesco catino scosso maldestramente. Un boato cancella in 120 lunghissimi secondi circa duemila vite umane e spazza via tutta Longarone. In pochi minuti il Piave freme e si gonfia di cinque metri. Poche ore dopo arrivano nella desolazione i primi carabinieri dalle legioni di Bolzano e di Udine. A loro si uniscono i colleghi dell’XI brigata meccanizzata e degli altri corpi, nonché i volontari. La lunga guerra contro Giuliano Ci vollero cinque anni perché fosse sconfitto il bandito che aveva tenuto in scacco lo Stato e acceso le tentazioni separatiste siciliane. E la sua morte riuscì a scatenare altre polemiche.... «Me ne frego delle felicitazioni. A Roma credono che dopo aver disperso quegli studentelli a Niscemi tutto sia finito. Come al solito non capiscono nulla», si sfogò un colonnello dei Carabinieri qualche tempo dopo l'assalto al campo paramilitare dell'EVIS (Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia) a Niscemi il 29 dicembre 1944. Proprio in quella zona operava una pericolosa banda che per diversi mesi divenne compagna di strada del movimento separatista, prima di essere ripudiata dagli stessi separatisti per la ferocia dei suoi delitti. La guidava Rosario Avila, che da giovane, aveva giurato “eterna lotta ai Carabinieri”. Fedele alla solenne promessa, Avila ne uccise personalmente undici, prima che al ministero degli Interni si decidessero a istituire una taglia da mezzo milione di lire d'allora.COME CANI NELLO ZOLFO. Uno degli ultimi agguati dei niscemesi guidati da Avila ebbe luogo il 16 ottobre 1945. Sette carabinieri del Nucleo di Niscemi erano usciti per il consueto pattugliamento della campagna: furono brutalmente assaliti a colpi di fucile e bombe a mano. Tre morirono sul colpo, e altri tre furono gravemente feriti. Ma i quattro sopravvissuti avevano riconosciuto Rosario Avila. La rete dei contatti del servizio informativo dell'Arma ancora una volta si stese come una tela invisibile per la campagna piena di complici e fiancheggiatori. Pochi giorni dopo il bandito fu trovato cadavere: la taglia, evidentemente, aveva fatto gola a qualcuno. Con quella somma, all'epoca, era possibile rifarsi una vita lontano dalle vendette dei parenti e dei complici della vittima. Ma i niscemesi trovarono un altro capo, Salvatore Rizzo, e le loro gesta di sangue non subirono interruzioni. Il 10 gennaio 1946 Rizzo escogitò uno stratagemma per attirare i militi fuori dalla caserma di Feudo Nobile (Gela). Una denuncia per pascolo abusivo costrinse un brigadiere e quattro carabinieri a uscire per un sopralluogo. Mentre stavano per tornare alla base, videro i contadini che fuggivano da ogni parte gridando: «I briganti, i briganti». Tentarono di resistere rifugiandosi in una cascina, ma quando finirono le munizioni vennero catturati e disarmati dai banditi che, per completare l'opera, diedero l'assalto alla caserma per eliminare completamente il presidio. L'assalto fu breve: la porta della caserma fu crivellata di colpi e anche i tre carabinieri rimasti nella stazione furono costretti a consegnare le armi. Soltanto un milite di Niscemi scampò alla cattura perché si trovava a Gela per lo scambio posta. Rizzo e un gruppo di separatisti si trascinano gli otto ostaggi nel profondo entroterra, che sfuggiva a ogni possibile controllo territoriale. Offrirono di rilasciare gli otto ostaggi in cambio dei capo dell'EVIS, Concetto Gallo, da poco arrestato. Le trattative fallirono e il 29 gennaio gli otto carabinieri sparirono nel nulla. Solo il 25 maggio successivo i loro cadaveri nudi furono ritrovati in contrada Bubonia, comune di Mazzarino (Caltanissetta) dentro una enorme buca, La buca, profonda 15 metri e larga 3, serviva per l'estrazione dello zolfo dalle locali miniere. Ad uno ad uno erano stati freddati, alla presenza dei commilitoni, e buttati di sotto. Il brigadiere stringeva ancora fra le dita rattrappite la foto dei figli. “L'EROE Di MONTELEPRE”. L'abbraccio tra malavita e movimento separatista raggiunse il culmine con l'alleanza finalmente conclusa a Ponte Sagana (ottobre 1945) tra l'EVIS ed il famigerato bandito Salvatore Giuliano. L'intesa era stata favorita dai grandi latifondisti (tra i quali spiccavano il duca Carcaci ed i baroni La Motta e Tasca) e dal boss di Villalba, Don Calogero Vizzini. Il 26 dicembre 1945 Giuliano effettuò la sua prima azione «politica»: l'assalto alla caserma di Bellolampo (Palermo). Una cinquantina di incappucciati attaccarono l'edificio, devastandolo e razziando armi e munizioni. Prima di dileguarsi lasciarono la firma del movimento: il manifestino che raffigurava un ribelle che taglia la catena che lega la Sicilia a Roma, mentre un filo è già teso con gli Stati Uniti. Tre giorni più tardi venne assalita la caserma di Grisì. Otto giorni dopo Grisì toccò alla casermetta di Pioppo e nelle quarantott'ore successive fu la volta dei carabinieri dislocati a Borghetto. Ancora più sanguinoso fu l'attacco a Montelepre, la patria di Giuliano. Al grido di battaglia «Viva l'EVIS, viva la Sicilia!» fu espugnata la caserma e vennero catturati i militi. La reazione dell'Arma tu pronta, ma non accorta. I colleghi di Montelepre avevano prontamente telefonato, ma i rinforzi furono intercettati alle porte del paese: il camion fu preso nel tiro incrociato dei mitra e delle bombe a mano, i feriti vennero ammazzati senza pietà. In quel periodo Giuliano riuscì a costruirsi un'immagine da Robin Hood, taglieggiando ricchi agricoltori, commercianti ed imprenditori. Al tempo stesso consolidò il controllo sul territorio, liquidando bande rivali, informatori e testimoni scomodi. L'assalto alla radio di Palermo nel gennaio 1946 dimostrò che i banditi miravano a conquistare anche il controllo dei mezzi d'informazione dell'isola. L'allora ministro degli Interni, Giuseppe Romita, mise su Giuliano una taglia record di 800mila lire. Passò un lustro senza che nessuno la incassasse. Il governo centrale si rese conto che per tagliare l'erba sotto i piedi dei banditi occorreva almeno svuotare di contenuto politico le loro azioni e smussare le tentazioni indipendentiste di una parte dei siciliani. Nel maggio 1946 promulgò la legge per l'istituzione della regione autonoma Sicilia (maggio 1946). Questa decisione tolse consenso ai separatisti, anche se non ebbe l'effetto di colpire le complicità mafiose di cui godeva Giuliano, il quale continuò ad attaccare le stazioni dell'Arma, le sedi di partiti, sindacati e camere del lavoro. Le elezioni regionali del 20 aprile 1947 segnarono la disfatta del separatismo ed il trionfo del blocco delle sinistre. I proprietari terrieri ed i mafiosi si sentivano minacciati direttamente nei loro interessi dal risultato del voto, dalle agitazioni contadine per abolire soprusi e privilegi e dalla richiesta di una riforma agraria. PORTELLA DELLE GINESTRE. Il 1° maggio 1947 i contadini di tre paesi della provincia di Palermo