2a Guerra Mondiale 1945-2


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L'attacco al Giappone


Inno Portogallo 



28 febbraio 1945. Al termine di duri scontri, Manila cadeva il giorno 23 febbraio, ma le operazioni militari nell'isola di Luzon continuavano ancora, sebbene rivestissero ormai scarsa importanza. Il 28 febbraio gli americani sbarcavano a Puerto Princesa, importante base navale nipponica sulla costa orientale dell'isola di Palawan. Dopo questi avvenimenti i giapponesi iniziavano lo sgombero dalle Filippine di tutte le forze che era possibile rimuovere, ma la guerra nell'arcipelago continuava aspra e si prolungò fino al 23 giugno. Mentre si combatteva nelle Filippine, forze aeronavali americane compivano ripetuti attacchi su Tokyo. In alto a sinistra una nave ospedale nipponica lascia le Flilippine carica di feriti. A sinistra al centro feriti giapponesi caricati su una nave-ospedale; in primo piano, un ferito trova la forza di salutare militarmente la crocerossina. A sinistra in basso un soldato ferito alle spalle viene aiutato a mangiare con le tipiche bacchettine giapponesi. In alto a destra giovani crocerossine giapponesi su una nave-ospedale. In basso a destra ragazze nipponiche volontarie nella Croce Rossa.


A metà febbraio il Comando americano conduceva a termine gli ultimi preparativi per lo sbarco ad Iwo Jima, nel gruppo delle isole Volcano, poste a sud-est dell'arcipelago giapponese. Da quest'isola e da Okinawa, che avrebbe dovuto essere investita subito dopo, gli americani si ripromettevano di condurre, rispettivamente sulla zona di Tokyo e nel Giappone sud-occidentale (isole di Kyfishti e Shikoku), dapprima una violenta offensiva aerea e poi l'operazione anfibia finale contro il territorio metropolitano nipponico. L'isola di Iwo Jima costituiva il maggiore ostacolo per un attacco contro il Giappone da sud est. Essa era potentemente fortificata, dotata di numerosi cannoni, armi automatiche, mortai e lanciabombe, con trincee, bunker in calcestruzzo, ostacoli di ogni tipo. Esistevano nell'isola, inoltre, due aeroporti ed un terzo era in costruzione. Il presidio di Iwo Jima ascendeva a circa 20.000 uomini. Nella foto in alto le difese costiere dell'isola di Iwo Jima sottoposte a violento bombardamento dalle artiglierie navali, americane, nell'imminenza dello sbarco. Nella foto in basso i mezzi da sbarco americani si staccano dalle navi trasporto per avvicinarsi alle spiagge di Iwo Jima. Sullo sfondo, una nave da battaglia americana in piena azione offensiva.


16 febbraio 1945. Dopo circa 7 mesi di attacchi aerei e 70 giorni di bombardamento aereo continuo dalle basi terrestri, il 16 febbraio iniziava il martellamento navale compiuto dalle corazzate veloci della V Flotta, per la durata di tre giorni, fino a tutto il 18. Contemporaneamente venivano compiuti altri attacchi a copertura dello sbarco, contro le isole Bonin e la stessa Tokyo. La capitale nipponica restava sotto il fuoco dell'aviazione imbarcata dalla V Flotta americana per due giorni consecutivi, il 16 ed il 17 febbraio. L'aviazione giapponese reagiva prontamente, senza produrre danni alle navi, ma perdendo anzi 322 velivoli, dei quali 117 distrutti al suolo sui campi di aviazione, contro appena 49 abbattuti agli americani. La sera del 18, intanto, la flotta di invasione era pronta a lanciare i reparti d'assalto sulle spiagge di Iwo Jima. Destinate all'operazione erano la V Flotta dell'Ammiraglio Spruancé, una forza navale anfibia di oltre 800 navi e 60.000 uomini delle truppe da sbarco, suddivisi nella 4a e 5a divisione marines per la prima ondata e 3a divisione di riserva. In alto le ondate dei mezzi da sbarco dei marines presso le spiagge di Iwo Jima. Sulla sinistra il monte Suribachi, presso la Punta Tobiishi, che costituiva la zona più elevata e più fortificata dell'isola. In basso la spola dei mezzi da sbarco tra le spiagge di Iwo Jima e la flotta d'invasione.


19 febbraio 1945. Alle ore 9, cessata la preparazione dì fuoco, le prime ondate di marines raggiungevano la costa sud-orientale di Iwo Jima, tra Punta Tobiiski e Punta Tachiwa, incontrando scarsa resistenza nell'approdo, ma fortissima nell'immediato entroterra. Il presidio dell'isola, pur essendo relativamente esiguo, si batteva valorosamente, appoggiandosi su una difesa perfettamente organizzata ed appoggiata, oltre alle opere di fortificazione costruite nell'isola, anche a numerose postazioni in caverna. La reazione nipponica diveniva, a gradi, talmente violenta da investire anche la flotta di invasione, per cui la nave portaerei di scorta Bismarck Sea, di 6.700 tonnellate e con 30 aerei a bordo, veniva affondata a cannonate, costituendo un caso raro nella storia di tutte le operazioni anfibie della seconda guerra mondiale. Nella foto in alto i reparti d'assalto americani all'attacco della spiaggia di Iwo Jima. Sulla destra è visibile un carro anfibio americano fuori combattimento. In basso un'altra eccezionale ripresa dello sbarco, sotto il fuoco nipponico. Si portano a terra alcuni lanciabombe.


20 febbraio 1945. Il secondo giorno di invasione i marines avanzavano verso l'interno, ostacolati, oltre che dalla dura resistenza nipponica, dal difficile terreno dell'isola, formato, a qualche centinaio di metri dalle spiagge, da una sorta di altopiano spezzato da macchie e da anfrattuosità. Ciò nonostante le truppe d'assalto americane, frenate nella loro avanzata verso il centro e la zona sud-ovest dell'isola, riuscivano a penetrare più speditamente in quella nord-orientale, raggiungendo e conquistando, dopo aspri scontri, l'aeroporto Motoyama, distrutto dai pesanti bombardamenti aeronavali e cosparso di numerosi rottami di apparecchi giapponesi di ogni tipo. Nella foto in alto reparti della 5a divisione marines all'assalto della spiaggia meridionale dell'isola di Iwo Jima. A sinistra, nella foto, un mezzo navale leggero distrutto ed arenato sulla costa. In basso marines della 4a divisione all'attacco del pendio immediatamente dietro il bagnasciuga.


21 febbraio 1945. In occasione dell'attacco ad Iwo Jima, come già nella seconda parte delle operazioni nelle isole Filippine, i giapponesi reagivano alla strapotenza delle forze anfibie americane con un intenso impiego di kamikaze. I risultati, nell'uno e nell'altro caso non erano trascurabili, ma indubbiamente molto inferiori alle aspettative del Gran Quartiere Generale nipponico, a causa del formidabile sbarramento di armi contraeree delle navi americane (qualche unità raggiungeva i 100 complessi quadrupli da 40 o 20 mm. automatici) e della caccia imbarcata, per cui molti apparecchi suicidi venivano abbattuti prima di raggiungere gli obbiettivi. Nonostante questi sbarramenti, i kamikaze registravano dei successi, fra i quali l'attacco alla nave portaerei americana Saratoga gravemente colpita da uno di essi al largo di Iwo Jima, il 21 febbraio. Nella foto in alto truppe americane in combattimento nella parte meridionale dell'isola, presso il monte Suri bachi. In basso i marines su una spiaggia appena conquistata. A destra, in acqua, le colonne d'acqua sollevate dai colpi giapponesi. 


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