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Carabinieri 10 |
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Nascono i CorazzieriPremessa L’immagine consegnata alla memoria dei più giovani e dei meno giovani è quella del carabiniere motociclista a cavallo del suo Guzzi Falcone con il suo inconfondibile volano esterno da affettatrice, poi coperto da un piastrone. Successivamente arrivano le grosse bicilindriche a V frontale e trasmissione ad albero cardanico. proprio come le automobili. Tutte, comunque, moto serissime dal manubrio basso e discreto di tipo turistico, cioè esattamente quel che ci si attende di trovare. Invece pochi sanno (e, meno che mai, immaginano) che la moto degli ufficialissimi Corazzieri, corpo scelto dei Carabinieri, sia una Guzzi California, una motociclettona di tipo "americano" con uno sfiziosissimo manubrio a corna di bue e delle vere e proprie predelle che fanno tanto Harley Davidson. Perché questa moto, che ricorda piuttosto galoppate di motociclisti liberi, selvaggi, magari non troppo rispettosi dell'ordine costituito? Probabilmente perché unisce le doti di imponenza e comodità e permette di stare ben dritti in sella come a cavallo. Tutti gli uomini del Presidente Corazza e coda di cavallo, l'alta statura. i Corazzieri sono il simbolo della Repubblica, come lo erano in precedenza della Monarchia La storia delle guardie del corpo dei sovrani sabaudi comincia addirittura nel tardo '300. All'epoca del Conte Rosso esisteva una guardia di arcieri, tutti fedelissimi sudditi della natia Savoia, che aveva il compito di sorvegliare il loro sovrano vestito di rosso all'interno ed all'esterno del palazzo. Un paio di secoli più tardi il Duca Emanuele Filiberto riorganizza il suo apparato militare e crea una compagnia di arcieri a cavallo con cinquanta gentiluomini savoiardi. Denominata Guardia d'Onore, essa è la sua scorta personale e si batterà con onore alla celebre battaglia di San Quintino (10 agosto 1557). Tre anni dopo viene aggiunta alla guardia una compagnia di archibugieri a cavallo, che si distingue nella guerra religiosa contro i valdesi. Nel 1567 Emanuele Filiberto costituisce una Compagnia di Gentiluomini d'Arme della casa di SA, la cui divisa è un'armatura dorata con casacca di velluto nero e passamanerie d'oro e di seta, soppressa nel 1579. In quell'anno i servizi di guardia vengono radicalmente riorganizzati con una più precisa divisione dei compiti.
Gli arcieri fornivano il servizio d'onore e la scorta a sovrani e principi in pace e in guerra. Gli archibugieri montavano di guardia all'interno del palazzo, mentre la nuova compagnia di svizzeri cattolici vigilava all'esterno. Questo ordinamento rimase sostanzialmente immutato per alcuni secoli, e si rivelò essenziale non soltanto per ragioni di cerimoniale. Saranno proprio gli arcieri nell'assedio di Mons (ottobre 1590) a salvare dalla prigionia Carlo Emanuele I. Lo stesso duca nel 1607 modificò la denominazione degli arcieri in Compagnia Gentiluomini Arcieri, potenziando i suoi reparti Personali cori una Compagnia Corazze del Duca. Nel 1624 costituì una Compagnia di Archibugieri di Madama Serenissima, in onore di Maria Cristina, moglie dell'erede al trono il quale, assunto il nome di Vittorio Amedeo I, rinforzò i reparti reali e cambiò nuovamente il nome della Compagnia Archibugieri di Madama Serenissima in Compagnia Corazze di Madama Reale. A loro volta le Corazze del Duca vennero sostituite da una Compagnia Corazze di SA. L'idea dei Corazzieri nasce nell'aprile 1842 con un torneo in onore delle nozze del principe ereditario Vittorio Emanuele duca di Savoia, con l'arciduchessa Maria Adelaide di Lorena. In quella occasione si forma uno speciale squadrone di carabinieri a cavallo, che riceve un'uniforme particolare: un elmo con pennacchio e coda di cavallo guarnito di ciniglia azzurra (rossa per i trombettieri) e una corazza brunita su cui campeggia l'argentea croce dei Savoia. Il rispetto delle tradizioni è alla base di questa scelta. I corazzieri nel '600 sono gli eredi diretti dei cavalieri medievali, protetti da una corazza più o meno integrale. Abbandonata la ricerca di una corazza ragionevolmente leggera e capace di resistere ad un colpo di archibugio, uno dei corpi della cavalleria pesante continua a mantenere corazza ed elmo. Il regio decreto del 7 gennaio 1870 sancisce la definitiva affermazione dei Carabinieri Reali nel loro ruolo di custodi della persona dei reali: le Guardie Reali del Palazzo sono soppresse e le funzioni passano ai Carabinieri Guardie del Re. Un nome che varierà solo nel 1946 con l'avvento della Repubblica. Proteggete il Re! Essi seguiranno la famiglia
reale nel trasferimento della capitale a Roma nel 1871 e verranno
assunti in forza dalla neocostituita legione di Roma. E’ in quest'anno
che la stella a cinque punte dell'Italia, il famoso “stellone"
ancora oggi invocato a favorire la buona sorte nazionale, compare
inserita negli alamari dei Carabinieri. E’ un'innovazione che vuole
sottolineare la nascita di una nuova nazione e che riguarda tutte le
forze armate. Da allora le stellette non abbandoneranno più le uniformi
e nel 1907 diventeranno l'esclusiva degli uomini votati alla carriera o
al servizio militare.
Per la morte del papa e tutto il successivo conclave si temono manifestazioni anticlericali (che, per fortuna, non si verificano): nel fitto servizio d'ordine sono mobilitati anche i corazzieri. Qualche settimana prima (19 gennaio) si era cercato invece di scoraggiare con un analogo dispositivo possibili disordini di fautori papalini per il giuramento del nuovo sovrano Umberto I. A quei tempi Roma, e soprattutto la sua aristocrazia, era profondamente divisa in bianchi e neri. La nobiltà bianca era fedele al nuovo corso, mentre quella nera, che pure non aveva difeso con particolare ardore il papa, assumeva atteggiamenti di distacco, mostrando in ogni modo possibile il proprio dissenso. Così, per esempio le carrozze della nobiltà nera sfilavano lungo il Corso solo nei mesi estivi, quando i bianchi erano in villeggiatura. Proprio a Napoli mentre la carrozza dei sovrani percorreva la strada dalla ferrovia al palazzo reale, accadde l'imprevisto. Per quanto fosse naturale che il re venisse scortato, l'eventualità di un attentato non veniva troppo presa in considerazione: le carrozze erano scoperte e le precauzioni prese in difesa dei reali erano più formali che sostanziali. Sfruttando questi fattori un cuoco ventiseienne, Giovanni Passanante, si avvicinò alla carrozza, nascondendo un pugnale sotto un panno rosso. I corazzieri che trottavano in ordine aperto, lo notarono, ma senza badarvi eccessivamente. Passanante si slanciò sul predellino e vibrò una prima coltellata: Umberto I fu sfiorato a un braccio, ma con il fodero della sciabola riuscì a scansare l'attentatore. Un secondo fendente dell'accoltellatore colpì alla coscia Cairoli. In un attimo il capitano dei corazzieri De Giovannini piombò sull'aggressore e altri carabinieri riuscirono a immobilizzarlo. Il re, fatto ricoverare d'urgenza Cairoli, non interruppe il protocollo. Per due volte nella sala del trono il sovrano ringraziò personalmente il capitano, che riceverà dalla città di Napoli una spada d'onore ed una medaglia d'argento al valor militare. Quando Chiaffredo Bergia nasce a Paesana (il 1° gennaio del 1840), nella provincia di Cuneo, il suo destino sembra piuttosto prevedibile. I suoi genitori sono contadini e si spaccano la schiena per mantenere i sei figli. I figli crescono in un ambiente di stenti ordinari: pasti conquistati, misurati, abiti tenacemente sfruttati fino all'ultimo, niente istruzione a parte un po' di catechismo, svaghi inesistenti. L'unica speranza