si riunirono a Portella delle Ginestre per la festa del Lavoro. C'erano 1.500 persone ed intere famiglie erano giunte sui caratteristici variopinti carretti. Ad un tratto, dal vicino monte Kumeta, mitra e moschetti aprirono il fuoco sulla folla. Erano gli uomini della banda Giuliano a sparare, divisi in due gruppi e comandati personalmente da “Turiddo”. Sul terreno restarono 11 morti e 56 feriti. In tutto il 1947 altri 12 sindacalisti, capolega e segretari della federterra furono ammazzati in agguati compiuti sulle «trazzere», i sentieri di campagna, «La Legge! La Legge! Vi siete fottuti la testa con questa legge. La legge qua l'abbiamo fatta noi, da che mondo è mondo», fu il commento protervo di un mafioso d'allora e Salvatore Giuliano era andato per ricordarlo a tutti. Per motivi di politica internazionale, il governo De Gasperi, di coalizione, si dimise il 13 maggio. Il 31 maggio si formò un governo centrista che dimostrò una determinazione maggiore nella repressione dei disordini sociali. Verso la fine dell'anno (19 dicembre) gli squadroni della morte di Giuliano piombarono all'improvviso a Partinico, dove attaccarono in forze la tenenza dei Carabinieri. Il bilancio delle vittime della banda e dei suoi complici era, fino ad allora, terribile: 120 tutori dell'ordine caduti, fra i quali 80 carabinieri. Per tutto il 1948 e per metà del 1949 Giuliano sembrò invincibile. Gli scontri si susseguirono senza interruzioni mietendo altre vittime tra i militi dell'Arma. Il 18 aprile la vittoria della DC alle elezioni politiche segnò l'inizio della fine per il banditismo siciliano. Ma ci volle ancora del tempo prima che i padrini politici di Giuliano si accorgessero che era diventato ormai inutile, scomodo e pericoloso. Per gli uomini chiamati a fronteggiare sul campo le scorribande del bandito la situazione non cambiò in modo apprezzabile. Il 6 aprile 1949 fu colpita una camionetta dei Carabinieri e un milite perse la vita. Un altro carabiniere morì, un mese esatto dopo, quando sulla statale di Carini i banditi agganciarono una colonna bloccata da un guasto meccanico ad un automezzo. Appena una decina di ore prima, due camion con 60 carabinieri, di ritorno da un rastrellamento nel quale erano stati fermati alcuni sospetti, erano stati attaccati nei pressi della stazione di Capaci. In uno scontro a fuoco protrattosi per un'ora 15 banditi ferirono tre carabinieri e uccisero uno dei fermati. Il colpo più duro fu inferto nuovamente a Bellolampo il 19 agosto. La caserma fu sottoposta a un durissimo attacco; da Palermo partirono i rinforzi per una vasta quanto inutile battuta. Al ritorno nel capoluogo un camion saltò su una mina anticarro: 7 carabinieri persero la vita, altri Il rimasero gravemente feriti. Tra gli scampati un colonnello, Ugo Luca, che svolgerà un ruolo importante nei mesi successivi. CACCIA GROSSA. Giuliano era ormai un eroe dei rotocalchi, concedeva interviste, posava per i fotografi. Ma il governo, potendo ormai contare su una solida maggioranza e stimolato anche dai rappresentanti politici siciliani, uscì dal letargo. Fino ad allora le forze di polizia erano state efficientissime a domare le agitazioni sindacali e politiche al nord, ma obiettivamente meno organizzate e decise ad incidere il bubbone siciliano, come fu riconosciuto da una relazione parlamentare di maggioranza. Lo stesso ispettorato generale di FS per la Sicilia (come emerse al processo di Viterbo del 3 maggio 1952) era fortemente sospettato di serie collusioni. L'ispettore Verdiani aveva avuto diversi ambigui incontri con il capobastone di Monreale, Ignazio Miceli, con Giuliano stesso e con il suo luogotenente Gaspare Pisciotta. Sette giorni dopo la strage di Bellolampo, il colonnello Ugo Luca fu nominato capo del CFRB (Comando Forze Repressione Banditismo), un nuovo organismo istituito per sostituire l'inefficiente ispettorato, il cui responsabile (come risulta dagli atti processuali) «omise di consegnare anche una carta soltanto al Comandante delle Forze Repressione Banditismo e non fece neppure conoscere nulla di quella che era l'organizzazione confidenziale di cui si era fino a quel momento servito, nella speranza di pervenire a trovare il capo della banda». Il colonnello Ugo Luca si rimboccò le maniche, ripartendo da zero. Aveva ai suoi ordini 27 ufficiali dei Carabinieri e 16 di Pubblica Sicurezza, 1.500 militi dell'Arma e 500 agenti di Polizia. Nel territorio soggetto al controllo del CFRB (circa 4.000 chilometri quadrati), fece compiere immediatamente ricognizioni tattiche. Dopo cinquantuno giorni dedicati all’affiatamento fra i vari gruppi, il CFRB avviò un ciclo operativo, definito d'assaggio. Dal 18 settembre al 2 ottobre 1949 Carabinieri e Polizia presero decisamente l'iniziativa: sei pericolosi membri della banda Giuliano vennero arrestati (uno fu acciuffato a Genova dalla lunga mano del CFRB, mentre si apprestava ad espatriare); un latitante di Corleone fu ucciso; uno scontro a fuoco si concluse con 485 fermi, grazie al tempestivo intervento degli uomini del primo e del secondo raggruppamento (Alcamo e Montelepre) e del gruppo squadriglie Centro. SENZA ESCLUSIONE DI COLPI. La guerra si faceva ogni giorno più dura. L'attacco di Giuliano alla caserma di San Giuseppe Jato (che era la sede di un gruppo squadriglie e di una formazione territoriale) fu respinto con decisione dai Carabinieri, che durante la notte, in un rastrellamento, riuscirono a raggiungere i banditi a 20 chilometri dal luogo dell'assalto. Nello scontro a fuoco due banditi furono uccisi e uno fu fatto prigioniero. Il 13 ottobre in piena Palermo furono catturati nove responsabili dell'eccidio di Bellolampo. All'interno della banda Giuliano il morale si stava incrinando: la continua presenza delle forze di Polizia intralciava gravemente tutte le azioni criminali e la mancanza di fondi non consentiva ai banditi di pagare gli informatori per essere messi al corrente dei movimenti avversari. Luca non dava respiro al suo nemico: pur di conservare l'iniziativa, non andava per il sottile. Quando l'azione del CFRB venne successivamente criticata da un comitato d'indagine, il suo braccio destro Paolantonio, replicò: «Tutto quello che facevamo era diretto a buon fine e se talvolta era spregiudicato, era fatto per combattere elementi estremamente spregiudicati». Per due volte Luca sfuggì di misura ad attentati diretti contro di lui. In primavera venne ucciso in uno scontro a fuoco il bandito Rosario Candela e venne catturato Frank Mannino con una fulminea manovra delle squadriglie in una zona impervia. Ad uno ad uno venivano neutralizzati i compagni di Giuliano, ma lui riusciva ancora a sfuggire alla cattura. Sul suo mitra Thompson aveva inciso una frase: «Carabinieri! Per voi Vedo scuro e malo cammino ... !». Il 5 luglio 1950 un comunicato del ministero degli Interni annunciò ufficialmente che Giuliano era