2a Guerra Mondiale 1944-50


Gli alleati al Reno


Inno India 



La battaglia di Aquisgrana raggiungeva la massima intensità verso il 20 ottobre, infuriando con estrema violenza per il centro della città. Alle numerose intimazioni di capitolazione presentate dagli americani, il Comando del presidio tedesco rispondeva che la città dove erano stati incoronati trentasette Imperatori germanici non si sarebbe mai arresa. Nella foto in alto a sinistra truppe americane con cannoni anticarro resistono ad un contrattacco tedesco lanciato con l'appoggio di carri armati. A sinistra al centro civili tedeschi abbandonano la città mentre infuriano i primi combattimenti. In basso a sinistra la stazione ferroviaria di Aquisgrana, semidistrutta, nelle mani degli americani. Nella foto in alto a destra un soldato britannico mette tre prigionieri tedeschi in condizioni di non poter tentare una fuga. A destra al centro reparti americani rastrellano gli antichi quartieri di Aquisgrana. In basso a destra soldati americani per le vie di Aquisgrana in una zona appena conquistata.


Tra il 20 ed il 25 ottobre si combatteva l'ultima battaglia per la strade di Aquisgrana. I superstiti del presidio germanico resistevano, ancora, abbarbicati ad ogni casa, ad ogni albero, ad ogni mucchio di macerie. Gli americani riuscivano a procedere lentamente per le strade sconvolte solo con un largo impiego di carri armati, artiglierie, pezzi anticarro ed armi automatiche. Spesso i reparti statunitensi dovevano sospendere gli attacchi per schierarsi su salde posizioni difensive e far fronte a disperati contrattacchi tedeschi riprendendo poi l'offensiva solo all'esaurirsi di questi. Ma ormai la battaglia si avviava verso il suo epilogo, essendo ormai i superstiti difensori della storica città ridotti agli estremi. Il 25 ottobre 1944 cessava l'ultima resistenza tedesca ad Aquisgrana. Nella foto in alto un carro pesante germanico Tigre in sosta tra Aquisgrana e Geilenkirchen, prima di un contrattacco. Nella foto in basso sfilano per le vie di Aquisgrana i superstiti del presidio tedesco.


Nella prima decade di ottobre in Olanda le truppe anglo canadesi iniziavano le operazioni per la conquista della penisola del Beveland meridionale e delle isole di Breskens e Walcheren, che sbarravano le foci della Schelda, impedendo così alle truppe alleate di utilizzare l'importante porto belga di Anversa, essenziale per i rifornimenti delle forze appartenenti al XXI Gruppo di Armate di Montgomery. Come azione preliminare, l'aviazione alleata bombardava pesantemente l'isola di Walcheren, a livello più basso del mare e distruggeva le dighe di Westkapelle, per cui le acque del mare ne inondavano tutto il territorio. Nella seconda decade di ottobre le truppe anglo canadesi sbarcavano a Breskens e nel Beveland, impegnando duri combattimenti con le truppe tedesche che vi si trovavano. Contemporaneamente, due altre divisioni canadesi avanzavano verso nord nell'Olanda centrale, muovendosi in terreno generalmente allagato ed attraversato da fiumi e canali. Nella foto in alto il 7 ottobre apparecchi alleati attaccavano le dighe di Kembs sul Reno (presso la frontiera svizzera), colpendole con bombe di 12.000 libre. In basso Walcheren dopo il bombardamento. Al centro, nella foto, è visibile la breccia aperta nella diga di Westkapelle distrutta.


