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Carabinieri 12 |
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I Carabinieri aviatoriPremessa La prima Guerra Mondiale ebbe due fisionomie ben distinte: quella più dura, priva di poesia e plebei, vissuta in trincea, segnata dalla miseria e dall'eroismo oscuro; e quella, più affascinante, di un conflitto combattuto da figure cavalIeresche, che riuscirono a conservare una dimensione epica e individuale i una lotta altrimenti massificata. Lawrence d'Arabia, per esempio, un audace e visionario della guerriglia desertica. 0 altri eroi che riuscirono a colpire l'immaginazione popolare con gesta isolate e disperate. Ma fu soprattutto nei cieli che la Guerra trovò i suoi nuovi miti: gli aviatori, con la sciarpa bianca al collo, il casco di cuoio, gli occhialoni scuri. Resistono ancora tenacemente nell’immaginario collettivo con l'affettuosa ironia di Snoopy, il bracchetto volante che è sempre in lotta con il Barone Rosso. Quei matti volanti Nella Grande Guerra fecero il loro debutto gli aerei, il cui contributo risultò spesso determinante. Ma non esisteva ancora l'arma azzurra, e i piloti erano reclutati in altre armi. Molti erano carabinieri... L'arma azzurra nasce piuttosto in sordina. Entra in scena per la prima volta nella guerra di Libia, nella quale uno dei temerari sulle macchine volanti seminò il panico in una colonna di beduini sparando un paio di colpi di pistola contro di loro. L'Aeronautica sarà riconosciuta come forza armata autonoma nel 1923 (28 marzo) con un atto legislativo formale: si concluderà così un acceso dibattito dottrinale sulla natura del potere aereo. Un dibattito che, tra l'altro, non si è sopito fino ai nostri giorni, come hanno ben dimostrato la creazione dell'aviazione di Marina con gli aerei a decollo verticale AV-8B Plus e l'acquisto di aerei da trasporto leggeri Dornier Do-228 da parte dell'esercito.
Il primo documento sull'impiego di mezzi volanti risale al 1884 quando il ministero della Guerra creò un servizio aeronautico presso il 3° reggimento del Genio di stanza a Roma. All'inizio palloni aerostatici, dirigibili ed aerei non erano considerati, dunque, un mezzo di combattimento, ma piuttosto un complesso ausilio tecnico per la ricognizione e per il tiro d'artiglieria. Nel 1912, con apposita circolare (n. 285, 30 gennaio), il ministero della Guerra invitò i comandi di corpo d'armata a redigere liste di personale idoneo a svolgere servizio sugli aerei. "Questo ministero è venuto nella determinazione di esperimentare se sia possibile di avvalersi di sottufficiali per il pilotaggio degli aeroplani, scegliendo il personale tra le varie armi ( ... ). A tal uopo invita codesto comando a far pervenire un elenco di proposta dei sottufficiali dipendenti, che ritiene più adatti per tale servizio, scegliendoli fra coloro che ne facciano regolare domanda Codesto comando potrà inoltre segnalare quei militari, appartenenti alla categoria dei caporali e soldati, che ne facciano domanda e che siano riconosciuti abilissimi motoristi ...... Il ministero non era neppure sfiorato dal sospetto che pilotare un aereo potesse essere una competenza da ufficiali, né si preoccupava del necessario supporto tecnico logistico. In un campo ancora assolutamente nuovo ci si muoveva in modo empirico, attendendo le segnalazioni delle varie Armi, i candidati avrebbero continuato a far parte dell'arma o del corpo di provenienza, conservandone le mostrine. Nessuno intendeva rinunciare alle proprie tradizioni. Ma il fascino del volo era tale che ben presto molti ufficiali, e di prestigiose unità, si fecero avanti. LA GUERRA NEL CIELO. Si crea cosi un fenomeno unico nella storia dell'Aeronautica. Uomini che fino ad allora avevano conosciuto solo il normale servizio militare terrestre, si lanciano nei cieli trasformando la loro mentalità ed al tempo stesso mantenendo le tradizioni secolari dei loro corpi. Ufficiali di nobili origini ricreano, più o meno coscientemente, un ambiente di antica cavalleria. Gli aerei acquistano le loro tipiche livree mimetiche, chiare sotto per confondersi con il cielo, verde oliva o spezzate in rombi multicolori sopra per sfuggire alla caccia nemica; i piloti o le unità più note adottano distintivi inconfondibili per segnalare la loro presenza, esattamente come facevano i cavalieri del Medioevo con le loro insegne sullo scudo. Ecco apparire i rossi aerei del barone Manfred von Richthofen o il caratteristico cavallino rampante del maggiore Francesco Baracca. Ecco i duelli nel cielo condotti inizialmente come un antico torneo. Alcuni di questi uomini, finita la guerra saranno capaci di guidare con uguale accortezza e determinazione forze aeree e terrestri nella seconda guerra mondiale, come il maresciallo Kesselring. Un "Asso" con gli Alamari Alla fine della guerra il comando superiore d'Aeronautica, posto direttamente sotto il comando supremo e guidato dal generale Bongiovanni, adottò criteri estremamente rigorosi per stilare l'elenco dei piloti che avevano diritto a fregiarsi del titolo di assi. Venivano presi in considerazione soltanto gli abbattimenti accertati di aerei nemici. In testa a questa classifica di eroi figurava, con 34 abbattimenti, Francesco Baracca. In nona posizione, con 8 vittorie, figurava il tenente Ernesto Cabruna.
