Carabinieri 1



 

Cimenti, eroismi, ideali (1814 - 1914)

Legion d'onore della legge, corazza vivente, i Carabinieri Reali hanno celebrato in questa primavera italica il centenario dell'arma che il consentimento generale dello spirito pubblico chiama benemerita.

La sua tradizione fu tutta d'onore, la sua religione fu soltanto il dovere. Fra le vicende politiche che dalla restaurazione piemontese e dal proclama di Rimini condussero l'Italia alla realizzazione del grande ideale unitario l'arma dei Reali Carabinieri mantenne purissima la sua tradizione.

Essa rappresenta la forza che fiancheggia la legge. La figura del carabiniere compare là dove si turba per fortuna di eventi il tranquillo e uniforme curricolo della vita.
Sul campo è la polizia della guerra, è la guardia d'onore della bandiera; compare in tutte le calamità pubbliche, essa dà forza al diritto, custodisce l'aula, dove il responso della spontanea coscienza popolare o la coscienza riflessa del giudice togato si pronunzia rispettata e temuta.

I due carabinieri a cavallo sul biancore delle vie polverose fanno parte integrante del paesaggio italiano, il drappello dei carabinieri che fa scorta al comandante che passa una rivista aduna tutti i plausi del popolo.

Sono rimaste indimenticabili le parole di un generale Ambert, per i militi dell'arma:
"A voi tutti ricchi e poveri, giovani e vecchi, umili e possenti, il carabiniere dà la sua vita; e voi gli passate al fianco noncuranti e distratti, troppo felice, povero soldato, se qualche sorriso o qualche motto faceto non gli ricordi dolorosamente come le moltitudini ignorino la grandezza e la santità del sacrificio. lo ho visto il carabiniere soccorrere i prigionieri colla devozione della suora, l'ho visto confortare il condannato come il sacerdote nell'ora estrema, l'ho visto, dopo le lotte, curare i feriti come il medico, l'ho visto nella famiglia calmare gli odi e i rancori, come il confessore; l'ho visto presiedere alle feste dei villaggio come il patriarca della tribù, l'ho visto combattere come il guerriero, soffrire in silenzio come il religioso, morire come il martire ... "

La simpatia del popolo italiano accompagni dunque nella data memorante l'onore, la fede, la patria:

.... essa è un'idea fulgente
di giustizia e dipietà.
Io benedico chi per lei cadea
io benedico chi per lei vivrà


NINO BAZETTA
(Da "Illustrazione Popolare" del 21 maggio 1914)



Tavola di Beltrame
Dal Sito Ufficiale dell'Arma:


Ricordare i nostri eroi, per noi Carabinieri è un valore, non un'esigenza di autocelebrazione. Ma i nostri eroi non sono solamente le medaglie d'oro, o comunque i decorati, sono tutti coloro che si sono distinti, nell'assolvimento dei loro compiti, con atti di quotidiano valore a beneficio della popolazione.


Un episodio del brigantaggio pseudo politico del 1862 


Lo scontro tra 5 carabinieri di Acerenza e la banda di Ninco-Nanco forte di 25 briganti

Dopo la vittoria del Volturno, che assicurava alla corona di Re Vittorio Emanuele il possesso di un'altra contrada splendidissima d'Italia, i Borboni, non potendo continuare la guerra, slanciarono nelle provincie meridionali numerosissime bande di briganti, composte in massima parte di assassini, di ex-galeotti e di contadini fanatici e feroci. Le lotte che ì nostri soldati dovettero sostenere per sterminare quelle bande furono lunghe e faticose.
I carabinieri, come sempre, diedero anche allora grandi prove di eroismo collettivo e personale, aggiungendo alla storia dell'Arma benemerita, una pagina splendida di coraggio, di fermezza e di disciplina. E' da quella pagina che stacchiamo l'episodio seguente.

Il vicebrigadiere Forloni Michele, e i carabinieri Rizzi Giovanni, Favatta Antonio, Lucarini Domenico e Bernardi Domenico, tutti della stazione di Acerenza (Basilicata), ritornavano il 7 febbraio 1862 da Genzano ove eransi recati a scorta di un loro commilitone uscito dall'ospedale di Potenza, quando, verso le 2 pomeridiane, giunti alla discesa di Ralle, caddero in una imboscata di 25 briganti a cavallo comandati da Ninco-Nanco.

Quantunque uno contro cinque, i valorosi non si perdettero d'animo, e sebbene circondati da ogni parte disperassero salvarsi da lotta tanto ineguale, niun di loro prestò orecchio alle intimazioni di resa, preferendo morire piuttostoché cedere le armi agli assalitori.