per il quindicenne Chiaffredo è legata all'emigrazione e cosi, lui ed il fratello Giacomo partono verso la terra promessa di Francia. Trovano un lavoro come pastori ad Embrun. Una notte il giovane Chiaffredo ascolta attraverso il pavimento un colloquio inquietante che si svolge nella stanza di sotto fra due sconosciuti che parlano italiano e sono un evaso dal carcere di Gaeta, condannato a morte, ed un ex-colonnello della gendarmeria napoletana. Il ragazzo è ignorante, ma è dotato di un grande senso civico. La mattina seguente informa i gendarmi e qualche giorno dopo depone a Tolone come testimone. Firma la deposizione con una croce e giura a se stesso che imparerà presto a leggere e a scrivere. Il suo tentativo di far fortuna si snoda tra mille mestieri da Hyeres a Marsiglia, a Lione. A 18 anni è testimone di un'aggressione notturna. La reazione è istintiva: si butta all'inseguimento del delinquente, che non esita a sparargli alla testa. Nonostante la palla gli abbia forato il cappello, Chiaffredo gli arriva addosso, lo riempie di pugni e lo consegna alla polizia. La chiamata alla leva nel dicembre 1860 lo fa ritornare in patria e lì, grazie all'istruzione che è riuscito a darsi può scegliere di arruolarsi nei Carabinieri. Un anno dopo viene assegnato alla stazione di Scanno, appartenente alla legione di Chieti, un brutto posto di briganti nel pieno della guerra. Il primo incontro con il nemico è datato 19 agosto 1862. Un rapido scambio di fucilate dove si segnala per il suo coraggio. Pochi giorni dopo tutte le unità della zona sono mobilitate per dare la caccia ad una banda forte di 25 briganti locali e 50 avventurieri spagnoli. Bastano tre giorni di ricerche per sorprendere i banditi in una festa campestre. Tre briganti morti, cinque feriti ed il resto volto in fuga precipitosa. Per il carabiniere Bergia arrivano due menzioni onorevoli. Sempre nelle campagne intorno a Scanno, Bergia, insieme con i suoi commilitoni Grin e Pompili, si imbatte in nove briganti ben armati che stanno trascinando via due malcapitate guardie nazionali. E’ la temuta banda Tamburrino. I tre carabinieri non esitano ad aprire il fuoco. Grin cade ferito, ma Bergia riesce a coprire la ritirata fino alla caserma. E’ la prima medaglia d'argento al valor militare, seguita tre anni dopo dalla promozione a vicebrigadiere. Stavolta è lui al comando di una stazione, quella di Campotosto. L'IMPLACABILE VICEBRIGADIERE. E’ una lunga giornata di perlustrazione come le altre, il vicebrigadiere con due militi sta rientrando alla stazione quando decide di fermarsi in una casa di contadini poco distante dal villaggio di Marciano. Durante la breve sosta, Bergia si affaccia per caso alla porta e intravede un uomo che cerca di dileguarsi. Insospettito, cerca di seguirlo, ma l'individuo si mette a correre. Bergia lo ha già riconosciuto: è Andrea Andreani, un ricercato per omicidio. Nonostante la fuga di Andreani, in pochi balzi il sottufficiale lo afferra, ma l'uomo riesce a divincolarsi. Bergia lo riagguanta, ma l'altro riesce ancora a liberarsi ed a strappargli il revolver, rifugiandosi nella boscaglia. Punto sull'onore e per nulla scoraggiato, il carabiniere non molla la preda e alla fine lo serra in un corpo a corpo. Andreani riesce ad atterrare Bergia ed è pronto a sparargli a bruciapelo quando si abbatte al suolo, colpito da una sassata di Bergia. Per lui è la quinta menzione onorevole. APPUNTAMENTO CON IL DESTINO. Il nucleo storico della banda è completato dalla diciottenne Filomena Soprano, amante di D'Alena, dal fratello di Pomponio, Michelangiolo, e da Bernardino Di Nardo. L'ennesimo rapimento a scopo di estorsione ai danni del ricco possidente Gaetano Franceschelli rappresenta il loro drammatico appuntamento con il destino. Il riscatto richiesto alla famiglia è di 60mila lire, una cifra cospicua a quei tempi.