la guerra psicologica si avvalse in larga misura del mezzo aereo, soprattutto dopo la spericolata incursione di D'Annunzio su Vienna Nel giugno del 1916, il maresciallo Cabruna ottenne il brevetto per pilotare il biplano da caccia Nieurport e nell'80ª squadriglia da caccia mostrò tutta la sua valentia. Il suo aereo aveva sulla carlinga un grande asso di cuori: metafora del suo animo appassionato ed amante dell'azzardo. Si impegnò in una serie di brillanti missioni di scorta a nostri ricognitori coronata il 28 ottobre 1917 all'abbattimento di un aereo austriaco in un duello. Il 14 novembre, mentre scortava sulla rotta di ritorno un bombardiere, venne intercettato da cinque caccia nemici. Non si preoccupò di contare nemici, impegnato a difendere il bombardiere, che planò rapidamente verso le linee amiche. I nemici riuscirono a sforacchiare il suo aereo, ma Cabruna se la cavò ugualmente sganciandosi con una manovra radente sulle linee austriache. Un mese dopo abbatté il suo secondo nemico ottenendo, anche per altri atti di valore, la sua prima medaglia d'argento. ALTRI VALOROSI. Cabruna non fu il solo a coprirsi di gloria nei cieli del NordEst: altri suoi colleghi, si resero protagonisti di gesta ugualmente epiche pilotando ricognitori o bombardieri.
Affondate i Mas! Memento Audere Semper (ricordati di osare sempre), secondo l'orgoglioso motto dannunziano, o più prosaicamente Motoscafi Antisommergibili, i MAS erano stati l'esempio del classico genio italico di pochi mezzi e grandi risultati. Con due di questi navigli minori il comandante Rizzo aveva affondato due corazzate austriache (Tegethoff e Sant Istzven), beffando la scorta di cacciatorpediniere. Agli austriaci l'umiliazione bruciava e il guardiamarina Joseph Weith aveva escogitato un piano per consumare la rivincita.
