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Carabinieri 15 |
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La Guerra di LiberazionePremessa Otto Skorzeny, l'uomo delle missioni impossibili, ce l'aveva fatta ancora una volta. Grazie al determinante apporto di un reparto di paracadutisti scelti, sbarcati fulmineamente da un aliante presso l'albergo dove era prigioniero il duce a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, Skorzeny aggiunse un altro capitolo alla propria leggenda. Nel clima ambiguo del 12 settembre l'ordine di uccidere Mussolini in caso di complicazioni era stato revocato da un oscuro contrordine del capo della polizia Carmine Senise. Quando la fragile sagoma della Cicogna, il più noto aereo da collegamento del conflitto, si stagliò nel cielo dell'Abruzzo con il suo carico di personaggi importanti pochi capirono quel che stava accadendo e pochi si resero esattamente conto delle conseguenze che avrebbe prodotto la liberazione di Mussolini: stava per scoppiare la guerra civile. L'Italia divisa in due Dopo l'armistizio, il Paese affrontò altri 18 mesi di guerra, perfino più duri dei precedenti a causa delle drammatiche lacerazioni e dalle angosce di un conflitto che ormai non risparmiava più nessuno. Dopo l'8 settembre del 1943, a causa della politica esitante e fiacca del governo legittimo, l'Italia si spaccò in due e dovette affrontare 18 mesi di guerra su tre fronti. Il primo fronte era quello della miseria. Se al seguito delle truppe alleate si respirava la falsa prosperità delle retrovie, artificialmente alimentata dal ricco apparato logistico americano, la fame era un problema reale che le tessere del razionamento e la borsa nera risolvevano solo parzialmente. Fiorivano i commerci più strani e più turpi come mezzi per sbarcare il lunario e trovare il cibo necessario. Nell'Italia occupata la situazione era molto peggiore. Solo nelle campagne vi era una qualche probabilità di trovare degli alimenti, a condizione che i contadini si fidassero a tirarli fuori dai nascondigli. La vita quotidiana di una grande città era scandita dai bombardamenti alleati, dalle retate delle tante polizie (ufficiali e non) che vi agivano, dalle code per tutto. Intorno ai gerarchi nazisti e ai collaborazionisti repubblichini vi era una relativa abbondanza, ma tutti sentivano la morsa di una tenaglia alleata che si stava chiudendo da est, da sud e da ovest. Il secondo fronte era quello dei combattimenti militari. Nonostante fosse una guerra estenuante combattuta faticosamente lungo tutti i crinali dell'Appennino, fu per i soldati ancora abbastanza umana. Molto meno lo fu per le popolazioni civili ogni volta che il fronte si spostava. Sulla linea del fronte potevano fioccare le granate delle artiglierie; per centinaia di chilometri i cacciabombardieri ed i bombardieri leggeri alleati mitragliano implacabilmente tutto ciò che si muoveva nelle retrovie; le truppe marocchine potevano abbandonarsi alla violenza sulle donne. Quando i nazifascisti si ritiravano, minavano e distruggevano sistematicamente tutto quello che sarebbe potuto tornare utile agli alleati. Sul fronte la lotta si combatteva tra le preponderanti forze alleate (artiglieria e aviazione) e l'ingegnosità delle truppe tedesche nello sfruttare ogni riparo della notte. I soldati americani, che erano abituati a muoversi quasi unicamente a bordo dei motoveicoli, furono costretti a riadattarsi alle marce faticose. Ma fu il terzo fronte quello che riservò a tutti i maggiori orrori. I civili vivevano nel terrore della visita notturna della Gestapo, della razzia indiscriminata di ostaggi, dell'arrivo di partigiani spesso forieri di requisizioni, regolamenti di conti e successive rappresaglie nazifasciste. Troppe furono le persone che sparirono su un vagone piombato o nelle celle di tortura, spesso per una delazione, fondata o meno che fosse. Nelle città e nelle campagne l'odio era un pulviscolo sospeso nell'aria. RESISTENZA E REPRESSIONE. I tedeschi la chiamavano lotta antibande, gli specialisti oggi preferiscono chiamarla controguerriglia, la sostanza è però rimasta la stessa, impastata di sangue e di fango. Nessun armata, soldato, SS, poliziotto,
miliziano si sentiva sicuro, nemmeno in casa propria, nemmeno in
caserma. Poteva essere una mina che incendiava il veicolo, un filo di
ferro teso per strada che decapitava un motociclista, un assalto a un