Ai primi colpi caddero estinti il vicebrigadiere ed il carabiniere Favatta; non perciò lasciarono di men strenuamente combattere i tre superstiti, animati anzi dal desio di vendicare i caduti. Ma che ponno tre uomini a piedi e per quanto valorosissimi, contro 25 a cavallo vantaggiosamente postati ed avidissimi di sangue?
Terza vittima cadde il carabiniere Rizzi, ma in quella Lucarini avendo colpito un brigante nelle spalle, e così scavalcatolo, ed i compagni adoperandosi per rialzarlo e legarlo in sella, ebbero i due restanti carabinieri un istante di tregua, del quale si valsero per allontanarsi e guadagnare miglior posizione.

In questo correre il carabiniere Bernardi, cadendo in un borro, ebbe per colmo di sventura infranta e però inservibile la carabina.
Trinceratisi addietro un cespuglio di canne entro una vigna, di colà continuavano a sparare sulla masnada, il Lucarini colla carabina ed il Bernardi coi revolver ed erano presso ad esaurire le loro munizioni, e già i briganti s'accalcavano attorno quei due eroi per farla finita d'un colpo, quando per la via di Genzano comparve una frotta di armati parte a piedi e parte a cavallo.

Era un pattuglia mista di carabinieri e di guardia nazionale che all'udire lo schioppettiò colà frettolosamente si dirigeva. Bastò quella vista perché i briganti in pria baldanzosissimi, si dessero a precipitosa fuga, quivi lasciando perfino due cavalli.
Divenuto inutile ogni inseguimento, si raccolsero le spoglie dei tre valorosi a cui furono rese, il mattino seguente, le più solenni esequie militari.

Non abbiamo parole come tributare sufficienti lodi a quei cinque intrepidissimi soldati, che l'esercito è fiero d'iscrivere nel già ben ricco libro dei suoi eroi, né sapremmo come meglio chiudere questi cenni, se non riportando l'ultima parte dell'ordine dei giorno che il maggior generale Balegno dava in questa circostanza alle truppe da lui dipendenti a lode imperitura dei tre carabinieri rimasti vittima del loro indomito coraggio e dell'onore dell'Arma cui appartenevano:
«Soldati! - concludeva il generale predetto - un'aureola di gloria circonda la tomba dei tre bravi carabinieri, perché seppero morire pel loro dovere e pel loro onore; io ve li addito ad esempio perché apprendiate che coi briganti il soldato d'onore si batte sempre, non si rende mai e che una morte gloriosa è meglio d'una vita comprata col disonore».

(Da "Il Valore Illustrato")


Il brigantaggio in Sicilia


I capi briganti Anzalone e Salvo snidati dai carabinieri in un feudo di Canicattì nell'ottobre 1874.

Riceviamo da Caltanissetta uno schizzo interessante, accompagnato dal seguente racconto.

L'11 ottobre, una pattuglia di carabinieri in perlustrazione s'imbatteva in Anzalone Cataldo e Salvo Andrea, noti capi briganti che con le loro criminose ed audaci azioni funestavano da parecchi mesi la parte occidentale di quella provincia, spargendo il terrore nelle popolazioni. Dall'una e dall'altra parte si scambiarono delle fucilate senza risultato di sorta, ed i due briganti ebbero l'agio di darsela a gambe abbandonando per via una cacciatora, uno scapolare e non poche cartucce.

Informato di questo incontro, il bravo brigadiere di Serradifalco chiamò a sé tre militi a cavallo, tre cavalleggeri e due carabinieri e con essi stabili il da farsi.
Al far del giorno 13 trovandosi essi nell'ex-feudo Giffarone, apprendono che Salvo ed Anzalone si trovano ricoverati nella casa campestre di certo Lumia Marco da Canicatti.
Defilati corrono alla volta del citato luogo, e quando vi sono giunti, chiamato il camparo, posto al servizio dei Lumia, gli impongono di far conoscere ai due briganti che la forza pubblica li attende fuori della casa in campo aperto.

Al triste annunzio risuonano minacce di esterminio agli agenti della pubblica sicurezza.
Alle parole fanno succedere, i due malcapitati, una serie di fucilate, accanita e non interrotta; e i militi a cavallo, i carabinieri ed i cavalleggeri a rispondere a tempo e luogo.

Il combattimento dura da quattro ore, quando si ode una voce da parte dei briganti che chiede una tregua: si tratta nientemeno che di resa.
Da un buco della casa vengono messe fuori le armi e poscia si apre la porta.
Entrata la forza, trova estinto Andrea Salvo colpito da una palla alla tempia: l'Anzalone lo ha nascosto sotto un mucchio di paglia. La giumenta del Salvo ha incontrata la stessa sorte del padrone.

Anzalone fu tradotto in Caltanissetta.
A vederlo non sembra che cuore così malvagio ed avido di sangue si annidi in lui.
E' d'una statura bassa anzi che no, ha un volto che nulla esprime, è senza barba e conta appena 21 anno!

