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Carabinieri 14 |
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L'inizio della guerraPremessa La via dell'inferno è
lastricata di buone intenzioni: in un certo senso anche quella verso una
guerra lo è. Da quando la svastica nazista, originariamente un simbolo
solare di molte civiltà indoeuropee, aveva cominciato a,diffondere la
sua luce oscura, tanti avevano ripetuto come non mai attraverso l'Europa
democratica la parola "pace". Quello che i pacifisti non vollero vedere era che i loro valori e i loro tentativi di trovare una ragionevole risposta alle rivendicazioni tedesche contro il diktat di Versailles erano meno di carta straccia per un dittatore spregiudicato come Hitler. Le prove generali Dopo la Conferenza di Monaco dei 1938, HitIer invade la Cecoslovacchia, rendendo di fatto ineluttabile la Seconda guerra mondiale. Nel frattempo, l'Italia annette l'Albania dopo che il re Zogu è stato deposto Mentre Benito Mussolini sperpera soldi, uomini e materiali in Spagna, Adolfo Hitler si prepara ad attirare l'Italia nella sua orbita e a procedere alle sue conquiste territoriali, rifacendosi di alcuni scacchi temporanei. Nel 1936 convince l'Italia a creare l’Asse Roma-Berlino, vanificando rapidamente ogni traccia di politica italiana di mediazione e di equilibrio tra le grandi potenze europee. Un anno dopo, complici le spettacolari parate e manovre militari organizzate dai tedeschi per il duce, Roma aderisce al patto anti-Komintern che la vede unita insieme a Berlino e Tokio nella lotta globale al comunismo. A questo punto Mussolini il 13 marzo 1938 non può più rifiutare all'alleato germanico il tanto agognalo AnschIuss (annessione) dell'Austria. Tra due ali folte di folla plaudente e commossa, Hitler fa il suo ingresso trionfale a Vienna, che in quel momento non si sente affatto vittima del nazismo bensì partecipe dell'esaltante espansione del grande Reich tedesco. Seguendo la classica tecnica del carciofo, il capo nazista piazza un altro colpo nella vulnerabile Cecoslovacchia. Quello Stato che oggi vediamo pacificamente separato in due repubbliche, oltre ad essere percorso da analoghe tensioni tra ceki e slovacchi, aveva anche una forte minoranza tedesca nei Sudeti. I tedeschi dei Sudeti erano già in uno stato di grande effervescenza non fosse altro che per il potente richiamo esercitato dalla grande madrepatria, un passo oltre la frontiera. In pratica, l'Europa ebbe modo di assistere a una resa vergognosa mediata da una teatrale conferenza a quattro (HitIer, Mussolini, Daladier e Chamberlain), convocata dal dittatore fascista a Monaco (settembre 1938). La Cecoslovacchia, come già prima l'Etiopia, viene letteralmente offerta in pasto. NEL PAESE DELLE AQUILE. I carabinieri erano entrati in terra di Albania già nel 1928 con un gruppo di istruttori di educazione fisica appartenente alla missione militare italiana, Questa missione aveva seguito le due precedenti missioni (una delle quali aveva fornito l'occasione per il bombardamento di Corfù) incaricate essenzialmente di delineare i confini greco-albanesi. Nel 1939 i Carabinieri Reali sbarcarono nuovamente in Albania insieme con 16 sezioni e plotoni mobilitati al seguito della forza d'invasione. Il compito loro affidato era fondamentalmente quello di mantenere l'ordine tra la popolazione civile e svolgere le usuali funzioni di polizia militare, complicate dalla presenza di numerose spie straniere. IL PATTO D’ACCIAIO. Ancora inebriato dalla sua conquista albanese, Mussolini firma il 22 maggio 1939, un patto che si rivelerà una vera e propria cambiale in bianco. Sotto l'altisonante nome di Patto d'Acciaio, i tedeschi ottengono in pratica l'alleanza militare automatica di Roma quali che siano le cause del conflitto. L'astuto e cinico ministro degli Esteri del Reich germanico, Joachim veri Ribbentropp, al momento della firma si premura di rassicurare gli alleati che Berlino non sarà pronta alla guerra se non dopo tre anni. La verità è che lo stato maggiore della Wehrmacht ha già ricevuto l'ordine di preparare la campagna della Polonia. La trama diplomatica del Fuhrer si apre con la richiesta aggressiva del ritorno della città di Danzica alla Germania e la relativa creazione di un corridoio stradale tra la madre patria e la città. Inoltre Berlino invita Varsavia ad entrare nel patto anti-Komintern, anticamera per una definitiva satellizzazione. Questa volta Francia e Gran Bretagna offrono