treno, una bomba, o un'imboscata. Poi la soffiata, quella giusta, oppure l'ordine segretissimo di operazioni. Potenti vetture sfrecciavano per la città, colonne di camion uscivano dalle caserme. Nel cuore della notte interi isolati venivano sigillati, passi pesanti salivano le scale, colpi di pistola o mitragliatrice rompevano il silenzio. All'alba, nelle campagne, formazioni di fanti, carri e blindo stendevano una rete mortale stringendola progressivamente. Talvolta aerei volteggiavano nel cielo per segnalare ogni movimento del nemico braccato; scontri rapidi, improvvisi e furiosi si svolgevano nelle valli, nelle forre e sulle creste. Spesso, alla fine, un carico di disgraziati veniva avviato verso le prigioni, mentre i cadaveri restavano lì fra i casolari in fiamme o sul selciato della strada. I capi potevano talvolta servire da merce di scambio, ma per gli altri vi era spesso la tortura. Occorrevano informazioni, e per ottenerle si ricorreva a qualunque mezzo. E la morte era spesso un’autentica liberazione. Ma anche la vita per un partigiano era durissima. In città era segnata dalla continua clandestinità, nella paura costante di essere scoperto e arrestato. GUERRA PARTIGIANA. La vita di un reparto alla macchia è regolata da incarichi duri: bisogna rifornirsi dei generi che scarseggiano come vettovaglie, armi e medicine. Accendere un fuoco può tradire la posizione, tutti i rifiuti vanno nascosti per non lasciare tracce. Pianificare l'azione, anche la
più semplice, richiede informazioni precise, uno studio attento del
luogo e delle possibili vie di scampo, la capacità di affrontare tutti
gli imprevisti. Al momento di agire non debbono esservi dubbi o
esitazioni. Il tempo a disposizione è sempre pochissimo e le munizioni
non vanno sprecate. Non bisogna dare al nemico il tempo di reagire con
le sue forze quasi sempre superiori e soprattutto bisogna badare a non
essere agganciati in fase di ritirata. Poi ci sono i dubbi e la paure. Non ci saranno state rappresaglie contro i parenti lasciati a valle? E giusto che ostaggi innocenti paghino con la vita per un'azione che apparentemente non cambia gli equilibri militari? L'Arma nella bufera Tutto era più complicato nel nord dove i tedeschi regnavano incontrastati e la Repubblica Sociale Italiana cominciava a raccogliere, accanto alle persone che credevano fosse più onorevole rispettare i patti e lottare per una pace con onore, la feccia dell'estremismo squadrista. In quelle condizioni era più difficile rispettare l'ordine di rimanere al proprio posto diramato nel fatale 8 settembre dal Comandante Generale, Angelo Cerica. L'appena costituita Repubblica di Salò decise di rimpolpare i ranghi della Guardia Nazionale Repubblicana con i circa 40.000 militi dell'Arma. I Carabinieri Reali, pur rispettando formalmente ordini e gerarchie, avevano un atteggiamento che variava dall'indifferenza e dalla resistenza passiva all'aperta opposizione al regime nazifascista. I rapporti dell'epoca stilati dai rivali della Guardia Nazionale Repubblicana erano quanto mai espliciti in merito. I tedeschi e i loro collaboratori non potevano tollerare questo stillicidio e pensarono di deportare un quarto della forza in Germania. Appena la voce circolò nei ranghi dell'Arma, i Carabinieri incorporati nella GNR cessarono di essere un fattore di qualunque aiuto per l'occupante. Tutti i comandi dei CC RR si attivarono per sostenere vigorosamente la rivolta e il comando della legione svolse un'intensa e preziosa opera di coordinamento e di controllo fra i vari settori della città. A Capodimonte il maresciallo maggiore Filippo Cucuzza salvò con un'azione decisa l'acquedotto, sventando l'intervento dei genieri tedeschi. I Carabinieri, anche fuori dalla zona di operazioni ed in territorio saldamente occupato, continuarono i loro compiti d'istituto e non esitarono a proteggere in ogni modo la popolazione, fino al supremo sacrificio. Salvo d'Acquisto rimane forse l'esempio più fulgido di estremo attaccamento al dovere: per salvare, a Torre di Palidoro 22 ostaggi da sicura morte, non esitò ad accusarsi di un attentato. Ebbe la medaglia d'oro alla memoria e sarà ricordato nei secoli come simbolo delle virtù dell'Arma. NON SOLTANTO IN ITALIA. All'estero interi reparti furono costretti a porsi la tragica domanda «che fare?». Fino a ieri impegnati a combattere contro i partigiani, dopo l'8 settembre si trovarono davanti alla decisione di cambiare fronte o essere catturati. A