stato ucciso a Castelvetrano nel corso di un violento scontro con un reparto guidato dal capitano Perenze. De Gasperi si congratulò con il ministro Scelba, Luca fu promosso generale, per Perenze fu proposta la nomina al grado di maggiore. I volti dei protagonisti vittoriosi della lotta tradivano nelle foto ufficiali un sottile velo di amarezza, quella di chi per ordini superiori non ha potuto svolgere un lavoro ben fatto. Due settimane dopo il settimanale L'Europeo smontò la versione ufficiale: Giuliano era stato ucciso nel sonno dal cugino e braccio destro Gaspare Pisciotta. Un anno dopo al processo di Viterbo, Pisciotta non solo confermò di aver ammazzato personalmente il capobanda, ma fece i nomi dei mandanti dell'omicidio: alcuni pesci grossi della politica siciliana. La verità è forse che per troppe persone il bandito Salvatore Giuliano era diventato ormai scomodo e ingombrante. Anche la mafia aveva ormai interesse a liberarsene per evitare che la Sicilia continuasse ad essere assediata dalle Forze dell'Ordine. Tre anni più tardi Gaspare Pisciotta fu ucciso con un caffè servitogli nel carcere dell'Ucciardone. I misteri della prima Repubblica vengono da lontano. Ma anche in Sardegna i briganti uccidono Se in Sicilia i riflettori erano puntati sul duello tra Giuliano e l’Arma, in Sardegna i mitra crepitavano e le bombe a mano esplodevano senza eccessivo clamore. Orgosolo, in quegli anni, era il crocevia di un brigantaggio che risorgeva dalla miseria del dopoguerra e da una cultura in cui lo Stato era pressoché assente. I Carabinieri inizialmente erano isolati: nei paesi era per loro difficile trovare collaborazione nella popolazione impaurita; i pochi confidenti venivano troppo spesso trovati ammazzati. E’ sempre un compito ingrato quello di proteggere una popolazione che non collabora, subendo l'iniziativa dei criminali. L'Arma organizzò con metodo la reazione. Nel maggio 1950 fu catturato il bandito Liandreddu, un nome famigerato e temuto. A luglio fu la volta di suo zio, Giovan Battista Liandru, evaso sei anni prima dalla colonia penale di Mamone dove era rinchiuso dopo aver collezionato 11 mandati di cattura (quattro omicidi oltre a tentati omicidi, estorsioni, sequestri, rapine). Le porte del carcere si aprirono anche per numerosi complici della sua banda. Uno di essi, Giuseppe Dettori, arrendendosi, esclamò: «Voi siete come i cani da caccia, che non rinunciano mai». La tenacia di uomini sorretti unicamente dallo spirito di corpo e dalla fede nella legge permise di arrestare nell'aprile 1951 il più pericoloso latitante sardo, Francesco Sini, sul cui capo era stata messa invano la favolosa taglia di due milioni di lire. La rappresaglia dei banditi fu molto dura. L’8 maggio 1951 a Giana di Perda (porta di pietra), nei pressi di Tortoli, una campagnola passò sotto il tiro incrociato dei criminali in un canalone: due carabinieri persero la vita e uno fu gravemente ferito. Ma anche questa volta i responsabili furono catturati. La situazione nell'isola rimase tesa per molti anni. Ancora nel settembre del 1959 in uno scontro vennero lanciate bombe a mano. Il maresciallo Ettore D'Amore, comandante della stazione CC di Orgosolo, fu decorato di medaglia d'oro alla memoria per aver lanciato una granata che aveva allertato i colleghi. Contro la furia delle acque Nell'inverno 1951, un lungo periodo di piogge torrenziali ingrossò pericolosamente il Po lungo tutto il suo corso. L'acqua raggiunse rapidamente gli argini, che la gente si affannò inutilmente a rinforzare con sacchetti di sabbia. Il 14 novembre il fiume straripò nei pressi di Pavia provocando la morte di quarantacinque persone. Nel corso della mattinata la piena travolse gli argini nelle province di Cremona, Mantova e Reggio Emilia, a Malcantone e ad Occhiobello. L'acqua dilagò nel Polesine costringendo ad evacuare Rovigo e Adria. I profughi ammontavano a 100mila. Il mese precedente le alluvioni avevano flagellato Sicilia, Sardegna e Calabria. Migliaia di carabinieri si prodigarono al limite delle forze nell'immane operazione di salvataggio e soccorso a popolazioni prive di tutto: per quell'impegno la bandiera dell'Arma fu decorata di medaglia d'oro al valor civile. Il Polesine non fu la prima occasione nella quale i Carabinieri si trovarono impegnati nella trincea della solidarietà. E non fu neanche l’ultima. Nel periodo compreso fra i mesi di gennaio e febbraio 1954, un'ondata di gelo sconvolse l'Abruzzo e il Molise e l'entroterra campano. Per venti giorni decine di comuni restarono isolati. Oltre agli elementi territoriali, vennero mobilitati consistenti rinforzi di Carabinieri della montagna. Nel 1956 l'inverno fu estremamente rigido. Varie località montane settentrionali si trovarono in pesanti difficoltà, che seppero in qualche modo fronteggiare in virtù della antica consuetudine con il problema; al centro e al sud la situazione si rivelò disastrosa e richiese l'impegno di dodicimila carabinieri di cui cinquecento sciatori. Le province colpite: Agrigento, Arezzo, Campobasso, Caserta, Catanzaro, Cosenza, Luna, Foggia, Forlì, Lucca, Messina, Pescara, Reggio Calabria e Sassari. Centinaia di militari ebbero la distinzione di una ricompensa individuale, encomi, elogi ed attestati di riconoscenza, per un dovere svolto con disciplina e senso della collettività, riassunti e simboleggiati da una seconda medaglia al valor civile all'Arma. IL CUORE OLTRE LA CATASTROFE. L'inverno del 1966 rinnovò (dopo l'immane disastro del Vajont) la tragedia del Polesine, ma questa volta tra le località invase dall'acqua vi fu anche Firenze. I filmati dell'epoca mostrano l'Arno che muggiva sugli argini, aggredendo Ponte Vecchio per poi irrompere nel cuore del capoluogo toscano, provocando ferite gravissime anche al patrimonio artistico della città. Mezza Toscana, tutto il Friuli e larghe zone dei Trentino furono alluvionati. L'Esercito, per lungo tempo unica struttura di protezione civile e tutt'ora spina dorsale dei soccorsi di massa, mobilitò 50mila uomini. Molti erano militari di leva e si comportarono da valorosi. Uno dei simboli dell'immane sforzo compiuto fu la tenda del comando di stazione di Tarcento. La casermetta era crollata, ma lo stellone repubblicano era lì a segnalare che gli uomini con gli alamari stavano lavorando per la collettività. Una terza medaglia d'oro al valor civile premiò lo spirito e la disciplina con i quali il corpo aveva sfidato la calamità. Il terrore in Alto Adige Non sempre la terra delle mele renette, dei picchi innevati, delle case fiorite di vivaci gerani e del turismo di montagna è stata così tranquilla, ordinata e prospera come è attualmente. L'Alto Adige, o S?dtirol secondo la denominazione tedescofona, è stata una zona di grandi inquietudini e di persistente terrorismo etnico per undici anni. La terra tirolese era stata annessa all'Italia all'indomani della vittoria nella