La notte sembrava tranquilla: il pattuglione di ronda si concesse persino un intermezzo per gustare un grosso cocomero. Veduti pensò che fosse l'ennesimo falso allarme. All'improvviso, uno scalpiccìo, e poi uno sparo, tanti spari. Veduti non tardò a rendersi conto che una miccia stava bruciando. Cercò inutilmente una baionetta o un coltello con il quale estirpare la miccia. Provò a strapparla e a calpestarla, ma il diabolico cordone era a combustione interna e la fiammella continuò a viaggiare verso un piccolo bidone. Veduti si tuffò sull'ultimo pezzetto di miccia, addentandola come un forsennato. Sputò un dente e con la bocca ustionata corse con dieci chili di esplosivo lontano dalla riservetta. Inciampò, e svenne prima del botto. Si risvegliò in ospedale, praticamente incolume. Qualche mese più tardi fu decorato con la medaglia d'oro dal presidente del Consiglio in persona, Vittorio Emanuele Orlando. E la miccia? conservata come una reliquia al museo storico dell'Arma. Nella Russia in fiamme Mentre nel resto dell'Europa la guerra continuava, i tedeschi fecero rimpatriare clandestinamente in Russia un oscuro agitatore rivoluzionario e comunista, un certo Vladimir Ilijch Ulianov detto Lenin. Il loro obiettivo a breve termine era di intensificare la disgregazione nell'impero zarista in modo da toglierlo dal novero dei belligeranti. Fu l'inizio dei "dieci giorni che fecero tremare il mondo" e della grandiosa rivoluzione bolscevica. Una rivoluzione condotta tra mille vicissitudini e colpi di scena sull'onda del sogno di costruire una società più libera rispetto al dispotismo zarista, ma anche guidata con grande spregiudicatezza e pugno di ferro. Facendo leva sulle contraddizioni dell'eterogeneo schieramento avversario, i bolscevichi di Lenin riuscirono, in rapida successione, a liquidare gli accenni di democrazia borghese patrocinati da Kerenskij, sventare i primi tentativi controrivoluzionari e concludere rapidamente l'onerosa ma necessaria pace di Brest-Litovsk. ANABASI IN SIBERIA. Era ormai impossibile ottenere mezzi di trasporto e nel crollo delle impalcature dello Stato zarista sembrava che non vi fosse via di scampo. Come Senofonte in Asia Minore, anche Manera si rese conto che la salvezza sua e dei suoi uomini consisteva nel raggiungere il mare, dominato da forze amiche. Arkhangelsk era sbarrata, ma restava la speranza di Vladivostok. Nasce la fedelissima "Sai, ero ancora allievo ufficiale, ed un giorno sono capitato per caso nella sala dove la banda stava provando. Hanno attaccato 'La Fedelissima'... mi sono sentito ribollire il sangue", confida un giovane appena congedato. Non è un militarista, è anzi in procinto di prendere i voti, ma ha colto un aspetto essenziale di quella marcia. La marcia è, tra l'altro, giovanissima (è stata scritta nel 1929) e nasce dalla sensibilità di un allievo del compositore Pietro Mascagni, il maestro Luigi Cirenei, direttore della banda dei Carabinieri dal dicembre 1920. Un dopo guerra agitato E’ una ricorrente e generosa speranza umana quella di un futuro migliore dopo un conflitto. Illusioni, e delusioni, fanno parte della regola. E così accadde anche al termine della Prima Guerra Mondiale. Nel solo triennio 1919-1922 l'Arma svolse 233 operazioni speciali di mantenimento dell'ordine, con un bilancio di 43 militi caduti e 474 feriti. Le decorazioni individuali ammontarono a due medaglie d'oro, 55 d'argento, 62 di bronzo e centinaia di encomi solenni. Un bollettino di guerra: e, infatti, fu quasi una guerra civile. Nell’immediato dopoguerra la coscienza politica e sociale dell'Italia fu scossa e dilaniata da due grandi temi: la vittoria mutilata ed il profondo (e giustificato) scontento sociale. Lo slogan dannunziano della vittoria mutilata corrispondeva al drastico ridimensionamento dei sogni di espansione nazionalistica ed imperiale dell'Italia nell'area adriatica. Il patto segreto di Londra prevedeva la promessa che l'Italia avrebbe ottenuto: il Trentino ed il Brennero; Trieste, Gorizia, Gradisca, l'Istria sino al Quarnaro, le isole di Cherso, Lussino ed altre minori, la Dalmazia e le isole al nord della regione, l'isola di Saseno e la sovranità su Valona, la zona di Adalia in Asia minore, una parte dei territori coloniali tedeschi ed il protettorato sull'Albania. Al termine del negoziato condotto a Parigi con molta fierezza e scarsa abilità, l'Italia si ritrovava senza ex colonie tedesche, senza territori in