Cefalonia la divisione Acqui e i suoi carabinieri della 2ª compagnia (7° battaglione mobilitato) e della 27ª sezione decisero di resistere, anche se la situazione era disperata. Nella piazza principale di Argostoli, sotto gli occhi allibiti delle impettite sentinelle tedesche, il sottotenente Orazio Petruccelli ammainò la croce uncinata e issò il tricolore. Pagò il gesto eroico con la morte. Scene analoghe si svolsero a Corfù e nel Dodecaneso. Città aperta, ma oppressa La resistenza a Roma da parte delle unità militari e dei Carabinieri Reali era terminata il 10 settembre in seguito alla minaccia tedesca di bombardare indiscriminatamente la capitale e di tagliare gli acquedotti. I generali Caviglia e Calvi di Bergolo negoziarono un accordo in base al quale Roma fu dichiarata città aperta e il grosso delle truppe germaniche si impegnò a restarne fuori. A tutela dell'ordine pubblico ed agli ordini di Calvi di Bergolo rimasero i Carabinieri e tre battaglioni della divisione Piave. I tedeschi avvertirono la sorda ostilità che si era creata nei loro confronti e divennero sempre più diffidenti verso l'Arma che costituì nuclei di resistenza con le scorte necessarie, occultò le armi, depurò gli archivi dei documenti più importanti, pose in salvo la bandiera. Verso la fine del gennaio 1944 sembrò che il miracolo dovesse avvenire. Gli alleati sbarcarono ad Anzio, ma il feldmaresciallo Kesselring, con le poche unità a disposizione, riuscì a isolare la testa di ponte trasformando un trampolino per la vittoria in un vicolo cieco. Anche sul fronte interno di Roma i nazisti colsero un successo. Il 23 gennaio 1944 arrestarono tre elementi di spicco dei Fronte: il tenente colonnello Frignani, il maggiore De Carolis e il capitano Aversa. I tre sventurati furono tradotti nel famigerato carcere di via Tasso. Era un'anonima palazzina trasformata dalle SS in un temuto centro di interrogatori, nel quale risuonavano giorno e notte le urla dei prigionieri. Gli aguzzini non arretravano di fronte a niente pur di strappare confessioni e informazioni. Frignani venne torturato di fronte alla moglie, nella speranza che il suo animo cedesse. Ma né lui né i suoi colleghi parlarono, dimostrando un valore e un coraggio persino maggiori di quello che si esaurisce in un gesto o un sacrificio in battaglia. LE FOSSE ARDEATENE. Il 23 marzo i GAP (Gruppi Azione Partigiana) fecero esplodere una bomba al passaggio di una colonna del battaglione Bozen, in via Rasella, nel pieno centro di Roma. Riuscirono con un'azione di fuoco combinata a uccidere 33 nemici. Scattò immediatamente la rappresaglia del comando nazista, che ordinò la morte di 10 persone per ogni soldato tedesco caduto. I partigiani si trovarono di fronte a un drammatico problema di coscienza: consegnarsi poteva significare risparmiare la vita di centinaia di innocenti, ma significava anche cedere al ricatto e paralizzare la lotta appena avviata. Il giorno dopo furono trucidati alle Fosse Ardeatine 335 prigionieri politici ed ostaggi, cinque in più per una crudele disattenzione. Fra di loro i tre di via Tasso ed altri nove colleghi che non ebbero paura di scendere nella fossa in cui sarebbero stati mitragliati dalle SS. La liberazione di Roma L'11 maggio gli alleati, grazie alle truppe marocchine e da montagna del generale francese Juin, riuscirono a forzare con una manovra aggirante la linea Gustav. Mentre Roma si preparava all'insurrezione per liberare la città, i nazisti catturarono il generale Caruso. Il patriota fece appena in tempo a inghiottire un foglietto compromettente prima di essere trasferito in via Tasso. Nonostante le torture oppose un ostinato, beffardo silenzio ai suoi inquisitori. Pochi giorni dopo il 29 maggio, fu arrestato il generale Oddone, nonostante l'aspra resistenza di tre carabinieri sardi, Zuddas Meloni e Piras. I primi due caddero nello scontro; Piras riuscì a sgusciare fra le maglie naziste dopo aver tentato invano di avvisare il superiore. Oddone e Caruso furono caricati su un autocarro il 3 giugno per essere fucilati Storta, ma Caruso riuscì miracolosamente a fuggire per riprendere il controllo dell'insurrezione. Proprio mentre nella lontana Normandia il Vallo Atlantico nazista stava per cedere, Roma abbracciava in festa gli alleati e le truppe italiane. Tra le avanguardie vi erano anche i carabinieri del Contingente R, 1.600 uomini che avevano combattuto insieme alla 5ª Armata americana ad