![]() |
Carabinieri 1 |
![]() |
Cimenti, eroismi, ideali (1814 - 1914)Legion d'onore della legge, corazza vivente, i Carabinieri Reali hanno celebrato in questa primavera italica il centenario dell'arma che il consentimento generale dello spirito pubblico chiama benemerita. La sua tradizione fu tutta d'onore, la sua religione fu soltanto il dovere. Fra le vicende politiche che dalla restaurazione piemontese e dal proclama di Rimini condussero l'Italia alla realizzazione del grande ideale unitario l'arma dei Reali Carabinieri mantenne purissima la sua tradizione. Essa rappresenta la forza che
fiancheggia la legge. La figura del carabiniere compare là dove si
turba per fortuna di eventi il tranquillo e uniforme curricolo della
vita. I due carabinieri a cavallo sul biancore delle vie polverose fanno parte integrante del paesaggio italiano, il drappello dei carabinieri che fa scorta al comandante che passa una rivista aduna tutti i plausi del popolo. Sono rimaste indimenticabili le
parole di un generale Ambert, per i militi dell'arma: La simpatia del popolo italiano accompagni dunque nella data memorante l'onore, la fede, la patria: .... essa è un'idea fulgente
|
||
Un episodio del brigantaggio pseudo politico del 1862
Dopo la vittoria del Volturno,
che assicurava alla corona di Re Vittorio Emanuele il possesso di
un'altra contrada splendidissima d'Italia, i Borboni, non potendo
continuare la guerra, slanciarono nelle provincie meridionali
numerosissime bande di briganti, composte in massima parte di assassini,
di ex-galeotti e di contadini fanatici e feroci. Le lotte che ì nostri
soldati dovettero sostenere per sterminare quelle bande furono lunghe e
faticose. Il vicebrigadiere Forloni Michele, e i carabinieri Rizzi Giovanni, Favatta Antonio, Lucarini Domenico e Bernardi Domenico, tutti della stazione di Acerenza (Basilicata), ritornavano il 7 febbraio 1862 da Genzano ove eransi recati a scorta di un loro commilitone uscito dall'ospedale di Potenza, quando, verso le 2 pomeridiane, giunti alla discesa di Ralle, caddero in una imboscata di 25 briganti a cavallo comandati da Ninco-Nanco.
Quantunque uno contro cinque, i valorosi non si perdettero d'animo, e
sebbene circondati da ogni parte disperassero salvarsi da lotta tanto
ineguale, niun di loro prestò orecchio alle intimazioni di resa,
preferendo morire piuttostoché cedere le armi agli assalitori. Ai primi colpi caddero estinti
il vicebrigadiere ed il carabiniere Favatta; non perciò
lasciarono di men strenuamente combattere i tre superstiti, animati anzi
dal desio di vendicare i caduti. Ma che ponno tre uomini a piedi e per
quanto valorosissimi, contro 25 a cavallo vantaggiosamente postati ed
avidissimi di sangue? In questo correre il carabiniere
Bernardi, cadendo in un borro, ebbe per colmo di sventura infranta e
però inservibile la carabina. Era un pattuglia mista di carabinieri
e di guardia nazionale che all'udire lo schioppettiò colà
frettolosamente si dirigeva. Bastò quella vista perché i briganti in
pria baldanzosissimi, si dessero a precipitosa fuga, quivi lasciando
perfino due cavalli.
Non abbiamo parole come tributare sufficienti lodi a quei cinque
intrepidissimi soldati, che l'esercito è fiero d'iscrivere nel già ben
ricco libro dei suoi eroi, né sapremmo come meglio chiudere questi
cenni, se non riportando l'ultima parte dell'ordine dei giorno che il maggior
generale Balegno dava in questa circostanza alle truppe da lui
dipendenti a lode imperitura dei tre carabinieri rimasti vittima del
loro indomito coraggio e dell'onore dell'Arma cui appartenevano: (Da "Il Valore Illustrato") |
||
Il brigantaggio in Sicilia
Riceviamo da Caltanissetta
uno schizzo interessante, accompagnato dal seguente racconto. L'11 ottobre, una
pattuglia di carabinieri in perlustrazione s'imbatteva in Anzalone
Cataldo e Salvo Andrea, noti capi briganti che con le loro
criminose ed audaci azioni funestavano da parecchi mesi la parte
occidentale di quella provincia, spargendo il terrore nelle popolazioni.
