2a Guerra Mondiale 1945-20


La battaglia di Okinawa


Inno Zimbabwe 



Gli americani avevano raccolto ingenti forze per l'assalto anfibio ad Okinawa. Esse assommavano in tutto a 548.000 uomini e 1.500 navi, oltre i mezzi da sbarco per fanteria. Tutte queste forze, sotto l'alta direzione dell'Ammiraglio Spruance, comandante della V Flotta, erano affidate al comando tattico dell'ammiraglio Turner. Le truppe da sbarco ascendevano a 451.866 uomini, che costituivano la 10a Armata americana del generale Simon Bolivar Buckner. Le navi da guerra erano suddivise in due formazioni: forza di navi portaerei veloci e forza di attacco. La prima, agli ordini dell'ammiraglio Mitscher, era costituita da 15 portaerei (con 919 aerei a bordo), 8 corazzate veloci, 4 incrociatori e 48 cacciatorpediniere; a queste unità si aggiungeva la TF.57 britannica, al comando dell'ammiraglio Rawlings, con 4 portaerei (224 aerei), 2 navi da battaglia, 4 incrociatori e 12 cacciatorpediniere. La forza di attacco, invece, al comando dell'ammiraglio Hall, si componeva di 10 corazzate di vecchio tipo, 14 portaerei di scorta, 13 incrociatori, 23 CT. Nella foto in alto caccia navale americano Corsair all'attacco con razzi su Okinawa. In basso mezzi da sbarco americani e LVT.4 in corsa verso la spiaggia mentre una corazzata tipo California batte le difese nipponiche.



24 marzo 1945. Il sostegno indiretto alle navi da guerra era costituito da un gruppo di rifornimento (contrammiraglio Beary) comprendente petroliere e navi ausiliarie e una forza di sostegno anfibio (contrammiraglio Blandy) che raccoglieva navi portaerei di scorta, dragamine, squadre di demolizione di ostacoli e sbarramenti sottomarini, cannoniere e navi lanciarazzi. Il 24 marzo, mentre il grosso delle forze anfibie bombardavano l'isola e le navi della forza di sostegno anfibio iniziavano a rastrellare le acque costiere, unità delle truppe da sbarco prendevano terra nelle isolette di Kerama Retto, ad occidente di Okinawa, occupandole senza contrasto. Nella foto in alto carri anfibi americani all'assalto di Okìnawa. Questi mezzi, denominati LVTA.4 erano veri e propri carri armati con torretta girevole armata di un corto obice. In basso a sinistra mezzi da sbarco americani ad Okinawa. A destra un aereo da ricognizione dirige il tiro delle artiglierie sulle fortificazioni giapponesi.


1 aprile 1945. Negli isolotti di Kerama Retto venivano sbarcate e rapidamente messe in opera due batterie pesanti a lunga portata, per appoggiare anche con tiro terrestre lo sbarco alla vicina Okinawa, a poco più di una trentina di chilometri di distanza. Nelle Kerama veniva pure installata una base di idrovolanti da ricognizione marittima, contro il pericolo di attacchi da parte di sommergibili giapponesi. Il 1 aprile 1945 dopo un violentissimo e prolungato bombardamento (inziato il 24 marzo), alle ore 8,30 le prime ondate di marines raggiungevano le spiagge di Okinawa. Lo sbarco avveniva presso Hagushi, situata nella zona degli aeroporti di Yontan e di Kadema. Un altro sbarco, a carattere secondario, veniva effettuato nelle isolette Keise Shima, tra le Kerama Retto ed Okinawa. Nella foto in alto truppe da sbarco americane raggiungono a guado, le spiagge di Okinawa. In basso marines e carri anfibi LVTA.4 all'attacco di Okinawa, sotto il violento fuoco nipponico.