La sua carriera brigantesca non va oltre a un mese e pure in sì breve tempo commise varie grassazioni, tre sequestri di persona fra i quali quello del signor Caico da Montedoro, e più di una volta si macchiò le mani di sangue umano.

(Da "L'Illustrazione Universale" del 15 novembre 1874)


Un sottotenente e tre malfattori


 Sottotenente dei Carabinieri Angelo Scolari, aggredito da tre malfattori mentre percorreva in corriera la strada fra Arezzo e Anghiari, si difende energicamente e riesce a mettere in fuga gli assalitori.

Reduce da piccola licenza, il sottotenente Scolari Angelo, comandante la sezione dell'Arma in Borgo San Sepolcro, muoveva nel di 14 novembre 1875 dentro vettura chiusa da Arezzo ad Anghiari, ed insieme al medesimo trovavasi il commendadore Morandini Giovanni, ingegnere capo delle strade ferrate romane.

Erano circa le ore 2 pomeridiane quando la detta vettura, giunta a metà della salita Libbia-Anghiari, lentamente proseguiva innanzi.

Sbucati dai boschi laterali alla strada, improvvisamente con le pistole alla mano apparivano innanzi gli sportelli della vettura due malfattori mascherati, mentre un terzo, pure mascherato ed armato di fucile a due canne, impadronivasi dei cavallo.
Il primo istinto dello Scolari si fu di metter mano alla sciabola, che discinta avea deposta sul sedile davanti della vettura; ma disgaziatamente non fu in tempo di ciò potere eseguire, dappoiché i malfattori, prevedendo una tale atto, se ne erano di già impadroniti.

Mostrossi quindi pronto a cedere alle furtive voglie di costoro, e di buon grado offri loro un portafogli contenente poco denaro, ritenendone altro che rinserrava una cospicua somma.

Sceso quindi dal legno insieme al signor Morandini, senza per nulla far trapelare le proprie mire, impassibilmente assisteva alla depredazione che commettevano i tre malfattori degli oggetti rimasti nella vettura. Improvvisamente però, e quando men se lo aspettavano, slanciossi l'ufficiale contro di loro, e ghermitone uno per il petto stramazzollo a terra, e lo avria, poderoso com'è lo Scolari della persona, ben presto soggiogato, se ferito alle spalle con tre colpi di pugnale dagli avversari non avesse perduto le sue forze.

Non isgomentossi per questo il prode ufficiale, ma continuò a lottare con maggiore energia, e sarebbe senza dubbio riuscito a servirsi di un pistola a doppia canna strappata di pugno all'avversario, se altri due colpi, l'uno di fucile che lo investi gravemente alla coscia, ed altro pure grave di stile che lo ferii nella testa, non gli avessero fatti perdere i sentimenti. I tre aggressori però, atterriti dall'energico ed inaspettato contegno, senza curarsi di compiere la depredazione, dieronsi alla fuga scomparendo fra le vicine boscaglie.

Aiutato dal commendatore Morandini rientrò nel legno lo Scolari, e sebbene per la graditissima perdita di sangue appena articolar potesse delle parole, giunto in Anghiari primo suo pensiero si fu di dare ai suoi dipendenti le istruzioni per riuscire all'arresto dei malfattori, offrendo i connotati di uno dei medesimi al quale era riuscito nella lotta di strappare la maschera.

Il capitano cav. Menardi, comandante in allora l'Arma nella provincia di Arezzo, accorreva immediatamente sul posto, e validamente coadiuvato dal maresciallo della stazione di Arezzo, Tosini Leopoldo, dal maresciallo della stazione di Borgo San Sepolcro, Spinacè Angelo, e dal brigadiere della stazione di Anghiari, Vitale Luigi, senza indugio davasi a praticare le opportune investigazioni per riuscire alla scoperta degli autori della aggressione. Tanto si fu lo zelo e la intelligenza spiegata dal detto capitano, che nella notte del 16 detto vennero tratti in arresto tali Cerofolini Damiano e Paperini Pietro che tutto portava a ritenere essere due degli autori della grassazione, mentre altro individuo, certo Papini Annibale, venne parimenti dall'Arma tratto in arresto dietro mandato di cattura spiccato dall'Autorità giudiziaria. Il Paperini, che in sulle prime ostinavansi a negare di aver preso parte nell'aggressione, finì col confessarsi reo, dichiarando di aver avuto a complici gli altri due arrestati.

(Da "L'Album del Carabiniere Reale", ottobre 1877)


Un Capitano impavido


Il Capitano Giuseppe Gritti, comandante dei Carabinieri del circondario di Perugia, 
aggredito dai sei malfattori a Castiglione del Lago, dà mano alla sciabola e trinciando
con mano robusta fendenti a destra e a mancina, mette in fuga i malandrini.
Nel repentino scontro l'ufficiale ebbe lo spencer crivellato da un colpo di fucile.