Dall'una e dall'altra parte si scambiarono delle fucilate senza
risultato di sorta, ed i due briganti ebbero l'agio di darsela a gambe
abbandonando per via una cacciatora, uno scapolare e non poche cartucce. Informato di questo incontro, il
bravo brigadiere di Serradifalco chiamò a sé tre militi a
cavallo, tre cavalleggeri e due carabinieri e con essi stabili il da
farsi. Al triste annunzio risuonano
minacce di esterminio agli agenti della pubblica sicurezza. Il combattimento dura da quattro
ore, quando si ode una voce da parte dei briganti che chiede una tregua:
si tratta nientemeno che di resa. Anzalone fu tradotto in Caltanissetta. La sua carriera brigantesca non va oltre a un mese e pure in sì breve tempo commise varie grassazioni, tre sequestri di persona fra i quali quello del signor Caico da Montedoro, e più di una volta si macchiò le mani di sangue umano. (Da "L'Illustrazione Universale" del 15 novembre 1874) |
||
Un sottotenente e tre malfattori
Reduce da piccola licenza, il sottotenente Scolari Angelo, comandante la sezione dell'Arma in Borgo San Sepolcro, muoveva nel di 14 novembre 1875 dentro vettura chiusa da Arezzo ad Anghiari, ed insieme al medesimo trovavasi il commendadore Morandini Giovanni, ingegnere capo delle strade ferrate romane. Erano circa le ore 2 pomeridiane quando la detta vettura, giunta a metà della salita Libbia-Anghiari, lentamente proseguiva innanzi. Sbucati dai boschi laterali alla
strada, improvvisamente con le pistole alla mano apparivano innanzi gli
sportelli della vettura due malfattori mascherati, mentre un terzo, pure
mascherato ed armato di fucile a due canne, impadronivasi dei cavallo. Mostrossi quindi pronto a cedere alle furtive voglie di costoro, e di buon grado offri loro un portafogli contenente poco denaro, ritenendone altro che rinserrava una cospicua somma. Sceso quindi dal legno insieme al signor Morandini, senza per nulla far trapelare le proprie mire, impassibilmente assisteva alla depredazione che commettevano i tre malfattori degli oggetti rimasti nella vettura. Improvvisamente però, e quando men se lo aspettavano, slanciossi l'ufficiale contro di loro, e ghermitone uno per il petto stramazzollo a terra, e lo avria, poderoso com'è lo Scolari della persona, ben presto soggiogato, se ferito alle spalle con tre colpi di pugnale dagli avversari non avesse perduto le sue forze. Non isgomentossi per questo il prode ufficiale, ma continuò a lottare con maggiore energia, e sarebbe senza dubbio riuscito a servirsi di un pistola a doppia canna strappata di pugno all'avversario, se altri due colpi, l'uno di fucile che lo investi gravemente alla coscia, ed altro pure grave di stile che lo ferii nella testa, non gli avessero fatti perdere i sentimenti. I tre aggressori però, atterriti dall'energico ed inaspettato contegno, senza curarsi di compiere la depredazione, dieronsi alla fuga scomparendo fra le vicine boscaglie. Aiutato dal commendatore Morandini rientrò nel legno lo Scolari, e sebbene per la graditissima perdita di sangue appena articolar potesse delle parole, giunto in Anghiari primo suo pensiero si fu di dare ai suoi dipendenti le istruzioni per riuscire all'arresto dei malfattori, offrendo i connotati di uno dei medesimi al quale era riuscito nella lotta di strappare la maschera. Il capitano cav. Menardi, comandante in allora l'Arma nella provincia di Arezzo, accorreva immediatamente sul posto, e validamente coadiuvato dal maresciallo della stazione di Arezzo, Tosini Leopoldo, dal maresciallo della stazione di Borgo San Sepolcro, Spinacè Angelo, e dal