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Carabinieri 13 |
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La guerra d'EtiopiaPremessa Al viaggiatore che nel 1934 attraversava la Saar, operosa regione al confine franco-tedesco, si presentava per le strade l'insolita scena di soldati svedesi, olandesi, inglesi e carabinieri italiani in pattugliamento. Cosa facevano tutti questi uomini in divisa 16 anni dopo la fine della Grande Guerra? La loro missione era pacifica, ma il clima internazionale non lo era affatto. Tutti quei soldati sapevano di trovarsi lì per una decisione della Società delle Nazioni, il nuovo organismo internazionale sorto per evitare un'altra carneficina attraverso il negoziato e la difesa collettiva, ma non tutti potevano essere così fiduciosi in un nuovo ordine mondiale. Fu quella una delle prime missioni svolte dalla Società: e l’ONU, dopo la Seconda Guerra Mondiale, avrebbe imitato spesso questa formula di intervento. Gli uomini chiamati a controllare nella Saar lo svolgimento del referendum erano gli antesignani dei futuri Caschi blu. Nessuno, allora, sapeva che l'Europa si avviava rapidamente sul piano inclinato di un altro micidiale conflitto spinta da un nuovo astro funesto del totalitarismo, complice l'inettitudine e la follia politica delle grandi democrazie europee. La resistibile ascesa di Adolfo Hitler Il panorama politico europeo e mondiale si modifica profondamente nel 1933 con l'avvento al potere del capo del Partito Nazionalsocialista, dal quale dipenderà pochi anni dopo lo scoppio della II Guerra Mondiale Quando Mussolini si preparava all'allungo finale che lo avrebbe portato alla marcia su Roma, nessuno poteva notare quell'oscuro agitatore che il 1° aprile 1920 aveva fondato un piccolo partito di nome NSDAP (Nazionalsozialistische Deutsche Arbeiter Partei, partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori). L'inquieta repubblica di Weimar, il primo fragile regime democratico in terra tedesca, era piena di gente che formava partiti e spesso raccoglieva spostati senz'arte né parte Nel gennaio 1933 diventò, grazie al successo elettorale, cancelliere del Reich. Un mese dopo, grazie all'ambiguo incendio del Reichstag, avviò la liquidazione delle opposizioni democratiche e di sinistra. Le successive elezioni ancora libere, ma in un clima di terrore, gli diedero un buon 48 per cento dei suffragi e l'opportunità di sbarazzarsi di alcuni scomodi compagni di strada. Nel giugno del 1934 l'alleanza tra nazisti, conservatori e forze armate fu suggellata dalla notte dei lunghi coltelli, in cui le SS sterminarono le SA e i loro capi populisti. Il primo incontro fra Hitler e Mussolini non fu particolarmente cordiale. Hitler voleva annettersi lo Stato cuscinetto dell'Austria, governata dal cattolico autoritario Engelbert Dollfuss, che non accettava di confondersi nel grande abbraccio paritedesco. I nazisti austriaci assassinarono il capo del governo, ma le deboli truppe tedesche vennero congelate alla frontiera quando Mussolini fece sapere che quattro potenti sue divisioni si trovavano al Brennero. Era forse l'ultima volta che il duce dava retta alla voce dell'interesse nazionale ed involontariamente offriva all'Europa un inascoltato esempio di come si dovesse (e si potesse) bloccare sul nascere la meteora nazista. Nella Saar come i caschi blu Hitler lasciò che le acque si calmassero anche perché vi era alle porte l'appuntamento con il plebiscito della Saar e preferiva procedere nel riarmo occulto della Germania. Con la pace di Versailles (1919) la Francia si era ripresa le contese regioni dell’Alsazia e della Lorena, ma aveva dovuto accettare il compromesso di un plebiscito locale per rispettare l'autodeterminazione della popolazione nella Saar. Su invito della Società delle Nazioni l'Italia spedì 1.300 uomini per la prima operazione di polizia internazionale a garanzia della tranquillità di una consultazione popolare. Agli ordini del generale Visconti-Prasca vennero posti un reggimento di granatieri, un battaglione di carabinieri, uno squadrone di carri veloci e il necessario treno logistico e di servizi. Il contingente partì il 19-21 dicembre 1934 per unirsi alla Saarforce, guidata dal generale inglese Brind, comandante in capo della forza. I carabinieri vennero accasermati presso la Mellin Kaserme a Sulzbach e la Pascal Kaserme di