precise garanzie alla Polonia, che irrigidisce la sua posizione, e cercano l'appoggio diplomatico dell'URSS nella speranza di creare una tenaglia che intimidisca Hitler. Ma Stalin non è un alleato naturale delle democrazie occidentali e i polacchi, molto diffidenti nei confronti dei russi, negano ogni diritto di transito alle truppe sovietiche per la difesa del loro Paese. Come se non bastasse fra Ribbentropp e Molotov, il ministro degli Esteri sovietico, si intesse un proficuo dialogo diplomatico che sfocia in un patto di non-aggressione, che prelude di fatto all'ennesima spartizione della Polonia. La guerra lampo Il 1° settembre 1939 le truppe tedesche varcano la frontiera con la Polonia. L'esercito polacco, forte di 800.000 uomini al comando del maresciallo Edward Smiglv-Rydz, vive in una specie di allucinazione collettiva. I polacchi hanno ancora reparti di cavalleria molto ben addestrata che ha compiuto grandi gesta nella guerra russo-polacca. «Vestiti di ferro, sotto la guida di Smigly-Rydz, marceremo su Berlino», cantano le truppe. L'illusione dura lo spazio di un mattino. La Luftwaffe scatena 1.600 apparecchi in una sistematica campagna di bombardamento su tutti gli obiettivi di un qualche interesse. Ponti, concentramenti di truppe, aeroporti, sedi di comando, officine vengono distrutti da continui attacchi accuratamente coordinati. Il servizio d'informazioni tedesco, che dispone di molti collaboratori in Polonia, viene tempestivamente a conoscenza di tutte le mosse e le dislocazioni importanti. In tre giorni la debole aeronautica polacca è completamente annientata. Il mondo, grazie anche all'abbondante materiale fotografico e filmato fornito dalle efficienti unità di propaganda da combattimento della Germania, assiste impotente ad una guerra nuova fiammante: il Blitzkrieg (guerra lampo). In 17 giorni la Polonia è
schiantata, Varsavia è invasa, le armate polacche sono ridotte a
branchi erranti di sbandati. Poco dopo calano le truppe sovietiche per
reclamare la loro fetta di quello sventurato Paese. Come reagiscono la Francia e la Gran Bretagna? Dove sono le loro truppe mentre si compie lo scempio di Varsavia? L'insieme delle democrazie ad ovest del Reno commette un fatale e, sembra, ricorrente errore. Invece di lanciare vigorosamente le forze congiunte per stroncare l'aggressione, si lasciano avvolgere dalle divergenze d'interessi, dalle chiacchiere, da un'opinione pubblica naturalmente pavida e da miti sempre verdi e sempre nefasti. Nascono così le illusioni del blocco navale, dello strangolamento economico, della neutralità, dell'efficacia delle difese apprestate. Belgio ed Olanda pensano di salvarsi con la neutralità, invece di coordinare le difese con quelle franco-inglesi. L'Inghilterra spedisce la BEF (British Expeditionary Force), composta da 400.000 uomini, nell'area di Lilla e Arras, con il compito di attendere gli eventi. I maggiori errori vengono commessi dalla Francia, che dopo aver pagato nella Grande Guerra un tributo atroce di uomini nel fango delle trincee, decide di puntare, per la difesa delle proprie frontiere su una immensa trincea attrezzatissima. Il ministro della Difesa André Maginot ha chiesto a suo tempo i fondi necessari per le fortificazioni. Cemento e acciaio sono stati profusi per creare una barriera inespugnabile, irta di sensori, cannoni e mitragliatrici. Chilometri di gallerie sotterranee permettono di spostare truppe e munizioni al coperto Soltanto una voce si leva a raffreddare le certezze dei militari francesi: è quella di un giovane ed arrogante colonnello, Charles Da Gaulle, che ha il coraggio di scrivere che la vera corazza del futuro è quella semovente rappresentata dai carri armati,autentica cavalleria di sfondamento. Parole al vento, solo i tedeschi meditano su di esse. Gli altri fanno affidamento sullo scudo della Maginot, impresa di un politico previdente, ma non preveggente. La marcia tedesca prima sommergerà Danimarca e Norvegia con una serie di audacissimi sbarchi navali ed aerei. Poi inonderà la Francia e raggiungerà Parigi, aggirando la fortezza, inutile come una nave in secca. L'Italia nel conflitto Mussolini è al corrente della scarsa preparazione bellica italiana. Ha ricevuto ripetuti avvertimenti in proposito. Lui stesso ha una volta ammesso che l'Italia era meglio preparata alla guerra nel 1915 che nel 1939 e ha potuto verificare di persona che le divisioni pronte al conflitto non hanno la consistenza necessaria. Senza nemmeno