2a Guerra Mondiale 1943-2


Inno Macedonia 


La battaglia di Stalingrado



Nel luglio 1942 aveva avuto inizio l'offensiva tedesca tendente a conquistare il terreno tra il Don e il Volga ed a distruggere le forze sovietiche che l'occupavano. In agosto l'offensiva si frazionò ed una aliquota delle forze tedesche comprendente la «4a» e la «6a» Armata (30 divisioni, di cui 4 corazzate e 3 motorizzate, con un gran numero di pezzi di artiglieria e circa un migliaio di aerei), investi Stalingrado. La città, che si estendeva per 40 km. lungo la sponda occidentale del Volga, era caratterizzata dalla presenza di tre enormi complessi industriali vanto dei vari piani quinquennali sovietici: le officine «Barricata rossa» per la produzione di cannoni, «Scercinski» per la produzione dei carri armati, e « Ottobre rosso » per la produzione di armi portatili e di munizioni. La città aveva inoltre da difendere la tradizione di imprendibilità che risaliva al periodo della guerra civile del 1918, durante il quale era stata difesa da Stalin stesso contro le forze anticomuniste (ed in suo onore avvenne la sostituzione del vecchio nome di Tsaritsyn con Stalingrado). Hitler, del resto, la considerava la chiave di volta dell'immenso fronte sovietico. Ben si spiega quindi il feroce accanimento con il quale tedeschi e sovietici combatterono tra le macerie della città, sconvolta dagli aspri combattimenti. Nella cartina il fronte nel settore di Stalingrado.

Da sinistra a destra i protagonisti della battaglia di Stalingrado. 1) Il maresciallo von Paulus, comandante della « 6a » armata tedesca a Stalingrado. Il maresciallo von Paulus fu protagonista di uno dei più clamorosi ed inesplicabili eventi del secondo conflitto mondiale. Infatti, dopo aver brillantemente condotto l'azione offensiva della « 63 » armata contro la città intitolata al dittatore rosso, caduto prigioniero, si fece promotore tra le truppe tedesche catturate di un movimento detto « Freies Deutschland » (Germania libera) e, dalla radio di Mosca, svolse attivissima propaganda, illustrando ai connazionali l'impossibilità di vincere la guerra e la necessità di liberarsi di Hitler e del nazismo. Benchè ancor oggi non sia nota la verità, una delle teorie più attendibili sulla defezione del maresciallo tedesco fu quella che spiegava l'improvviso odio di von Paulus al nazismo con la distruzione della « 63 » armata causata dall'ordine di resistenza ad oltranza dato personalmente da Hitler e ritenuto inutile dal maresciallo von Paulus. 2) Il maresciallo von Manstein, conquistatore di Sebastopoli, che comandò le truppe durante il fallito tentativo di sbloccare la « 63» armata accerchiata a Stalingrado. 3) Il maresciallo Voronov che, come rappresentante del Comando supremo sovietico, diresse le operazioni per la riconquista di Stalingrado. 4) Il generale Rokossowski, comandante delle truppe russe sul fronte del Don, che condusse l'offensiva contro la « 63» armata tedesca.

