2a Guerra Mondiale 1945-33


Bombardamenti sul Giappone


Inno Honduras 



Durante i mesi di maggio e di giugno del 1945 l'aviazione americana partendo da basi terrestri continuava i violenti attacchi aerei sulle maggiori città e sui maggiori centri industriali del Giappone, particolarmente su Toto, Yokohama, Nagoya, Osaka e Kobe, distruggendole ed incendiandole quasi interamente. Essendosi verificata l'apparizione, durante un attacco su Tokyo, di caccia a reazione giapponesi (essenzialmente di due tipi, derivati entrambi dai reattori tedeschi dell'ultimo periodo della guerra in Europa), i quali avevano ottenuto un forte successo contro i B. 29, l'aviazione americana sospendeva l'offensiva aerea sulle città, per spostare la propria poderosa offesa contro i centri di produzione degli apparecchi da caccia, specie quelli che sperimentavano e costruivano i nuovi tipi a reazione. Nella foto in alto una formazione di superfortezze americane B. 29 decollate da una base del Pacifico, in volo di guerra contro il Giappone. Nella foto in basso i quadrimotori B. 29 in volo sul territorio giapponese, al di sopra del vulcano Fujiyama (di oltre 3.500 metri di altezza), simbolo del Giappone.


12 giugno 1945. Due quadrimotori americani del tipo Liberator raggiungono per la prima volta in volo di guerra il Mar del Giappone (situato tra l'arcipelago metropolitano nipponico e la costa della Siberia), attaccandovi naviglio mercantile giapponese, ciò che portava le navi del Tenno a perdere l'unica possibilità di navigazione senza la certezza di venire attaccate e distrutte dagli aerei nemici. Il 17 giugno, 450 superfortezze americane attaccavano i porti delle isole di Kyu-Shu e di Honshu. Con queste operazioni contro la navigazione e contro le installazioni portuali il Giappone era sottoposto ad un blocco completo, da ogni lato ed i resti della sua flotta mercantile, dopo quella da guerra, venivano distrutti nei porti o lungo le coste, mediante attacchi massicci di centinaia di aeroplani. Nella foto in alto la eccezionale ripresa dell'affondamento di una nave da guerra nipponica, che ritrae l'unità semi affondata e adagiata , su un fianco. Notare i superstiti dell'equipaggio che tentano disperatamente di porsi in salvo scivolando lungo la murata. Nella foto in basso il massiccio bombardamento americano sul porto di Kure.



2 luglio 1945. Le prime superfortezze decollavano dagli aeroporti di Okinawa, appena riattivati dopo i duri combattimenti per la conquista dell'isola. La nuova base di operazione per i B. 29 si aggiungeva a quelle già in uso a Saipan (distante da Tokyo 2.250 km.) e di Iwo Jima (a 1.100 km. dalla capitale nipponica). Da queste tre basi gli americani lanciavano ogni giorno ed ogni notte attacchi sul territorio giapponese, senza incontrare ormai più alcuna reazione da parte della caccia nipponica che era stata trasferita in Corea, allo scopo di preservarla per il giorno dello sbarco americano nell'arcipelago giapponese. Per l'assenza di reazione gli aerei americani potevano quindi scendere a bassa quota a bombardare e mitragliare obiettivi di ogni genere, specie linee di comunicazioni, con una tattica simile a quella seguita durante l'offensiva aerea sull'Italia del nord tra la fine del 1944 e l'inizio del 1945. Nella foto in alto le macerie di Osaka, la seconda città del Giappone, in un documento di fonte nipponica. In basso a sinistra l'impressionante foto degli attacchi aerei contro la corazzata Haruna, nel porto di Kure, il 28 luglio 1945. A destra bombe, assicurate a paracadute per non danneggiare gli aerei incursori, sganciate da bassissima quota su un aeroporto nipponico.


Il 30 luglio riprendevano gli attacchi aerei dell'aviazione imbarcata su portaerei. Ben 1.200 apparecchi d'assalto e da bombardamento leggero, appartenenti alla Task Force 38 della III Flotta americana (al comando dell'ammiraglio Mitscher), scortati da caccia e larga autonomia di base ad Iwo Jima, attaccavano gli 80 aeroporti della zona di Tokyo, producendo gravi danni alle installazioni, ma scarsi agli apparecchi, presenti in numero limitato, dopo il trasferimento del grosso dell'aviazione nipponica in Corea. Il 14 luglio intanto, si erano verificati anche casi di cannoneggiamento delle coste giapponesi, effettuati presso Kamaishi da parte di navi da battaglia incrociatori e cacciatorpediniere della III Flotta. Tra il 18 ed il 28 dello stesso mese l'aviazione americana attaccava i resti della flotta imperiale Kurc e Yokosuka, distruggendoli del tutto. Venivano così affondati o distrutti 4 corazzate, 2 portaerei, 3 incrociatori. Restavano ancora disponibili alla flotta giapponese 1 corazzata, 2 portaerei, 4 incrociatori 26 cacciatorpediniere e 16 sommergibili, ma quasi tutti gravemente danneggiati dalle bombe e dai siluri. Nella foto in alto bombardamento da bassa quota di un nodo ferroviario a Formosa. In basso allucinante attacco notturno sulla città di Toyama.