Dudweiler. In attesa del plebiscito (13 gennaio 1935), i carabinieri si ambientarono nel settore loro assegnato e a stendere la rete di un servizio informativo per monitorare la situazione politica. Alla data delle consultazioni ai carabinieri toccarono 81 seggi sui 320 di responsabilità italiana. Le quattro località (Quierschield, Firedrichsthai, Sulzbach e Dudweiler) dovevano essere sorvegliate intensamente perché già prima teatro di gravi torbidi. Ai confini la Fiamma con gli sci Nel frattempo i Carabinieri Reali stanno affrontando con metodo un altro ambiente operativo difficile. La montagna era stata una loro culla naturale in uno Stato dai confini così aspri come quello sabaudo. Le stazioni confinarie sulle Alpi avevano sempre avuto in dotazione le racchette per facilitare, insieme al cavallo, gli spostamenti in inverno. E’ nel 1922, seguendo l'esempio dei loro specializzati colleghi alpini che tanto avevano brillato nella Grande Guerra, che il Comando Generale istituisce i reparti di carabinieri sciatori. Del resto i reparti di CC RR assegnati alle grandi unità dell'esercito di campagna operanti lungo l’arco alpino provengono in prevalenza dalle stazioni di montagna e hanno già una buona esperienza. Cosi per i carabinieri sciatori e rocciatori il reclutamento avviene tra i rniliti che prestano servizio nelle stazioni dislocate lungo le Alpi e la dorsale appenninica. Essi sono gli eredi della tradizione alpina savoiarda dei carabinieri nel 1814. La dotazione prevede il meglio che possa offrire la tecnica sciistica degli anni Venti e Trenta: attacchi e bastoncini moderni, sci specializzati per il fondo o la discesa, materiali come la betulla o il legno di hickory. Lo stile insegnato è il telemarken, soppiantato poi dallo stile scandinavo e da quello alpino. A partire dal 1930 l'Arma predispone corsi regolari di sci presso le legioni di Torino, Bolzano, Udine e Chieti che si svolgono sui campi di Bardonecchia, Ponte di Legno, del Tonale, San Candido, Pescocostanzo ed altre località minori. Nello stesso periodo viene ufficialmente riconosciuto all'Arma il motto (già usato) «Nei secoli fedele» (circolare n. 247, 20 maggio 1932) e con un decreto del luglio dello stesso anno viene concesso l'uso della bandiera nazionale ai CC RR. Tre anni dopo, in conseguenza dell'uso della bandiera, viene anche riconosciuto il diritto a fregiarsi di uno stemma. E’ allora che nasce il caratteristico blasone con una mano argentata che stringe un serpente e la granata dirompente d'oro. Particolari insignificanti agli occhi dell'uomo della strada, ma è su questi tangibili simboli di un solido spirito di corpo che si costruisce una tradizione per cui si serve, si vive e si muore. Un posto al sole La politica estera del duce non poteva essere per la natura stessa del suo regime la continuazione di quella del precedente regime liberale. Voleva piuttosto proiettare un'immagine di potenza e di intimidazione anche se questo poteva alienare simpatie e costare posizioni preziose nel concerto internazionale. L'assassinio del generale Tellini alla frontiera greco-albanese (1923) offre a Mussolini l'opportunità di sfoggiare una riedizione della politica delle cannoniere con uno spettacolare bombardamento terroristico sull’isola greca di Corfù. La reazione britannica a questa sfida alla Società delle Nazioni è negativa, ma Mussolini non se ne cura eccessivamente e continua a giocare su un doppio registro: si propone come ago della bilancia e mediatore fra le potenze europee e al tempo stesso mina gli equilibri del 1919 per garantire una nuova espansione imperialistica italiana. Al primo filone di comportamenti appartengono: il patto di Locarno (1925) per stabilizzare gli assetti tra Francia, Belgio e Germania; il patto Kellog (1928) per la rinuncia alla guerra; il patto a quattro (1933) per un direttorio fra Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna che favorisca il disarmo e la collaborazione con la Società delle Nazioni; il trattato di non aggressione con l'Unione Sovietica (1933); il convegno di Stresa (1935) con la Francia e la Gran Bretagna per garantire l'integrità dell'Austria e per opporsi all'ormai evidente riarmo tedesco. La linea destabilizzatrice si concretizza in una serie di altri eventi: il finanziamento delle organizzazioni fasciste a livello mondiale; il patto di Roma (1924) con la Jugoslavia