Il viaggiatore il quale movendo da Roma si rechi a Firenze, giunto quasi a metà della via sul nuovo tronco Chiusi-Terontola, vede sulla destra a breve distanza mollemente adagiarsi nel ceruleo suo letto il lago Trasimeno, e innalzarsi su esso, quasi uscito dalle acque, un paese, che per la sua giacitura appunto ha il nome di Castiglione del Lago.

Chi voglia scendere alla stazione ferroviaria omonima e colà dirigersi, deve percorrere 2 chilom. di via ordinaria, abbreviati se vuolsi dall'amenità dei luoghi, ma che il più delle volte conviene fare a piedi per mancanza di veicoli che trasportino.

Così appunto accadeva nella sera del 2 gennaio dell'anno in cui siamo al capitano Gritti sig. Giuseppe comandante dei Carabinieri nel Circondario di Perugia, e che diretto a Castiglione del Lago, per visitarvi di sorpresa i militari ivi residenti, era sceso dal treno che arriva poco dopo delle 7 pom. alla detta stazione.

Quanto compieva il capitano Gritti in quella sera entra nelle funzioni ordinarie degli Ufficiali dell'Arma; e nulla d'anormale pella pubblica sicurezza consigliandolo a speciali precauzioni, procedeva sicuro e fidente, armato di sola sciabola e non curandosi di chi con lui fosse sceso dal convoglio, se non che per precederli nell'arrivo al paese, onde non distruggere l'effetto della sorpresa qualora conoscenti dei Carabinieri avessero potuto prevenirli del di lui arrivo.

Non così però la pensavano due negozianti, Vazzari Federico e Saddocchi Sante, ambi della provincia di Arezzo, i quali, arrivati contemporaneamente al capitano, essendo possessori di ragguardevoli somme, diffidavano avventurarsi per la via che dovea condurli all'abitato, tanto più che avvistisi d'essere stati osservati da due compagni di viaggio con loro scesi dal convoglio e che frettolosi li avevano preceduti fuori della stazione, temevano un agguato; quindi rivoltisi al capo stazione della ferrovia chiesero d'essere scortati da alcuno del personale di servizio; ma questi dolente di non poterli esaudire, non seppe far meglio che indicar loro il capitano dei Carabinieri che di poco li precedeva battendo la stessa via. Seguito questo consiglio, i due negozianti affrettarono il passo onde raggiungere il capitano, mantenendosi però qualche passo indietro e senza metterlo a parte dei propri timori.

Il capitano Gritti camminava, come dicemmo, senza preoccupazione di sorta lunghesso il ciglio a destra, non curandosi dei due che seguendolo stavano invece in mezzo della strada; ed egli avea percorso quasi un chilometro quando, al punto che volgarmente è detto il Cipresso, tre individui sbucano dal fossato ed a lui innanzi colle armi spianate gli intimano il fermo là.

Parve singolare da principio al capitano quell'intimazione, ma però, pensando soltanto che Carabinieri appiattati avessero preso abbaglio su chi si avvicinava, non vi dava importanza, e proseguendo colla stessa sicurezza cercava con cenni della voce far loro comprendere chi fosse. Ma gli sconosciuti saliti intanto sulla strada, ed alla lor volta avvicinatisi, fecero accorto il capitano non trattarsi di Carabinieri ma bensì d'aggressori; per cui in allora con rapido e giusto colpo d'occhio egli misura la propria situazione tutt'altro che vantaggiosa perché assalito dai tre che aveva d'innanzi armati di fucile a doppia canna, mentre poi si avvede che tre altri inermi gli stanno dietro, uno dei quali colle braccia aperte sta per afferrarlo alle spalle. Comprese perciò il capitano che una maggiore esitazione l'avrebbe perduto, e dato mano alla sciabola la sguaina; restano per un momento gli aggressori perplessi, ma uno forse più ardito, puntata l'arma, quasi a bruciapelo l'esplode contro di lui, che, avvistosene a tempo, ratto piega sulle gambe volgendo il fianco ed abbassando il corpo in modo che i proiettili presolo diagonalmente ne sfiorano il petto, crivellando in quel punto lo spencer, ed annerendogli col fumo la guancia sinistra; s'alza dopo risoluto il capitano e con voce minacciosa chiamando a sè Carabinieri, Carabinieri, quasi che nei dintorni nascosti si trovassero, e trinciando con mano robusta fendenti a destra ed a mancina, pone in fuga quei malandrini che cacciatisi nel fosso laterale della via da cui erano usciti e scavalcando la siepe guadagnarono la campagna dileguandosi ad ogni possibile inseguimento.