LA BATTAGLIA DI STALINGRADO

Le armate tedesche ed alleate si erano mosse fin dal luglio 1942 dalle loro posizioni di fronte a Charkov e, raggiunta Voronezh avevano compiuto una diversione dilagando verso Sud, nella grande pianura tra il Don ed Volga. Qui, mentre le forze corazzate del generale von Kleist invadevano il Caucaso, la «4a» e la «6a» armata germanica attaccavano in direzione di Stalingrado, scatenando quell'offensiva che non ebbe i risultati sperati e condusse anzi al crollo del fronte tedesco-alleato ed alla tragica ritirata dell'inverno 1942-43. L'Alto Comando germanico aveva previsto come primo obiettivo della «4a» e della «6a» Armata l'annientamento della «62a» Armata russa che presiedeva le numerose e forti difese nella steppa antistante Stalingrado. Il piano tedesco fu frustrato dalla tenace resistenza sovietica che permise alla «62a» Armata di sfuggire alla classica manovra a tenaglia, tante volte attuata con successo, ritirandosi combattendo tra le macerie della grande città del Volga che divenne l'epicentro dei furiosi combattimenti. Prima dell'attacco delle truppe terrestri l'aviazione tedesca rovesciò ininterrottamente su Stalingrado centinaia di migliaia di bombe annullando praticamente il poderoso potenziale bellico industriale della città. Dopo oltre centomila attacchi aerei tutti i grandiosi depositi che avevano rifornito le armate russe del fronte meridionale erano in fiamme. Particolarmente colpite furono le importanti attrezzature portuali sul Volga ed i tre enormi complessi industriali: «Barricata rossa», «Ottobre rosso» e «Scercinski». Ma fu tra questi cumuli di macerie che la Wehrmacht fu arrestata definitivamente nella sua avanzata in territorio russo. Le parole di Stalin «Stalingrado deve essere mantenuta ad ogni costo, finchè a difenderla rimanga un solo uomo » furono l'ordine perentorio alle truppe sovietiche impegnate. Speciali battaglioni di « intercettazione e repressione» furono costituiti per impedire che si verificassero casi di resa o di diserzione. Ed infatti quando le truppe germaniche giunsero a contatto con le difese degli estremi sobborghi occidentali della città incontrarono una resistenza che fin dai primi combattimenti si rivelò fermissima. In mezzo alle macerie degli edifici ed agli scheletri fumanti delle officine, nei crateri delle bombe e dei proiettili, nidi di mitragliatrici, mortai e tiratori scelti sovietici dovettero essere snidati uno ad uno. Il sistema difensivo era poi rafforzato dalle fortificazioni che erano scampate alla distruzione, da lunghe teorie di carri interrati facenti funzione di improvvisati fortini corazzati e da numerosissime «katiusce» piazzate sull'altra sponda del Volga, che operavano contro le truppe germaniche con sempre maggiore intensità. Il feroce accanimento con cui tedeschi e russi si contesero i resti della città va spiegato non solo con la fondamentale importanza strategica del settore, chiave di volta di tutta la parte centro-meridionale del fronte russo dal Caucaso a Mosca, ma anche da motivi di carattere politico e psicologico. Per i russi Stalingrado era uno dei primi centri dell'industria sovietica ma soprattutto portava il nome di Stalin, che l'aveva personalmente difesa ai tempi della controrivoluzione e della guerra civile. Questo significato simbolico aveva colpito non poco anche l'immaginazione di Hitler, che vedeva nella conquista di Stalingrado la sconfitta morale del bolscevismo. Non a caso all'attacco della città furono impegnate oltre alle truppe tedesche, la legione degli «Ustascia», cioè i fascisti croati addestrati in Italia con i reparti della Milizia, e le truppe dell'esercito slovacco, mentre a nord-ovest ed a sud della città le truppe italiane, romene ed ungheresi formavano le ali del gigantesco dispositivo che aveva per cuneo la «6a» armata di von Paulus, principale e sfortunata protagonista di quelle tragiche giornate. Ma l'attacco tedesco a Stalingrado falli e segnò la fine della supremazia della Wehrmacht in Russia, aprendo così la fase discendente della parabola. Il 19 novembre infatti l'impeto tedesco, che aveva dopo lunghi e durissimi combattimenti espugnato tutti i centri di resistenza della città ad eccezione delle officine «Ottobre rosso», si esauriva di fronte alla disperata resistenza sovietica. Lo stesso giorno della cessazione delle operazioni offensive delle truppe germaniche, l'«Armata Rossa» iniziava la sua grande controffensiva invernale. Essa ripeteva all'inverso il disegno operativo che i tedeschi non avevano potuto realizzare: manovra a tenaglia a nord ed a sud della città, tendente ad isolare la «6a» armata di von Paulus. Questa volta il piano riuscì anche perchè il Comando tedesco non volle, per tassativo ordine di Hitler, che un movimento di ripiegamento allontanasse i soldati del Reich dalle macerie della città tanto duramente conquistate. Come già per il comando sovietico, ora per quello germanico si imponeva la resistenza a oltranza, non solo per una ragione di prestigio, ma anche perchè il possesso di Stalingrado era pregiudiziale per le sorti dell'intero fronte orientale. Per salvare la situazione il comando della Wehrmacht concepì una contromanovra : strumento di essa fu l'impiego di 16 divisioni fresche, molte delle quali appena giunte dall'Europa centrale ed occidentale e affidate al comando del maresciallo von Manstein. Ma l'armata liberatrice, quando mosse all'attacco, incontrò la tenace resistenza delle truppe russe che riuscirono a logorare in continui combattimenti, attirandola in una serie di trappole dove venne ripetutamente sconfitta dalle preponderanti forze corazzate sovietiche. Dopo quest'ultimo sforzo, che segnò la fine dell'iniziativa tedesca sul fronte orientale, il 10 gennaio 1943 i russi sferrarono l'offensiva finale per la distruzione delle truppe tedesche accerchiate a Stalingrado. Questo compito venne affidato al generale Rokossowski, comandante delle truppe sul fronte del Don, mentre al Maresciallo d'artiglieria Voronov, rappresentante del Quartier Generale del Comando sovietico, veniva affidata la direzione suprema delle operazioni. Il 24 gennaio balzava all'attacco anche la «62a» armata russa che nel settembre era sfuggita all'accerchiamento tedesco ed aveva strenuamente difeso la città. Il 31 gennaio il gruppo Nord della «6a» Armata col Feldmaresciallo von Paulus capitolava. L'altro gruppo comandato dal generale Strecker cessava la resistenza il 2 febbraio 1943. Dopo sei mesi di lotta asperrima, combattuta da ambo le parti con indomito valore, si concluse quella che rimarrà la più sanguinosa battaglia della storia. Si calcola infatti che essa sia costata alle due parti in lotta ben due milioni di morti!