Alla fine di ottobre cessava la resistenza germanica nella penisola del Beveland meridionale e nell'isola di Breskens, mentre più ad oriente, al centro dell'Olanda le altre truppe canadesi avevano registrato altri guadagni territoriali. Dall'inizio delle operazioni, condotte dalla Ia Armata canadese con l'appoggio diretto della 2a Squadra aerea tattica britannica (comandata dal maresciallo Coningham), le forze anglo-canadesi registravano la cattura complessiva di circa 12.500 prigionieri tedeschi. Il primo novembre iniziava l'attacco contro l'isola di Walcheren, accanitamente difesa da 10.000 tedeschi: la battaglia si protrasse per oltre una settimana, in mezzo al terreno completamente allagato. Tutte le operazioni alla foce della Schelda si conclusero al termine della prima decade di novembre. Nella foto in alto una ripresa aerea della diga di Westkapelle, a Walcheren, sconvolta dalle esplosioni delle incursioni aeree anglo-americane. Nella foto in basso Walcheren allagata.


Gli inglesi in guerra: la Patria chiama.

L'attacco al Giappone



Alla fine di novembre 1944, dopo la battaglia del Golfo di Leyte che portava alla distruzione dei resti della flotta nipponica, gli americani passavano all'ultima fase delle loro operazioni offensive contro il Giappone. Esse iniziavano con la conquista, non senza altre battaglie ed altri sacrifici, delle posizioni più importanti delle isole Filippine e poi con i primi attacchi agli avamposti dell'arcipelago metropolitano nipponico, ciò che si concretava nell'operazione anfibia contro l'isola fortificata di Iwo Jima, situata a sud est del Giappone, nel gruppo delle isole Voltano. La dura battaglia di Iwo Jima veniva combattuta tra il 19 febbraio ed il 16 marzo, con altissime perdite da ambo le parti, finché si spegneva l'ultima resistenza nipponica. Nella cartina il teatro delle operazioni nel Pacifico dal novembre 1944 al marzo 1945.