brigadiere della stazione di Anghiari, Vitale Luigi, senza indugio davasi a praticare le opportune investigazioni per riuscire alla scoperta degli autori della aggressione. Tanto si fu lo zelo e la intelligenza spiegata dal detto capitano, che nella notte del 16 detto vennero tratti in arresto tali Cerofolini Damiano e Paperini Pietro che tutto portava a ritenere essere due degli autori della grassazione, mentre altro individuo, certo Papini Annibale, venne parimenti dall'Arma tratto in arresto dietro mandato di cattura spiccato dall'Autorità giudiziaria. Il Paperini, che in sulle prime ostinavansi a negare di aver preso parte nell'aggressione, finì col confessarsi reo, dichiarando di aver avuto a complici gli altri due arrestati. (Da "L'Album del Carabiniere Reale", ottobre 1877) |
||
Un Capitano impavido
Il viaggiatore il quale movendo da Roma si rechi a Firenze, giunto quasi a metà della via sul nuovo tronco Chiusi-Terontola, vede sulla destra a breve distanza mollemente adagiarsi nel ceruleo suo letto il lago Trasimeno, e innalzarsi su esso, quasi uscito dalle acque, un paese, che per la sua giacitura appunto ha il nome di Castiglione del Lago. Chi voglia scendere alla stazione ferroviaria omonima e colà dirigersi, deve percorrere 2 chilom. di via ordinaria, abbreviati se vuolsi dall'amenità dei luoghi, ma che il più delle volte conviene fare a piedi per mancanza di veicoli che trasportino. Così appunto accadeva nella sera del 2 gennaio dell'anno in cui siamo al capitano Gritti sig. Giuseppe comandante dei Carabinieri nel Circondario di Perugia, e che diretto a Castiglione del Lago, per visitarvi di sorpresa i militari ivi residenti, era sceso dal treno che arriva poco dopo delle 7 pom. alla detta stazione. Quanto compieva il capitano Gritti in quella sera entra nelle funzioni ordinarie degli Ufficiali dell'Arma; e nulla d'anormale pella pubblica sicurezza consigliandolo a speciali precauzioni, procedeva sicuro e fidente, armato di sola sciabola e non curandosi di chi con lui fosse sceso dal convoglio, se non che per precederli nell'arrivo al paese, onde non distruggere l'effetto della sorpresa qualora conoscenti dei Carabinieri avessero potuto prevenirli del di lui arrivo. Non così però la pensavano due negozianti, Vazzari Federico e Saddocchi Sante, ambi della provincia di Arezzo, i quali, arrivati contemporaneamente al capitano, essendo possessori di ragguardevoli somme, diffidavano avventurarsi per la via che dovea condurli all'abitato, tanto più che avvistisi d'essere stati osservati da due compagni di viaggio con loro scesi dal convoglio e che frettolosi li avevano preceduti fuori della stazione, temevano un agguato; quindi rivoltisi al capo stazione della ferrovia chiesero d'essere scortati da alcuno del personale di servizio; ma questi dolente di non poterli esaudire, non seppe far meglio che indicar loro il capitano dei Carabinieri che di poco li precedeva battendo la stessa via. Seguito questo consiglio, i due negozianti affrettarono il passo onde raggiungere il capitano, mantenendosi però qualche passo indietro e senza metterlo a parte dei propri timori. Il capitano Gritti camminava, come dicemmo, senza preoccupazione di sorta lunghesso il ciglio a destra, non curandosi dei due che seguendolo stavano invece in mezzo della strada; ed egli avea percorso quasi un chilometro quando, al punto che volgarmente è detto il Cipresso, tre individui sbucano dal fossato ed a lui innanzi colle armi spianate gli intimano il fermo là. Parve singolare da principio al capitano