consultare il gran consiglio del fascismo, il 10 giugno 1940 il duce proclama dal balcone di palazzo Venezia l'entrata in guerra. Anche l'Arma partecipa alla cosiddetta battaglia delle Alpi, una modesta penetrazione nella Savoia che non si risolve in un disastro solo perché l'armistizio con la Francia entra in vigore il 25 giugno. GRECIA AMARA. Per lo sforzo bellico l'Arma mette a disposizione un notevole numero di unità: 36 battaglioni; un battaglione paracadutisti; uno squadrone a cavallo; un gruppo autonomo; 19 compagnie autonome; un nucleo per la base tradotte; 410 sezioni (miste, alpine, motorizzate, celeri, per l'aeronautica); nuclei per gli uffici postali, nonché comandi Carabinieri presso tutte le grandi unità dal gruppo d'armate alla brigata e presso le basi aeree e navali. La campagna di Grecia sarà il vero battesimo del fuoco per i Carabinieri in guerra. E’ un'avventura decisa d'impulso da Mussolini, irritato per l'inattesa invasione tedesca della Romania; pianificata in modo molto approssimativo (anche perché il duce ha ignorato ostinatamente le cifre della forza greca fornitegli dai servizi) ed eseguita ancor peggio. Le dieci divisioni comandate dal generale Visconti-Prasca urtano ben presto contro le munite difese apprestate dal generale Alexandros Papagos lungo l'asperrima catena del Pindo. E’ una catastrofe perché dopo appena un mese l'offensiva italiana viene frustrata da duri contrattacchi di soldati greci, maestri nell'uso del mortaio e nell'assalto di fanteria, fierissimi nella difesa della loro antica patria e disgustati per l'attacco da parte di un popolo considerato confratello. Tra il novembre e il dicembre 1940 i greci attaccano con successo la posizione chiave di Koritza e ributtano indietro gli italiani in Albania con gravi perdite di uomini e materiali. L'inverno 1940-41 vede una difesa della linea Valona-Tepelino-Lago di Ocrida. La campagna di Grecia viene generalmente ricordata per le imprese degli alpini, in particolare quelli della divisione Julia, ma accanto a loro vi sono anche i carabinieri del terzo battaglione. LE QUOTE DI KLISURA. Nel
settore di Premeti, presso il comando della Julia, il battaglione agisce
come forza di pronto intervento nei settori più minacciati. Il 16
dicembre presso il delicato settore di Klisura la seconda compagnia
difende con le unghie e con i denti la quota 1117 di Shesh Mal. La soluzione arriva attraverso le operazioni del potente alleato. Hitler, visto sfumare il piano di invadere la Gran Bretagna, è pronto a sgombrare la scacchiera per aprire la mortale partita con il regime di Stalin. L'Ungheria e la Romania sono già entrate nella sua orbita, ma la Jugoslavia potrebbe rappresentare una minaccia al suo fianco strategico. La possente macchina bellica della Wehrmacht è entrata in azione dopo appena dieci giorni di preparativi spinta da un Hitler irritato per le scelte operate da Mussolini, che hanno avuto l'unico effetto di allargare il fronte del conflitto. Ma la partita in Grecia viene comunque risolta dai tedeschi in tempi straordinariamente brevi: elementi dell'armata comandata dal maresciallo List sfondano la linea fortificata Metaxas, volgendo in rotta i nemici e conquistando la Grecia in meno di un mese. In Africa il fuoco nel deserto I racconti della guerra del deserto evocano automaticamente tre nomi carichi di emozioni e di memorie: Rommel, Afrika Korps e Folgore. Anche dalla parte dei vincitori la campagna d'Africa richiama alla memoria nomi carichi di gloria: Montgomery, Desert Rats, France Libre. Ma, una volta tanto, i nomi che hanno conservato la maggiore suggestione sono quelli degli sconfitti, anche se responsabili di una guerra iniqua. La campagna africana non comincia bene per gli italiani, al comando del generale Graziani. Forti di cinque divisioni potrebbero cacciare le deboli forze inglesi dall'Egitto, ma l'inettitudine, la cautela e le difficoltà logistiche li bloccano a Sidi Barrani. Il 24 marzo Rommel decide di riprendere l'iniziativa agli inglesi respingendo prima la loro forza di copertura ad El Agheila, poi effettuando una decisa puntata sulla fortezza di Tobruk. Wavell è colto di sorpresa e la sua II divisione corazzata viene sfasciata nel tentativo di intercettare la manovra tedesca. In Africa compaiono, al fianco delle "scatole da sardine" italiane, i moderni Panzer III e il formidabile cannone da 88 millimetri. Inizialmente concepito come pezzo antiaereo, le sue doti di micidiale ammazzacarri