2a Guerra Mondiale 1943-7


Inno St Lucia 


La battaglia di Tunisia



La battaglia di Tunisia concluse la guerra in Africa settentrionale che durava ormai da tre anni, con alterne vicende. Su questo ristretto territorio le truppe italiane e germaniche si batterono con accanimento ottenendo non pochi successi, offensivi e difensivi, e mantenendo ancora per qualche mese le truppe nemiche lontane dalla fortezza europea. La cartina illustra il fronte tunisino e le direttrici dell'offensiva anglo-americana.

LA BATTAGLIA DI TUNISIA

Abbandonata la Tripolitania le truppe italo-tedesche si attestarono il 28 gennaio 1943 sulla linea del Mareth, costituita da un insieme di fortificazioni, costruite dai francesi per fronteggiare un'eventuale offensiva italiana dalla Libia e che dal mare si stendeva verso l'interno lungo il confine Libico-Tunisino. Nello stesso periodo si andavano rinforzando le unità dell'Asse giunte nella Tunisia settentrionale e centrale per sbarrare il passo alle truppe anglo-americane che cercavano di penetrarvi dal territorio algerino. All'inizio delle operazioni dunque si trovavano in Tunisia due armate dell'Asse: una, la « 13 » Armata italiana al comando del gen. Messe attestata sulle linea del Mareth, sosteneva gli attacchi dell'8a » Armata britannica; l'altra, la « 5' » Armata germanica al comando del gen. von Arnim, fronteggiava la « 5' » Armata americana che, sbarcata in Algeria tentava di congiungersi con l'«8a » Armata inglese per chiudere in una morsa le truppe italo-germaniche. Dal 10 al 16 febbraio le truppe dell'Asse presero l'iniziativa a nord, con la «10a» divisione corazzata tedesca e parte della « 21a », al comando del generale von Arnim che conquistò l'importante passo di Kasserine, presso il confine algerino e a sud la zona di Maknassy. Quest'ultima azione offensiva, condotta dalla divisione corazzata italiana «Centauro» e da reparti della «21a» corazzata germanica, sotto il personale comando del Maresciallo Rommel (che alla fine di marzo verrà richiamato in Germania passando il comando delle forze italo-tedesche al generale von Arnim), ottenne risultati particolarmente importanti, sfondando il fronte del II Corpo d'Armata americano, e conquistando Gafsa e Mitlewi, Ferriana e Tozeur. Le perdite anglo-americane, che già nei primi combattimenti, ammontarono a 4000 uomini, furono 3000 prigionieri. 193 carri armati e 82 cannoni. Nella Tunisia settentrionale la spinta in avanti delle truppe dell'Asse proseguiva, ad opera della «5a » Armata tedesca, tra il 6 ed il 20 marzo, ed anche in questo caso ebbe successo 'raggiungendo il confine algerino. L'ultima offensiva dell'Asse in Tunisia fu quella tentata il 16 marzo sul Mareth della «1a» Armata italiana, e sospesa per la eccessiva potenza delle difese britanniche e per la enorme superiorità aerea del nemico. Così ebbe inizio la fase decisiva della cammagna tunisina, la fase della prevalenza anglo-americana. Prevalenza schiacciante sopratutto sul mare e nell'aria, cioè su due piani vitali per le truppe dell'Asse, che solo attraverso il mare e l'aria potevano essere rifornite. E sul Canale di Sicilia si accese quella implacabile battaglia aereonavale dei convogli che durò per tutta la campagna e cioè fino al 13 maggio. In questa battaglia i nostri marinai ed i nostri piloti, ed in misura non indifferente anche quelli germanici, compirono prodigi di valore per assicurare le armi, le munizioni, il carburante alle truppe combattenti; ma le loro scarse forze li portarono spesso ad immolarsi senza raggiungere gli obbiettivi. Anche sul fronte terrestre il peso dell'aviazione nemica si fece sentire in tutta la sua gravità, ed accompagnò passo per passo le azioni offensive intraprese in due mesi di lotta dalle armate angloamericane. La prima offensiva fu lanciata sulla linea del Mareth dalla « 8a » Armata britannica, preceduta da intensi attacchi aerei ed appoggiata dal tiro di 1.300 pezzi d'artiglieria, ma non riuscì ad ottenere altro risultato se non il grave logoramento della «51a » Brigata Guardie britannica e la quasi totale distruzione della 