I due negozianti che già nominammo, e che per un triste presentimento non erano rassicurati neppure dalla presenza del capitano dei Carabinieri, visto l'apparire degli aggressori, udita l'intimazione e la detonazione dell'arma, creduto il capitano morto e sentendosi ormai presi e spogliati, volsero in fuga verso la stazione ferroviaria gridando all'accorr'uomo e gittando i cappotti entro cui il Vazzari teneva il portafogli con L.3000, nel mentre che il Sadocchi già aveva pronto il suo, contenente altre L.5000, e che si disponeva consegnare purché gli fosse stata salva la vita. li capitano dal suo canto, che non sapeva chi fossero i fuggenti, li inseguiva, e gli altri che in lui ritenevano un aggressore raddoppiavano di celerità, e solo alla stazione fu possibile chiarire l'equivoco, ricuperando entrambi i cappotti che avevano abbandonati sulla via ed entro cui il Vazzari ancora trovava il portafogli colla moneta.

Fu sollecito il capitano Gritti ordinare sul momento indagini attivissime onde scoprire gli autori di aggressione sì audace, ma tanta operosità e premura non venne coronata, sino ad ora, da favorevoli risultati. Intanto però pel coraggio di questo distinto ufficiale fu sventato un agguato chi sa da quanto premeditato, e s'ebbero salva la vita e gli averi due onesti cittadini che non si ristettero dal benedire l'ardito e generoso contegno del capitano Gritti al quale fecero le più larghe offerte, che come ben può comprendersi, furono ricusate.

(Da "L'Album del Carabiniere", aprile 1877)


Un masnadero modello

Ruoni Agostino, nativo di Posada in quel di Nuoro, disertore dal Regio Esercito, acquistò la funesta fama di masnadiero modello. Le uccisioni, le rapine, gli incendi segnalavano il suo passaggio onde egli era addirittura lo spavento delle campagne che percorreva.

Per l'ardito maresciallo Manai Giovanni, comandante la stazione di Tempio, il Ruoni era un continuo stecco negli occhi ed al quale egli teneva costantemente rivolta tutta la sua attenzione.
- Io so che il Ruoni gironza nel territorio di Tempio, disse al pastore - se tu me lo fai arrestare, la taglia che c'è di 3.000 lire è tutta per te.
- Da vero mi promettete tutta per me la taglia?
- Te la prometto tutta per te, sulla mia parola d'onore.
- Ebbene signor maresciallo, Agostino è stato visto sulla montagna Limbara; il suo conterraneo Famingheddu, che ha colassù lo stazzo del suo gregge, gli dà ricetto: il bandito vi tornerà domani sicuramente.
- Va bene: siamo intesi
.


Senza frapporre un minuto d'indugio il maresciallo Manai si reca dal suo collega maresciallo Pisano Antonio, alla tenenza di Tempio, e lo mette a parte delle notizie raccolte. I due sott'ufficiali concordano il piano dell'operazione e presi un brigadiere, quattro carabinieri, due appuntati, quando la notte è inoltrata si pongono in via.
Il sole è già alto sull'orizzonte quando il malfattore, armato di fucile a due canne con pistola alla cintola, sbuca dal vicino bosco, guarda intorno tutto sospettoso, si avvia allo stazzo e vi entra.


Dal gruppo dei due sott'ufficiali parte il segnale convenuto e le tre pattuglie corrono all'assalto. Il maresciallo Manai ed il carabiniere Contini sono i primi a penetrare nel chiuso, Il malfattore è sorpreso, ma nonostante spiana il fucile contro il maresciallo e grida di bruciargli le cervella se avanza: il maresciallo e il Contini più risoluti e più rapidi che mai, gli saltano addosso; intanto sopraggiungono gli altri e tutti insieme lo legano.

(Da "Il Carabiniere" del 21 ottobre 1882)


..."Eran figli del popolo, erano contadini, difendevano la società"

Il carabiniere Francesco Ricci Il carabiniere Aristodemo Zanetti

Diamo il ritratto dei due carabinieri che furono sì barbaramente assassinati a Villa Filetto il 19 marzo. Li ha pubblicati L’Esercito della Domenica, un eccellente giornale scritto per i soldati e gli ufficiali, che ha il merito di essere ad un tempo giornale militare, popolare e letterario. Speriamo che sia diffuso grandemente nell'esercito italiano; epperò fa bene a ricordare questi, ch'esso chiama assai giustamente "i martiri del dovere". Eran figli del popolo, l'uno e l'altro: eran contadini: e difendevano la società. La difendevano dai nemici interni, dalle sette che sono lungi dal disfarsi in questa povera Italia.


E gli scellerati ricorrono al pugnale. Dall'autopsia cadaverica e dalle perizie mediche fatte sui cadaveri dei due carabinieri, è risultato che lo Zanetti - quello che mori sul colpo aveva undici ferite, talune delle quali prodotte da arma tagliente, altre - al viso in ispecie - da corpo contundente e lacerante. Il colpo fatale fu quello che gli trapassò il cuore. Il Ricci aveva sei ferite, prodotte tutte da arma tagliente. Egli ebbe il tempo di ricordare sua madre! Aristodemo Zanetti era bolognese ed aveva 29 anni; soli 23 ne aveva Francesco Ricci, lucchese. Vennero eseguiti molti arresti.