Turchia (la rivolta kernalista aveva conservato saldamente il cuore della madrepatria turca), una situazione incerta in Albania, l'acquisto del Trentino, dell'Alto?Adige fino al Brennero, di Trieste, dell'Istria e della Carmola occidentale, di parte della Carinzia e di Gorizia. Una parte non secondaria nel mortificare le nostre ambizioni l'avevano giocata gli Stati Uniti, la nuova potenza che si affacciava in Europa. Grazie all'idealismo del presidente Wilson, l'America aveva rigettato il vecchio e consolidato principio delle spartizioni per sfere d'influenza a favore del principio dell'autodeterminazione nazionale. Nel caso specifico la città di Fiume aveva affermato attraverso il suo consiglio municipale l'intenzione di essere annessa all'Italia, e Roma, pur essendo in aperta contraddizione tra l'espansione in Adriatico e l'autodeterminazione della città, ne aveva fatto un punto d'onore, sul quale non appariva disposta a cedere. Il poeta Gabriele D'Annunzio, che già si era creato una grande fama di combattente con audaci e ben pubblicizzate imprese di guerra, interpretò e coagulò l'opinione di ampi strati di nazionalisti ed ex combattenti su questa scottante questione. Il 12 settembre 1919 D'Annunzio, partendo dal paesino di Ronchi (ribattezzato Ronchi dei Legionari), effettuò un colpo di mano occupando con i suoi legionari la città contesa e creando un caso nazionale ed internazionale di grande risonanza. Psicologicamente un impatto devastante ebbero le prime grandi lotte contadine ed operaie per la rivendicazione di diritti salariali e sociali troppo a lungo rinviati. LO SPETTRO DELLA RIVOLUZIONE. L'esempio della rivoluzione bolscevica aveva influenzato a macchia d'olio i Paesi degli ex imperi centrali. In Austria era stata proclamata la repubblica; in Ungheria era salito violentemente al potere il regime comunista di Bela Kun ed in Germania Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg avevano lanciato la rivolta spartachista ed anche nella conservatrice Baviera era sorto un movimento di tipo sovietico. Poco importava che questi tentativi fossero stati rapidamente stroncati nel sangue, in Italia i socialisti parlavano di rivoluzione, anche se poi concretamente non la volevano né la potevano fare. In molte fabbriche, gli operai assunsero la direzione della produzione. Per opera di energici socialisti come Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti ed Umberto Terracini furono creati veri e propri consigli di fabbrica. Solo l'abile mediazione di Giolitti disinnescò un confronto estremamente pericoloso. La borghesia reagì costituendo le sue strutture paramilitari controrivoluzionarie. Mussolini, ormai uscito da tempo dal partito socialista, fondò il 21 marzo 1919 i fasci di combattimento. Nacquero le prime squadre d'azione e con esse il fenomeno dello squadrismo. All'inizio una violenza spicciola: l'olio di ricino, le bastonature. Ben presto si passò agli attacchi e alle manganellature sistematiche agli assalti di sedi politiche e di giornali, ai veri e propri scontri a fuoco agli assassinii politici. E le autorità? Reagirono blandamente, con molte esitazioni, quando non in aperta connivenza attiva o passiva. Per la legge, innanzi tutto A Fiume si viveva l'atmosfera eccitante ed esaltata delle grandi avventure. L'occupazione si era compiuta senza colpo ferire: dopo che era corsa l'ipotesi di una repubblica del Quarnaro, fu istituita una reggenza. L'ultimo reparto di carabinieri, che rappresentava la legalità nazionale ed internazionale, fu ritirato tra salve di moschetteria. Fedeli a una patria e a una legge non degnamente rappresentate, i carabinieri resteranno al loro posto anche quando le orde fasciste prenderanno il potere. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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L'avvento del fascismoPremessa Il 1920 sembrò presentarsi come un anno di stabilizzazione nell'agitata scena politica italiana. Un anno prima le elezioni politiche avevano premiato forze democratiche sia pure molto differenti come i socialisti (156 seggi) e i popolari di matrice cattolica (100 seggi), lasciando invece a secco senza neanche un deputato i fascisti. E’ vero che il governo Nitti era stato affondato dalle opposizioni di destra e sinistra quando il presidente del consiglio aveva tentato di far passare un aumento del prezzo politico del pane, allo scopo di alleviare il disavanzo del bilancio