50a divisione di fanteria, stroncata da un contrattacco italo-tedesco. Il fronte della la Armata italiana aveva dimostrato di essere troppo saldo, arroccato com'era alla linea difensiva del Mareth. In seguito allo scacco subito Montgomery inviò gradatamente le sue migliori unità attraverso il deserto, in una manovra aggirante volta a forzare la stretta di el-Hamma, posta tra i Djebel e la laguna paludosa dello Chott el-Djerid, al di là del quale, sul confine occidentale della Tunisia, stavano le truppe americane. La stretta di el-Hamma costituiva il punto chiave di tutto il fronte tunisino, perché su di essa si imperniava lo schieramento italo-tedesco, che correva verso nord lungo il confine algerino - tunisino, e verso est lungo il Djebel Matmata fino alla linea del Mareth. Uno sfondamento ad el-Hamma avrebbe permesso agli inglesi di prendere alle spalle la « la » Armata italiana sul Mareth e le truppe italo-tedesche nella zona di Gaisa, decidendo in breve tempo tutta la campagna. Fu la strenua resistenza delle unità poste a difesa della stretta di el-Hamma, unità italiane e tedesche, che permise alla 1a Armata di ritirarsi ed attestarsi saldamente sulla linea dello Akarit. Ma questa nuova linea difensiva non era abbastanza sicura per la costante pressione esercitata dagli americani alle spalle di essa, nel settore di Gafsa. Ed allora venne l'ordine di spostamento sulla estrema linea di resistenza, all'altezza dì Enfidaville, circa 60 Km. a sud di Tunisi, sulla quale si portò l'Armata italiana, il cui fronte, sul Mareth come sull'Akarit, non era mai stato sfondato dalle violente offensive britanniche lanciate sulle due linee. Nel ridotto settentrionale della Tunisia si combatté l'ultima battaglia, delle innumerevoli che si erano svolte in terra d'Africa dal 1940. Ed anche questa volta la « 1a » Armata italiana si dimostrò all'altezza delle migliori tradizioni del nostro Esercito. Il 19 aprile 1943 Montgomery iniziò l'offensiva contro le nostre posizioni di Enfidaville, che durò cinque giorni, fra violenti attacchi e contrattacchi non meno violenti, sotto peso schiacciante degli aerei angloamericani, senza però approdare ad alcun risultato. Il giorno 23 i nostri soldati tenevano ancora saldamente il villaggio di Takruna ed il Djebel Garei, contro il quale invano si erano accanite le divisioni inglesi; la linea di Enfidaville era sempre intatta, e l'« 8a » Armata britannica fu ancora una volta costretta a sospendere l'offensiva. Anche la « la » Armata americana giunta in linea alla fine di aprile venne praticamente disfatta nei vani tentativi di sfociare sull'altipiano tunisino. La battaglia si riaccendeva violentissima più tardi sul fronte della « 5a » Armata germanica, che resisteva con uguale valore alla preponderanza in uomini e mezzi degli angloamericani. Ma ormai la situazione si era fatta insostenibile. Il nemico riceveva costantemente rinforzi e rifornimenti, mentre un'alta percentuale dei nostri finiva, «more solito», in fondo al Canale di Sicilia, frustrando così l'abnegazione eroica della nostra marina mercantile. Ormai il rapporto di forze era a favore degli Alleati, di 20 a 1 per i carri armati, 7 a 1 per le autoblinde, e 3 a 1 per le artiglierie. Nel cielo, a migliaia di aerei anglo-americani si 
opponevano poche centinaia di apparecchi dell'Asse. In questa situazione di assedio della testa dì ponte tunisina, acquistarono particolare valore le azioni compiute dalla « X Mas », con instancabile abnegazione, per combattere il naviglio nemico. Tra il 6 e il 9 maggio la «5a » Armata tedesca crollava sotto il peso della massiccia difensiva scatenata dalle truppe americane e tutte le armate alleate potevano rivolgersi contro la «1a » Armata italiana che resisteva ancora senza arretrare di un metro. E cosi questa gloriosa unità, ancora una volta invitta, veniva accerchiata e costretta il 13 maggio 1943 a cessare la resistenza. Con la fine della battaglia di Tunisia veniva ammainata la bandiera italiana dalla terra africana, ma soprattutto maturavano, come vedremo, dolorosi eventi per la stessa Italia.

