| LA CADUTA DEL FASCISMO
L'andamento della guerra sfavorevole dall'autunno 1942 alle Potenze dell'Asse e del
Tripartito, cominciava a far sentire i suoi effetti anche sulla situazione politica. In Italia si venivano a
formare, soprattutto in talune alte gerarchie militari, correnti d'opinioni sfavorevoli alla
prosecuzione della guerra ed alcune perfino tendenti a riforme e mutamenti nel regime interno
italiano. Gli ambienti nei quali albergavano queste speranze, più o meno definite e più o meno
estremiste, erano sostanzialmente tre: lo Stato Maggiore delle Forze Armate, un gruppo di vecchi
uomini politici antifascisti capeggiati dall'ex presidente del Consiglio
Ivano Bonomi e la famiglia regnante dei Savoia. Di essi, la fazione di punta, quella che
auspicava un rivolgimento più deciso e ne formulava i termini con maggior realismo, era costituita
da un gruppo di alti ufficiali, dietro i quali manovrava il Maresciallo Badoglio, bruscamente
sostituito nel 1941 da Capo di Stato Maggiore Generale. Capo della congiura il duca Pietro
Acquarone, Ministro della Real Casa. Strumenti, più che alleati della complessa
trama contro Mussolini, furono alcuni gerarchi fascisti dissidenti che facevano capo a Grandi,
Bottai e Ciano. Questi uomini non volevano eliminare il fascismo dalla scena politica italiana, ma
intendevano semplicemente sostituirsi a Mussolini (Senise: quando ero Capo della Polizia ».
Nel suo ufficio di Presidente della Camera Grandi tenne in tal senso persino delle
consultazioni. E' altresì certo che la maggior parte di quelli che nella seduta del Gran Consiglio
votarono a favore dell'ordine del giorno Grandi, non intendeva rovesciare Mussolini ma non si
rese conto della gravità del voto. Riguardo ai tre promotori, diciamo così «
interni » della congiura, va rilevato come essi avessero già patteggiato con la Casa Reale e con i
Generali il prezzo della loro ribellione, ma furono tenuti completamente all'oscuro di quanto
si andava tramando negli ambienti di corte specie sulla sostituzione di Mussolini con Badoglio.
Furono in sostanza abilmente giocati. Il primo atto del dramma fu presentato sulle
scene politiche italiane il 24 luglio. Per quel giorno, alle ore 17, veniva indetta a Palazzo Venezia
una seduta del Gran Consiglio del Fascismo, postulata dal gruppo Grandi e stabilita da
Mussolini dopo qualche esitazione. La seduta del Gran Consiglio si prolungava fino alle 2.30 del
mattino e cioè per 10 ore, ed in essa Dino Grandi presentava un ordine del giorno favorevole alla
restituzione di tutti i poteri politici e militari a Vittorio Emanuele III ed agli organi
costituzionali. Il passo dell'ordine del giorno Grandi che avrebbe offerto al Re con lo stesso aiuto dei
fascisti la possibilità di sostituire Mussolini e rovesciare il fascismo, suonava esattamente così:
« invita: il Capo del governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e
fiducioso il cuore dì tutta la Nazione, affinchè egli voglia, per l'onore e la salvezza della Patria,
assumere, con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell'Aria, secondo
l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema, iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a
lui attribuiscono e che sono sempre state, in tutta la nostra storia nazionale, il retaggio glorioso
della nostra augusta dinastia di Savoia ». A quest'ordine del giorno se ne contrapponeva
un'altro di Roberto Farinacci, analogo a quello di Grandi, ed un terzo del Segretario del Partito
Nazionale Fascista Scorza, che non mutava sostanzialmente i. rapporti politici esistenti.
All'inizio della seduta parlava lungamente Mussolini sulla situazione militare, con
particolare riguardo allo scacchiere del Mediterraneo. Ne seguì una vasta discussione. Grandi
pronunciò una violenta critica che suscitò un senso di disagio nei membri del Gran Consiglio. Quindi
fu passato ai voti l'ordine del giorno Grandi con i seguenti risultati: 19 voti favorevoli, 7 contrari
ed uno, quello di Suardo, astenuto. Farinacci aveva votato per il proprio ordine del giorno.
'Mussolini si alzò in piedi e disse: Voi avete provocata la crisi del regime. La seduta è
tolta! ». La mattina seguente, il 25 luglio, Mussolini ebbe degli incontri politici e chiese un
appuntamento con Vittorio Emanuele III che gli venne fissato per le ore 17 a villa Savoia (Villa
Ada). Sullo storico incontro tra Mussolini e Vittorio Emanuele III abbiamo per ora solo
quanto riferisce Mussolini nel suo libro « Storia di un anno ». E' possibile che nuovi
elementi emergano con la pubblicazione delle « Memorie » del defunto Re. Entrati nel salotto il
Re disse a Mussolini che era in < tocchi >, che il voto del Gran Consiglio era stato
tremendo e che tutti si attendevano un cambiamento. Mussolini rispose che la decisione era di una
gravità estrema e che in quel momento avrebbe significato la capitolazione dell'Italia.
All'uscita dall'udienza reale, nel parco di Villa Savoia, Mussolini veniva arrestato da due
ufficiali dei carabinieri ed indotto a salire su un'autoambulanza che stazionava nel parco. Nel
pomeriggio l'incarico per il nuovo governo veniva affidato al Maresciallo Badoglio e la sera, con il
giornale radio delle 22.45 si diffondeva agli italiani ed al mondo la sensazionale notizia.
A puro titolo di cronaca va rilevato che la Regina Elena deplorò vivamente che la cattura di
Mussolini fosse stata eseguita a Villa Savoia. Essa infatti così si espresse quando apprese la
notizia: « Potevano arrestarlo dove e quando volevano, ma non quì. Quì Mussolini era nostro
ospite. Si sono violate le regole dell'ospitalità regale. Non è bello questo ».
Nei giorni seguenti avvenivano nelle principali città d'Italia dimostrazioni di giubilo con
relativo abbattimento degli emblemi fascisti. Frattanto il governo Badoglio prendeva alcuni
provvedimenti, fra cui lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista e degli organi del passato
Regime. Il 24 agosto nella pineta di Fregene veniva proditoriamente ucciso per ordine di Badoglio il
Tenente Colonnello pilota Ettore Muti, Medaglia d'Oro, sospetto di essere a capo di un complotto
per rovesciare il Governo e liberare Mussolini. Frattanto, sul fronte di Sicilia, lo schieramento
dell'Asse subiva un nuovo arretramento, abbandonando Cefalù, Leonforte ed
Agira. La battaglia continuava furiosa ancora per molti giorni, specie nella Piana di Catania, che veniva poi
abbandonata il 5 agosto. Il 7 il comando tedesco decideva di sgomberare la Sicilia. Il 13 le
divisioni britanniche ed americane superavano il massiccio dell'Etna e continuavano ad
avanzare verso Messina, appoggiando l'avanzamento con sbarchi alle spalle del nostro schieramento. Il
17 agosto 1943, dopo 38 giorni di battaglia, terminava la lotta per la Sicilia. Tutti i
reparti ancora efficienti, italiani e germanici, e buona parte dei mezzi, venivano posti in salvo in Calabria.
Sul mare, i mezzi d'assalto della Decima, i sommergibili e le unità sottili italiane continuavano
a prodigarsi, ottenendo ancora numerosi successi. Nel quadro degli avvenimenti politici
dell'agosto 1943 sono da registrare il convegno italo-tedesco di Tarvisio, che avveniva il giorno
16, e quello anglo-americano di Quebec del giorno 17.
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