per una revisione dei confini senza la partecipazione della Società delle Nazioni; accordi commerciali con potenze revisioniste come la Germania e l'URSS; ripetute dichiarazioni secondo le quali l'Italia ha il compito storico di esportare il fascismo nel mondo e di tornare a svolgere un ruolo centrale nella civiltà umana come in passato. In questo secondo filone si inseriscono le nuove mire imperialiste nel Corno d'Africa. Inizialmente la politica italiana verso l'Etiopia era stata di continuazione di un benevolo protettorato, confermato dal ruolo attivo svolto per agevolare l'ingresso di Addis Abeba nella Società delle Nazioni e da un patto di amicizia che era stato stipulato nel 1928. Hailé Selassié non nasconde la propria diffidenza nei confronti del governo di Roma. Nutre il sospetto che l'aiuto di tecnici italiani preluda alla penetrazione economica. Per sventare la minaccia chiama tecnici da altre nazioni e ostacola, per quanto possibile, gli appalti alle ditte italiane per la costruzione di strade, rallentando anche i rapporti commerciali con l'Italia. Nel giro di pochi anni l'atmosfera si avvelena: secondo la testimonianza di De Bono, Mussolini inizia a meditare l'invasione dell'Etiopia fin dal 1932. Il regime fascista sente sul collo il fiato di una depressione economica che gli aliena i consensi interni, già resi tiepidi dall'aumento della corruzione e dell'inefficienza nei rami della pubblica amministrazione. Affiorano così i discorsi sulla necessità di trovare uno sbocco demografico all'Italia sovrappopolata, di avere diritto in quanto razza guerriera e virile ad un impero, di conquistare un posto al sole. Non importa come, non conti a qual prezzo, un successo brillante e inequivocabile appare ormai urgente, anche per lavare l'onta (mai dimenticata) di Adua. PRODROMI DELL'ATTACCO. Quel che occorre è il casus belli. La zona dei pozzi di Ual-Ual era stata fortificata dagli italiani per proteggere dalle frequenti incursioni predonesche il confine somalo-etiopico e per controllare una ventina di pozzi, risorsa essenziale per le popolazioni nomadi dell'Ogaden, a cavallo tra i due territori. Il possesso della zona, però, non é pacificamente riconosciuto dall'Etiopia e, per la vicinanza al confine con il Somaliland britannico, anche l'Inghilterra era interessata alla questione. Il 24 novembre 1934 una commissione mista anglo-etiopica si avvicina ai pozzi, accompagnata dalla minacciosa presenza di centinaia di abissini armati di tutto punto. Il 5 dicembre si verificano le prime
scaramucce. La risposta italiana, nel pomeriggio e nella mattina del
giorno successivo, è devastante. L'aviazione interviene mitragliando e
spezzonando i concentramenti abissini. Gli spezzoni al fosforo decidono
la partita: 300 morti fra gli abissini, 21 dubat morti ed un centinaio
di feriti fra gli italiani. ALLA CONQUISTA DELL'IMPERO. La macchina bellica fascista si è comunque messa in moto. Il 24 dicembre 1934 il generale Emilio De Bono, quadrumviro alla marcia su Roma, parte per l'Eritrea come alto commissari . o per l'Africa Orientale. Tre giorni dopo scattano le opposte mobilitazioni parziali italiana in Somalia ed Eritrea ed etiopica nell'Ogaden. Una settimana dopo Mussolini dirama in segreto «Direttive e piano d'azione per risolvere la questione italo-abissina». Due mesi dopo vengono mobilitate le divisioni Peloritana e Gavarina, mentre a Massima affluiscono mezzi ed armi pesanti. Un altro scontro di frontiera rappresenta l'occasione per esaltare il valore dell'Arma, che di lì a poco impegnerà 12.000 dei suoi uomini. Nella notte dal 2 al 3 marzo 1932 il brigadiere Gennaro Ventura è di perlustrazione a cavallo insieme ad un buluk basci degli zaptié (in arabo poliziotto) nei pressi di Om-Hagher alla frontiera con l'Etiopia. Un consistente gruppo di abissini tende un'imboscata ferendo lo zaptié, ma Ventura si ripara dietro un termitaio resiste da solo, costringendo gli abissini alla ritirata dopo aver lasciato sul campo un morto e due feriti. Una medaglia d'argento premia il coraggio del brigadiere. SOGNI DI GLORIA. Nell'autunno del 1935 il dispositivo italiano conta in Eritrea 110.000 italiani e 53.000 indigeni, 35.000 quadrupedi, 4.200 mitragliatrici, 580 cannoni, 112 carri armati, 3.700 automezzi e 126 aerei; in Somalia le forze sono inferiori: 24.000 italiani e 30.000 indigeni, 8.000 quadrupedi, 