Siluri all'attacco




Sul Mediterraneo occidentale sfidando la schiacciante superiorità dell'aviazione anglo-americana la nostra Arma Aerea continuò a svolgere ogni giorno azioni di guerra contro basi nemiche, aeroporti, centri logistici, navi da guerra e soprattutto da trasporto, che alimentavano le unità terrestri dislocate in Algeria. Particolarmente impiegati furono i gloriosi «S 79 », i « gobbi maledetti », e con essi i nostri piloti. Come già nelle battaglie passate, ottennero i maggiori successi. Successi pagati ad altissimo prezzo per l'intensa reazione della contraerea e della caccia nemica. Nella foto in alto la sagoma caratteristica dell'S 79, col siluro sotto la fusoliera. In basso un nostro aereo nella fase di attacco contro un caccia britannico. In basso a destra il maggiore Carlo E. Boscaglie, M. d'O. al V. M. Il maggiore Buscaglia, che dal 1941 in poi aveva affondato oltre 100.000 t. di naviglio nemico, durante un attacco contro unità anglo-americane nella rada di Bougie, benché con l'apparecchio in fiamme, silurava una grossa unità.

Durante la disperata opera di contrasto effettuata dalla nostra Aviazione sui mari d'Algeria e di Tunisia, si distinsero, fra gli altri, i reparti aero-siluranti di base in Sardegna. Nella seconda decade di novembre 1943 il «130°» Gruppo Aerosiluranti affondava un incrociatore ed un piroscafo di 15.000 tonnellate, e ne colpiva altri due. Il 24 novembre il «105°» Gruppo affondava una grossa nave di 16.000 tonn. A fine novembre il « 130° » otteneva un altro successo all'attacco di un convoglio, affondando quattro grosse navi su cinque che lo costituivano. E l'elenco potrebbe continuare all'infinito, un elenco di vittorie e di sangue costruito col sacrificio dei migliori « assi » dell'Arma Azzurra. Nella foto in alto a sinistra una squadriglia di aerosiluranti italiani in volo verso un convoglio nemico. Al centro a sinistra navi da battaglia britanniche aprono il fuoco contro i nostri aerosiluranti. In basso a sinistra una foto eccezionale: una nave nemica vista da un nostro aereo dopo lo «sgancio»; sono visibili in acqua, al di là della nave, le chiazze di due siluri che iniziano la loro corsa mortale. In alto a destra un « gobbo » in missione di guerra sul porto algerino di Bona. In basso a destra un nostro apparecchio ha centrato una nave nemica che l'esplosione ha trasformato in una immensa torcia.


Mentre le nostre unità di superficie erano impegnate nella scorta ai convogli, missione che si dimostrò sempre più difficile e pericolosa, l'azione di contrasto contro il traffico navale nemico e contro le flotte da guerra anglo-americane venne svolto, oltre che dall'Aviazione, dalle motosiluranti e dai sommergibili della Marina italiana. L'opera dei sommergibili, benchè condotta con estrema decisione ed ardimento, ottenne numerose vittorie, ma non riuscì a modificare la situazione di assoluta prevalenza degli anglo-americani sul mare, poichè dovette lottare con una miriade di mezzi aerei e navali antisommergibili adunati nel Mediterraneo dagli americani e dai britannici. Nelle foto riportiamo una drammatica sequenza della fine del sommergibile italiano « Asteria ». Nella loto in alto i superstiti dell'equipaggio si raccolgono a poppa dell'unità colpita, un attimo prima dell'affondamento. Nella foto in basso il sommergibile scompare nelle onde mentre i naufraghi superstiti dirigono verso il cacciatorpediniere nemico.