Anzio. Questi soldati, insieme a quelli del 1° Raggruppamento Motorizzato ed ai loro colleghi dell'Aeronautica e della Marina cobelligeranti, rappresentavano la concreta speranza di un riscatto nazionale e di un futuro migliore. LIQUIDATE LA BANDA TASSI. A Radicofani, in posizione di dominio strategico sulla via Cassia, operava la banda Tassi. Il carabiniere Vittorio Tassi era un partigiano della prima ora che si era aggregato alla banda Tifone, guidata dal brigadiere Giovanni Zuddas. Alla fine del gennaio 1944 Tassi decise di andare a lottare nella sua terra d'origine. Partito con il consenso di Zuddas costituì la sua formazione il 20 febbraio 1944. I tedeschi dettero a lungo la caccia a questa formazione e il 15 giugno riuscirono alla fine a catturare Tassi e pochi altri uomini della banda che si erano incaricati di coprire la ritirata dei compagni per evitare l'annientamento della formazione. Tassi cercò di proteggere fino all'ultimo i suoi compagni dalle torture, caricando su di sé tutte le responsabilità. Venne fucilato il 17 giugno insieme all'aspirante carabiniere Giovanni Magi. UN PARA NON GIURA DUE VOLTE. «Nossignore». La parola fu una frustata in piena faccia per i gerarchi della Repubblica Sociale Italiana. Gli occhi scintillanti del tenente colonnello Edoardo Alessi, l'eroe dei carabinieri paracadutisti ad Eluet el Asel, in Africa, fissarono con calma e disprezzo i gerarchi. Alessi si congedò sbattendo i tacchi da quegli uomini che gli avevano chiesto di giurare per la nuova repubblica retta dalle baionette dell'invasore. Un tribunale speciale lo condannò a 30 anni, di reclusione, ma Alessi si era già rifugiato nella vicina Svizzera dove restò fino al 21 maggio 1944. L'ALBA DELLA LIBERTA’. Fosco Montini fu catturato dai tedeschi nel luglio 1944, quando aveva appena 22 anni ed era già un combattente famoso nella 8ª brigata Romagna. Una settimana prima il suo reparto era stato disperso da un massiccio rastrellamento: fu una rischiosa incursione volta a rubare al nemico armi e munizioni a farlo catturare insieme ai suoi compagni. Fu fucilato a Sarsina, il 13 luglio, dopo atroci torture sopportate stoicamente. «Aveva veramente del fegato quel carabiniere», commentò ammirata la gente del posto. L'occupazione tedesca volgeva ormai al termine. per approfondimenti Arma Carabinieri |
Il dopoguerraPremessa Le prime settimane per l'Italia liberata e reduce da cinque anni di aspra guerra sono durissime. Ancora nel 1945 gli jugoslavi, cercando una rivincita e una riparazione (oltre che una compensazione) all'aggressione nazifascista, cercano di annettersi tutto il territorio oltre l'Isonzo. Nell'aprile occupano gran parte della Venezia Giulia e sottomettono la popolazione ad un tristo regime d'occupazione. Nelle sei settimane della presenza delle formazioni titine, le foibe si riempiono di italiani che si oppongono all'invasione jugoslava, tra cui non pochi carabinieri. Il PCI, all'epoca di credo stalinista e quindi favorevole anche alle pretese titoiste, sceglie di chiamare le bande straniere "esercito di liberazione" e solo la minaccia di un risoluto intervento angloamericano costringe Tito ad arretrare. "Eravamo faccia a faccia nei dintorni di Trieste e vedevamo i soldati jugoslavi minacciarci aggressivamente con le armi dalle loro posizioni. Ho dato ordine ai miei di fare esercitazioni con il lanciafiamme. Ha fatto effetto e si sono abbastanza calmati", ricorderà in seguito un capitano americano. Quella vissuta al confine nordorientale del nostro Paese in coincidenza con la fine della guerra fu un'esperienza drammatica e lacerante, che provocò un numero enorme di vittime. La memoria di quei giorni terribili non si è cancellata, e le recenti spaventose vicende che hanno frantumato la ex Jugoslavia hanno contribuito a riaprire molte di quelle ferite. Gli anni difficili Reduci e partigiani trovarono al loro rientro a casa condizioni drammatiche: lutti, miseria, mancanza di lavoro. E anche la situazione politica, interna e internazionale, non sembrava molto incoraggiante... La liberazione dell'Italia settentrionale e la conclusione della guerra reinserirono d'un colpo nella vita civile masse di partigiani, di reduci e di ex deportati nei campi di concentramento tedeschi. La situazione che tutte queste persone trovarono al rientro fu, a dir poco, scoraggiante. Case distrutte, parenti e amici inghiottiti dalla guerra, miseria, difficoltà estrema di reinserimento