La testa di ponte in Africa La politica estera dell'Italia, ormai smaniosa di essere trattata da grande potenza, aveva intanto compiuto due mosse di grande importanza (anche se piuttosto discutibili) sullo scenario internazionale. La prima fu l'adesione alla Triplice Alleanza (1882), frutto della scelta bismarckiana di rinsaldare i vincoli con l'Austria in modo da offrire alla sconfitta monarchia danubiana uno sfogo nei Balcani e del desiderio della monarchia italiana di veder riparate le frustrazioni subite nel congresso di Berlino (1878). Se gli italiani non capirono che la reale portata di quel congresso per loro risiedeva nel semplice fatto di essere per la prima volta riconosciuti formalmente come grande potenza, la colpa fu solo dei governi dell'epoca. La delusione fu aggravata dalla masochista direttiva diplomatica delle "mani nette". L'allora presidente del consiglio, Benedetto Cairoli, scelse di non sporcarsi nemmeno le mani per una qualche vaga e segreta trattativa sul Trentino. Erano comportamenti nobili, ma del tutto privi di senso politico. NUDI ALLA META. Il 22 dicembre il Ministero della Guerra trasmise al ricostituito Comando Generale dell'Arma la richiesta del Ministero degli Esteri di selezionare i carabinieri per creare la prima stazione oltremare. Occorrevano quattro militi compreso un sottufficiale, tutti dell'Arma a cavallo volontari. Almeno uno di essi doveva essere ammogliato. Le carte non spiegano i motivi di alcune stranezze burocratiche nel profilo dei possibili candidati, ma rivelano che l'Arma fece notare che il requisito dell'ammogliato era davvero difficile da soddisfare per le regole che ancora scoraggiavano per quanto possibile il matrimonio. Questa condizione venne saggiamente lasciata cadere. ED ECCO GLI ZAPTIE’. A Massaua esisteva la polizia locale dei bashi?buzuk e sulla base di essi vennero formate, sotto il comando dei Carabinieri Reali, le prime unità dei celebri zaptié. Tuttavia la situazione non era affatto tranquilla come si sperava dopo la facile vittoria di Massaua. Il negus d'Etiopia era estremamente diffidente (e con ragione) riguardo alle intenzioni italiane. Il suo governatore di Asmara, ras Alula, ingiunse lo sgombero dei villaggi di Saati e Ua'-a (14 gennaio 1887) e, alla risposta negativa degli italiani, attaccò senza successo (25 gennaio) il fortino di Saati. Sembrava che avessero ragione i politici in patria quando affermavano che si trattava di pochi ladroni facili da sbaragliare. Nel novembre 1887 sbarcarono in Eritrea 13mila soldati agli ordini del generale Asinari di San Marzano e la fortuna arrise sia alle armi che alla diplomazia segrete italiane. L'espansione territoriale procedette senza troppi problemi e soprattutto il pretendente al trono sostenuto dagli italiani, ras Menelik, riuscì a insediarsi ad Addis Abeba dopo la morte di Giovanni Il, ucciso dai dervisci. Il trattato di Uccialli (2 febbraio 1889) riconobbe da parte dell'impero etiopico la nuova colonia Eritrea.