vengono scoperte per caso durante la campagna di Francia. E’ Rommel che ne inventa un impiego più aggressivo: li utilizza non solo come mezzo di sbarramento difensivo, ma anche come moltiplicatore di fuoco, lanciato insieme alle corripagnie carri. Mentre le armate dei due avversari si rafforzano e si dotano di nuovi mezzi, arriva anche una piccola, ma scelta unità dei Carabinieri. PARA' CON GLI ALAMARE. Il battaglione Carabinieri paracadutisti nasce nella stessa culla delle aviotruppe italiane, la scuola paracadutisti di Tarquinia. Sulle stesse torri di lancio dove si addestrano i ragazzi della divisione Folgore, dal 15 luglio 1940 si svolge anche l'istruzione dei carabinieri. Sono identici i paracadute impiegati (prima il Salvator D, poi il più sofisticato IF 41/SP, la cui sigla vuol dire “Imbracatura Fanteria mod. 41/ Scuola Paracadutisti”); sono identici i velivoli impiegati per i lanci, tra cui i mediocri Caproni Ca. 133. L'addestramento e la selezione sono durissimi, qualcuno non supera gli esami, qualcuno rimane vittima di incidenti mortali. Alla metà di luglio arriva improvviso l'ordine di partenza per l'Africa “a disposizione di quel Comando Superiore FFAA". Rommel riesce a battere gli inglesi in una confusa battaglia a Sidi-Rezegh e contemporaneamente a respingere una sortita da Tobruk. Poi sferra un improvviso colpo nella profondità delle retrovie nemiche. Soltanto le capacità di Auchinleck impediscono che il morale degli Alleati venga distrutto dalle abili mosse di Rommel: il comandante britannico riesce anzi a intrappolare parte dell'Atrika Korps. I tedeschi rompono l'accerchiamento e attuano una rapida ritirata in dicembre, sotto la continua pressione dei britannici che arriveranno fino a Bardia. E’ in questo momento che il 1° battaglione Carabinieri paracadutisti, al comando del maggiore Edoardo Alessi, riceve (il 14 dicembre) l'ordine di attestarsi sul bivio di Eluet el Asel, a sud di Berta, con il secco ordine di resistere ad oltranza. Sembra una richiesta di suicidio per fonogramma. Sono solo 400 uomini, rinforzati da 6 cannoni controcarro da 47/32 millimetri dell'8° reggimento bersaglieri, dotati di 400 bombe controcarro Passaglia e di una settantina tra fucili mitragliatori e mitragliatrici. Come resisteranno all'VIII armata avanzante? Dovranno arrangiarsi perché i loro commilitoni in ritirata sulla litoranea hanno bisogno di tempo per sfuggire alla cattura. Resistere sul posto sarebbe l'annientamento, ritirarsi non è consentito. I Carabinieri parà si lanciano dunque in un terribile contrattacco armati delle loro Passaglia. Ci vuole arte e fegato per usarle. Bisogna correre verso il tank sferragliante con le mitragliatrici che sparano dovunque, evitare di finire sotto i cingoli, lanciare la bomba con precisione sul vano motore e buttarsi a terra. Quando l'ordigno penetra dentro il carro, succede l'ira di Dio: le fiamme divampano, il liquido idraulico schizza rovente per ogni dove e le munizioni possono saltare. LA NOTTE DEGLI ASSALTI. Gli inglesi hanno bloccato in più punti la Balbia e questo al bivio di Lamluda è uno dei loro posti di blocco. La zona è battuta da ogni tipo di arma: si sente lo gnaulio delle pallottole, il fragore delle bombe da mortaio, la botta secca dei pezzi da 5 libbre. I parà scivolano silenziosamente ai due lati dello sbarramento e si avventano sul nemico all'improvviso, preceduti dallo scoppio delle loro bombe Passaglia. I nemici si danno alla fuga. Via libera, ma solo per qualche chilometro. Un altro sbarramento, più solido del primo, ferma di nuovo la difficile marcia. Gli inglesi fanno uso dei razzi verdognoli per chiamare a raccolta gli uomini per fronteggiare la colonna di italiani, che si aprono la strada lanciando le loro Passaglia. Alcuni mezzi prendono fuoco, si sentono le urla dei feriti. L'INIZIO DELLA FINE. Per il battaglione,
che conta solo 91 superstiti in grado di combattere, è la fine come
unità operativa. Il 13 maggio 1942 arrivano al Comando Generale le
congratulazioni del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito per il primo
battaglione di paracadutisti italiani per fondazione ed impiego bellico