Il 24 luglio si abbatteva sul Giappone il piú pesante attacco aereo mai condotto da apparecchi imbarcati. Ben 2.000 aerei, partiti da portaerei americane e britanniche bombardavano duramente Osaka, Nagasaki, Sakai e Nagoya, già gravemente colpite in passato, aggiungendo altri danni di misura ingente ai precedenti già enormi. Negli ultimi giorni di luglio e nei primi di agosto le cattive condizioni del mare costringevano all'inazione le formazioni aeree imbarcate, che venivano sostituite da bombardieri medi e da caccia di nuovo tipo P. 6l-Black Widow partenti da basi terrestri, mentre proseguiva l'offensiva delle superfortezze di Okinawa, Saipan ed Iwo Jima, con immutata asprezza. Questi attacchi, alla fine di luglio, paralizzavano ormai quasi completamente la vita in Giappone. Le vie di comunicazioni non funzionavano più, tutti i trasporti erano bloccati e resi impossibili dagli attacchi aerei; le industrie completamente ridotte a zero; le città distrutte ed ancora tempestate di bombe e devastate dagli incendi e dalle esplosioni. Contro una simile situazione, la difesa contraerea giapponese compiva, i massimi sforzi, ma essi erano pressoché nulli per la strapotenza dell'aviazione nemica. Nella foto in alto contraerea giapponese in azione con i micidiali proiettili al fosforo. Nelle foto in basso aerei americani, incendiati dalla difesa nipponica, precipitano al suolo. Notare nella foto di destra i pezzi staccatisi dall'aereo

L'attacco sovietico al Giappone





8 agosto 1945. L'Unione Sovietica dichiara la guerra al Giappone, motivandola con l'esigenza di « ridurre le vittime ed affrettare la pace ». Il giorno seguente iniziavano le operazioni contro il Giappone, condotte in Manciuria, in Corea, a Carafuto (Sakhalin) e nelle isole Kurili. Le truppe che investivano la Manciuria superavano il milione di uomini ed erano sotto il comando supremo del maresciallo Vasilevskij. Esse si dividevano in tre gruppi: il primo in Mongolia ed in Transbaikalia, agli ordini del maresciallo Malinovskij; il secondo sull'Amur, tra Khabarovsk e Blagovechtchensk, agli ordini del generale Purkaev; il terzo attorno a Vladivòstok, comandato dal maresciallo Merezhkov. A queste truppe si aggiungevano l'armata della Mongolia Esterna, sotto il comando del maresciallo Ciai-Baldan e la flottiglia dell'Amur, del Vice Ammiraglio Antonov. Queste forze attaccavano concentricamente la Manciuria, puntando tutte verso il triangolo formato da Kharbin e Hsing-King, da Mukden e dalla base della penisola di Liaotung, dalla Corea settentrionale. Da parte giapponese, erano in Manciuria truppe scelte formanti l'armata del Kwantung (700.000 uomini), ma solo una piccola parte di queste vennero impiegate in combattimento, essendo sopravvenuto l'armistizio. Oltre la Manciuria, altre forze sovietiche, appoggiate dalla Bottiglia del Nord-Pacifico (vice ammiraglio Andreev) sbarcavano nella parte meridionale di Carafuto (Sakhalin) e nelle Kurili, mentre la flotta sovietica del Pacifico (ammiraglio Yumascev) attaccava i porti della Corea settentrionale. Nella foto in alto contrattacco giapponese in Manciuria; al centro e a destra, nella foto, due auto blinde russe distrutte. In basso truppe nipponiche consegnano le armi dopo l'annuncio dell'armistizio. In basso a destra, dall'alto in basso il maresciallo Vasilevskij e l'amm. Yumascev.



La campagna mancese durava dal 9 al 14 agosto. Benché i giapponesi non impiegassero in questi cinque giorni il grosso delle proprie truppe. le armate sovietiche incontrarono in Manciuria una vivace resistenza, condotta con decisione e contrassegnata da molti e vigorosi contrattacchi, specie nella Manciuria sud-orientale, sul fronte di Vladivostok. Tuttavia le truppe russe, grazie alla propria schiacciante superiorità, riuscivano a superare le resistenze di confine e ad avanzare verso l'interno, sempre combattendo aspramente. Il 14 agosto 1945, essendo stata, data comunicazione dell'armistizio, le forze nipponiche cessavano ogni resistenza. Le truppe sovietiche potevano così dilagare rapidamente verso il cuore della Manciuria ed estendere l'avanzata con sbarchi dal mare e lanci di paracadutisti. Il 23 agosto tutta la Manciuria, la Corea del nord, Carafuto (Sakhalin), le Kurili, Dairen e Port Arthur erano occupate dai russi. Negli ultimi giorni di agosto firmava la capitolazione il Comando dell'Armata nipponica del Kwantung. Nella foto in alto i russi ad Harbin; notare la nuova scritta bilingue sulla stazione, in cinese ed in russo. In basso a sinistra; una Tavola della Domenica del Corriere del tempo raffigurante il presidio russo di Port Arthur, arresosi ai giapponesi con l'onore delle armi nel dicembre 1904 dopo un lungo assedio. Nel febbraio di quell'anno infatti era scoppiato un improvviso conflitto tra Russia e Giappone, conclusosi nel 1905 con la vittoria nipponica e la conseguente occupazione della Corea, Manciuria e Port Arthur. Dopo 40 anni quindi, le forze russe prendevano, gratuitamente, la loro rivincita. In basso a destra disarmo di una unità nipponica presso la città di Mukden.


Gli inglesi in guerra:  ...e partì la lancia in festa a cavallo di un caval.

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