La cittadinanza di Ravenna volle protestare contro il barbaro assassinio, tributando solenni onoranze alle due vittime. Al Parlamento ci fu un'interpellanza; ma il primo ministro rispose con molta freddezza. Qua e là si sono aperte delle sottoscrizioni a favore delle famiglie dei due poveri carabinieri: in tutt'altro paese che l'Italia, di questa sottoscrizione si sarebbe fatta una dimostrazione imponente da tutti gli amici dell'ordine. Qui invece non si son raccolti che pochi quattrini!

(Da "L'Illustrazione Italiana", del 16 aprile 1882)


Alla Stazione di Chiavari

Signor capo guardiano, abbiamo l'ordine di traduzione della detenuta Gardella a Genova.

Aperta la prigione, il vice brigadiere Molinero Giovanni e il carabiniere Fabrizio Angelo, della stazione di Chiavari, se la mettono in mezzo e senza applicarle i ferri come d'ordinario si pratica colle donne, si avviano alla stazione di Chiavari.

Angela Gardella è una di quelle non poche disgraziate che cominciano col collocarsi al servizio di qualche famiglia e poi, messe sullo sdrucciolo della sensualità, terminano colla prostituzione, col vagabondaggio, col carcere.

Il treno entra nella stazione, con una velocità che se non è la massima non è nemmeno quella di passo d'uomo prescritta.
Uditi i fischi, i due militari, fatta alzare la loro detenuta, si sono avviati con essa sulla banchina di mezzo.

La testa del treno non dista più che due metri da loro: improvvisamente la Gardella sfugge di mezzo ai di lei custodi e si getta sul binario coll'evidente scopo di rimanere stritolata. Il carabiniere Fabrizio, che trovasi dalla parte opposta alla direzione del treno, non vede più il pericolo, esso non ha dinanzi che una infelice da salvare da morte certa ed orribile. Si lancia sul binario, riesce ad afferrare per il petto la sconsigliata ed a trascinarla sulla banchina. Nello stesso tempo il vicebrigadiere che trovavasi sulla sinistra della detenuta, trascina a sè quella donna. Proprio in quell'attimo il treno passava arrestandosi dopo aver ancora percorsi soli pochi metri.

(Da "Il Carabiniere", del 15 marzo 1884)


Gli Eroi della filantropia

Chi conosce la topografia di Venezia sa come quella inestricabile rete di calli, di calette, di sottoportici, di corti, di campi, di campielli, di salizzade, di fondamenta, metta capo ogni qual tratto per mezzo di traghetti al Canal Grande e ad innumerevoli altri piccoli canali e rii che formano un labirinto omologo a quello accennato dianzi, concorrendo entrambi a dare a quella sirena dell'Adriatico un aspetto caratteristico ed unico. I traghetti sono brevi gradinate in legno od in pietra per le quali si scende nella gondola che per un soldo trasporta alla parte opposta del canale: nel salire e scendere quei gradini se non si è avveduti e talvolta se non si è sorretti dal gondoliere, per la muscosità viscida che vi sta rappresa, si rischia a fare un tonfo punto gradevole.

Il 2 settembre scorso sul traghetto del Buso, che in prossimità del Ponte di Rialto mette al Canal Grande, trastullavasi nelle ore del pomeriggio un ragazzino appena ottenne per nome Attilio Larice. Colla spensieratezza e colla vivacità
- Attilio, occhio al canale! Ed Attilio aveva sempre risposto saltando più di prima.

Un piede arrivato finalmente al gradino muscoso non stette saldo ed Attilio con uno scivolone precipitò in canale: l'acqua è profonda quasi tre metri ed il Ponte di Rialto vi mantiene una corrente, che in quel momento il passaggio di un vaporino rendeva più gagliarda. Il povero figliuolo n'è attratto; ci si dimena, strilla, ma il pericolo di esser travolto, di perdersi è imminente.

Alla scena luttuosa gridano quei del vaporino, gridano soccorso i passanti sul ponte: in questo terribile istante di ansia a quattro a quattro saltando i gradini scendono giù dal ponte due carabinieri, che, armati di fucile con bandoliera e giberna, dal servizio delle Assise tornavano alla loro stazione di Cannareggio: sono i carabinieri Faletto Carlo e Gea Alessandro. Arrivati sulla riva, il fanciullo lottava ancora colla morte, poteva ancora salvarsi. L'animoso carabiniere Faletto non pensa ch'egli è inesperto nel nuoto, non pensa che il grave uniforme con due pacchi di cartucce in giberna l'esporrà a quasi certo pericolo di perder la vita. Egli non ascolta questi timori, vede soltanto una vittima da strappare alla morte, e consegnato il fucile al compagno, con tutto, il cappello, la sciabola-baionetta, la bandoliera con giberna, si slancia nell'acqua. Lotta disperatamente colla corrente e raggiunge e afferra il fanciullo a cinque metri dalla riva, se lo reca nelle braccia e così può guadagnare la sponda.