nella vita civile e nel lavoro. La bancarotta monetaria e la gravissima crisi economica erano aggravate dai danni subiti dagli stabilimenti industriali. I problemi sociali sfociarono, come era ineluttabile, in gravi disordini e in fenomeni di criminalità generalizzata (e organizzata), favoriti dal numero enorme di armi rimaste in circolazione e dalle condizioni di autentica disperazione nelle quali era venuta a trovarsi la maggior parte della popolazione. Alcune cifre offrono un quadro della situazione. Il patrimonio nazionale si era ridotto di oltre il 33 percento; la flotta mercantile aveva perso cinque sesti del tonnellaggio; le ferrovie avevano perso il 50 per cento dei carri merci, l'80 per cento dei vagoni passeggeri e il 60 per cento delle locomotrici, sistematicamente prese di mira dai cacciabombardieri alleati e dai sabotaggi. Nei primi mesi del dopoguerra si viaggiava dal nord al sud dell'Italia con mezzi di fortuna e con tempi di percorrenza spaventosi: occorrevano giornate intere per coprire qualche centinaio di chilometri. L'inflazione aveva raggiunto livelli intollerabili, anche a causa della decisione degli alleati che, soprattutto sotto la miope pressione britannica, avevano imposto un cambio rovinoso della lira rispetto alla sterlina; successivamente, dopo aver messo in piedi l’AMGOT (Allied Military Government of the Occupied Territories), stamparono le cosiddette am-lire (allied military currency). Sul retro, le am-lire recavano stampate le quattro libertà fondamentali (di parola, di religione, dalla paura e dalla miseria), ma riguardo all'ultima non fornirono un contributo apprezzabile. L'enorme volume di banconote messe in circolazione moltiplicò l'inflazione. Dai 394,7 miliardi di am?lire in circolazione al 30 giugno 1946, si salì a 577,6 miliardi appena un anno dopo. Il problema dei viveri era angoscioso. L'AMGOT, inizialmente, non ,aveva inserito fra le sue priorità i rifornimenti alimentari alle popolazioni liberate. Quando finalmente ci si rese conto della gravità del problema, la distribuzione fu attuata con gravi inefficienze e numerosi episodi di corruzione, a tutto vantaggio dei profittatori e di chi speculava stilla borsa nera. Le calorie disponibili con il tesseramento (senza ricorrere alla borsa nera) erano 1.800 al giorno contro le 2.700 del periodo 1936?1940: cifre bassissime se confrontate con le abitudini alimentari dei giorni nostri. Soltanto l'assistenza dell'UNRRA (United Nations Relief and Reliabilitation Administration), una delle prime agenzie delle Nazioni Unite, sorta per alleviare le sofferenze delle popolazioni dopo la guerra, permise alla gente di tirare avanti in attesa di tempi migliori. UN'ALTRA SFERA D'INFLUENZA. Insieme ai problemi sociali, l'Italia doveva fare i conti con una complessa situazione internazionale. Già nel 1943 gli alleati, nonostante le residue opposizioni di Stalin, avevano deciso che la penisola dovesse ricadere nell'area d'influenza inglese. Churchill aveva subito assunto un atteggiamento preconcetto ed ostile nei confronti degli italiani, colpevoli di aver dichiarato guerra all'impero britannico e passibili per ciò stesso di un periodo di espiazione di durata indeterminata. Al premier britannico non importava gran che della compromissione della monarchia con il fascismo: continuava anzi a considerare Vittorio Emanuele come l'unico valido interlocutore politico, ignorando del tutto i dirigenti dei CLN (Comitato Liberazione Nazionale). Il 22 febbraio 1944 pronunciò nell'aula austera della Camera dei Comuni un discorso che fu giudicato brutale e offensivo dal CLN: "Quando bisogna tenere in mano una caffettiera", spiegò Winston Churchill in quella occasione, "è meglio non rompere il manico fino a quando noti se ne è trovato uno nuovo altrettanto conveniente ed utilizzabile, o almeno fino a quando non si abbia uno strofinaccio a portata di mano". Al di là delle idiosincrasie dei settori politici più conservatori, i governanti del Regno Unito erano preoccupati di evitare che l'Italia si trasformasse in un trampolino sovietico sul rischioso esempio di Jugoslavia e Grecia. Nel tardo 1943 gli stessi inglesi avevano spostato il loro appoggio dai cetnici nazionalisti ai partigiani comunisti di Tito, ma se avevano ottenuto in cambio un maggiore appoggio militare, avevano perso ogni influsso sul leader comunista. A dispetto dell'aiuto inglese Tito fondò uno Stato comunista, inizialmente