1.600 mitragliatrici, 117 cannoni, 45 carri armati, 1.850 automezzi e 38 aerei. Pronti per l'ultima guerra coloniale del XX secolo. Il 2 ottobre 1935 scatta l'attacco con l'attraversamento del confine segnato dal fiume Mareb. La Società delle Nazioni, già minata nella credibilità da numerosi scacchi internazionali, non può che condannare l'aggressione e il 18 novembre vota dure sanzioni economiche. Carbone e petrolio non figurano nella lista degli articoli embargati e l’URSS non si fa pregare nel rispettare il suo trattato economico con l'Italia fornendo spregiudicatamente le materie prime necessarie alla guerra imperialista; la marina mercantile degli Stati Uniti non è vincolata giuridicamente dalla decisione dell'organismo internazionale e la Germania ignora l'embargo. Mussolini organizza imponenti
manifestazioni contro le sanzioni dipingendo ai suoi sudditi un'Italia
ingiustamente strangolata dalle nazioni plutocratiche. Viene proclamata
l'autarchia economica per ridurre la dipendenza dalle importazioni, con
il ricorso a surrogati di ogni genere (per esempio, lana di caseina e
caffè di cicoria) e al riciclaggio di tutti i rottami metallici. Hitler non partecipa alla grande finzione. Esporta merci embargate verso Roma. mostra di dimenticare le divergenze con Mussolini sull'Austria e si prepara ad incassare il suo credito. Il 7 marzo 1936 tre miseri battaglioni tedeschi rimilitarizzano la Renania senza colpo ferire. Francia e Gran Bretagna non si avvedono che è stato così scardinato l'intero equilibrio europeo. Tre corpi d'armata dall'Eritrea penetrano vigorosamente in terra abissina. Il primo ha come obiettivo Adigrat, il secondo Entisciò e il terzo puntò direttamente su Adua. Il 5 ottobre cade Adua e l'8 novembre viene presa Makallè. L'emozione in Italia è grande e per l'occasione viene lanciata la canzone “Adua è liberata”. I carabinieri penetrano in queste città insieme ai reparti dell'84° e del 60° reggimento fanteria. BATTAGLIA PER IL PASSO UARIEU. Vista stroncata l'offensiva contro l'Eritrea, gli abissini si asserragliano nell'aspra regione del Tembien agli ordini dei ras Cassa e Semin e del degiac Mulughietà. Sono in 20.000, occupano posizioni favorevoli e hanno giurato di tenere fino all'ultimo la zona, feudo personale del ras Seium. Il generale Graziani, quando si rende conto di avere a disposizione appena un centinaio di mezzi, si impegna in un serio sforzo di lobby burocratico-militare. All'apertura delle ostilità gli automezzi sono diventati 1.800, ma Graziani sa che deve battere il ferro finché è caldo e ai primi del 1936 totalizza 3.400 veicoli, che cresceranno ancora fino alla ragguardevole somma di 5.300 mezzi. La guerra non è ancora finita e i Carabinieri scriveranno altre pagine di valore in questa guerra pur ingiusta e sciagurata. Fedeli alla consegna, non sanno che non sarà l'ultima e molti di loro faranno appena a tempo ad abbracciare i loro cari prima di partire di nuovo per le aride terre della Spagna. per approfondimenti Arma Carabinieri |
In Etiopia e in SpagnaPremessa Nel 1936 e nel 1937 si svolgono le prove generali della Seconda Guerra Mondiale. Le truppe italiane sono ancora impegnate nella guerra coloniale nell'Africa Orientale quando divampa in Spagna la guerra civile. La natura stessa del conflitto che esplode nella penisola iberica fa sì che si creino in esso schieramenti ideologici contrapposti: Germania nazista e Italia fascista al fianco delle falangi di Francisco Franco, volontari di mezza Europa accanto ai repubblicani, destinati a essere sconfitti. Si capisce, fin da allora, quale sarà la posta in gioco in una eventuale guerra totale, che appare tuttavia remota, se non addirittura immaginaria, frutto degli incubi di qualche intellettuale menagramo. Verso l'impero Il panorama politico europeo e mondiale si modifica profondamente nel 1933 con l'avvento al potere del capo del Partito Nazionalsocialista, dal quale dipenderà pochi anni dopo lo scoppio della II Guerra Mondiale
A GIGGIGA VIA GUNU GADU. Eppure
quelle assolate pietraie, seminate di arbusti induriti da mille lotte
contro la siccità, ricordavano altri eserciti ed altri soldati, diversi
dai pallidi russi e dagli agili cubani. Le operazioni di guerra
erano già in corso quando a Roma si decise la costituzione di quattro
bande autocarrate di carabinieri, incaricate di puntare verso l'Ogaden.