Grande Guerra. Si era accettato un confine strategico al prezzo di includere una popolazione che era legata da molti secoli agli Asburgo e senza tener conto del diritto all'autodeterminazione proclamato solennemente dopo il crollo dell'impero austroungarico. A una guerriglia che operava con sistemi non convenzionali, si rispose con mezzi altrettanto spicciativi. Durante tutto il 1963 divamparono le polemiche, talvolta scatenate da fiancheggiatori dei terroristi, sui presunti metodi sbrigativi delle forze dell'ordine, sull'uso di agenti provocatori in Italia ed all'estero, sulla presunta responsabilità per una serie di attentati di ritorsione avvenuti in Austria. Una delle mosse vincenti compiuta in quel periodo fu rappresentata da un accordo stipulato nel 1964 con i servizi austriaci per sollevare le coperture di cui godevano i fuoriusciti tirolesi. GLI ULTIMI COLPI Di CODA. Gli estremisti (che probabilmente miravano a ripetere le gesta del patriota Andreas Hofer contro gli occupanti napoleonici) replicarono brutalmente alzando il livello dello scontro. Il 26 agosto 1965 attaccarono la caserma dei CC a Sesto Pusteria. Non si trattò di un attacco in piena regola, ma di una scorribanda rapidissima: dalla finestra della cucina arrivò una gragnola di piombo. Il carabiniere Palmicri Ariu venne fulminato sulla porta della cucina ed il carabiniere Luigi De Gennaro spirò all'ospedale di San Candido-Innichen. Due mitra avevano sparato 33 colpi a una distanza di 3 metri dalla fatale finestra. A livello politico si cominciò a mettere insieme quel pacchetto di provvedimenti a tutela della minoranza tedesca (pacchetto Moro) che avrebbe privato il movimento separatista di qualunque sostegno politico (anche da Vienna), aprendo un periodo di tranquillità e di pace nella regione sconvolta. Ma prima di arrivare a questo esito altri carabinieri caddero vittime della guerriglia. La notte del 25 giugno 1967 saltò l'ennesimo traliccio, provocando la morte dell'alpino Armando Piva. Una squadra fu chiamata sul posto per la necessaria opera di bonifica della zona circostante. La bonifica è, nel gergo degli artificieri, l'ispezione sistematica e accurata alla ricerca di un qualunque ordigno esplosivo (proietto d'artiglieria inesploso, mina, eccetera). Quando si ha a che fare con trappole esplosive le precauzioni vanno raddoppiate: sono aggeggi infernali, escogitati con tutta la raffinatezza di cui una mente umana è capace. La squadra era composta dal capitano Francesco Gentile, dal sottotenente Mario Di Lecce e dai sergenti dei paracadutisti Olivo Dordi e Marcello Fagnani. Con il passare delle ore, ogni anfratto venne setacciato, ogni pendio controllato meticolosamente dai quattro uomini che si muovevano con perfetto coordinamento. Due avanti, due dietro a spazzare il terreno con lo sguardo. Verso le due del pomeriggio l'ispezione sembrava conclusa. I quattro imboccarono la strada carrabile che conduceva al fondo. Una vampata accecante maciullò tre uomini: soltanto il sergente Dordi si salvò per miracolo. Fu una triste medaglia d'oro quella conferita il 14 agosto del 1967 alla memoria di Gentile. Per fortuna, da allora, di terrore in Alto Adige non si è più parlato. per approfondimenti Arma Carabinieri |
Gli anni di piomboPremessa Gli anni Sessanta e Settanta si rivelarono particolarmente impegnativi per l'Arma. La Guerra Fredda non si era ancora conclusa (anche se aveva superato la fase più acuta e pericolosa): due blocchi, guidati dagli USA e dall'URSS, continuavano a contrapporsi, dividendo il pianeta in due enormi sfere di influenza. All'ombra di imponenti arsenali atomici le due superpotenze ingaggiavano uno scontro multidimensionale senza esclusione di colpi. In Medio Oriente, Africa, Sud Est Asiatico, America Latina si intessevano alleanze, si stendevano trame, si agitavano agenti e propagandisti, scorrevano fiumi di denaro e di armi in un susseguirsi di elezioni, guerriglie e colpi di Stato. L'Europa era stretta dal gelo di Yalta. La sanguinosa guerra civile in Grecia, le repressioni nella neonata Repubblica Democratica Tedesca e la fallita insurrezione ungherese avevano chiaramente espresso l'immutabilità degli assetti politici e confinari del continente, ma il grande gioco della lotta per l'influenza politica non si esauriva. Da un lato NATO e Patto di Varsavia accumulavano e ammodernavano armamenti specialmente lungo la sterminata frontiera di contatto fra le due alleanze. Il gelido Capo Nord, le fertili piane tedesche, le aspre frontiere balcaniche ed anatoliche vedevano un'incessante attività di addestramento e schieramento di divisioni e squadre aeree. I mari che circondavano il vecchio continente erano solcati da flotte imponenti, strette attorno alle maestose portaerei americane o ai superbi incrociatori sovietici, e scandagliati da gruppi di sommergibili. Tutto doveva essere pronto per l'imprevedibile terza guerra mondiale, giocata in ogni variante sui tavoli degli stati maggiori. Un paese di frontiera La presenza di un forte partito comunista (il più forte di tutto l’Occidente) ha posto l'Italia al centro di forti tensioni negli anni Sessanta e Settanta condizionandone in modo profondo l'intera vita politica L'Italia a prima vista sembra un Paese fortunato. E’ circondata da una fascia di Paesi alleati o neutrali dalla Francia, alla Svizzera, all'Austria, alla Jugoslavia, all'Albania ed alla Grecia. Il suo esercito non corre il rischio di un bruciante blitz aerocorazzato alle sue frontiere ed il settore terrestre da difendere è in gran parte montuoso. Si trova, tuttavia, in una posizione aeronavale che costituisce la chiave di volta per il controllo del Mediterraneo. Senza di essa l'aiuto agli alleati greci e turchi diventa impossibile. Con il controllo della penisola è invece possibile imbottigliare la V Eskadra sovietica ed i suoi sottomarini in due bacini più piccoli e annientarla metodicamente. L'Italia è un prezioso elemento di sorveglianza e controllo verso le inquiete aree del Nord Africa e del Medio Oriente. Il suo problema più grande agli occhi degli strateghi americani e dei loro colleghi nella NATO è rappresentato dalla presenza di un partito comunista che è il più grande in tutta l'alleanza. Un partito che di stretta misura aveva evitato tentazioni rivoluzionarie nel decennio successivo alla seconda guerra mondiale, che godeva dell'appoggio del Partito Socialista e che continuava ad esprimere un forte sostegno all’URSS. Per ragioni diverse da quelle di altri alleati, l'Italia è dunque un Paese di frontiera della Guerra Fredda e come tale al centro di tensioni fortissime. Il cosiddetto fattore K, insieme alle continue pressioni esterne che si indirizzano su di esso, costituisce uno degli elementi dell'immobilità del quadro politico italiano. Eppure gradualmente, ma senza ripensamenti, dalla fine degli anni Cinquanta, viene allargata l'area