quell'intimazione, ma però, pensando soltanto che Carabinieri
appiattati avessero preso abbaglio su chi si avvicinava, non vi dava
importanza, e proseguendo colla stessa sicurezza cercava con cenni della
voce far loro comprendere chi fosse. Ma gli sconosciuti saliti intanto
sulla strada, ed alla lor volta avvicinatisi, fecero accorto il capitano
non trattarsi di Carabinieri ma bensì d'aggressori; per cui in
allora con rapido e giusto colpo d'occhio egli misura la propria
situazione tutt'altro che vantaggiosa perché assalito dai tre che aveva
d'innanzi armati di fucile a doppia canna, mentre poi si avvede che tre
altri inermi gli stanno dietro, uno dei quali colle braccia aperte sta
per afferrarlo alle spalle. Comprese perciò il capitano che una
maggiore esitazione l'avrebbe perduto, e dato mano alla sciabola la
sguaina; restano per un momento gli aggressori perplessi, ma uno forse
più ardito, puntata l'arma, quasi a bruciapelo l'esplode contro di lui,
che, avvistosene a tempo, ratto piega sulle gambe volgendo il fianco ed
abbassando il corpo in modo che i proiettili presolo diagonalmente ne
sfiorano il petto, crivellando in quel punto lo spencer, ed annerendogli
col fumo la guancia sinistra; s'alza dopo risoluto il capitano e con
voce minacciosa chiamando a sè Carabinieri, Carabinieri,
quasi che nei dintorni nascosti si trovassero, e trinciando con mano
robusta fendenti a destra ed a mancina, pone in fuga quei malandrini che
cacciatisi nel fosso laterale della via da cui erano usciti e
scavalcando la siepe guadagnarono la campagna dileguandosi ad ogni
possibile inseguimento. I due negozianti che già nominammo, e che per un triste presentimento non erano rassicurati neppure dalla presenza del capitano dei Carabinieri, visto l'apparire degli aggressori, udita l'intimazione e la detonazione dell'arma, creduto il capitano morto e sentendosi ormai presi e spogliati, volsero in fuga verso la stazione ferroviaria gridando all'accorr'uomo e gittando i cappotti entro cui il Vazzari teneva il portafogli con L.3000, nel mentre che il Sadocchi già aveva pronto il suo, contenente altre L.5000, e che si disponeva consegnare purché gli fosse stata salva la vita. li capitano dal suo canto, che non sapeva chi fossero i fuggenti, li inseguiva, e gli altri che in lui ritenevano un aggressore raddoppiavano di celerità, e solo alla stazione fu possibile chiarire l'equivoco, ricuperando entrambi i cappotti che avevano abbandonati sulla via ed entro cui il Vazzari ancora trovava il portafogli colla moneta. Fu sollecito il capitano Gritti ordinare sul momento indagini attivissime onde scoprire gli autori di aggressione sì audace, ma tanta operosità e premura non venne coronata, sino ad ora, da favorevoli risultati. Intanto però pel coraggio di questo distinto ufficiale fu sventato un agguato chi sa da quanto premeditato, e s'ebbero salva la vita e gli averi due onesti cittadini che non si ristettero dal benedire l'ardito e generoso contegno del capitano Gritti al quale fecero le più larghe offerte, che come ben può comprendersi, furono ricusate. (Da "L'Album del Carabiniere", aprile 1877) |
Un masnadero modello
Ruoni Agostino, nativo di
Posada in quel di Nuoro, disertore dal Regio Esercito,
acquistò la funesta fama di masnadiero modello. Le uccisioni, le
rapine, gli incendi segnalavano il suo passaggio onde egli era
addirittura lo spavento delle campagne che percorreva. Per l'ardito maresciallo Manai
Giovanni, comandante la stazione di Tempio, il Ruoni
era un continuo stecco negli occhi ed al quale egli teneva costantemente
rivolta tutta la sua attenzione.