Il facchino Penso poco dopo imita il di lui esempio e coadiuva il carabiniere a guadagnare la riva.

(Da "Il Carabiniere" del 15 dicembre 1884)


I Carabinieri del 1885 l'anno del Colera


Il colera a Palermo. Per fronteggiare il terribile morbo sono state allestite delle cucine economiche, 
come quella riprodotta nello schizzo. Essa si trova alla Sesta Casa, un grandioso edificio tramutato
 in Lazzaretto. I Carabinieri assistono la povera gente che vi si reca per ritirare il cibo.
 (Da 'L'Illustrazione italiana' del 18 ottobre 1885)

19 agosto - Questi militari venuti a contatto coi colerosi, offrono il più commovente spettacolo di filantropia, di coraggio e di fermezza in mezzo ad una cerchia di desolazione e di morte e fra gli stenti i più crudeli.

Assistono fino alla fine i compagni Frati e Belfanti, custodiscono il cadavere di quest'ultimo per 21 ore, gli scavano la fossa e ve lo seppelliscono.
Anche il carabiniere Mariole è preso dal male, ma ne risana. Sono finalmente i poveri superstiti rinchiusi la sera del 19 in un casa di contumacia: quivi li visita il capitano Baratono, comandante la compagnia di Parma, ed ascolta dal labbro dei medici gli atti di eroismo compiuti da loro e dai compianti Frati, Bermond e Belfanti che ne rimasero vittime.

31 agosto. - Il carabiniere Bigondi Pietro della stazione di Collecchio, ed il carabiniere Lucca Pietro, di quella di Fornovo, rimangono chiusi sino al 31 dal cordone sanitario in Rocca Prebalza, ove furono i genii della consolazione, assistendo il medico ed esortando alla calma la popolazione.

I militari Ravasio, Bagnasco, Frati, Bennond, Belfanti, Broggi, Acquistapace e Marioli vengono proposti per la medaglia d'argento dei benemeriti della salute pubblica, e per quella di bronzo i militari Ghirardello, Breda, Bodini, Lucca, Bigondi e Bassani; tutti poi vennero subito rimunerati coll'encomio solenne dal comandante la legione.
3 settembre.- Sulla sommità di Montecchio, territorio di Castelnuovo di Magra, muore un bracciante di colera fulminante. Il sindaco spedisce tosto il becchino ad interrarlo, e vanno a proteggere l'operazione i due carabinieri Paganini Luigi e Cisotto Gaetano, della stazione di Sarzana.

Il becchino è un vecchio di 66 anni, non ha forza a scavare la fossa, né di superare le asperità del monte: i carabinieri compiono essi lo scavo, quindi pigliano il coleroso, uno per le braccia, l'altro per i piedi, lo portano là, lo collocano dentro e lo ricoprono di terra e calcina.

Fra gli applausi della popolazione, mentre ricevono l'encomio solenne si son meritati la proposta per la medaglia ai benemeriti della salute pubblica.
Primi di settembre. Scoppia il colera in Ravadese, frazione del comune di Cortile S.Martino. La brigata di Sorbolo, alla cui sorveglianza è affidata la frazione, guidata dal suo comandante brigadiere Tommasi Pietro, corre sul luogo e si pone a piena disposizione delle autorità per cooperare alle disinfezioni ed all'isolamento delle case infestate dal morbo. Sebbene Sorbolo, residenza della brigata, sia distante 7 chilometri e la brigata stessa sia composta di soli quattro carabinieri, Nilla-Nicetri Pietro, Bazzon Ferdinando, Amadio Pietro, Pramaggiore Francesco, e la pioggia cada a dirotto, tuttavia da quel momento non mancò più la permanenza costante e l'aiuto continuo di due carabinieri nell'infelice paese. Tale servizio fu oltre ogni credere faticoso e pieno di disagi lasciando i militari senza riposo ed esposti alle intemperie. Onde gli abitanti non trovarono parole sufficienti per esprimere la loro gratitudine ed ammirazione.

Chi ebbe più agio di distinguersi per filantropia e per coraggio fu il carabiniere Nilla-Niceti, il quale prese ad assistere sino a che non fu morto un coleroso abbandonato per fino dalla donna che egli aveva sposato quella stessa mattina. Questa esemplare e coraggiosa filantropia richiamò la ammirazione dello stesso parroco e di tutto il paese.
Il carabiniere Nilla-Niceti è un valoroso che ha già saputo guadagnarsi la medaglia al valore militare inseguendo alcuni malandrini, sebbene ferito, ed ora si avrà un'altra insegna d'onore, la medaglia di bronzo per i benemeriti della salute pubblica mentre insieme a tutta intera la brigata è stato premiato coll'encomio solenne.