del consenso proprio verso sinistra e sarà il perno della politica interna sino a tutti gli anni '80. Uno dei primi esponenti di spicco a sostenere, nel 1958, la necessità di "aprire a sinistra", coinvolgendo i socialisti nell'area di governo, è il presidente del Consiglio, Amintore Fanfani. La nuova strategia mira a creare un asse Democrazia Cristiana-Partito Socialista in modo da isolare il PCI e aprire una nuova stagione di riformismo moderato. Ci furono, ovviamente, forti contrasti in seno alle forze di governo e la situazione politica divenne molto delicata. Alla fine del 1959 il nuovo segretario della DC è il professore Aldo Moro. Uomo riservato, cortese, di solida preparazione giuridica, ha compiuto una rapida carriera politica. Deputato a trent'anni, sottosegretario agli Esteri a trentadue, capogruppo DC alla Camera a trentasette, Moro impressiona per le sue straordinarie e sottili capacità di mediazione anche inviati politici americani. GENOVA IN FIAMME. Nel 1960 il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, affida l'incarico di formare il governo al democristiano Fernando Tambroni, che ha buoni collegamenti in tutto lo spettro politico dai socialisti all'estrema destra. Tambroni riesce a formare il suo governo con l'aiuto, appunto, delle destre. Ne nascono tensioni che degenerano i gravi tumulti. Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, viene scelta dal Movimento Sociale come sede de proprio Congresso. Il 30 giugno 1960 decine di migliaia di persone si riversano in strada. Le forze dell'ordine devono fronteggiare una vera e pro pria guerriglia urbana, che ha come epicentro piazza de Ferrari. Il 1° luglio gli scontri continuano, e si forma un comitato di liberazione partigiano e solo il controllo delle forze di polizia evita bilanci più pesanti. Tambroni, tuttavia, commette l'errore di voler riaffermare la sua autorità dando l'autorizzazione alla polizia di sparare in situazioni di emergenza. Nella settimana seguente muoiono in diverse città italiane una dozzina di persone e più di 20 sono ferite. Uno sciopero generale segna l'epilogo di quel governo, costretto a fine luglio a dimettersi, e chiude la strada a qualunque futura alleanza con la destra. Lo spostamento verso nuovi assetti politico-sociali si verifica, come spesso in Italia, dal basso. Le amministrative del 1960 consentono i primi esperimenti di centro-sinistra in alcune città: Milano, Genova, Firenze e Venezia. Il nuovo presidente degli Stati Uniti John Kennedy (il cui insediamento alla Casa Bianca suscita grandi speranze in tutto il mondo) invia Harriman in missione esplorativa a Roma. Harriman, al contrario dei suoi più ideologizzati predecessori, si rende conto che il centrosinistra è l'unico percorso politico praticabile in Italia. Anche il consigliere particolare di JFK, lo storico Arthur SchIesinger jr., è dell'avviso che il centrosinistra serva a due scopi: dare all'Italia un governo più sensibile alle riforme in linea con l'immagine dell'amministrazione kennediana e contribuire ad emarginare i comunisti italiani dalla ribalta politica. Tuttavia la linea americana, come non di rado, è tutt'altro che univoca. Lo stesso Kennedy, pur esprimendo privatamente ai leader italiani una benevolenza verso i prevedibili sviluppi della trattativa, evita di offrire un sostegno troppo diretto alle ipotesi di centro-sinistra per mantenere il consenso interno. Anche il Vaticano, con l'elezione di papa Giovanni XXIII, cambia la sua linea politico-religiosa, in favore di un moderato ma indiscutibile progressismo. Grazie a questi cambiamenti, il capo socialista Pietro Nenni può far passare nel suo partito una linea di attenzione favorevole alla NATO e di spinta per entrare nella stanza dei bottoni. Più o meno contemporaneamente Moro, nell'VIII congresso DC, riesce a blandire gli oppositori e galvanizzare i campioni del centro-sinistra. L'80 per cento dei delegati appoggia l'impostazione ed Andreotti battezza la nuova linea con l'ecclesiale titolo I casti connubi. La ristrutturazione dell'Arma Gli anni Sessanta sono anni di rilevanti cambiamenti per l'Arma dei Carabinieri. Il nuovo comandante, nominato il 15 ottobre 1962, è il generale Giovanni De Lorenzo, che si presenta con credenziali impeccabili. Di origini siciliane, si è laureato in ingegneria navale a Genova, ha combattuto con distinzione sul terribile fronte russo ed ha partecipato alla Resistenza come vicecomandante dei servizi d'informazione del CLN (Comitato Liberazione Nazionale). La sua esperienza concreta nel campo dell'intelligence si era sviluppata nel comando del SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate). De Lorenzo ritiene che il vecchio accordo Carcaterra vada profondamente rivisto. L'accordo, così chiamato nel gergo dal nome del capo della polizia Giovanni Carcaterra, aveva sancito la “ruralizzazione” dei CC nel 1954, concentrandone la presenza nelle province e nei piccoli centri. Questo accordo aveva di fatto penalizzato l'Arma con prevedibili effetti sul morale degli uomini, sulle dotazioni di mezzi e sullo stato delle caserme. Il nuovo Comandante Generale inverte decisamente la tendenza, grazie anche alle nuove direttive politiche e a una maggiore disponibilità di fondi. Con grande metodo le stazioni seguono il flusso di inurbamento nelle grandi città e al tempo stesso vengono rese familiari le sagome delle nuove auto, dette "gazzelle". Con un consistente battage pubblicitario si ricordano ai cittadini i nuovi numeri d'emergenza per chiamare i nuclei dei Carabinieri. E 200 nuove caserme rafforzano la presenza e rendono più vivibile l'attività degli uomini. Nel febbraio 1963 viene istituito presso il Comando Generale un ufficio Motorizzazione, poi trasformato in Direzione. Un flusso di ben 4.000 automezzi di tutti i tipi (dalle Giulie, ai natanti, agli elicotteri) comincia ad affluire ai reparti. Una rete autonoma di 400 depositi di carburante rifornisce 1.500 distributori autonomi nelle diverse caserme, in cui operano 2.450 militi nel ruolo di tecnici specializzati nella manutenzione di un grande parco mezzi e velivoli. Le telecomunicazioni vengono rivoluzionate. Basta con la vecchia rete radiotelegrafica e con alcune reti minori radiotelefoniche con apparecchi mediocri. Via libera ad una rete radiotelegrafica nuova di zecca per collegare divisioni, brigate e legioni con il Comando Generale. Ogni legione poi dirama la sua rete e questo permette comunicazioni veloci tra vertice e periferia. E poi avanti con una rete telefonica propria capace di funzionare all'avanguardia in teleselezione, integrata da telescriventi e fax. Il centro nevralgico è costituito da un Comando Trasmissioni, da un sofisticato ponte radio e da un potente cervello elettronico per la raccolta di dati e segnalazioni. Il livello scientifico delle investigazioni e la polivalenza dei CC sono incrementati con: la creazione di un centro investigazioni scientifiche; il potenziamento dei gruppi cinofili e sommozzatori; l'addestramento superiore di tutti i battaglioni mobili. Infine De Lorenzo vuole rimarcare anche la natura militare dell'Arma creando l’XI Brigata meccanizzata. Un'unità polivalente con 130 carri M?47 con cannone da 90 mm ed un battaglione di Carabinieri paracadutisti. E’ il coronamento della sua opera, ma è anche l'avvio di serie inquietudini negli ambienti politici governativi e non. Gli avvenimenti politici dell'estate 1964 sono particolarmente tesi perché un nuovo governo di centro?sinistra fatica a formarsi (già nel marzo 1964 erano state avanzate esplosive interrogazioni parlamentari sull'operato di De Lorenzo al SIFAR). Nel dicembre 1965 De Lorenzo viene nominato Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Ma appena sei mesi dopo il ministro della Difesa Tremelloni scioglie il SIFAR, costituendo il nuovo SID (Servizio Informazioni Difesa), e nel maggio 1967 viene rivelata pubblicamente l'esistenza di un piano di prevenzione di disordini predisposto proprio da De Lorenzo nella calda estate del 1964 (Piano Solo). La commissione d'inchiesta nominata due anni dopo si spaccherà sull'interpretazione di quel piano: difensiva secondo la maggioranza, colpo di Stato pianificato nel giudizio della minoranza. In ogni caso l'indagine parlamentare sottolinea che, al di là della controversa azione del capo, l'Arma si è sostanzialmente mantenuta distante dall'iniziativa. La contestazione e il terrorismo Il 1968 pone bruscamente fine al balletto di una serie di governi di centro-sinistra che, pur avendo cercato di mediare una situazione politica bloccata, non hanno sostanzialmente risposto alle esigenze di una società più avanzata. Il movimento di protesta parte dalle università californiane e si estende con grande rapidità in Europa. Il “maggio francese” è, per le università italiane, un'esperienza indimenticabile. Gli studenti esprimono tutta la loro ribellione nei confronti di un sistema scolastico ossificato e sorpassato. Sono ben decisi a non svolgere un ruolo passivo: prendono l'iniziativa per reinventare in un'onda di disordinata creatività e protesta il modo stesso di vivere e studiare. Il mondo del lavoro, cresciuto all'ombra di un boom economico che non aveva tenuto conto delle sue esigenze sociali, entra in fermento. Le rivendicazioni economiche si saldano ai dibattiti e alle lotte intorno alle condizioni in fabbrica, alla struttura dell'organizzazione del lavoro (ritmi, controlli, straordinari e impatto delle innovazioni tecnologiche nella catena produttiva), al diritto alla casa contro la speculazione del mattone ed ai trasporti di massa. Le prime lotte hanno origine in zone periferiche. L'azienda tessile Marzotto a Valdagno è testimone di manifestazioni spontanee contro i nuovi, massacranti ritmi di lavoro e contro la minaccia di 400 licenziamenti. Ad Avola e a Battipaglia i braccianti reagiscono duramente all'intervento della forza pubblica e gli scontri provocano quattro morti e alcune decine di feriti. Nel febbraio 1968 campeggiano le foto della battaglia di Valle Giulia, a Roma, un momento di svolta nel movimento studentesco ed un suo passaggio ad una fase più violenta. La polizia era riuscita a sgomberare la facoltà di Lettere occupata dagli studenti, ma questi avevano spostato il peso della loro presenza sulla facoltà di Architettura. Anche qui le forze di polizia tentano di allontanarli ma vengono impegnate in uno scontro durissimo. Macchine ed autobus sono dati alle fiamme. 46 militari finiscono in ospedale e diversi studenti si fanno curare di nascosto. à il trionfo dell'esaltazione di giovani che in scarpe di tela volteggiano nella guerriglia urbana. Pasolini innesca una rovente polemica sottolineando alcune evidenti contraddizioni del movimento.
recitava una sua contestatissima poesia. Da allora nella cultura giovanile la violenza, vista anche come una risposta ai duri interventi governativi, viene rapidamente accettata come inevitabile e giustificata in quanto rivoluzionaria. Si fanno strada i teorici della violenza proletaria e sono in voga slogan come "Il potere nasce dalla canna del fucile', Violenza contro violenza", “Guerra no, guerriglia sì” sullo sfondo dei miti di Mao, Che Guevara e del Vietnam. SI PASSA ALLE ARMI. Chi ha ancora visto di recente dal vivo o sui mass media i volti e gli atteggiamenti dei protagonisti della stagione del terrorismo italiano non può, specie se non partecipe diretto di quegli eventi, che essere assalito da un vago senso di smarrimento. Queste signore e signori ormai di una certa età, con l'aspetto segnato dalle loro diverse culture politiche sono proprio quelli che hanno messo le bombe o gambizzato o rapito e ammazzato? Eppure in quegli anni tremendi il senso dello scontro e dell'odio politico erano davvero palpabili e la violenza dei picchiatori era una minaccia costante e concreta nelle città grandi e piccole. La sfida di questo decennio viene raccolta dall'Arma con tre strumenti. Quello più ovvio è rappresentato dal servizio di ordine pubblico. Meno visibile, ma di maggiore importanza per l'azione preventiva, è il servizio informativo. Altamente spettacolari sono le cosiddette operazioni Setaccio, create in risposta ad un serio aggravamento della criminalità comune. Mai dalla fine della guerra si sono visti rastrellamenti di questa ampiezza e l'operazione Setaccio più massiccia dura dal settembre al dicembre 1971. Tre divisioni (Pastrengo, Podgora e Ogaden) mettono in campo un totale di 35mila uomini, appoggiati da altre forze dell'ordine, per controllare 90 province. Gli arresti sono centinaia, le denuncie migliaia e le contravvenzioni decine di migliaia. Nel frattempo il terrorismo "rosso” e "nero” comincia a mietere le sue vittime. Tre carabinieri saltano in aria ed uno resta gravemente ferito nei pressi di Peteano. Il pomeriggio del 31 maggio 1972 una telefonata anonima informa i Carabinieri di Gorizia che c'è nei pressi del villaggio una macchina sospetta con due colpi di pistola sul parabrezza. E’ un agguato: il solo esecutore materiale, il fascista Vincenzo Vinciguerra, viene condannato all'ergastolo. DUELLO CON LE BR. La formazione più agguerrita e temibile nella nebulosa del terrorismo di sinistra è indubitabilmente quella della BR (Brigate Rosse), costituitesi come partito armato nel maggio del 1972 e passate alla clandestinità. Mentre a livello di vertici politici si perde tempo in sterili battaglie di competenze, i CC creano, per iniziativa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, un primo nucleo investigativo. All'interno di questa formazione di punta spicca il vecchio maresciallo Felice Maritano. Nato nel 1919 a Giaveno (in provincia di Torino), padre di tre figli, Maritano ha partecipato alla guerra nei Balcani e dopo l'8 settembre 1943 è stato