statale. D'altro canto proprio nel giugno 1920 tornò alla ribalta, dopo una lunga assenza protrattasi per tutta la durata della guerra, la figura di quello sperimentato statista che era Giovanni Giolitti. Quei matti volanti Il vecchio Stato liberale si dissolve, il massimalismo socialista spaventa le classi borghesi e i fascisti non faticano molto a impadronirsi completamente della situazione Giolitti non perde tempo. L'occupazione delle fabbriche, se non tenuta sotto controllo, rappresenta un pericolo politico e sociale, ma al tempo stesso sarebbe un errore cedere alle isteriche sollecitazioni padronali per l'impiego del pugno di ferro. Come già prima della guerra, Giolitti si rifiuta di cadere nella trappola di assumere il ruolo di braccio violento dell'ordine e della legge in una disputa politicamente ambigua. Preferisce lasciare esaurire il movimento di occupazione delle fabbriche nel fallimento della loro autogestione e proporsi al momento opportuno come mediatore. E’ un successo, ma che lascia nell'animo della borghesia l'impressione che sia meglio provvedere con i propri mezzi al presunto pericolo di una bolscevizzazione dell'Italia. Peggio ancora, Giolitti pone sbrigativamente fine all'avventura fiumana del “divino vate", Gabriele D'Annunzio. Il generale Caviglia riceve l'ordine di sgombrare Fiume e la squadra navale inviata in appoggio spara un paio di cannonate intimidatorie, che sgonfiano subito l'arroganza degli arditi. Il ritiro dalla sterile occupazione dell'Albania e la sigla del trattato di Rapallo per la sistemazione delle frontiere italiane, segnano il completamento di una politica di revisione postbellica delle frontiere condotta facificamente. La Confindustria e la Confagricoltura, fondate proprio in quell'anno, sono il segno concreto che industriali ed agrari sono pronti a superare interessi particolari per organizzare la difesa dei loro interessi corporativi. Sottobanco continua l'afflusso di fondi e donazioni per le squadre fasciste e per piccole milizie personali, pagate per frenare l'attività politica e sociale della sinistra. Giolitti non accetta di operare distinzioni fra le violenze socialiste e quelle squadriste: le interpreta come una contrapposizione e pensa che finiranno per elidersi a vicenda. La maggioranza su cui si regge il governo Giolitti è assai fragile e per di più le due grandi forze politiche dei socialisti e dei cattolici sono ostili al governo e non si lasciano integrare nel sistema di potere liberale tradizionale. Lo statista applica allora una mossa elettorale tipica. Convoca le elezioni anticipate nel maggio 1921 e crea blocchi nazionali in cui oltre ai suoi seguaci include i nazionalisti ed i fascisti. Per la prima volta i fascisti ottengono una qualche vernice di rispettabilità E LO STATO STA A QUARDARE. Il risultato della consultazione elettorale è deludente. I socialisti perdono una trentina di seggi, i cattolici (rappresentati nel partito popolare) ne guadagnano sette, il blocco nazionale guadagna la maggioranza, ma ad un prezzo pesante.
L'Arma, durante il triennio 1919-1922, viene impiegata in 233 speciali operazioni di servizio (sommosse, scioperi, attentati, scontri, eccetera), perdendo 43 militi e contando 474 feriti. Per atti di valore individuale vengono concesse due medaglie d'oro, 55 d'argento, 62 di bronzo e centinaia di encomi solenni. Nel breve periodo fra l'aprile 1919 e il marzo 1920 l'Avanti! conta 145 morti e 444 feriti gravi fra i manifestanti: a questo bilancio si sommeranno altri 175 morti e 600 feriti nei sei mesi immediatamente successivi. L’ARMA FRA DUE FUOCHI.
In questa difficile situazione i Carabinieri non nascondono il loro
risentimento contro le aggressioni morali e fisiche degli agitatori, ma
mantengono saldo il senso dello Stato. In questa forza mobile d'urto e di pronto intervento sono raggruppati 12.282 uomini, inclusi 247 ufficiali. I battaglioni (della consistenza di 758-780 uomini) vengono distribuiti così nelle grandi città: Torino (2), Alessandria (1), Genova (1), Milano (2), Verona (1), Firenze (1), Bologna (1), Ancona (1), Roma (3), Napoli (2), Bari (1), Palermo (1) e Catania (1). Nonostante l'addestramento e l'armamento adeguato, i Carabinieri molto spesso devono fare appello alle loro doti individuali ed al loro spirito di corpo per rispondere anche alle situazioni più imprevedibili. Il 4 giugno 1920 un gruppo di 60 facinorosi tenta un colpo di mano contro i