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2a Guerra Mondiale 1945-3 |
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L'attacco al Giappone |
Inno Belize |
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| Le truppe americane, mentre proseguivano la propria avanzata verso l'interno della zona settentrionale di Iwo Jima, progredivano lentissimamente ed a mala pena in quella meridionale, specie sulle pendici del monte Suribachi, punto dominante dell'isola e zona più potentemente fortificata, dove i soldati nipponici resistevano più rigidamente. Nella foto a sinistra in
alto lo Stato Maggiore americano studia le operazioni di Iwo Jima su un plastico dell'isola; da destra a sinistra, il vice ammiraglio Turner. Comandante in Capo, il generale
Holland Smith, comandante dei marines e due ufficiali dello Stato Maggiore. A sinistra al
centro su una nave americana si seppelliscono i morti col tipico rito marinaro. A sinistra in
basso si apprestano le prime cure ai feriti gravi dei primi momenti della battaglia, raccolti sulla spiaggia. In alto a
destra una impressionante documentazione della reazione giapponese. Sulla nave da sbarco, colpita dalle artiglierie costiere
di Iwo Jima, il mitragliere americano è caduto sulla sua arma. In basso a
destra altri feriti caricati sui mezzi da sbarco e reimbarcati sulle navi. |
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![]() 23 febbraio 1945. Ben presto la violenta pressione americana riusciva a segnalare notevoli progressi anche nella parte meridionale di Iwo Jima, nella quale gli sforzi da ambo le parti, erano maggiori e l'estensione del territorio minore. Così, alla sera del 23 febbraio, buona parte della zona meridionale dell'isola era ormai nelle mani, degli americani. Restava però ancora in saldo possesso delle truppe nipponiche oltre metà del territorio di Iwo Jima. In questo settore i marines dovranno ancora combattere per oltre venti giorni, prima in eliminare i difensori. Nella foto in alto a sinistra una veduta della sottile parte meridionale di Iwo Etna, durante attacchi a volo radente dei caccia imbarcati americani. Sull'altopiano dell'isola sono visibili gli incendi e le colonne di fumo. Oltre l'isola, sullo sfondo, le unità della flotta d'invasione. A destra in alto l'aeroporto Motoyama prima della conquista, sottoposto ad attacco aereo americano. In basso lo stesso aeroporto dopo l'occupazione. |
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| Ai primi di marzo si combatteva ancora ad Iwo Jima. Il presidio giapponese, benché gravemente decimato dalle perdite, isolato da ogni possibilità di aiuto, investito da forze soverchianti dal mare dal cielo e da terra, continuava a lottare fino all'ultimo, facendo annientare i suoi reparti uno per
uno, fino all'ultimo uomo. Questo accanimento costringeva gli americani
a continuare la battaglia per altri quindici giorni, condotta fra altissime perdite da ambo le parti. I
marines che avevano già una tradizione di truppe valorose, attraverso questa durissima
prova ottenevano riconoscimenti ormai unanimi; e lo stesso avveniva per i giapponesi, il cui eroismo veniva rilevato in quei giorni soprattutto dai capi militari avversari. In
alto un guastatore americano in prossimità della posizione giapponese, colpita in pieno e avvolta nel fumo. A sinistra in
basso la eccezionale ripresa delle tre fasi successive dell'affondamento di un cacciatorpediniere nipponico. A destra
in basso un ferito americano riportato sulle navi dall'inferno di Iwo Jima, testimonianza agghiacciante della spaventosa violenza dei combattimenti. |
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![]() 14 marzo 1945. Dopo ventisei giorni di lotta durissima, condotta senza risparmio dalle due parti fino all'ultimo, cessava la resistenza nipponica nell'isola di Iwo Jima. Dei 21.516 uomini che ne formavano il presidio, 21.304 restavano uccisi in combattimento e soli 212, in buona parte feriti, venivano catturati. Le perdite americane erano pressoché pari, ascendendo a ben 20.196 morti, dei quali 4.305 in combattimento e 15 mila e 891 deceduti in seguito a ferite riportate sui campi di Iwo Jima. Queste cifre delle perdite americane, mai raggiunte in alcuna altra operazione di tutta la guerra del Pacifico, la parità quasi assoluta nel numero dei caduti fra vinti e vincitori, la altissima percentuale che questi caduti segnano sul totale delle truppe americane impiegate (il 30% se si includono nel totale dei marines sbarcati anche le riserve non impiegate), costituiscono la prova più eloquente della estrema asprezza degli scontri, che sarà eguagliata in parte ad Okinawa. Con la conquista di Iwo Jima, pagata a tale prezzo, si apriva però una delle porte al territorio metropolitano nipponico. L'altra si aprirà poco dopo ad Okinava. Nella foto l'immagine forse più conosciuta di un episodio della seconda guerra mondiale, che ritrae i marines mentre piantano la bandiera stellata sulla sommità del monte Suribachi, ad Iwo Jima. Da tale foto trasse ispirazione il monumento che ricorda l'epica battaglia. |
![]() Gli inglesi in guerra: operazione patata. |
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