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2a Guerra Mondiale 1944-50 |
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Gli alleati al Reno |
Inno India |
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| La battaglia di Aquisgrana raggiungeva la massima intensità verso il 20 ottobre, infuriando con estrema violenza per il centro della città. Alle numerose intimazioni di capitolazione presentate dagli americani, il Comando del presidio tedesco rispondeva che la città dove erano stati incoronati trentasette Imperatori germanici non si sarebbe mai arresa. Nella foto in alto a
sinistra truppe americane con cannoni anticarro resistono ad un contrattacco tedesco lanciato con l'appoggio di carri
armati. A sinistra al centro civili tedeschi abbandonano la città mentre infuriano i primi combattimenti. In basso a
sinistra la stazione ferroviaria di Aquisgrana, semidistrutta, nelle mani degli americani. Nella foto in alto a
destra un soldato britannico mette tre prigionieri tedeschi in condizioni di non poter tentare una fuga. A destra al
centro reparti americani rastrellano gli antichi quartieri di Aquisgrana. In basso a
destra soldati americani per le vie di Aquisgrana in una zona appena conquistata. |
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![]() Gli inglesi in guerra: la Patria chiama. |
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L'attacco al Giappone |
![]() Alla fine di novembre 1944, dopo la battaglia del Golfo di Leyte che portava alla distruzione dei resti della flotta nipponica, gli americani passavano all'ultima fase delle loro operazioni offensive contro il Giappone. Esse iniziavano con la conquista, non senza altre battaglie ed altri sacrifici, delle posizioni più importanti delle isole Filippine e poi con i primi attacchi agli avamposti dell'arcipelago metropolitano nipponico, ciò che si concretava nell'operazione anfibia contro l'isola fortificata di Iwo Jima, situata a sud est del Giappone, nel gruppo delle isole Voltano. La dura battaglia di Iwo Jima veniva combattuta tra il 19 febbraio ed il 16 marzo, con altissime perdite da ambo le parti, finché si spegneva l'ultima resistenza nipponica. Nella cartina il teatro delle operazioni nel Pacifico dal novembre 1944 al marzo 1945. |
| L'ATTACCO AL GIAPPONE
Dopo la triplice battaglia del Golfo di Leyte, nella quale veniva distrutto quanto restava della flotta nipponica, aveva inizio l'ultima fase del conflitto nel Pacifico: l'assalto al territorio metropolitano giapponese. Esso però venne preceduto da una fase intermedia, nella quale gli americani, anche se non riuscivano ad occupare integralmente tutto lo arcipelago delle Filippine, se ne assicuravano tuttavia il pratico controllo con la conquista delle zone strategicamente più importanti. Tale controllo sulle basi delle Filippine portava le
Task Forces degli Stati Uniti direttamente sulle coste della Cina, tagliando cosi le comunicazioni tra il territorio metropolitano giapponese e le zone petrolifere dell'Indonesia e della Malesia. Altra conseguenza di questo stato di cose era l'isolamento completo del fronte Birmano, che stava sostenendo la pesante offensiva delle truppe britanniche dell'ammiraglio
Mountbatten. Nella seconda fase della campagna delle Filippine i giapponesi non potendo, per la distruzione della loro flotta, agire in massa ed in maniera decisiva sugli invasori, tentavano l'invio a Leyte di scaglioni graduali di rinforzi, trasportati con navi isolate o con piccoli convogli, o per mezzo di aerei. Nello stesso tempo intensificavano gli attacchi dei
kamikaze. In tali operazioni, venivano sbarcati a Leyte trentamila uomini agli ordini del generale Yamashita, detto la tigre della Malesia, che aveva
fulmineamente conquistato, all'inizio del conflitto, Singapore e la Birmania. Ma questo sbarco, del mese di novembre ed i lanci di paracadutisti al termine dello stesso mese, non riuscivano a
mutare la situazione di Leyte. Un nuovo tentativo di rifornire l'isola, effettuato il 12 dicembre, veniva annullato con la dispersione di un piccolo convoglio nipponico.