7 aprile 1945. Fra le azioni compiute dai giapponesi per respingere l'attacco contro Okinawa era la missione disperata compiuta dalle residue unità della flotta imperiale, missione dettata inoltre dal desiderio di non lasciare queste unità nelle mani dei vincitori. Veniva costituita così una forza navale al comando dell'ammiraglio Ito (con lo stesso nome si chiamava l'ammiraglio che aveva condotto nel 1894 la flotta nipponica alla prima vittoria navale dell'epoca moderna, in una guerra contro la Cina) formata dalla supercorazzata Yamato (63.700 tonnellate, e oltre 72.000 a pieno carico; armamento di 9 cannoni da 457 mm.), dall'incrociatore leggero Yahagi e da 8 cacciatorpediniere, che lasciava il Mare Interno e dirigeva verso Okinawa. Ma questa forza, prima che potesse avvicinarsi all'isola, alle 12,40 era attaccata da 386 aerosiluranti e bombardieri americani. Alle 14 la Yamato, colpita da 10 siluri e 5 grosse bombe, affondava; affondavano pure il Yahagi e 4 CT., mentre gli altri 4 superstiti si ritiravano. Le perdite americane si limitavano a 5 aerei abbattuti e 20 colpiti. Nella foto in alto la Yamato manovra per evitare i pesanti attacchi aerei americani. Nella foto in basso la più grande nave da guerra del mondo salta in aria ed affonda.


Per la estrema difesa di Okinawa, oltre la disperata resistenza della guarnigione dell'isola e la missione suicida del gruppo navale dell'ammiraglio Ito, i giapponesi impiegavano con frequenza inusitata gli attacchi kamikaze. Dal 1 aprile al 22 giugno 1945, cioè nei tre mesi occorsi agli americani per espugnare Okinawa, gli apparecchi suicidi giapponesi abbattuti dalla contraerea americana od autodistruttisi sugli obiettivi raggiungevano il numero di 1.900. Di questi kamikaze la maggior parte venivano fatti partire dai propri Comandi con l'esplicito fine di sacrificarsi sulle navi nemiche ma non pochi erano gli apparecchi normali che seguivano egualmente l'esempio dei kamikaze. In alto una portaerei gravemente colpita da un aereo suicida. In basso il ponte di volo di un'altra portaerei, dopo un attacco kamikaze.


Oltre agli attacchi suicidi, la reazione nipponica all'assalto anfibio contro Okinawa, si risolveva in un grande incremento di attacchi aerei con la tattica normale. Ma per quanto fossero numerose le formazioni di apparecchi giapponesi che, partendo da Kyushu e Formosa, attaccavano le navi, le truppe da sbarco, le posizioni nell'isola e i rifornimenti americani alle unità che combattevano nell'interno, la formidabile difesa contraerea delle navi e la reazione di migliaia di aerei da caccia imbarcati sulle portaerei rendevano sempre problematici gli attacchi giapponesi, dei quali una bassa percentuale riusciva. In questi combattimenti aeronavali intorno ad Okinawa venivano così distrutti dalla reazione americana nei tre mesi di lotta 2.336 velivoli giapponesi (oltre i kamikaze) e ne venivano danneggiati 7.830. Nella foto in alto un kamikaze precipita in acqua vicinissimo ad una nave americana. In basso una eccezionale ripresa notturna che mostra in tutta la sua impressionante potenza la reazione delle armi automatiche della contraerea navale americana contro un attacco di bombardieri nipponici.



Le perdite subite dagli apparecchi americani in questi scontri erano invece molto minori, anche se non trascurabili: infatti nello stesso periodo venivano distrutti intorno all'isola 557 aerei americani e ne venivano danneggiati altri 783. Più severe erano le perdite inflitte alle navi della flotta di invasione delle quali ne furono colpite più o meno gravemente ben 250, principalmente ad opera dei kamikaze. Per questi attacchi l'ammiraglio Mitscher era costretto a cambiare due volte la propria nave ammiraglia, due volte colpita e messa fuori combattimento. Fra le navi più danneggiate erano la portaerei americana Hancock, l'incrociatore Nashville (ebbe 133 morti e 200 feriti), l'incrociatore australiano Australia (con 74 morti e 152 feriti) della TF.57 dell'ammiraglio Rawlings. Oltre a queste, altre portaerei, navi da battaglia ed unità di tutti i tipi. Nella foto in alto una portaerei americana colpita. Al centro la portaerei Franklin completamente distrutta da un kamikaze. Nel cerchietto tre marinai prigionieri degli incendi. In basso a destra il ponte di volo di una portaerei, mentre un apparecchio suicida cade in acqua a poppa mancando il bersaglio. A sinistra l'ammiraglio Mitscher si trasferisce su un'altra unità durante la battaglia.

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