I carabinieri e gli zaptié saranno in prima linea nelle violente battaglie della guerra d'Etiopia. Altri loro colleghi pochi mesi dopo calpesteranno le polverose strade dell'isola di Creta, altri ancora nella madrepatria continueranno la lotta contro nuovi fenomeni di banditismo. AduaPremessa Il viaggiatore e l'indaffarato romano che oggi passano vicino all'austero obelisco di Axum forse ricordano appenale discussioni di qualche anno fa riguardo all'opportunità di restituire il monumento originale all'Etiopia, in segno di definitiva riparazione e riconciliazione con il passato coloniale. La fine della feroce guerra civile che ha scosso Addis Abeba ha rinviato ancora per un po' questo progetto. Chi poi soffermasse il suo pensiero sulla contiguità fra la FAO, l'agenzia dell'ONU che tanta parte nel secondo dopoguerra ha avuto nell'assistenza al Terzo Mondo, e quell'obelisco, potrebbe riflettere amaramente sui costi e sulle tragedie provocati da nuovi e vecchi colonialismi, dalla cattiva coscienza degli aiuti umanitari e dalla rapacità di troppi governanti e clan africani. Pochi però potrebbero ricordare le emozioni che un nome cupo e squillante, Adua, ha suscitato in Italia ed in Etiopia per oltre quarant'anni dalla fine del diciannovesimo secolo alla vigilia della seconda guerra mondiale. La catastrofe di adua La guerra coloniale si concluse nel marzo 1896 con una sconfitta subita a causa di errori politici e militari. E i carabinieri, anche allora pagarono un duro tributo di sangue Dopo la firma dell'ambiguo trattato di Uccialli
(2 febbraio 1889), la politica coloniale italiana prosegue in un
crescendo di aggressività in Etiopia e di intrighi a Roma. L'ambizioso
presidente del Consiglio, Francesco Crispi, era riuscito a concentrare
nelle sue mani un enorme potere, grazie anche alle divisioni che
attraversavano l'opposizione parlamentare; nelle colonie operavano
generali altrettanto ambiziosi, che erano pronti a tutto pur di
affermarsi.
Anche i carabinieri con i loro zaptié si distinguono in combattimento soprattutto perché riescono a comandare con successo una compagnia mobile indigena fino ad allora non avvezza al fuoco. La medaglia d'argento decora il capitano Federico Craveri ed il sottotenente Felice Wuillermoz. Medaglia di bronzo al carabiniere Gaetano Cangianelli aver guidato la difesa di una colonna di salmerie. Craveri, fino ad allora soprattutto un abile ufficiale nel servizio informazioni militari, tornerà alla ribalta in altre occasioni. Dal punto di vista politico l'occupazione del Tigre risolve un grande problema per il negus Menelik. Se prima i ras tigrini erano dei vassalli riottosi, inclini a cercare l'aiuto italiano per sottrarsi al suo dominio, ora sono pronti ad unire le forze contro il comune nemico. IL MAGLIO DI MENELIK. Il negus Menelik, dopo aver osservato con crescente timore le manovre italiane ai confini del suo impero, decide di rompere gli indugi e, alla fine del 1895, denuncia il trattato di Uccialli. Lui alla guerra si è preparato con cura: conosce bene i limiti delle sue truppe, ha studiato a fondo gli italiani, si è rifornito di armi moderne (anche italiane), ha radunato circa 100mila combattenti che includono le bellicose tribù scioane e tigrine. Le difese italiane sono frazionate in una serie di capisaldi (Amba Alagi, Macallè e Adigrat), la cui unica protezione è rappresentata dalla forte posizione naturale e dall'esistenza di un corpo mobile di 20mila soldati. Il rullo compressore abissino si divide in due colonne: 30mila uomini sono al comando del valoroso governatore dell'Harrar ras Maconnen ed altri 80mila sono schierati sotto la guida di Menelik in persona. Anche in questo difficile momento i carabinieri danno il loro contributo. Durante l'assedio, il carabiniere Eugenio Bianchi, un giovanottone con i baffi alla Clark Gable, si accorge che un prezioso cannoncino da montagna è franato dagli spalti. Per gli stremati difensori del fortino sarebbe una crudele ironia ed un pericolo in più perdere un pezzo e magari vederselo puntare contro. Senza pensarci su, esce fuori mentre la fucileria infuria e la mitraglia spazza la zona.