che si è cosi valorosamente distinto. Da allora si assiste all'impressionante crescita delle forze dell'VIII armata, alla quale gli italo-tedeschi possono solo contrapporre ingegnose difese e campi minati, che vengono soprannominati "giardini del diavolo". Quando Montgomery é pronto ad El Alamein, le sue fanterie dovranno sudare parecchio per penetrare le difese, anche se alla fine lo sfondamento sarà inesorabile. Toccherà all’orgogliosa divisione Folgore raccogliere l'eredità dei Carabinieri paracadutisti e scrivere un'altra pagina di straordinario valore. I carabinieri continuano a combattere come sempre su questo ed altri fronti. Li vedremo all'opera nella lontana Africa Orientale Italiana e nelle distese della Russia, ma nulla potrà allontanare la sensazione dell'inizio della fine. per approfondimenti Arma Carabinieri |
La caduta del fascismoPremessa Quel che sta accadendo oggi in Somalia ha forse riportato alla mente di molti anziani i ricordi della guerra in Africa, all'inizio degli anni Quaranta. Piazze e strade delle nostre città sono ancora dedicate all'Amba Alagi o al Duca d'Aosta, il segno di un'epopea che non può essere dimenticata, anche perché la lotta fu allora impari e dolorosa, con una drammatica inferiorità di mezzi e di uomini. I Carabinieri scrissero pagine di gloria in Etiopia su quel fronte intriso di fatica e di dolore: caldo, marce spossanti, poca acqua e poco cibo, molte mosche. La guerra avrebbe riservato altre tragedie di pari, se non maggiore, entità: la campagna di Russia, con il dramma dell'ARMIR, e poi la disfatta, la caduta del fascismo, l'8 settembre, lo sbandamento del "Tutti a casa". Soltanto dopo di allora i nostri soldati, e non soltanto loro, poterono rialzare la testa nella lotta contro gli invasori nazisti, nella guerra partigiana. Le prove generali Nel 1941, in Africa, i soldati italiani si coprirono di gloria, ma non riuscirono a resistere alle truppe alleate. Fu quello il segno della svolta che si consumò poi in Russia e, infine, sul fronte occidentale. L'Etiopia, pilastro dell'impero fascista, non era mai stata completamente soggiogata e i Carabinieri Reali avevano continuato la loro opera dura e tenace. Le prime vittime del dovere furono proprio due carabinieri sorpresi poco dopo lo scoppio del conflitto dal voltafaccia di un capo tribale appena sottomesso. Un gruppo di armati piombò dentro la stazione dei Carabinieri a Marmarefià intimando ai due militi di cedere le armi. Savino Cossidente rifiutò, ingaggiando una lotta selvaggia. Il suo collega, Mariano Vincenti, tentò di lanciare bombe a mano. Entrambi furono uccisi a pugnalate. L'Arma li ricorda rispettivamente con una medaglia d'oro e una d'argento. L'ULTIMA BANDIERA A CULQUALBER. La
resistenza eroica dell'Amba Alagi si era appena chiusa con l'onore delle
armi (18 maggio 1941), ma il generale Guglielmo Nasi non si era ancora
arreso nella città di Conciar. Un quadrilatero di capisaldi avanzati (Uolchefit,
Celga Blagir, Tucul Dinghià, Sella Culqualber) proteggeva l'ultima città,
nel raggio di una cinquantina di chilometri, nella quale sventolasse
ancora il tricolore. In agosto era giunto il I Gruppo mobilitato Carabinieri e Zaptié che fu assegnato alla posizione detta del Costone dei Roccioni in posizione dominante rispetto alla rotabile. I Carabinieri non persero tempo e con mezzi di fortuna fortificarono il Costone con tronchi d'albero, scavando nella roccia feritoie in ogni direzione. I viveri scarseggiavano e anche le immancabili sigarette erano un vago ricordo soppiantato da sigaretti di ogni tipo di foglia secca. Ai primi dell'ottobre 1941 la fame si fece sentire a tal punto, che il comandante del caposaldo di Culqualber, colonnello Ugolini, decise una serie di puntate offensive al solo scopo di procurarsi i viveri necessari. Il 18 ottobre le forze italiane conquistarono la ben fornita posizione di Lamba Mariam e, grazie alla copertura dei carabinieri, i reparti (dopo aver raccolto i viveri) riuscirono a rientrare con lievi perdite, nonostante un pesante contrattacco nemico. Soltanto con un attacco generale su tutta la linea e dopo sette pesanti assalti, la forza anglo-etiopica riuscì a domare definitivamente questo manipolo di valorosi il 21 novembre. Furono i Carabinieri ad ammainare l'ultima bandiera e a ripiegarla, prima di partire per la prigionia. L'inferno dei Balcani Dopo la disgraziata campagna di Grecia e l'inseguimento della vittoriosa avanzata tedesca per tutta la penisola balcanica, le truppe italiane di occupazione pensavano che quello sarebbe stato un fronte tranquillo. Lontani dalle roventi pietraie libiche e dalle sconfinate steppe russe, li sarebbe stato possibile godere la quiete di una retrovia. Anche i carabinieri per quanto impegnati a creare la loro rete di stazioni