8 Settembre. - Questo dì scoppia il colera in Cancello Arnone colpendo due giovani: il paese è impreparato, manca il medico, manca ogni assistenza, ogni consiglio. Accorrono i carabinieri, brigadiere Mondani Ernesto ed appuntato De Lucia Grisostomo, sono coadiuvati dal farmacista, fanno da infermieri; si alternano con i carabinieri Ciminiello Ignazio e Salvato Michele, ed in ultimo seppelliscono i morti, disinfettano le case; la popolazione è sbigottita e rifiuta ogni qualsiasi cooperazione. - Ne ammalano altri e le assistenze dei bravi militari si ripetono colla stessa abnegazione, collo stesso coraggio. Le autorità ammirano, applaudono, gli abitanti non hanno parole per esprimere la loro gratitudine, il comando della legione tributa a tutti l'encomio solenne, senza pregiudizio di quella maggiore ricompensa pei benemeriti della salute pubblica che quei valorosi possono aver meritata.

11 settembre. - Durante l'infierire dell'epidemia nel villaggio di Seborga, il vice-brigadiere Basini Nicola rimane colà comandato per circa un mese colla più ammirevole abnegazione di se stesso. Pronto sempre a recare il suo soccorso dovunque si soffre, egli rianima gli scoraggiati, ritorna ne' contadini la fiducia per i medici, li persuade a prendere i medicamenti che respingevano, in breve diventa l'oggetto dell'ammirazione, della simpatia dell'intera popolazione.

Il generale comandante il corpo d'armata che visita quel villaggio, ferma con compiacenza la sua attenzione su quel sottufficiale ed è largo di elogi per la sua bella condotta. Oltre l'encomio solenne, egli ha saputo meritarsi la proposta della medaglia d'argento pei benemeriti della salute pubblica.

18 settembre. - Negli abitanti di Bagni della Porretta rimarrà indelebile la memoria della condotta filantropica, della gara di zelo nell'assistere gli infermi di cui diedero prova dal 26 agosto al 6 settembre i carabinieri ivi comandati. Le autorità locali, il prefetto della provincia si dichiararono altamente soddisfatti della opera loro, gli abitanti solennemente attestarono la loro gratitudine, il colonnello comandante la legione concesse loro il solenne encomio.

22 ottobre. - Dopo 49 giorni vengono oggi lasciati in libertà dal servizio interno del lazzaretto municipale de' colerosi al Poggio in Spezia il brigadiere Scansani Ettore, della stazione di Piacenza, i carabinieri Mostarda Paolo e Filippini Apollonio, delle stazioni di Pavia e di Bologna. Il servizio da essi prestato per sì lungo tempo fu di tale abnegazione e di tanto coraggio che superò ogni elogio.
Ben meritamente la medaglia d'argento pei benemeriti della salute pubblica ornerà il loro petto; intanto si ebbero l'encomio solenne.

1-31 ottobre. - L'epidemia assale Baricella in quel di Bologna. La popolazione presa ormai da timor panico per le notizie che venivano dal Ferrarese, ai primi casi si abbandona ad uno spavento indescrivibile. I poveri colpiti dal male sono sfuggiti persino dai parenti: all'ufficio di dar sepoltura ai morti tutti si rifiutano.
Infermieri, seppellitori, incoraggiatori, curatori delle provvidenze igieniche furono i carabinieri della brigata locale e quelli della brigata della frazione di San Gabriele. Troppo lungo sarebbe narrare le gesta compite da questi bravi militari per un mese di seguito con tale infaticabile attività, con sì pietoso zelo e con tanto coraggio da diventare l'ammirazione, l'esempio, il conforto supremo delle autorità di ogni ordine e degli abitanti.

15 novembre. Manifestatosi il colera nel mandamento di Costigliole d'Asti, il brigadiere Delpozzi Maurizio, comandante di quella stazione, con i suoi dipendenti appuntato Tosello Giuseppe, carabinieri Toppi Attilio, Piretta Pietro e Bertorello Carlo, non si diedero più un istante di riposo. Soccorrere gli infermi, aiutare a seppellire i morti, disinfettare le abitazioni, incoraggiare i sani sbigottiti, dar consigli igienici, trovarsi dovunque, a tutto provvedere, tale fu l'instancabile loro servizio. Affranto dagli strapazzi, finalmente anche il brigadiere è colpito dal colèra: le cure che gli ebbero i suoi subordinati furono delle più commoventi.
La condotta di questo bravo graduato e di tutta la sua brigata fu oggetto di ammirazione e di plauso generali.

(Dalle cronache dell'epoca)