Il 28 novembre 1942 veniva impiccato a Malta Carmelo Borg Pisani, irredentista maltese. Pisani che in Italia prima dello scoppio della guerra, aveva espresso a Mussolini il desiderio di combattere sotto la bandiera della sua vera Patria per la liberazione di Malta dal dominio britannico, si era recato volontario in missione di guerra nella sua isola natale ed era stato catturato e processato dagli inglesi. Nella foto a sinistra la lettera di Borg Pisani a Mussolini del 30 maggio 1940. Sopra Carmelo Borg Pisani, alla cui memoria venne concessa la Medaglia d'Oro. «I servi ed i vili non sono graditi a Dio » fu il suo testamento scritto sulle mura del carcere, poco prima dell'impiccagione.


27 gennaio 1943. Conferenza di Casablanca. Ad essa parteciparono Churchill e Roosevelt, per consultarsi circa il prossimo destino dei popoli europei e circa una più decisa condotta della guerra. Alla conferenza vennero invitati De Gaulle e Giraud (che aveva sostituito al comando delle forze francesi in Tunisia l'ammiraglio Darlan, assassinato misteriosamente ad Algeri il 24 dicembre 1942), i due capi della « Francia libera » per tentare di dirimere le controversie per il comando, in corso fra i due generali francesi. Nella fotografia: Giraud, Roosevelt, De Gaulle e Churchill.

L'offensiva anglo - americana




Il 16 marzo 1943, preceduta da una violentissima preparazione di artiglieria ebbe inizio l'offensiva dell'«8a» Armata inglese (al comando del generale Montgomery contro la linea del Mareth, tenuta dalla « 1a » Armata italiana (generale Messe). Il nemico si avvaleva di una schiacciante superiorità numerica, lanciando nella mischia 56 battaglioni di fanteria, 480 carri Armati, 150 autoblinde e 1300 cannoni contro 14 battaglioni, 145 carri e 380 cannoni dell'Armata italiana. Ma ad unta di tale sproporzione le nostre truppe si prodigarono in una accanita resistenza, effettuando. frequenti contrattacchi che valsero la riconquista di quasi tutte le posizioni perdute nella prima fase dell'offensiva. Nella foto in alto una colonna corazzata britannica dirige verso la contesa linea del Mareth. Nella foto in basso un pezzo di artiglieria inglese martella le posizioni italiane a distanza. ravvicinata.

Per appoggiare l'offensiva inglese sul Mareth, gli americani attaccarono sul fronte occidentale tunisino lo schieramento della divisione italiana « Centauro », con l'ambizioso piano di sfondare le nostre linee e giungere al mare tra Sfax e Gabes, tagliando così fuori l'Armata di Messe che si batteva sul Mareth. Ma la resistenza della « Centauro » che con appena 6.000 uomini e poco più di 30 mezzi corazzati, difendeva 70 km. di fronte contro il «II» Corpo d'Armata americano, si dimostrò dall'inizio saldissima e difficilmente sormontabile. Frattanto sul Mareth l'offensiva inglese si esauriva contro la « la » Armata italiana, e la « 51a » Brigata Guardie britannica, che nel settore centrale del fronte ne sosteneva il peso principale, usciva dalla battaglia semidistrutta. Il giorno 20 l'offensiva riprendeva, spostando l'epicentro nel settore costiero, dove operava la «50a» divisione di fanteria britannica, contro i reparti di Bersaglieri, Giovani Fascisti e poche unità germaniche. Nella foto in alto a sinistra un pezzo britannico a lunga portata martella le linee italiane. Al centro a sinistra fanterie inglesi all'assalto fra i caposaldi del Mareth. A sinistra in basso soldati americani avanzano mentre un carro tedesco brucia. Nella foto in alto a destra un carro armato inglese si sposta celermente sul proprio carrello da trasporto, segno della dovizia di materiali con cui gli anglo-americani condussero la guerra di Tunisia. In basso a destra soldati inglesi all'attacco.


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