e tenenze, svolgendo i loro compiti d'istituto, non si immaginavano che cosa sarebbe capitato nel giro di pochi mesi. Alla guerriglia serba, bosniaca, slovena, reagirono con grande durezza i tedeschi e gli ustascia croati: i primi erano addestrati alla controguerriglia; i secondi erano appena riusciti a realizzare, con l'aiuto dei nazisti, il sogno della grande Croazia e non intendevano davvero arrendersi ai loro nemici mortali, comunisti o filomonarchici che fossero. PARTIGIANI OVUNQUE. In Grecia i rapporti con la popolazione locale erano progressivamente migliorati. Inizialmente i greci avevano diviso i loro sentimenti nei confronti delle truppe dell'Asse, che avevano occupato il Paese, riservando ammirazione ai tedeschi, la cui avanzata era apparsa inarrestabile, e disprezzo agli italiani che avevano penato così tanto sui monti del Pindo. L'arroganza dei tedeschi e l'umanità degli italiani avevano mutato, in un secondo momento, l'atteggiamento della popolazione. Ma anche questa seconda fase fu presto superata. Al grido di "Viva l'Italia" cadde sotto il piombo di un plotone improvvisato il vicebrigadiere Bruno Castagna (Monte Maljnjek, 1942), anche lui catturato dopo un aspro combattimento e rimasto insensibile alle minacce: non si era voluto togliere gli alamari e i guerriglieri, scampati all'attacco della sua colonna mobile, lo giustiziarono. Altri ebbero la fortuna di morire in combattimento. Il vicebrigadiere Giovanni Calabrò scortava una disgraziata autocolonna che venne falcidiata dalle raffiche di una imboscata. Benché ferito, prese il comando della colonna, ma fu fulminato da una raffica mentre tentava di recuperare una mitragliatrice. L'appuntato Sabato De Vita resistette con i suoi militi ad un attacco nella sperduta stazione di Barmash. I nemici erano numericamente molto superiori, ma lui non si arrese neppure quando fu incendiata la caserma. Morì scagliando le ultime bombe a mano (Albania, dicembre 1942). La campagna di Russia Una volta sbarazzatosi del fastidioso inconveniente creatogli dall'alleato in Grecia e dai nazionalisti jugoslavi, Adolf Hitler era pronto per scagliare la grande offensiva con la quale contava di risolvere definitivamente in suo favore il conflitto: l'operazione Barbarossa. Il 22 giugno 1941 i marescialli tedeschi mobilitarono la più imponente forza corazzata mai vista sulla faccia della terra, la "Luftwaffe" schierò centinaia di aerei e le divisioni tedesche e alleate erano così numerose da rendere necessaria la creazione di gruppi di armate. Tre milioni di uomini erano pronti all'attacco. I sovietici non avevano capito la tecnica del "Blitzkrieg". Nonostante la macchina bellica nazifascista fosse inadeguata da un punto di vista logistico a causa delle sterminate estensioni russe, le armate teutoniche macellarono e catturarono in gigantesche battaglie d'annientamento intere armate sovietiche. I tre marescialli Budionny, Timoshenko e Voroshilov assistettero impotenti alla disintegrazione dei loro fronti nel giro di poche settimane. TRA IL GELO E LA MITRAGLIA. Mussolini ancora una volta era afflitto da un pernicioso presenzialismo. Hitler avrebbe preferito che l'Italia fosse rimasta lontana dal fronte orientale e certamente sarebbe stato più utile per noi impegnarci maggiormente nel delicato scacchiere mediterraneo, ma le cose andarono in un modo decisamente diverso. Il 9 luglio 1941 il CSIR (Corpo Spedizione Italiano in Russia), composto dalle relativamente moderne divisioni autotrasportate Pasubio, Torino e Celere, si adunò in Romania. Pochi mesi dopo venne formata un'8ª armata per un totale di 10 divisioni agli ordini del generale Gariboldi. L'ARMIR (Armata Italiana in Russia), forte di 220.000 uomini, 1.300 cannoni e 18.000 automezzi, fu schierata a Sud sul fronte del Don insieme ai tedeschi ed ai rumeni. Dieci giorni dopo il suo arrivo fronteggiò un pesante attacco russo (20 agosto 1942 L’11 dicembre il peso del rullo compressore sovietico si scaricò sull’ARMIR lungo un fronte di 200 chilometri. La resistenza italiana durò esattamente 10 giorni contro la massa di uomini, artiglierie e carri abilmente e decisamente manovrata dai russi. Poi, il fronte italo-rumeno-ungherese si sfaldò all'improvviso. Gli italiani furono costretti a ripiegare e su Stalingrado si chiuse il coperchio del sarcofago della 6ª armata tedesca di von Paulus. UN CAVALIERE E UN TRICOLORE. Quando i russi chiusero la sacca, il comando italiano e quello tedesco decisero di