(Da "Il Carabiniere" del 21 ottobre 1882) |
||||
..."Eran figli del popolo, erano contadini, difendevano la società"
Diamo il ritratto dei due carabinieri che furono sì barbaramente assassinati a Villa Filetto il 19 marzo. Li ha pubblicati L’Esercito della Domenica, un eccellente giornale scritto per i soldati e gli ufficiali, che ha il merito di essere ad un tempo giornale militare, popolare e letterario. Speriamo che sia diffuso grandemente nell'esercito italiano; epperò fa bene a ricordare questi, ch'esso chiama assai giustamente "i martiri del dovere". Eran figli del popolo, l'uno e l'altro: eran contadini: e difendevano la società. La difendevano dai nemici interni, dalle sette che sono lungi dal disfarsi in questa povera Italia.
La cittadinanza di Ravenna volle protestare contro il barbaro assassinio, tributando solenni onoranze alle due vittime. Al Parlamento ci fu un'interpellanza; ma il primo ministro rispose con molta freddezza. Qua e là si sono aperte delle sottoscrizioni a favore delle famiglie dei due poveri carabinieri: in tutt'altro paese che l'Italia, di questa sottoscrizione si sarebbe fatta una dimostrazione imponente da tutti gli amici dell'ordine. Qui invece non si son raccolti che pochi quattrini! (Da "L'Illustrazione Italiana", del 16 aprile 1882) |
||||
Alla Stazione di Chiavari
Signor capo guardiano, abbiamo l'ordine di traduzione della detenuta Gardella a Genova. Aperta la prigione, il vice brigadiere Molinero Giovanni e il carabiniere Fabrizio Angelo, della stazione di Chiavari, se la mettono in mezzo e senza applicarle i ferri come d'ordinario si pratica colle donne, si avviano alla stazione di Chiavari. Angela Gardella è una di quelle non poche disgraziate che cominciano col collocarsi al servizio di qualche famiglia e poi, messe sullo sdrucciolo della sensualità, terminano colla prostituzione, col vagabondaggio, col carcere. Il treno entra nella stazione,
con una velocità che se non è la massima non è nemmeno quella di
passo d'uomo prescritta. La testa del treno non dista più che due metri da loro: improvvisamente la Gardella sfugge di mezzo ai di lei custodi e si getta sul binario coll'evidente scopo di rimanere stritolata. Il carabiniere Fabrizio, che trovasi dalla parte opposta alla direzione del treno, non vede più il pericolo, esso non ha dinanzi che una infelice da salvare da morte certa ed orribile. Si lancia sul binario, riesce ad afferrare per il petto la sconsigliata ed a trascinarla sulla banchina. Nello stesso tempo il vicebrigadiere che trovavasi sulla sinistra della detenuta, trascina a sè quella donna. Proprio in quell'attimo il treno passava arrestandosi dopo aver ancora percorsi soli pochi metri. (Da "Il Carabiniere", del 15 marzo 1884) |
||||
Gli Eroi della filantropia
Chi conosce la topografia di Venezia sa come quella inestricabile rete di calli, di calette, di sottoportici, di corti, di campi, di campielli, di salizzade, di fondamenta, metta capo ogni qual tratto per mezzo di traghetti al Canal Grande e ad innumerevoli altri piccoli canali e rii che formano un labirinto omologo a quello accennato dianzi, concorrendo entrambi a dare a quella sirena dell'Adriatico un aspetto caratteristico ed unico. I traghetti sono brevi gradinate in legno od in pietra per le quali si scende nella gondola che per un soldo trasporta alla parte opposta del canale: nel salire e scendere quei gradini se non si è avveduti e talvolta se non si è sorretti dal gondoliere, per la muscosità viscida che vi sta rappresa, si rischia a fare un tonfo punto gradevole. Il 2 settembre scorso sul
traghetto del Buso, che in prossimità del Ponte di Rialto mette