forti e l'arsenale di La Spezia. La grande quantità di armi custodita rende la zona un bersaglio interessante per chiunque voglia fomentare i disordini. In silenzio e con la precisione di un buon reparto paramilitare, i 60 piombano sul corpo di guardia N della polveriera di Villagrande. Le armi delle nove guardie passano di mano. Poco dopo viene neutralizzato il corpo di guardia G e la via è libera verso il recinto dei depositi con le sue tonnellate di armi e munizioni. UNA MEDAGLIA D'ORO. Un giovane carabiniere emiliano, Leone Carmana, riesce invece a non perdere la testa. Fa sbarrare la porta d'accesso e si apposta con il suo fedele moschetto. Non c'è tempo per i consueti rituali ("Alto là, chi va là, fermo o sparo"): Carmana spiana con calma l'arma come se fosse al poligono ed infila una cartuccia dietro l'altra. A nulla vale il rabbioso fuoco degli assalitori, nemmeno una ferita al piede arresta il milite finché i rinforzi non chiudono la partita. Per questa impresa a Leone Carmana verrà attribuita una meritata medaglia d'oro. Meno fortunato di Carmana è il vicebrigadie0re Giuseppe Ugolini, medaglia d'oro alla memoria. Mentre è in trasferimento a Milano su una carrozza chiusa, incappa in una banda di teppisti. Il giorno prima nei pressi di Corso Buenos Aires duecento delinquenti hanno saccheggialo negozi, hanno lanciato sassi e hanno esploso alcuni colpi di rivoltella. Solo un conflitto a fuoco con le guardie regie li ha dispersi. Il 24 giugno 1920 la storia ricomincia e non si vede ombra di poliziotto. Tutte le vetture a cavalli e le automobili di passaggio vengono fermate e distrutte e i passeggeri vengono brutalmente malmenati. Sfortunatamente anche il vicebrigadiere Ugolini viene bloccato. Ligio ai principi inculcatigli, cerca di calmare gli esaltati, spiegando con tranquillità che lui è li di passaggio e che non è in servizio. Per un lungo attimo la folla si calma e accenna a lasciar passare la carrozza senza creare problemi, ma all'improvviso si leva una voce che grida: "Ha le armi, Ha le armi!". Qualcuno vibra una pugnalata al brigadiere, altri lo trascinano fuori dalla carrozza. Ugolini si difende disperatamente col moschetto, ma la folla lo lincia. Dopo un'ora di ricovero all'ospedale militare per quel povero corpo straziato non c'è più niente da fare.
Dalla Marcia su Roma alla "Normalizzazione" Anche nei momenti più difficili, nei quali la coscienza politica della nazione può appannarsi, non mancano esempi di persone che restano al loro posto e mantengono saldi i nervi e i valori fondamentali del dovere civico e democratico. I Carabinieri esprimono queste virtù. La Toscana, terra di intense passioni politiche, anche in questo periodo si distingue sia per la forte militanza socialista, sia per lo slancio con il quale tanti giovani aderiscono al nuovo credo totalitario. I fascisti toscani hanno fama di arrabbiati e spesso, seguendo i ras locali, agiscono d'impulso infischiandosene di ogni coordinamento nazionale. La mattina del 28 ottobre il colpo di scena. Vittorio Emanuele si rifiuta di firmare lo stato d'assedio, perché teme una possibile guerra civile e (forse) perché è suggestionato dalle tentazioni filofasciste di una parte della sua famiglia guidata dalla reazionaria regina madre Margherita, che parteggia per il fascismo. Il colpo di Stato mussoliniano è da manuale: infiltrazione graduale di apparati statali con simpatizzanti; creazione di un movimento politico; riuscita dimostrazione di forza; progressiva e rapida occupazione dello Stato. Nessuno spargimento di sangue, paralisi della classe dirigente, neutralità dei reparti non amici, cattura dell'opinione pubblica. Nei mesi seguenti viene operata la fascistizzazione della vita pubblica e privata dell'Italia in un crescendo di leggi liberticide e sempre più invadenti. UNA CONCORRENZA SERRATA. i primi a sentire il cambiamento dei tempi sono proprio i Carabinieri. Da buon dittatore Mussolini ha un occhio di riguardo per i corpi preposti alla sicurezza pubblica. E ne apprezza l'efficienza. Il suo pensiero si esprime così: "Signori, è tempo di dire che le forze di polizia vanno non soltanto rispettate, ma onorate. Signori: è tempo di dire che l'uomo, prima di sentire il bisogno della cultura, ha sentito il bisogno dell'ordine. In un certo senso si può dire che il poliziotto ha preceduto nella storia il professore, perché se non c'è un braccio armato di salutari manette le leggi restano