Il 15 dicembre 1944, le truppe americane sbarcavano nell'isola di Mindoro, situata a sud
est del golfo di Manila: Mindoro avrebbe costituito uno dei trampolini di lancio per il prossimo sbarco a Luzon. Nella seconda metà di dicembre la nuova testa di sbarco veniva bombardata di notte, da una piccola forza navale
giapponese, che prontamente contrattaccata dagli aerei americani, perdeva un cacciatorpediniere, contro 21 apparecchi abbattuti.
Il 20 dicembre cessava la resistenza nipponica nell'isola di Leyte, anche a causa di un nuovo sbarco americano sulla costa occidentale dell'isola, nella baia di Ormoc. Il giorno 26 erano sotto il completo controllo americano Leyte e Samar, isola vicina.
Il 2 gennaio, in preparazione dello sbarco a Luzon, gli americani scatenavano una offensiva contro Formosa, che portava alla distruzione di 300 aerei e di circa 100 unità navali giapponesi.
Il 9 gennaio 1945, dopo tre giorni di intenso bombardamento aeronavale, truppe della
6a Armata americana sbarcavano a Luzon, nel golfo di Lingayen, incontrando scarsa resistenza sulla spiaggia ed avanzando verso sud, lungo la strada per Manila. Ma all'interno la resistenza nipponica si irrigidiva, ritardando
notevolmente i progressi statunitensi. Il 29 gennaio si registrava un'altra operazione anfibia contro Luzon, compiuta dalla
85a Armata che sbarcava nella baia di Subic, allo scopo di prendere alle spalle, da sud, le forze che difendevano la zona del golfo di Manila. Negli stessi giorni, gruppi di paracadutisti scendevano sulla zona di Cavite, all'interno del golfo di Manila. La battaglia per la capitale delle Filippine iniziava il 3 febbraio e veniva furiosamente combattuta per le strade della devastata città per quasi venti giorni.
Il 23 febbraio Manila cadeva. Pochi giorni prima, intanto, era stata conquistata Corregidor, la famosa isola fortificata all'entrata del golfo di Manila. Il 28 febbraio, poi, altre unità americane sbarcavano nella base navale di Puerto Princesa, sull'isola di Palawan, appartenente all'arcipelago filippino e posta a nord est del Borneo.
Con queste operazioni le Filippine cadevano sotto il sostanziale controllo americano, anche se altri sbarchi vennero condotti in quelle isole ed i combattimenti continuarono fino a giugno inoltrato.
Il 19 febbraio aveva inizio lo sbarco ad Iwo Jima, uno degli avanposti del territorio metropolitano giapponese. Lo sbarco avveniva dopo 7 mesi di attacchi aerei, 70 giorni di bombardamento continuato da parte di aerei partenti da basi terrestri e 3 giorni di bombardamento navale.
Già poche ore dopo lo sbarco, la battaglia di Iwo Jima si rivelava come una delle più dure di tutto il secondo conflitto mondiale. Il piccolo presidio giapponese, che superava di poco i 20.000 uomini, resisteva fino all'ultima cartuccia e fino all'ultimo uomo all'assalto dei 80 mila uomini delle tre divisioni marines che gli americani lanciarono sull'isola. I nipponici si appoggiavano a robuste fortificazioni in calcestruzzo e ad inespugnabili postazioni in caverna. Essi disponevano inoltre di una potente artiglieria da costa, che infliggeva perdite sensibili alla flotta anfibia, affondando a cannonate, tra l'altro la portaerei di scorta
Bismarck Sea. Anche nell'interno dell'isola la furiosa reazione giapponese provocava altissime perdite alle forze americane, perdite ascendenti a circa il 30% sul totale degli uomini impiegati. Infatti, di fronte a 21.304 morti e 212 prigionieri giapponesi, stavano ben 20.198 morti americani, dei quali 15.891 deceduti in seguito a ferite. La battaglia di Iwo Jima terminava il 16 marzo 1945, quando le ultime resistenze nipponiche venivano soffocate.
Sia durante la seconda fase delle operazioni nelle Filippine, che durante i combattimenti a Iwo Jima, i giapponesi conducevano intensi attacchi sulle navi con i
kamikaze e cioè i piloti suicidi, alle cui eccezionali imprese
parleremo più avanti. |
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