L'attacco Tedesco




Prima e durante l'attacco tedesco contro Stalingrado, la città venne sottoposta a continue incursioni da parte di massiccie formazioni aeree. L'Alto 
Comando Tedesco tendeva a neutralizzare il poderoso potenziale bellico della città ed aprire la strada alle fanterie ed alle truppe corazzate della Wehrmacht che investivano le difese esterne di Stalingrado. Particolarmente usati gli Stukas, già vittoriosi protagonisti della campagna di Polonia e di Francia, e specializzati nelle azioni di accompagnamento delle forze corazzate. Nella foto in alto una formazione di «Stukas» si avvicina all'obiettivo. Nella foto in basso le installazioni portuali del Volga, ripetutamente colpite dalla Luftwaffe, in fiamme dopo una riuscita azione aerea tedesca.


Nella foto in alto una eccezionale documentazione della ricognizione aerea tedesca. Si tratta di riprese fotografiche particolarmente adatte allo studio 
topografico delle località in cui si svolge l'azione. E' chiaramente visibile l'agglomeramento cittadino, duramente colpito dal bombardamento germanico. Le case sventrate testimoniano sulla durezza degli attacchi. In basso la visione di un complesso industriale centrato dalle bombe tedesche. Le poderose attrezzature belliche bruciano in un immane rogo. Anche gli impianti ferroviari risultano ripetutamente colpiti dall'aviazione tedesca.



Gli attacchi aerei germanici su Stalingrado si susseguivano con una frequenza ed una intensità impressionanti. Oltre agli «Stuka» ed ai bimotori da bombardamento medio, si avvicendavano sull'abitato aerei da caccia e da assalto che mitragliavano e spezzonavano gli innumerevoli caposaldi sovietici. Nella foto in alto nel cerchio bianco è visibile un gruppo di soldati russi costretti dietro l'angolo di un edificio dal tiro delle armi automatiche tedesche che battono l'ampia strada prospicente. Fra poco il gruppo sarà falciato dalle mitragliatrici dei caccia bombardieri. In basso a sinistra uno « Stukas » si avventa su una stazione ferroviaria trarsformata in caposaldo. A destra un treno merci colpito in pieno brucia.


A Stalingrado l'aviazione germanica effettuò oltre centomila attacchi aerei, sganciando sulle truppe e sulle posizioni sovietiche circa un milione di bombe per un peso totale di centomila tonnellate. Questa immane tempesta, pur causando paurose perdite nelle file sovietiche, non impedì ai difensori della città di costituire una fitta rete difensiva di bunker, approfittando soprattutto degli appigli offerti dai cumuli di macerie e dalle ferraglie contorte delle officine distrutte. In alto una eccezionale foto eseguita da uno « Stukas », mentre in tutta la zona si alza il fumo delle distruzoni causate dai precedenti attacchi. Nella foto in basso il tremendo martellamento aereo di un complesso industriale sulle rive del Volga.


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