Le bande erano formazioni di fanteria leggera a livello
battaglione/reggimento articolate su un plotone comando e due compagnie
per un totale di mille uomini ciascuna. Gli italiani erano perfettamente informati sulla localizzazione del nemico e si prepararono a una classica manovra di aggiramento in modo da procedere alla riduzione del centro di resistenza. Il punto di riferimento scelto per la manovra era un camioncino del raggruppamento bande dubat. Rispetto ad esso le bande del tenente colonnello Bechis dovevano spiegarsi sulla sinistra in modo da avvolgere un lato delle postazioni avversarie e avvicinarsi ad esse. La seconda banda dei Carabinieri dovevi invece raggiungere il camioncino ed allargarsi ancora più a sinistra per proteggere i fianchi delle bande dubat ed occupare posizioni sul torrente Giarer. La terza banda, partendo dal famoso camioncino, doveva costituire la branca destra della tenaglia su Gunu Gadu, mentre la quarta banda sarebbe rimasta accanto all'automezzo come riserva insieme alla coorte della milizia forestale. A circa un chilometro dalla linea di attacco si sarebbero appostati il comando della colonna Agostini e le due batterie. Generale Graziani: "Questi sbarramenti erano a non grande raggio, la tecnica vi aveva profuso ogni accorgimento per raggiungere lo scopo. Appostamenti in caverna, fiancheggiamenti e camminamenti ne facevano dei capisaldi robustissimi: prendere di viva forza quei passaggi obbligati sarebbe stata durissima impresa e ci avrebbe attardato". EROI ALL’ASSALTO. Come agli americani in quel lontano fronte, ai carabinieri ed ai dubat non restò che prendere di petto il problema. Se si è particolarmente ben equipaggiati si può scegliere tra diverse soluzioni. Un carro armato può, per esempio, centrare con il tiro diretto le feritoie nemiche; oppure l'artiglieria può formare una cortina fumogena per favorire l'avvicinamento dei fanti; o, ancora, si possono formare speciali squadre d'assalto con genieri dotati di cariche esplosive e lanciafiamme, armi utili e tremende in queste situazioni LA GURRIGLIA CONTINUA. Le truppe italiane formarono un quadrato intorno alle posizioni abissine ancora attive impedendo molte sortite a partire dal tramonto e per tutta la notte. La mattina seguente continuò l'opera minuziosa di rastrellamento dalle 8,30 alle 11,30. Gli abissini preferirono farsi uccidere in campo aperto o tentare una fuga disperata, dopo una lotta accanita durata 12 ore nell'arco di due giorni. Alla fine i loro capi furono catturati o si arresero e fu così aperta la strada per il successivo balzo su Bullale e Dagabur. Ventidue appartenenti all'Arma persero la vita nella battaglia. Il 28 aprile 1936 cadde Sassabaneh, quattro giorni dopo fu la volta di Dagabur. Il 5 maggio il tricolore fu issato su Giggiga, testimone di cento scontri, l'8 seguente capitolò Harar e ventiquattr'ore dopo le forze italiane entrarono a Dire Daua. Fu in questa città che avvenne il ricongiungimento delle armate del fronte settentrionale e di quello meridionale della campagna etiopica. Lo stesso giorno, il 5 maggio, il comandante supremo, il generale Pietro Badoglio, fece il suo ingresso trionfale nella capitale Addis Abeba. Quattro giorni dopo lo sconfitto Negus, Hailé Selassié, parti per l'esilio a Londra. Nel corso della guerra d'Etiopia 208 carabinieri persero la vita e 800 furono feriti. Ai militi dell'Arma furono concesse 4 medaglie d'oro, 49 d'argento, 108 di bronzo, 435 croci di guerra. La bandiera venne insignita della croce di cavaliere dell'Ordine militare d'Italia. Rodi, in fondo al mediterraneo Un gruppo di soldati italiani in una luminosa isoletta dell'Egeo dentro una linda caserma tirata a calce. Fiori e piccoli orti ingentiliscono il piccolo edificio militare. Potrebbe essere una scena del film "Mediterraneo" di Gabriele Salvatores, se non fosse per il fatto che questi uomini portano sul berretto la caratteristica fiamma dell'Arma. Rodi ed altre isole minori del Dodecanneso erano state occupate nel lontano 1912 dall'Italia per premere sul governo ottomano in modo da concludere alla scelta la guerra in Libia. Doveva essere un'occupazione provvisoria, ma che secondo la bizzarra legge della provvisorietà finì per diventare permanente. Il trattato di Parigi del 1920