sferrare un contrattacco generale. La notte del gran Consiglio "Li inchioderemo sul bagnasciuga", aveva promesso il regime fascista. Ma non fu così e il 10 luglio 1943 gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia con l'operazione Husky. Il dramma dell'Italia, pienamente consapevole dei rintocchi a morto per l'Asse dopo El Aiamein e Stalingrado, nacque da una profonda divergenza strategica tra Churchill e Roosevelt. Il primo aveva una visione geopolitica riguardo agli spazi mediterranei di stampo britannico e imperiale: non si fidava di Stalin e pensava che dal Mediterraneo dovesse partire l'assalto finale contro la Festung Europa (fortezza Europa) dei nazisti. Un audace sbarco in Istria e una dilagante avanzata su Lubiana (in Slovenia) avrebbero provocato in un solo colpo sia la recisione dei legami strategici tra la Germania e la più debole Italia sia l'occupazione preventiva della delicata area balcanica e centroeuropea ai danni delle armate sovietiche. Roosevelt la pensava diversamente: riteneva che gli obiettivi strategici di Stalin fossero gli stessi degli americani. I russi sollecitavano l'apertura di un secondo fronte: l'invasione della Francia da parte delle truppe alleate che consentisse un'operazione a tenaglia sulla Germania. Ma i mezzi a disposizione degli alleati, pur imponenti, non erano sufficienti per consentire di penetrare contemporaneamente in Francia e in Italia. La campagna d'Italia doveva quindi essere considerata secondaria e non doveva essere combattuta sfruttando in pieno la superiorità aeronavale degli alleati. Gli italiani, nel frattempo, si stavano rendendo conto che il vento era mutato e le sorti del conflitto erano ormai compromesse in modo definitivo. La corte esortava il re a rompere l'alleanza con i tedeschi. E anche fra i gerarchi fascisti si faceva strada l'ipotesi di un fascismo senza Mussolini, che avesse la monarchia come punto di riferimento. I Carabinieri erano considerati uno dei fulcri della monarchia sabauda e il nuovo Comandante Generale, Azzolino Hazon, fece parte del ristrettissimo gruppo che preparava il rovesciamento di Mussolini. La sorte volle che questo generale, grande esperto di servizi informativi, morisse proprio sotto le bombe alleate. Un'altra struttura sarebbe rimasta paralizzata, non quella dei Carabinieri talmente temprata da una centenaria disciplina da funzionare anche con un nuovo Comandante Generale, Angelo Cerica, appena transitato dalla milizia forestale fascista. L'unica domanda (dettata da un eccezionale scrupolo legalitario) che rivolse al capo di stato maggiore dell'esercito fu: "Siamo nel campo costituzionale o siamo fuori dalla legge?". L'ordine veniva dal re, e dunque la risposta alla domanda era assolutamente implicita. La polizia, troppo infiltrata da elementi fascisti, non era in quel momento giudicata affidabile. Il 25 luglio una drammatica seduta del Gran Consiglio del fascismo pose in minoranza il duce. Mussolini non si rese esattamente conto di quanto era accaduto e si recò senza timori a Villa Savoia per incontrare Vittorio Emanuele. LA PREGO DI SEGUIRMI! All'ora del tè il sovrano, con fredda cortesia piemontese, informò l'ex dittatore che non gli avrebbe rinnovato l'incarico di presidente del consiglio dei ministri. Per Mussolini fu un duro colpo, ma il peggio doveva ancora venire. Mentre lasciava la villa fu avvicinato dal tenente dei Carabinieri Vigneri che lo invitò con ferma cortesia a seguirlo per proteggerlo dalla folla. Il cavaliere Mussolini tirò dritto verso la sua automobile, ma l'ufficiale gli sbarrò il passo, lo prese per un braccio e lo caricò sull'ambulanza che attendeva nel giardino. Alla notizia della caduta del fascismo, esplose la gioia della popolazione, che, per la verità, non incontrò alcuna resistenza da parte dei fedelissimi del vecchio regime. Il comandante delle SS a Roma, Friedrich Dollmann, raccontò con un misto di sorpresa, amarezza e disprezzo: "Aspettammo invano che i fascisti entusiasti convenissero all'ambasciata per consigliarsi e procedere alla conquista di Roma alla testa della divisione M. Non spuntò un solo moschettiere o commissario o agente di polizia, non spuntarono né Vidussoni. né Muti, né Scorza". A parte questi stupori più apparenti che reali, non si poteva dire che i tedeschi fossero stati colti del tutto alla sprovvista. A Berlino erano giunti molti segnali che indicavano che la situazione a Roma stava precipitando. Lungi dal farsi irretire dai proclami