vicino alle posizioni dell'URSS. In Grecia, nel dicembre 1944, era già scoppiata la guerra civile tra comunisti e monarchici, questi ultimi sostenuti dalle truppe del Commonwealth. La pressione britannica sull'Italia attenuò progressivamente in conseguenza della crisi economica inglese. La guerra aveva comportato per l'erario uno sforzo tremendo. Nel febbraio 1947 il governo laburista (che aveva preso il posto di quello conservatore che aveva guidato il Paese durante il conflitto) fu costretto a informare gli alleati americani dell'impossibilità di intervenire con programmi di aiuti in Turchia o in Grecia a causa della totale mancanza di possibilità economiche. Nel marzo 1947 il nuovo presidente statunitense Harry Truman, successore di un Roosevelt idealista e incline a non capire la vera natura di Stalin, enunciò una dottrina che apri la guerra fredda. Questo nuovo orientamento comportò conseguenze pratiche anche per l'Italia. SOVRANITA’ TUTELATA. "La politica degli Stati Uniti deve essere quella di appoggiare i popoli liberi che resistono ai tentativi di assoggettarli compiuti da minoranze armate o da pressioni esterne... I regimi totalitari fioriscono sulla miseria e sul bisogno, si diffondono e crescono sull'infausto terreno della povertà e dei conflitto. Essi raggiungono il loro pieno sviluppo quando la speranza di un popolo per una vita migliore viene a mancare. Noi dobbiamo tenere desta questa speranza". Con queste parole Truman si impegnava a contenere l'espansionismo sovietico a livello globale innanzi tutto con mezzi economici, senza però escludere anche quelli politico-militari nei casi più seri e delicati. Il delinearsi precoce di due blocchi contrapposti condizionò immediatamente le strategie del Partito Comunista Italiano. A metà del 1944, con la famosa svolta di Salerno, il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, rinunciò a ogni ipotesi di insurrezione preferendo puntare sulla creazione di un vasto fronte di lotta ai nazifascisti. Tutte le spinose questioni dell'assetto politico post?fascista vennero quindi rinviate alla fine della guerra e alle decisioni sul nuovo assetto istituzionale da dare all'Italia. Applicando le teorie di Gramsci, Togliatti scelse la strada di una progressiva conquista delle posizioni sociali come strumento strategico per far accedere la classe operaia alla direzione dello Stato. Al tempo stesso, seguendo la sua sensibilità pratica, il leader comunista non sottovalutò l'importanza di alleanze politiche con le forze di rilievo in quel momento storico e in particolare con la Democrazia Cristiana. Ma, a dispetto di questo, la tensione politica era molto alta e il mantenimento dell'ordine pubblico rappresentava un problema di non facile soluzione che impegnava severamente le forze di polizia e l'Arma dei Carabinieri. Il dramma dell'ordine pubblico Nel solo 1946 le statistiche del crimine elencarono: 2.160 omicidi, 10.708 rapine, 330 sequestri di persona (uno ogni 26 ore e mezzo!), 1.162 estorsioni, 155.019 furti aggravati, 123.878 furti. Questo bilancio spaventoso era ulteriormente aggravato dalle sanguinose rivolte che esplosero in moltissime carceri (a Bologna, a Torino, ad Alessandria, a Forti, a Pavia, a Genova) e che furono represse, con molta durezza, con l'intervento di carri armati, autoblindo e truppe di fanteria. Nel carcere di San Vittore, a
Milano, i detenuti entrarono in rivolta, con furia selvaggia, il 22
aprile 1946. Soltanto il tempestivo intervento di un autoblindo dei
Carabinieri, che bloccò il portone del carcere, riuscì a impedire
un'evasione di massa. In quell'anno le perdite
dei Carabinieri furono impressionanti: 101 morti e 757 feriti,
l'equivalente di una compagnia distrutta e un battaglione fuori uso. Il governo, in base alla
valutazione del momento storico, decise di rifondare la Pubblica
Sicurezza (PS), organizzata militarmente anche se dipendente dal
Ministero dell'Interno. Il dualismo con i Carabinieri poteva comportare
disagi, incertezze e duplicazioni, ma garantiva all'Esecutivo una