lettera morta e vile". Fin qui le dichiarazioni ad effetto per le folle, poi c'è la Realpolitik. In un primo tempo Mussolini sente l'esigenza di accentrare tutto sotto il suo controllo, perché il suo potere è fresco e tutto da consolidare. Tuttavia Mussolini pur sapendo che i CC RR conservano la loro coesione riferita alle istituzioni e non al fascismo, non manca di trattare con i guanti gialli un'istituzione così importante. Sotto il profilo pratico viene creata organicamente la specialità dei Carabinieri della montagna con corsi regolari di sci e roccia e viene avviato un imponente programma di motorizzazione, che manda in pensione un buon numero di oneste e vetuste carrette a cavalli. La celebre banda dei Carabinieri, di cui abbiamo parlato la scorsa puntata, cresciuta per merito degli sforzi dei suoi direttori, viene valorizzata sfruttandone l'immagine. Né è un caso che l'idea di istituire il celebre carosello storico venga vigorosamente sostenuta nel 1933, anno in cui viene anche inaugurato il monumento al Carabiniere a Torino. LA RICONOSCIENZA NAZIONALE. Ormai il regime, a undici anni dalla presa dei potere, è in grado di svolgere un'intensa opera propagandistica incentrata anche sui valori del militarismo inteso come esaltazione di un'Italia non più pacioccona e spaghettara, ma romanamente orgogliosa della sua fierezza e disciplina. Una tendenza propagandistica appropriata visto che risponde a un bisogno di sicurezza nei valori di una gerarchia rassicurante accoppiato all'esigenza di godere di rispetto a livello internazionale. Molti italiani credono profondamente a queste esigenze e sono ancora più pronti a stringersi intorno ai Carabinieri, istintivamente ritenuti come un valore nazionale a se stante. LA LOTTA ALLA MAFIA. Si narra che il duce nel maggio del 1924, durante un suo viaggio in Sicilia, arrivato con una robusta scorta a Piana dei Greci, fosse così accolto da Francesco Cuccia, il sindaco del paese: "Vossia non doveva disturbarsi con tutti questi poliziotti. Qui siete sotto la mia protezione". Mussolini rispose da politico sorridendo. Ma era impossibile pensare che un dittatore, attento anche a particolari di immagine come la standardizzazione dei cartelli stradali, potesse digerire un affronto del genere, nemmeno tanto velato. Rientrato a Roma, Mussolini si fece indicare le persone con le carte in regola per risolvere il problema: il prefetto Cesare Mori ed il giudice Giampietro. Ebbe inizio così una campagna memorabile di lotta alla mafia, ricordata recentemente, a proposito ed a sproposito, durante la recente operazione Vespri Siciliani (estate 1992) che ha visto un massiccio impiego di coscritti per il controllo del territorio Mori, con i poteri formali di superprefetto e una sostanziale autonomia completa di intervento, si rese immediatamente conto arrivando in Sicilia (nel 1924) di quanto l'autorità dello Stato fosse una ridicola finzione. I sindaci erano mafiosi o collusi, le autorità locali preferivano la politica del "vivi e lascia vivere", i latitanti latitavano da decenni, le estorsioni erano un fenomeno quotidiano e le intimidazioni di ogni genere scandivano i mesi dell'anno. Mori aveva dalla sua il vantaggio di non essere impastoiato dalle mille precauzioni apparenti e sostanziali che uno Stato di diritto impone. Dopo due anni di ambientamento, la mano pesante di Mori si abbatté sul territorio di Gangi. I Carabinieri furono in prima fila insieme ai loro colleghi di PS nei rastrellamenti di massa che coinvolsero interi villaggi. A Gangi furono catturati dieci latitanti, tra cui il capobanda Ferrarello raggiunto da 52 mandati di cattura durante una latitanza di 33 anni. Nella zona delle Madonie furono distrutte tre bande e furono arrestati 130 latitanti. Le manette scattarono anche ai polsi di diversi sindaci eccellenti, tra cui quello famoso di Piana dei Greci e quello di Santa Cristina Gela. Anche qualche mafioso in camicia nera scoprì che la tessera fascista non era sufficiente a salvarlo da un fascistissimo superprefetto. I rapporti di Mori erano autentici bollettini di guerra, perché a quel punto lo stato fascista si era tolto i guanti ed era deciso a far valere la sua forza. I processi comminarono secoli di carcere e confino coatto, la ragnatela mafiosa venne strappata con metodi brutali ma oltremodo efficaci. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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