di Badoglio sulla continuazione della guerra contro gli anglo-arnericani, il piano Achse (ascia o asse) prese rapidamente corpo. Dal Brennero calarono rapidamente numerose divisioni tedesche alla guida del maresciallo Kesselring. I governanti italiani prendevano tempo, paralizzati dal timore di una improbabile reazione fascista e da quello di una reazione popolare. Contemporaneamente sondavano gli alleati alla ricerca di un armistizio, per il quale venivano logicamente poste pesanti condizioni. Si giunse alla fine alla firma dell'armistizio di Cassibile. L'8 settembre il generale Eisenhower diramò da Radio Algeri il testo dell'armistizio, inchiodando Badoglio e la monarchia alle loro responsabilità. L'Arma resta compatta Il momento richiedeva il massimo di sangue freddo, iniziativa e coraggio. L'Italia era infestata da reparti tedeschi, ma una decisa presa di posizione avrebbe complicato parecchio i piani nazisti. Invece vi fu un ambiguo appello a resistere ad attacchi da qualunque parte provenissero e vi fu una inequivocabile fuga del re e di Badoglio da Roma senza organizzare nessuna opposizione. Senza ordini superiori, senza una chiara direttiva, senza una gerarchia identificabile i reparti furono abbandonati a se stessi e reagirono di conseguenza: si sbandarono e furono catturati senza sforzi. Soltanto il Comandante Generale dei Carabinieri Reali, Cerica, ebbe il buon senso di diramare ai suoi 80 mila uomini l'ordine di restare sul posto e continuare comunque l'attività. L'Arma, nella crisi gravissima di uno Stato in dissoluzione, fece appello alla sua straordinaria disciplina interiore per restare unita. I tedeschi avevano ormai le mani libere. A Roma, la 3ª divisione Panzergrenadieren e la 2ª Fallschirmjäger del generale Franz Heidrich si mossero con rapidità teutonica per avvolgere la capitale. A sbarrare loro il passo erano rimasti soltanto i Granatieri di Sardegna, i Lancieri di Montebello ed i Carabinieri, espressione della più orgogliosa tradizione militare sabauda. IL VALORE DELLE ORE BUIE. Alle 10 il caposaldo fu conquistato, ma i carabinieri non smisero di combattere per sloggiare i paracadutisti da altre posizioni. Solo alle 19,30 vi fu una pausa per ricevere il cambio da 200 uomini del gruppo squadroni carabinieri Pastrengo. Tra il 9 ed il 10 settembre divamparono violenti combattimenti difensivi ed ancora una volta i veterani tedeschi furono costretti a desistere. Il prezzo dell'onore fu di 17 morti e 48 feriti, alcuni gravi; la ricompensa una medaglia d'oro, una d'argento, una manciata di bronzo e 25 croci di guerra. Non furono pochi gli atti di valore, che non ebbero alcun rilievo pratico in quanto i tedeschi riuscirono comunque a disarmare gran parte delle forze ex-alleate e a prendere il controllo della penisola non liberata: ma gli episodi di eroismo testimoniarono lo spirito di ribellione della nuova Italia. I combattenti erano ancora inquadrati militarmente e indossavano le divise, ma potevano già essere considerati dei partigiani per la mancanza di un legame con un comando centrale. Il 10 settembre gli scontri continuavano a divampare, creando momenti di ansia per Kesselring, impegnato anche a fronteggiare lo sbarco alleato a Salerno di ventiquattr'ore prima. UNA BOMBA AL VOLO. Non mancarono nemmeno episodi curiosi e paradossali. A Gattatico nella provincia di Reggio Emilia il solito reparto tedesco aveva ricevuto l'ordine di prendere la stazione, ma incontrò la resistenza di soldati italiani che non erano andati a casa. Il comandante del drappello germanico individuò un buon bersaglio e strappò la sicura della sua fida granata a stelo. La lanciò, con una parabola perfetta, contro la stazione, ma il carabiniere Giovanni Magrini riuscì a prenderla al volo e a rilanciarla al mittente. Il 12 settembre si era costituito il Comando Carabinieri Italia Meridionale. Il 15 novembre il comando fu ribattezzato Comando Carabinieri Italia Liberata, con funzioni di Comando Generale e le sue competenze furono estese alle isole. Questo comando, guidato dal generale Giuseppe Pièche con il colonnello Romano dalla Chiesa come capo di stato maggiore, oltre a ricostituire la struttura territoriale dell'Arma al Sud e predisporre le unità per i territori di imminente liberazione, aveva il delicato incarico di coordinare la lotta clandestina dei carabinieri nell'Italia occupata. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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