internato in Germania fino alla fine del conflitto. Nel 1941 era stato promosso appuntato per meriti di guerra, poi decorato con croce al Valor Militare nel gennaio 1941 sul teatro dei Balcani. Nel corso del suo lungo servizio di 10 anni a Rivarolo (Genova) gli erano stati concessi 10 encomi solenni. La gente lì lo conosceva con l'affettuoso (e significativo) nomignolo di "sceriffo". Le Brigate Rosse hanno rapito da poco (aprile 1974) il giudice genovese Mario Sessi, dimostrando sia la loro capacità organizzativa che la loro determinazione nel condurre la lotta. Il giudice verrà rilasciato, ma la caccia dell'Arma era appena iniziata e si stavano ancora mettendo a punto le tecniche più idonee. Maritano avrebbe potuto andarsene tranquillamente ed onoratamente in pensione, ma il 22 maggio 1974 si costituisce il nucleo e due giorni dopo Maritano chiede al suo colonnello Giuseppe Franciosa di entrarvi. Il 27 ne entra a far parte in considerazione delle sue doti e della sua collaudata esperienza. Fin dai primi giorni il suo ascendente nel reparto è altissimo. Ricostruisce la biografia di uno dei membri delle Brigate Rosse e il suo lavoro lo porta a contatto con amici, parenti e conoscenti del brigatista ricercato; alla fine la pista porta al covo di Pianello Val Tidone (Piacenza). L'operazione si risolve con l'arresto dei terroristi Carnelutti e Sabatino e la disfatta della colonna lodigiana delle Brigate Rosse. Poco dopo Maritano si offre anche volontario per l'operazione che nei pressi di Pinerolo porta all'arresto di capi storici delle Brigate Rosse come Curcio e Franceschini, bloccandoli armi in pugno insieme ad altri (8 settembre 1974). Dal paziente vaglio del materiale rinvenuto nel covo di Pianello si arriva alla base brigatista di Robbiano di Mediglia. UN APPIATTIMENTO. Al momento di far scattare l'operazione a Robbiano, il Nucleo speciale ha già al suo attivo un bilancio rispettabile per la sua breve esistenza operativa: 34 arresti; 43 denunzie; 193 perquisizioni domiciliari; 160 accertamenti bancari; 93 sopralluoghi; 456 rilievi fotografici; 1.050 informazioni richieste. Un segno del dinamismo del generale che l'ha creato e dell'impegno dei suoi componenti. Visto che il covo quando i carabinieri arrivano è vuoto, si decide di organizzare un appiattimento, ossia di nascondere alcuni militi all'interno dell'appartamento in modo da trasformare un rifugio ritenuto sicuro in una vera e propria nassa. E’ un servizio sfibrante che richiede molta pazienza e sangue freddo. A CAPOFITTO PER LE SCALE. L'operazione a Robbiano è stata disposta dal generale Dalla Chiesa che comandava la 1° Brigata Carabinieri di Torino. Le indagini, partite dai nuclei investigativi di Torino, Genova, Milano sono passate al nucleo speciale. I controlli a tappeto in via Amendola (il covo era al n. 10) sono avviati all'inizio di quella settimana. Dotati di foto segnaletiche i militi setacciano ogni appartamento. Venerdì pomeriggio alle 14 scatta l'operazione. La porta viene sfondata, l'appartamento è vuoto: si pensa quindi di tendere una trappola ai tre. Nell'appartamento si trova materiale investigativo di notevole interesse (tra cui mitra e pistole utili all'identificazione dei terroristi implicati nel rapimento del giudice Sossi), esplosivi e munizioni. Viene anche rinvenuta un'agenda di Sossi, un documento BR firmato da Sossi. Nel covo uno Sten, due mitra, un moschetto, un revolver, un carabina, tre bombe a mano tedesche (le temute Stielhandgranaten), molti silenziatori, decine di metri di miccia e molti documenti falsi (passaporti, carte d'identità, eccetera). I tre brigatisti arrivano uno alla volta: sembra facile, ma è un affare altamente rischioso. Alle 13 e alle 21,30 due brigatisti, armati di pistola con il colpo in canna (calibro 7,65 mm), vengono arrestati. Non avendo partecipato alla cattura di Bassi, il primo brigatista, Maritano ottiene di partecipare ai turni di piantonamento successivi ed insiste a rimanere perché non vuole lasciare soli i più giovani nei momenti più rischiosi. Vista la sua esperienza si accetta la sua richiesta in modo che serva da elemento di continuità e coesione nelle rotazioni del personale. Alle 21.30 partecipa alla cattura di Bertolazzi, che tenta di estrarre una 7,65, ma viene bloccato dai militi. Alle 3.20 dopo un breve riposo nella branda del covo, si sente uno scalpiccio sulla tromba delle scale. In servizio di appiattimento si trovano Maritano e i brigadieri Calapai e Furno. Furno sente i rumori, avvisa Maritano e si piazzano sul pianerottolo. Quello che successivamente sarà identificato come il brigatista Ognibene arriva a pochi metri e si accorge della presenza dei carabinieri. Maritano intima ”Alt, Carabinieri", ma Ognibene si dà alla fuga lungo la tromba delle scale, inseguito dai tre militi. Il silenzio della notte è lacerato dai colpi della Smith & Wesson calibro 38 special del terrorista. I colpi raggiungono il maresciallo che però non molla. Maritano scosta Calapai e spara contro il brigatista, lanciandosi al suo inseguimento. Continua a sparare con la mano sporca di sangue appoggiandosi alla parete, finché quattro colpi non neutralizzano il brigatista. I due arrivano al piano terra. Ognibene stramazza al suolo e Maritano gli si accascia vicino, come se volesse controllarlo. Quasi esanime esorta i due sottufficiali a catturare il brigatista. Muore durante il trasporto all'ospedale. UN FUNERALE BLINDATO. La morte del valoroso maresciallo desta una profonda emozione anche nell'Italia indurita dall'asprezza della lotta politica. A parte tutte le manifestazioni ufficiali di cordoglio, giungono al Comando Generale numerose testimonianze di solidarietà e di fiducia. Ma il clima è davvero pesante e non risparmia nemmeno le esequie ad un morto. La notte precedente arrivano telefonate minatorie contro chi vuole partecipare al funerale. Scritte minacciose sono tracciate sui muri della chiesa e nelle vie adiacenti. In risposta a queste intimidazione all'uscita del feretro dalla chiesa tutte le sirene del porto di Genova hanno suonato. Lo Stato è presente: al funerale ci sono Sandro Pertini, presidente della Camera, Paolo Emilio Taviani, ministro degli Interni, il Comandante Generale, Enrico Mino. Maritano viveva a Rivarolo ed è stato sepolto lì. Gli abitanti si ricordano ancora la sua eccellente conoscenza della zona ed il fatto che lui cercava di aiutare la gente in difficoltà e di comporre le liti. Lui non si tirava indietro nel lavoro e non guardava di che partito si fosse: "Basta che sono persone oneste, per me sono tutte uguali", diceva. "Il carabiniere lo si conosce solamente quando muore" ? aveva detto il colonnello Franciosa. FACCIA A FACCIA CON MARA. Ognibene, che all'epoca aveva vent'anni, dichiara una falsa identità quando viene ricoverato in ospedale con una prognosi di venti giorni. La copertura dura poco e verrà processato