
Tutti i piloti della Ia Flotta aerea chiedevano di far parte del nuovo Corpo di attacco speciale, sia gli ufficiali che i sottufficiali (questi ultimi, non essendo stati inizialmente compresi, protestavano per non sentirsi disonorati). Essi affrontavano la prova con grande entusiasmo, ma non erano degli esaltati o dei pazzi, poiché andavano verso la morte con spirito sereno ed equilibrato, pienamente e normalmente umano. Il
Kamikaze era un uomo come tutti gli altri, che pensava e sentiva e viveva come gli altri, che scriveva ai propri familiari esprimendo affetti e sensibilità umani, rendendosi chiaramente conto di essere sul punto di lasciare il mondo fisico, rinunciare ad ogni cosa della terra, rinunciare ad
una somma di beni cui egli teneva né più e né meno che gli altri uomini. Ma ciò era necessario perché il Giappone era in pericolo ed i
Kamikaze, semplicemente perché soldati nipponici, dovevano sacrificarsi per scongiurare od almeno allontanare il pericolo. Per essi, sopravvivere alla rovina dell'Impero, senza aver tentato il possibile e l'impossibile per evitarla, era disonorevole. Nella foto in
alto la cerimonia dei Kamikaze prima della partenza; l'ammiraglio Onishi offre ai morituri il
saké, bevanda tradizionale nipponica propria delle cerimonie rituali e dei funerali. Nella foto in
basso i piloti del I Corpo d'attacco speciale partecipano al proprio funerale prima di decollare verso le unità nemiche.
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