aveva previsto che le isole fossero consegnate alla Grecia, ma l'Italia
aveva nel marzo 1921 occupato anche l'isola di Castelrosso. Il corpo rimase in vita per un anno appena: la guerra in Anatolia aveva spezzato la potenza greca in Asia minore e le isole rimasero italiane. A questo punto tornò a funzionare a pieno organico la compagnia dei CCRR dell'Egeo. Si trattava di un compito faticoso. Scrisse nelle sue memorie il capitano Guido Grassini "C'è lavoro per tutti nelle caserme dei Carabinieri dell'Egeo, come del resto anche in quelle d'Italia. Ma laggiù, a differenza che nel Regno, tutto si assomma e si conclude nell'opera dei carabiniere: dal servizio d'istituto vero e proprio ad un'infinità di altre mansioni che fanno dei nostri militari i maestri d'italiano, gli ufficiali postali, doganali e marittimi, i giudici conciliatori, i notai, i consiglieri e i protettori della popolazione indigena. E’ una processione continua di popolani, di ogni età e di ogni sesso, che si recano alla caserma per avere aiuto, assistenza, consiglio". Per chi suona la campana Gli uomini più anziani, vedendo le immagini della terribile guerra in corso nell'ex Jugoslavia, ricorderanno forse quel che accadde in Spagna nella seconda metà degli anni Trenta. Una guerra civile, una sporca guerra, spietata come sanno esserlo quelle combattute fra persone che hanno sempre vissuto insieme e che riescono ad esprimere un odio bestiale e senza quartiere. Francisco Franco era un comandante dotato di un grande ascendente sulle truppe, buona esperienza di guerra in Marocco: si era anche dimostrato sostanzialmente privo di remore quando nel 1934 fu chiamato a soffocare nel sangue la rivolta dei minatori asturiani. Fu lui a guidare la traversata dello stretto di Gibilterra per attaccare il territorio metropolitano e fu lui a mobilitare il movimento di destra della Falange per reclutare gli aderenti alla ribellione. Fu una scintilla: da un lato si mobilitarono i fascisti, dall'altro le forze regolari ed irregolari fedeli alla repubblica. Italia e Germania, le grandi potenze fasciste, si resero immediatamente conto che la Spagna poteva costituire il banco di prova della loro lotta al comunismo. VOLONTARI E COMANDATI. L'Europa
democratica espresse in quel momento, nella migliore tradizione di
solidarietà libertaria risorgimentale, una serie di brigate di
volontari internazionali. Spesso fuoriusciti da Paesi ormai occupati dal
nazifascismo, i volontari delle brigate offrirono un generoso contributo
per una lotta difficile. Dall’altra parte si trovarono truppe più o
meno regolari inviate dai governi di Berlino e di Roma. Mussolini era convinto che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa e inviò il CTV (Corpo Truppe Volontarie) forte di 40-60.000 uomini e largamente rifornito di mezzi dalla madrepatria. La sua speranza era di cogliere un altro brillante successo di fronte all'opinione pubblica mondiale e magari di ottenere in cambio le Baleari per l'appoggio fornito ai franchisti. Non si rese conto (o finse di non rendersi conto) del rischio costituito dal fatto che italiani di fede politica opposta si battessero gli uni contro gli altri in Spagna, incrinando definitivamente un già fragile consenso nazionale. L'Unione Sovietica, invece, non poteva impegnarsi a fondo nella guerra, ma preferì (in nome dell'internazionalismo comunista) inviare un buon numero di consiglieri militari, pezzi d'artiglieria e aeroplani da caccia smontati. Non mancò, inoltre, di inviare immediatamente sul posto commissari politici con l'incarico di controllare, guidare e possibilmente egemonizzare in senso ortodosso, le locali forze di sinistra. E le democrazie occidentali? In preda all'indecisione ed alla miopia politica gli Stati Uniti, l'Inghilterra e la Francia si attennero a una sterile linea di non-intervento, che finì per impedire al governo repubblicano di acquistare armi all'estero o di sfruttare le frontiere francesi per ottenerne. Un apposito comitato intergovernativo di non-intervento venne istituito a Londra e a 29 Stati, fra i quali anche la Germania e l'Italia, fu affidato il compito di pattugliare le coste spagnole per circoscrivere la guerra. DA CADICE A BARCELLONA. La guerra di Spagna non si risolse in una facile passeggiata militare. Ci vollero ben tre anni (dal luglio 1936 al marzo 1939) perché i falangisti spezzassero la resistenza lealista. I franchisti ottennero il primo successo riuscendo a spostare il loro comando e il centro di gravità delle loro truppe dal Marocco alla terraferma spagnola. Il 18 luglio le guarnigioni militari di cinque città del Marocco spagnolo e di dodici città spagnole si sollevarono simultaneamente dopo un violento scontro fra il Tercio e un gruppo di manifestanti comunisti a Melilla. L'obbiettivo principale dei falangisti (oltre all'occupazione delle regioni più arretrate e fedeli al vecchio regime) era rappresentato da Madrid, ma l'avanzata fu più lenta de previsto. Soltanto nel mese di novembre Franco riuscì a cingere d'assedio la capitale che oppose una strenua resistenza, durata quattro lunghi mesi, guidata dal generale repubblicano José Miaja. Nella settimana dall'8 al 16 marzo 1937 due divisioni del Corpo Truppe Volontarie italiano riuscirono a penetrare nelle linee repubblicane per isolare Madrid puntando su Guadalajara. Una pioggia torrenziale mise però in gravissime difficoltà i soldati italiani, costretti a muoversi in un pantano, e l'aviazione repubblicana, servendosi di cacciabombardieri sovietici, gettò lo scompiglio nella colonna. La guerra di Spagna fu anche un banco di prova per nuove armi e nuove tattiche. I vari modelli delle fabbriche Junkers, Heinkel, Messerschmitt, Arado conobbero qui il loro battesimo del fuoco, anche se non tutte le lezioni di questo conflitto si riveleranno utili nella Seconda Guerra Mondiale. Pochi mesi dopo per la Repubblica suonò la campana a morte con la caduta di Bilbao, coronata dall'insediamento falangista in tutta la Spagna nordoccidentale. E il successo di Franco fu agevolato dalle divisioni politiche che si manifestarono nelle file repubblicane. EQUIVOCI FRA LUCERNE. I primi Carabinieri Reali arrivarono in Spagna nel 1937: durante tutto il conflitto non superarono complessivamente mai le 500 unità, Inizialmente articolati su una compagnia e tre sezioni, furono poi sempre dislocati in sezioni, più adatte ai compiti richiesti. Indossavano l'uniforme kaki spagnola, conservando però i loro alamari d'argento. Uno dei loro maggiori problemi fu inizialmente quello di far capire la differenza fra i loro compiti e quelli dei carabineros spagnoli, guardie doganali. I Carabinieri furono quindi impegnati sia nelle retrovie sia nelle maggiori battaglie: Malaga, Guadalajara, Ebro, Levante, Catalogna e Madrid. In ognuno di questi compiti, i militi dell'Arma fecero sempre il loro dovere. Quando il contingente lasciò la Spagna nel 1939, si era guadagnato 13 medaglie d'argento, 45 di bronzo, 105 croci di guerra e 43 promozioni per meriti di guerra. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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