La schiena si piega sotto il peso spaventoso di quasi un centinaio di chili mentre il sudore scorre sulla divisa, ma passo dopo passo il carabiniere percorre lo spazio che lo separa dal forte. Con le sue mani rimette il pezzo in batteria, protetto da quella fortuna che talvolta aiuta gli audaci. Insieme a lui riceveranno la medaglia d'argento altri due colleghi, che hanno assolto con coraggio al loro servizio di portaordini oltre le linee degli assedianti. L’ORA DELLA DISFATTA. Per circa un mese, come spesso capita nelle guerre, non succede gran che. Gli italiani si riorganizzano dopo due scacchi, mentre Menelik si dedica alla più prosaica occupazione di trovare vettovaglie per la sua armata di 100mila uomini nell'aspra regione del Tigre. A Roma Crispi nella sua poltrona di cuoio ministeriale sente che le cose si mettono davvero male per la sua carriera. Invia a Baratieri uno sprezzante telegramma, "Non è una guerra, codesta è una tisi militare", e si prepara a silurarlo, sperando che il generale Baldissera sia più dinamico. Il contraccolpo è immediatamente accusato da Baratieri, anche lui deciso a restare in sella. Un consiglio di guerra con i suoi generali di brigata è inconcludente, nessuno se la sente di dire la sgradevole verità, e cioè che sarebbe meglio battere ordinatamente in ritirata. Così senza adeguate informazioni, senza carte, senza buoni collegamenti e senza una convinta azione di comando, Baratieri con 20mila soldati avanza contro circa 80mila abissini attestati ad Adua (1° marzo 1896) E’ l'attacco di un cieco, semiparalitico e incerto contro un combattente riposato e già vittorioso. Anche i carabinieri pagano un pesante tributo di sangue: 20 militi uccisi insieme con 42 zaptié della compagnia Carabinieri d'Africa. Tre sono le medaglie d'argento alla memoria ed una di bronzo che ricordano il sacrificio di un capitano, un tenente e due vicebrigadieri. Al dolore per i morti si aggiunge la beffa per i prigionieri di Menelik quando Crispi e la regina Margherita si rifiutano di contribuire a una colletta per pagare il riscatto, dicendo che un Paese virile deve liberare i suoi prigionieri soltanto con la forza e non con il denaro. Per fortuna il Paese reagisce con maggiore buon senso e raccoglie i soldi necessari, liberando anche centinaia di zaptié orrendamente mutilati come traditori dagli abissini. Re Umberto I, fiutato il vento, accetta senza batter ciglio le dimissioni di Crispi, ponendo fine ad un'avventura disgraziata. Quando l'Onu non c'era Le tristi vicende della ex Jugoslavia hanno ancora una volta portato alla ribalta un termine tecnico, peacekeeping, per un'attività che dal 1946 è stata spesso svolta dall'ONU nei cinque continenti. In senso tecnico il peacekeeping si è sviluppato come prassi, addestramento e dottrina proprio in seno all'ONU, ma non dovrebbe sorprendere il fatto che questo compito non sia del tutto nuovo. Senza tornare indietro di secoli, vale la pena di ricordare l'intricata vicenda di cui furono protagonisti i carabinieri a Creta. Per i classicisti Creta è l'isola del Minotauro, del favoloso palazzo di Cnosso e dell'enigmatica scrittura lineare B; per qualcuno dei nostri padri o nonni è la vivida memoria di un leggendario aviosbarco durante la seconda guerra mondiale, ma nel 1897 non c'erano né sensuali fanciulle minoiche dal caratteristico corpetto, né multicolori paracadute ad accogliere tre solitari ufficiali davanti alla rovente spianata del forte di La Canea.