al Canal Grande, trastullavasi nelle ore del pomeriggio un
ragazzino appena ottenne per nome Attilio Larice. Colla spensieratezza e
colla vivacità Un piede arrivato finalmente al gradino muscoso non stette saldo ed Attilio con uno scivolone precipitò in canale: l'acqua è profonda quasi tre metri ed il Ponte di Rialto vi mantiene una corrente, che in quel momento il passaggio di un vaporino rendeva più gagliarda. Il povero figliuolo n'è attratto; ci si dimena, strilla, ma il pericolo di esser travolto, di perdersi è imminente. Alla scena luttuosa gridano quei del vaporino, gridano soccorso i passanti sul ponte: in questo terribile istante di ansia a quattro a quattro saltando i gradini scendono giù dal ponte due carabinieri, che, armati di fucile con bandoliera e giberna, dal servizio delle Assise tornavano alla loro stazione di Cannareggio: sono i carabinieri Faletto Carlo e Gea Alessandro. Arrivati sulla riva, il fanciullo lottava ancora colla morte, poteva ancora salvarsi. L'animoso carabiniere Faletto non pensa ch'egli è inesperto nel nuoto, non pensa che il grave uniforme con due pacchi di cartucce in giberna l'esporrà a quasi certo pericolo di perder la vita. Egli non ascolta questi timori, vede soltanto una vittima da strappare alla morte, e consegnato il fucile al compagno, con tutto, il cappello, la sciabola-baionetta, la bandoliera con giberna, si slancia nell'acqua. Lotta disperatamente colla corrente e raggiunge e afferra il fanciullo a cinque metri dalla riva, se lo reca nelle braccia e così può guadagnare la sponda. Il facchino Penso poco dopo imita il di lui esempio e coadiuva il carabiniere a guadagnare la riva. (Da "Il Carabiniere" del 15 dicembre 1884) |
||||
I Carabinieri del 1885 l'anno del Colera
Assistono fino alla fine i
compagni Frati e Belfanti, custodiscono il cadavere di
quest'ultimo per 21 ore, gli scavano la fossa e ve lo seppelliscono. 31 agosto. - Il carabiniere Bigondi Pietro della stazione di Collecchio, ed il carabiniere Lucca Pietro, di quella di Fornovo, rimangono chiusi sino al 31 dal cordone sanitario in Rocca Prebalza, ove furono i genii della consolazione, assistendo il medico ed esortando alla calma la popolazione. I militari Ravasio, Bagnasco,
Frati, Bennond, Belfanti, Broggi, Acquistapace
e Marioli vengono proposti per la medaglia d'argento dei
benemeriti della salute pubblica, e per quella di bronzo i militari Ghirardello,
Breda, Bodini, Lucca, Bigondi e Bassani;
tutti poi vennero subito rimunerati coll'encomio solenne dal comandante
la legione. Il becchino è un vecchio di 66 anni, non ha forza a scavare la fossa, né di superare le asperità del monte: i carabinieri compiono essi lo scavo, quindi pigliano il coleroso, uno per le braccia, l'altro per i piedi, lo portano là, lo collocano dentro e lo ricoprono di terra e calcina. Fra gli applausi della
popolazione, mentre ricevono l'encomio solenne si son meritati la
proposta per la medaglia ai benemeriti della salute pubblica. Chi ebbe più agio di
distinguersi per filantropia e per coraggio fu il carabiniere
Nilla-Niceti, il quale prese ad assistere sino a che non fu morto un
coleroso abbandonato per fino dalla donna che egli aveva sposato quella
stessa mattina. Questa esemplare e coraggiosa filantropia richiamò la
ammirazione dello stesso parroco e di tutto il paese. Il generale comandante il
corpo d'armata che visita quel villaggio, ferma con compiacenza la
sua attenzione su quel sottufficiale ed è largo di elogi per la sua
bella condotta. Oltre l'encomio solenne, egli ha saputo meritarsi la
proposta della medaglia d'argento pei benemeriti della salute pubblica. (Dalle cronache dell'epoca) |
| |
||||||
| |
||||||
| |
||||||