per direttissima. Qualche mese dopo (il 19 febbraio 1975) una mesta cerimonia di solidarietà ricorda alcuni caduti sul fronte del terrorismo, compresi i tre caduti per la bomba di Peteano (il brigadiere Antonio Ferraro ed i carabinieri Franco Dongiovanni e Donato Poveromo), oltre al maresciallo maggiore Felice Maritano. Il 4 giugno 1975 viene rapito lungo la provinciale piemontese Cassinasco-Canelli l'industriale Vittorio Vallarino Gancia. I Carabinieri, ormai temprati dall'amara esperienza di quegli anni, si muovono rapidamente. Alle 15,30 viene arrestato Massimo Maraschi (22 anni) da Lodi che aveva avuto un incidente un'ora prima a circa 200 metri dal luogo del rapimento. Dopo aver tentato un accordo con l'altro conducente coinvolto nell'incidente, si era dato alla fuga. Scatta un'ampia battuta e si trova la vettura a Canelli con a bordo un individuo che tenta la fuga in un cantiere. Viene fermato e portato alla caserma. L armato con una pistola 7,65 con il colpo in canna, l'auto è rubata e i documenti sono falsi. Nella notte stessa in collaborazione con il Nucleo speciale si appura che: l'uomo è identificato come noto brigatista, già inquisito dal Nucleo; il documento d'identità falso appartiene ad un blocco di documenti trovati nel covo di Robbiano; Maraschi ha partecipato al rapimento di Gancia, bloccando la strada con la vettura. Studiata la zona si ordina un controllo a tappeto di località isolate, cascine e abitazioni sospette. Il 5 giugno 1975 il tenente Umberto Rocca, comandante della compagnia di Acqui, dopo aver celebrato la ricorrenza del 161° anniversario dell'Arma, verso le 10,30 decide di effettuare ispezioni in località e cascine già note e sorvegliate (ma ancora senza esito). Sono con lui il maresciallo maggiore Rosario Cattafi, comandante della stazione di Acqui Terme; l'appuntato Giovanni D'Alfonso, l'appuntato Pietro Barberis. I primi tre in uniforme e l'ultimo in abito civile. Arrivati nella località di Arzello del comune di Melazzo (10 km da Acqui) alle 11.30 Rocca giunge alla cascina Spiotta, da più mesi posta sotto sorveglianza perché segnalata come luogo saltuario di ritrovo di persone sospette. SENZA ESCLUSIONE Di COLPI. L'ufficiale controlla l'interno delle vetture e detta gli estremi dei libretti di circolazione quando Barberis segnala al tenente di aver sentito voci e rumori nella cascina. Rocca si avvicina alla porta, constatando la presenza di alcuni individui all'interno della cascina. Ordina che la vettura si piazzi sulla strada per bloccare il traffico, ma defilata da eventuali tiri da porte e finestre; D'Alfonso si piazzi in posizione tra i capannoni, defilato, ma pronto a intervenire; Barberis chieda subito rinforzi alla centrale operativa via radio e controlli la parte posteriore della cascina. Il tenente Rocca, con Cattafi, compie una rapida ispezione dell'immobile, per appostarsi poi allo spigolo destro con il suo mitra per controllare due lati, e ordina a Cattafi, che ha già bussato, di mettersi all'estremità di un casotto in muratura di fronte alla cascina. Al piano superiore si affaccia una donna che guarda nel cortile e rientra in silenzio. Rocca allerta a gesti i suoi dipendenti. Cattafi ad alta voce invita più volte il dottor Caruso (il nome che risulta dalla targhetta alla porta) a uscire fuori. Un uomo apre la porta e invita con fare arrogante i militi ad entrare. Cattafi ripete l'invito, ma l'uomo lancia un bomba e richiude la porta. Si scatena l'inferno. La bomba investe in pieno Rocca, gli trancia il braccio sinistro e gli ferisce l'occhio sinistro. Cattafi si prende numerose schegge sul lato destro, ma spara con la pistola contro finestre e porta. Poi si accorge delle gravi ferite dell'ufficiale Rocca. Smette di sparare e, benché ferito gravemente, lo solleva di peso e lo mette al riparo trascinandolo per 100 metri di terreno ripido e aspro fino alla provinciale. Ferma un'auto di passaggio e chiede al conducente di portare Rocca all'ospedale di Acqui. Nel frattempo sta arrivando un'altra pattuglia di cui rifiuta il soccorso, invitandola a raggiungere la cascina. Sarà caricato a bordo di un'ambulanza poco dopo. Nella cascina un uomo e una donna tirano un'altra bomba a mano (a vuoto) ed escono dalla porta per andare ai capannoni. D'Alfonso avanza per bloccarli con il fuoco della pistola, ma viene centrato da una raffica alla testa, al torace e all'addome. Nonostante i colpi ricevuti, spara a sua volta un intero caricatore, forse ferendo due volte la donna che è salita in macchina. Ormai i due sono in fuga. La strada è però sbarrata dall'auto dei carabinieri dove Barberis si era tempestivamente messo al riparo. Le due macchine dopo un tamponamento escono di strada. Barberis spara, i brigatisti rispondono e l'uomo esce fuori dalla vettura arrendendosi "Siamo feriti, ci arrendiamo". Il solito vecchio trucco. Barberis smette di sparare, li invita ad alzare la mani e ad andare verso una radura. Ma dopo pochi passi l'uomo si fa scudo della donna, estrae dal giubbetto una bomba e la lancia verso Barberis che, con grande prontezza, si slancia in avanti e riesce a sparare colpendo a morte la donna nonostante la bomba gli esploda a pochi metri di distanza. Il terrorista superstite si tuffa nella boscaglia e Barberis, preso un caricatore a D'Alfonso, lo insegue. Ne perde, però, le tracce. Torna indietro e assiste D'Alfonso ferito a terra. Dopo alcuni minuti arrivano con l'autoradio tre colleghi. Il vicebrigadiere Frati, che comandava il gruppo, prima di ispezionare la cascina, lancia un candelotto lacrimogeno. Da un piccolo vano a piano terra sentono gridare aiuto. E’ Gancia, rapito il giorno prima. La donna uccisa è Margherita Cagol (conosciuta con il nome di battaglia di Mara), moglie di Renato Curcio. Lo scontro si è risolto in un'autentica carneficina. Rocca è mutilato, D'Alfonso è morto, ma i carabinieri tengono duro. Cattafi viene trovato dai giornalisti mentre sta per tornare a casa con numerose schegge in corpo. Mostra la divisa sforacchiata: "Potrei scolarci la pasta", dice, "ma comunque mi è andata bene". Bilancio di un'epoca La lotta al terrorismo non ebbe né rapida né facile soluzione dopo questi drammatici episodi che svelarono la pericolosità per le istituzioni non solo delle Brigate Rosse ma anche di numerosi altri gruppi terroristici, di destra e di sinistra, più o meno ricchi di militanti e di mezzi, che erano passati dalla violenza diffusa alla lotta armata clandestina. Questo metodo, inizialmente patrimonio della ristretta componente anticrimine, è stato assimilato e adottato da tutti i Reparti investigativi dell'Arma e, con gli opportuni adattamenti, è divenuto lo strumento per affrontare in modo sistematico e permanente le non meno temibili organizzazioni della criminalità mafiosa. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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