maggiore libertà di manovra. Come cambiano i Carabinieri Il decreto legislativo luogotenenziale n. 603 del 31 agosto 1945 stabilisce che l'Arma dei Carabinieri comprenda: un Comando Generale, tre coinandi di Divisione, sei comandi di brigata, 21 comandi di legione territoriale, una scuola centrale, una Legione Allievi, quattro comandi di raggruppamento di battaglioni mobili e 12 battaglioni mobili. Il decreto dispone inoltre che alla legione territoriale di Roma siano subordinati un gruppo squadroni carabinieri ed uno squadrone guardie dei re. Alla dipendenze della Legione Allievi viene posta la banda dell'Arma. Ovviamente il reclutamento degli effettivi non può essere affrontato con criteri di neutralità: per l'Arma, come per tutta la pubblica amministrazione, si pone un problema relativo alle persone coinvolte nella Repubblica di Salò. Nel luglio 1944 un decreto legislativo luogotenenziale ha introdotto principi severi in materia di epurazioni, stabilendo con l'art. 17 che "gli impiegati pubblici che dopo l'8 settembre 1943 hanno seguito il governo fascista o gli hanno prestato giuramento o hanno collaborato con esso sono dispensati dal servizio". Nel maggio 1945, dopo che il Comando Generale ha invitato (con ampia pubblicità sui quotidiani) i carabinieri sbandati che non abbiano prestato giuramento alla repubblichina GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) a presentarsi nelle caserme di appartenenza, viene annunciata un'inchiesta per stabilire le responsabilità individuali di ogni milite durante l'occupazione. Il capo del governo Ferruccio Parri (già dirigente del CLN) ha espresso con chiarezza gli obbiettivi dell'inchiesta: "Nel Nord le vecchie forze di polizia sono screditate ed invise, almeno tutte quelle che non sono state al nostro fianco nella lotta. Con noi vi sono stati molti carabinieri, ad esempio, ma non tutti. ( ... ) Tutti costoro possono naturalmente rimanere, ma essi soltanto”. IL BATTAGLIONE MOBILE. Condurre un'epurazione a fondo nell'apparato statale comporterebbe una paralisi parziale della burocrazia e degli organismi e implicherebbe una massiccia immissione di elementi partigiani nei quadri dello Stato, un'eventualità del tutto sgradita agli alleati ed ai sostenitori dell'assetto politico determinatosi nel regno del Sud. Ma gli sforzi compiuti per rimettere in sesto l'Arma sono ampiamente ripagati. Gli omicidi scendono: 1.373 nel 1947, 1.069 nel 1948, 849 nel 1949, 774 nel 1950. Un andamento analogo si verifica per ogni altro genere di crimine. I Carabinieri non si risparmiano: 46 caduti e 734 feriti nel 1947; 72 morti e 585 feriti nel 1948; 40 deceduti e 572 feriti nel 1949; 34 scomparsi e ben 1.139 feriti nel 1950. Un prezzo molto alto per difendere la legge e la libertà. Al servizio del popolo La scena politica italiana di quegli anni è dominata essenzialmente da due partiti (li Democrazia Cristiana e il Partito Comunista) e dai rispettivi leader. Così sono descritti De Gasperi e Togliatti dallo storico Stuart Hughes: "Simili per vivacità mentale ed anche per aspetto fisico, i leader dei due grandi partiti si fronteggiavano l'un l'altro al tavolo del Consiglio dei Ministri, come due gesuiti, in un pacato ma incessante confronto di personalità". Astuto, prudente, colto e altezzoso, dotato di una innata e sperimentata capacità di sopravvivere a tutte le tempeste politiche, ma anche stalinista convinto e, se del caso, implacabile (ma non ottuso), Togliatti sapeva pensare in modo creativo e possedeva una indiscutibile visione strategica d'insieme, che lo distaccava dal dogmatismo e dal fideismo di molti suoi colleghi di altri Paesi e di gran parte della sua base. Di formazione austroungarica, De Gasperi era stato l'ultimo segretario del vecchio Partito Popolare. Il suo anticomunismo, coltivato nelle tumultuose esperienze degli anni Trenta, si lega a un sincero antifascismo e alla costante adesione alla democrazia parlamentare. Statista riservato e dignitoso, tattico senza pari, egli mantiene la DC lontana sia dalle pressioni conservatrici del Vaticano, sia dalla sinistra radicaleggiante del suo partito. Stretto fra questi due vasi di ferro, il governo Parri non poteva durare a lungo, ma svolse il fondamentale compito di guidare il Paese verso il referendum tra Repubblica e Monarchia e verso le prime elezioni politiche libere. Già nel gennaio 1944 il primo congresso dei comitati di liberazione a Bari aveva lanciato un chiaro segnale alla Monarchia, chiedendo a re Vittorio Emanuele III di abdicare. Il sovrano non ebbe il coraggio di accettare il suggerimento e decise invece di trasferire i suoi poteri al figlio Umberto, nominandolo luogotenente generale all'indomani della liberazione di Roma e ritirandosi a vita privata. Nell'imminenza di un referendum decisivo, accoppiato a cruciali elezioni, il