Strano trio (un colonnello turco, uno inglese e un capitano dei Carabinieri), ed ancor più strana la situazione in quel 2 marzo 1897. Davanti a loro, asserragliata nella fortezza, mezza gendarmeria turca in rivolta per il mancato pagamento del soldo. Una sentinella nervosissima fa partire un colpo d'intimidazione ed il colonnello turco cerca di convincere gli ammutinati a non fare sciocchezze. Ma l'appello non viene raccolto: una secca fucilata abbatte l'ufficiale. Che faranno i due rimasti? Quello con l'uniforme nera, un tipetto asciutto, capelli a spazzola ultracorta e due splendidi baffoni, si fa speditamente avanti verso la sentinella. L'altro con andatura dinoccolata lo segue a ruota. La sentinella punta nuovamente l'arma e si rimedia un potente ceffone dal carabiniere. Un calcio al portone che si spalanca e dentro in un silenzio di tomba. Minuti interminabili e poi, come un gregge spaurito, escono i gendarmi ribelli, disarmati. L'ufficiale italiano è quel capitano Craveri (ora alla sua seconda medaglia d'argento), già segnalatosi come valido elemento di intelligence militare e comandante a Coatit. I suoi superiori non potevano scegliere elemento migliore per una situazione così complicata. CASCHI BLU ANTE LITTERAM. In questa polveriera viene paracadutato il capitano Craveri e la diplomazia italiana svolge un ruolo incisivo. E’ italiano il presidente del Consiglio degli ammiragli che funziona da autorità provvisoria internazionale ed è ancora un italiano il comandante militare a La Canea. Ai suoi ordini vi è un contingente multinazionale di 600 uomini (una compagnia per nazione), tra cui i carabinieri di Craveri. Nell'ultimo scorcio del secolo e nei primi anni del '900 gli alamari fanno il giro del mondo, una volta per sedare la rivolta dei Boxer a Pechino (1900), un'altra per offrire il loro aiuto alla nascita dei carabineros cileni (1909-1911). La guerriglia dei pastori In Italia la situazione non è delle migliori. Le convulsioni economiche e sociali interne toccano punte molto alte. Colpa anche di un'altra discutibile iniziativa di Crispi, questa volta sostenuta dal parlamento: la decisione di denunciare gli accordi doganali con la Francia (1888) dopo un anno di aumenti tariffari unilaterali. Questa idea viene favorita da una parte da una generazione di economisti affascinati dalla politica protezionista della Germania, dall'altra da potenti interessi agrari che sempre più avvertono la concorrenza di agricolture più moderne e progredite e non hanno alcuna voglia di investire capitali per tenere il passo.
Solo pochi esperti durante quel periodo di acceso nazionalismo sottolineano che il reddito nazionale francese è il quadruplo di quello italiano e che quindi la guerra doganale è uno sforzo da pigmei destinato a fallire in partenza. I francesi applicano naturalmente misure di ritorsione contro le esportazioni agricole e zootecniche italiane con risultati disastrosi per la nostra economia. Intere zone della Sardegna precipitano in una condizione da Far West con una media di centinaia di omicidi l'anno, accompagnati da rapine, estorsioni, ricatti, furti ed atti di ferocia di ogni genere. Un tipico reato è la bardana, una vera e propria cavalcata western di decine di banditi che convergono su un singolo paese, riducono all'impotenza le scarse forze dell'ordine e saccheggiano una banca, l'ufficio postale o una ricca masseria. Non ci sono romantici sceriffi, ma da una parte le tuniche nere dei carabinieri e dall'altra gruppi di pastori duri e disperati. I MASTINI DELLA BARBAGIA. Situazioni
d'emergenza richiedono uomini d'eccezione e l'Arma seppe trovarne
abbastanza per fronteggiare un banditismo spietato come quello sardo.