L'ATTACCO AL GIAPPONE

Dopo la triplice battaglia del Golfo di Leyte, nella quale veniva distrutto quanto restava della flotta nipponica, aveva inizio l'ultima fase del conflitto nel Pacifico: l'assalto al territorio metropolitano giapponese. Esso però venne preceduto da una fase intermedia, nella quale gli americani, anche se non riuscivano ad occupare integralmente tutto lo arcipelago delle Filippine, se ne assicuravano tuttavia il pratico controllo con la conquista delle zone strategicamente più importanti. Tale controllo sulle basi delle Filippine portava le Task Forces degli Stati Uniti direttamente sulle coste della Cina, tagliando cosi le comunicazioni tra il territorio metropolitano giapponese e le zone petrolifere dell'Indonesia e della Malesia. Altra conseguenza di questo stato di cose era l'isolamento completo del fronte Birmano, che stava sostenendo la pesante offensiva delle truppe britanniche dell'ammiraglio Mountbatten. Nella seconda fase della campagna delle Filippine i giapponesi non potendo, per la distruzione della loro flotta, agire in massa ed in maniera decisiva sugli invasori, tentavano l'invio a Leyte di scaglioni graduali di rinforzi, trasportati con navi isolate o con piccoli convogli, o per mezzo di aerei. Nello stesso tempo intensificavano gli attacchi dei kamikaze. In tali operazioni, venivano sbarcati a Leyte trentamila uomini agli ordini del generale Yamashita, detto la tigre della Malesia, che aveva fulmineamente conquistato, all'inizio del conflitto, Singapore e la Birmania. Ma questo sbarco, del mese di novembre ed i lanci di paracadutisti al termine dello stesso mese, non riuscivano a mutare la situazione di Leyte. Un nuovo tentativo di rifornire l'isola, effettuato il 12 dicembre, veniva annullato con la dispersione di un piccolo convoglio nipponico. Il 15 dicembre 1944, le truppe americane sbarcavano nell'isola di Mindoro, situata a sud est del golfo di Manila: Mindoro avrebbe costituito uno dei trampolini di lancio per il prossimo sbarco a Luzon. Nella seconda metà di dicembre la nuova testa di sbarco veniva bombardata di notte, da una piccola forza navale giapponese, che prontamente contrattaccata dagli aerei americani, perdeva un cacciatorpediniere, contro 21 apparecchi abbattuti. Il 20 dicembre cessava la resistenza nipponica nell'isola di Leyte, anche a causa di un nuovo sbarco americano sulla costa occidentale dell'isola, nella baia di Ormoc. Il giorno 26 erano sotto il completo controllo americano Leyte e Samar, isola vicina. Il 2 gennaio, in preparazione dello sbarco a Luzon, gli americani scatenavano una offensiva contro Formosa, che portava alla distruzione di 300 aerei e di circa 100 unità navali giapponesi. Il 9 gennaio 1945, dopo tre giorni di intenso bombardamento aeronavale, truppe della 6a Armata americana sbarcavano a Luzon, nel golfo di Lingayen, incontrando scarsa resistenza sulla spiaggia ed avanzando verso sud, lungo la strada per Manila. Ma all'interno la resistenza nipponica si irrigidiva, ritardando notevolmente i progressi statunitensi. Il 29 gennaio si registrava un'altra operazione anfibia contro Luzon, compiuta dalla 85a Armata che sbarcava nella baia di Subic, allo scopo di prendere alle spalle, da sud, le forze che difendevano la zona del golfo di Manila. Negli stessi giorni, gruppi di paracadutisti scendevano sulla zona di Cavite, all'interno del golfo di Manila. La battaglia per la capitale delle Filippine iniziava il 3 febbraio e veniva furiosamente combattuta per le strade della devastata città per quasi venti giorni. Il 23 febbraio Manila cadeva. Pochi giorni prima, intanto, era stata conquistata Corregidor, la famosa isola fortificata all'entrata del golfo di Manila. Il 28 febbraio, poi, altre unità americane sbarcavano nella base navale di Puerto Princesa, sull'isola di Palawan, appartenente all'arcipelago filippino e posta a nord est del Borneo. Con queste operazioni le Filippine cadevano sotto il sostanziale controllo americano, anche se altri sbarchi vennero condotti in quelle isole ed i combattimenti continuarono fino a giugno inoltrato. Il 19 febbraio aveva inizio lo sbarco ad Iwo Jima, uno degli avanposti del territorio metropolitano giapponese. Lo sbarco avveniva dopo 7 mesi di attacchi aerei, 70 giorni di bombardamento continuato da parte di aerei partenti da basi terrestri e 3 giorni di bombardamento navale. Già poche ore dopo lo sbarco, la battaglia di Iwo Jima si rivelava come una delle più dure di tutto il secondo conflitto mondiale. Il piccolo presidio giapponese, che superava di poco i 20.000 uomini, resisteva fino all'ultima cartuccia e fino all'ultimo uomo all'assalto dei 80 mila uomini delle tre divisioni marines che gli americani lanciarono sull'isola. I nipponici si appoggiavano a robuste fortificazioni in calcestruzzo e ad inespugnabili postazioni in caverna. Essi disponevano inoltre di una potente artiglieria da costa, che infliggeva perdite sensibili alla flotta anfibia, affondando a cannonate, tra l'altro la portaerei di scorta Bismarck Sea. Anche nell'interno dell'isola la furiosa reazione giapponese provocava altissime perdite alle forze americane, perdite ascendenti a circa il 30% sul totale degli uomini impiegati. Infatti, di fronte a 21.304 morti e 212 prigionieri giapponesi, stavano ben 20.198 morti americani, dei quali 15.891 deceduti in seguito a ferite. La battaglia di Iwo Jima terminava il 16 marzo 1945, quando le ultime resistenze nipponiche venivano soffocate. Sia durante la seconda fase delle operazioni nelle Filippine, che durante i combattimenti a Iwo Jima, i giapponesi conducevano intensi attacchi sulle navi con i kamikaze e cioè i piloti suicidi, alle cui eccezionali imprese parleremo più avanti.


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