vecchio re si convinse finalmente ad abdicare il 9 maggio e si ritirò in Egitto, esule volontario. LA FUGA DI ROTTA. I Carabinieri mantennero il sangue freddo anche quando la polemica politica li toccò direttamente. L'allora Comandante Generale, Taddeo Orlando, era stato appena rimpiazzato nel marzo 1945 sull'onda della fuga dell'ex capo del SIM (Servizio Informazioni Militari) Mario Roatta. Un colonnello del SIM aveva confessato di aver predisposto l'uccisione dei fratelli Rosselli, noti antifascisti rifugiati in Francia, su mandato di Roatti, agli ordini del sottosegretario alla Guerra generale Pariani. In un Paese appena uscito dalla dittatura è facile immaginare quanta rabbia suscitasse la fuga di Roatta dal liceo Virgilio a Roma, allora trasformato in ospedale militare. Una violenta campagna di stampa costrinse i servizi a cambiare nome, accusando il generale Orlando di complicità nella fuga. Anche il suo successore, Brunetto Brunetti, fu sospettato di partecipazione a complotti filomonarchici, mentre al tempo stesso veniva fatta circolare la voce secondo la quale, in caso di vittoria della Repubblica, l'Arma sarebbe stata sciolta. I Carabinieri Reali risposero con un disciplinato e leale comportamento, elogiato dallo stesso ministro dell'Interno, il socialista Romita. Appena pochi giorni prima del voto il famosissimo messaggio del generale Brunetti ("Carabinieri: figli del popolo al servizio del popolo") chiarì in modo inequivocabile da che parte stesse l'Arma. Il separatismo siciliano In quei giorni carichi di tensione Brunetti dormiva ogni notte per poche ore soltanto su una branda al Viminale. Le votazioni si svolsero senza incidenti il 2 giugno 1946: la Repubblica ottenne 12 milioni 717.923 voti contro i 10 milioni 719.284 voti raccolti dalla Monarchia. Umberto non sostenne la successiva campagna dei suoi sostenitori che accusarono il Ministero dell'Interno di brogli e lasciò l'Italia il 13 giugno per raggiungere il suo esilio a Cascais, in Portogallo. Quindici giorni dopo il liberale napoletano Enrico De Nicola fu eletto capo provvisorio della Repubblica. Al suo fianco i Corazzieri che, sciolti dal giuramento di fedeltà personale al “re di maggio", diventarono le guardie dei Presidente. Nelle elezioni per la Costituente, le prime elezioni libere dall'ottobre 1922, la Democrazia Cristiana ottenne il 35,2 per cento dei voti; il 20,7 per cento andò ai socialisti e il 19 per cento al PCI. E interessante notare che un buon milione di voti e ben trenta deputati andarono al Fronte dell'Uomo Qualunque, capeggiato dal drammaturgo Guglielmo Giannini, un movimento di protesta particolarmente forte nel meridione, dove l'odio per il governo di Roma era alimentato dalle condizioni di arretratezza. La mafia rurale stava allora rialzando la testa e stava stringendo nuovi legami con quella italo?americana impiantata negli Stati Uniti. PER DUE SACCHI DI GRANO. Il 2 settembre 1943 un giovanotto proveniente da San Giuseppe Jato e diretto a sud della natia Montelepre stava trasportando un paio di sacchi di grano. Non era un semplice contadino, ma uno dei tanti corrieri del mercato nero del grano che prosperava sotto l'occhio vigile della mafia e grazie alla compiacenza di troppe autorità. Giunto alla località Quattro Molini fu bloccato da due carabinieri e due guardie campestri. Gli andò male: venne fermato e il carico gli fu confiscato. Ma a quel punto sopraggiunse un altro contrabbandiere e tre dei tutori dell'ordine si mossero per bloccarlo. Uno soltanto era rimasto a sorvegliare il giovanotto che, con una ginocchiata si sbarazzò dello scomodo custode, tentando di nascondersi in un boschetto inseguito dagli altri tutori dell'ordine. Rispose al fuoco uccidendo l'inseguitore più vicino. Il carabiniere Antonio Mancino fu la prima vittima del bandito Salvatore Giuliano. L'ILLEGALITÀ ARMATA. Nell'isola la situazione diveniva di giorno in giorno più incandescente: i proprietari terrieri conservatori non solo giocavano la carta del MIS, ma mantenevano e sviluppavano i legami mafiosi, anche per difendersi dai partiti che sostenevano le rivendicazioni contadine. Le leggi di riforma agraria varate dal ministro Cullo furono viste come il fumo negli occhi dai latifondisti, molti dei quali non esitarono ad affidarsi alla mafia per difendere i loro privilegi. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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