Quattro nomi spiccano: maggiore Eugenio Baratono, capitano Giuseppe
Petella, brigadiere Lussorio Cau e vicebrigadiere Lorenzo Gasco. SFIDA A DORGALI. Casco si fece notare subito nella sua nuova stazione di Dorgali. Prima acciuffò un malfattore al termine di uno spettacolare inseguimento sui tetti, poi partecipò alla cattura del pericoloso brigante Giovanni Antonio Fonteddu e si meritò un terzo encomio per l'uccisione del brigante Alba da Ursulei. In poco tempo la sua fama di uomo duro e capace si diffuse in tutta la Barbagia. LA RETATA. Il conto fra Berrina e Gasco non era destinato a rimanere in sospeso. Petella, alla fine di una paziente raccolta di informazioni, aveva preparato in gran segreto un'operazione chiamata da un cronista dell'epoca “la notte di San Bartolomeo": nella notte tra il 14 ed il 15 maggio 1899 decine di persone, latitanti e complici di ogni genere, vennero tirate giù dal letto e ammanettate. L'allarme, fra i banditi, si propagò fin nei più impervi rifugi: bisognava cambiare aria al più presto. Anche Berrina e Pau si mossero verso luoghi più sicuri, ma incapparono nella rete tesa dal capitano Petella. Una squadriglia di carabinieri scelti comandata dal tenente Antonio Jannello li intercettò durante la fuga mentre tentavano di raggiungere il mare. Gasco faceva parte della pattuglia. Berrina riuscì a intravederne l'ombra su un albero, nonostante fosse buio fitto. Una fucilata fece rotolare Gasco a terra. Ma non era ferito, e si gettò sul brigante ingaggiando con lui un furibondo corpo a corpo. Berrina aveva la sua fida “leppa", un coltello tipico dalla lama affilatissima, ma non fece in tempo ad usarla. Fu il tenente Jannello a fulminarlo al momento giusto. In quella memorabile notte persero la vita sei malviventi; altri 75 furono assicurati alla giustizia. A Gasco fu assegnata la prima medaglia d'argento. Pau riuscì a farla franca e si unì alla banda dei fratelli Serra-Sanna, che spadroneggiava nella zona di Orgosolo. SCENE DI CACCIA IN ALTA BARBAGIA. Con la brutale franchezza di quei tempi, un testimone oculare, il tenente e scrittore Giulio Bechi, paragona l'azione che si conclude con la battaglia di Morgogliai ad una vera e propria battuta di caccia. Una caccia alle belve umane. La scena si apre con il personaggio del brigadiere Lussorio Cau. Camuffato da contadino e munito di un potente cannocchiale riesce ad individuare il covo delle prede e traccia lo schizzo del luogo. Il capo-caccia, capitano Petella, chiama a raccolta ben 150 carabinieri e 60 soldati, quanti ne occorrono per circondare cinque banditi in una zona impenetrabile. La marcia in piena notte avviene sotto la guida di Cau. Per un attimo si teme che i banditi siano
svaniti, ma Cau, tranquillo e flemmatico, calma tutti: "Son lì. Lo
Vicu è di guardia". Come serpenti i battitori strisciano verso il
rifugio nemico. Ecco la sentinella, sembra tranquilla. Poi un urlo di
tigre, Lo Vicu lancia l'allarme e spara come un dannato. Tutti
cominciano a sparare ed è un miracolo che non ci si ammazzi tra amici. Petella fa stringere il cerchio, ma sembra che non ci sia più nessuno. Ma non è cosi: Elias Serra-Sanna e Giuseppe Pau si aggirano come gli indiani per trovare un punto debole nello schieramento nemico e, quando trovano un giovane soldato che si è distratto per bere, lo fulminano come un cane. E’ la loro fine. Una grandine di proiettili li insegue mentre si slanciano per il letto di un torrente. Pau si fracassa una gamba e un braccio, prova ancora ad usare a tradimento la pistola contro la pattuglia che lo vuole catturare, ma viene colpito a morte. Poco dopo anche Elias viene beccato, la sua famigerata leggenda spezzata per sempre. Buon ultimo arriva un cancelliere per redigere il verbale. Ogni dettaglio, ogni minuzia finiscono nel verbale in triplice copia, mentre la commozione fa piangere gli altri per la morte dei compagni. per approfondimenti Arma Carabinieri |
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