| IL RIPIEGAMENTO TEDESCO DA STALINGRADO A
ROSTOV
La prima fase dell'offensiva sovietica dell'inverno 1942-43, l'investimento
dell'ARMIR e la sua ritirata e la distruzione della « 6° » Armata germanica a
Stalingrado. Con queste operazioni l'Armata Rossa ruppe il fronte meridionale, dilagò per le pianure
ucraine, e costrinse quindi le truppe tedesche e romene che operavano nella regione caucasica a
ritirarsi velocemente, per evitare di essere tagliate fuori dallo schieramento.
Tra il gennaio ed il febbraio 1943 tutto il fronte meridionale russo era in movimento. Mentre
a nord, da Leningrado fino al settore Orel-Voronezh gli attacchi lanciati dai russi a scopo
diversivo o locale non riuscivano ad intaccare lo schieramento tedesco, sul fronte meridionale, dal
settore Liski-Voronezh a Novorossijsk, le unità della Wehrmacht non avevano ancora raggiunto
una adeguata linea di resistenza. Tra il Don ed il Donetz, nei settori già tenuti dalle Armate
ungherese, italiana e romena, le truppe del maresciallo Zukov avanzavano, benchè intralciate da
frequenti battaglie ritardatrici, verso l'ansa del Donetz. Nelle steppe nordcaucasiche, a sud
del basso corso del Don, le armate sovietiche avanzavano celermente verso le foci del fiume ed
il porto di Rostov. Più a meridione, l'offensiva russa si andava invece sviluppando intorno alla
valle del Kuban, via di ritirata delle unità germaniche (Armata corazzata di van Kleist) che
si erano spinte verso il Caucaso fino a Grozni ed al monte Elbrus. Allo scopo di aggirare queste ultime forze
tedesche ed impedirne il deflusso in Crimea, agli inizi di febbraio i russi compivano alcuni
tentativi di sbarco a Novorossijsk, senza però riuscire ad allargare la testa di sbarco che, premuta da
ogni lato veniva successivamente annientata dalle truppe del Reich. Nell'interno invece le unità
germaniche e romene si ritiravano combattendo verso le coste del Mare d'Azov. Lungo il Kuban
esse abbandonavano la zona di Maikop, ed a metà febbraio l'importante centro di comunicazioni di
Krasnodar. Così lo schieramento veniva ad assumere, in quella che era ormai una semplice testa
di ponte tedesca nel Kuban, un andamento parallelo alle coste del Mare d'Azov, a ridosso
della penisola di Taman e del porto di Jejsk. Nell'ansa del Donetz la lotta infuriava senza
quartiere davanti alle città di Rostov e Voroshilovgrad, cardini del bacino industriale e
carbonifero del Donetz, dove l'Alto Comando della Wehrmacht aveva interesse a che l'offensiva russa si
arrestasse, poichè in questo settore poteva stabilirsi un opportuno schieramento difensivo, che
effettuato invece in posizione più arretrata, nella zona del Dnjeper, sarebbe venuto a trovarsi in un
terreno disagevole alla difesa. Ma, come si era verificato nell'autunno del
1941, rispetto a questa linea la città di Rostov era venuta a trovarsi troppo avanzata, e troppo
scoperta, per la sua posizione geografica, da attacchi provenienti da oriente. E come già era
avvenuto allora, anche nel 1943, e precisamente il 14 febbraio, le truppe russe riconquistavano Rostov,
nonostante la tenace resistenza tedesca. A metà febbraio, anche il settore di Voronezh,
punto di contatto tra il fronte meridionale e quello centrale, si metteva in movimento. Dopo che i
tedeschi, per evitare di essere aggirati da sud in seguito all'arretramento dello schieramento
dell'Asse dal medio corso del Don, avevano abbandonato la testa di ponte di Voronezh ad oriente
del fiume, i sovietici attraversavano il Don tra la stessa Voronezh e la città di Jelezt, puntando
decisamente la direzione sud-est, verso il fiume Oskol e le regioni di Kursk e Bjelogorod. Questa
manovra si accompagnava all'avanzata delle truppe che avevano superato il fronte della « 2a»
Armata ungherese sul Don, e che dirigevano sul settore Bjelogorod
Charkov. Mentre sul fronte meridionale si verificavano questi mutamenti, a nord riprendeva con
rinnovato vigore l'azione offensiva russa. Gli scopi di questa azione erano tre: sbloccare Leningrado,
superare la zona munitamente difesa tra il Lago Ilmen e la Duna, ed avanzare sulla linea Mosca-Smolensk, allontanando il fronte dalla capitale
sovietica. Fulcro di tutto il fronte settentrionale era il settore a sud del Lago Ilmen, che
consisteva in una immensa pianura coperta di neve, punteggiata da pochissimi centri abitati. Essi
venivano ad assumere tutto l'aspetto delle oasi in mezzo al deserto. In questa situazione, non era possibile tenere
una linea continua di fronte, e non restava altro, quindi, che fortificare i centri abitati e
difenderli ad oltranza. Tali centri erano Staraja Russa, Velikie Luki, Rezhev e Vjazrna. Il Comando
tedesco li aveva organizzati secondo il sistema «ad istrice», consistente in una serie di campi trincerati
fortemente muniti, organizzati a caposaldo, per la difesa da ogni lato. Contro questi « istrici »,
dove già in precedenza si era esaurita la pressione russa, durante l'offensiva invernale 1942-43
si logoravano per lungo tempo le migliori unità sovietiche. Dopo lunghi ed aspri
combattimenti i sovietici riuscirono finalmente ad eliminare gli «istrici» di Rezhev e Vjazma, ma la zona non
veniva superata, poichè Staraja e Velikie Luki restavano ancora saldamente in mano tedesca. Così
terminava a nord l'offensiva russa, senza aver raggiunto i propri obbiettivi, a parte il risultato di
smantellare le posizioni avanzate del sistema germanico, ed allontanare solo di poco il fronte
dalla capitale sovietica. Sul fronte meridionale, a metà febbraio i russi
raggiungevano Charkov, ed il giorno 18 la riconquistavano. Durante questa operazione l'Armata
corazzata sovietica del generale Popov si spingeva troppo avanti oltre il Donetz,
avvicinandosi al Dnjepr. I tedeschi approfittavano di ciò, ed ai primi di marzo lanciavano una potente
controffensiva nel settore di Jzhium, a sud di Charkov. L'Armata di. Popov veniva duramente
battuta e si ritirava precipitosamente oltre il Donetz, mentre una parte restava imbottigliata in
una sacca a sud di Charkov e successivamente eliminata. Il proseguimento della controffensiva
germanica riportava il 19 marzo i soldati del Reich nella contesa città ucraina. Dopo la rioccupazione
di Charkhov, la Wehrmacht spostava verso nord la propria azione controffensiva, investendo i
settori di Bjelgorod e di Kursk (questa città era stata occupata dai russi
l'8 febbraio), dove otteneva ancora qualche successo. Frattanto si andava esaurendo l'offensiva
sovietica nei settori di Orel, dell'ansa del Donetz (qui, dopo Rostov, era caduta anche
Voroshilovgrad), e nella testa di ponte del Kuban, allagata dal disgelo. Su tutto il fronte russo il fango
formato dallo sciogliersi delle nevi dominava incontrastato e determinava la fine delle operazioni
militari da ambo le parti. Il giorno 31 marzo 1943 il Comando sovietico annunciava infatti la
sospensione dell'offensiva che riprenderà, come vedremo, in giugno. Nel frattempo, fin dai primi mesi del 1942 nei
territori dell'ex regno iugoslavo, si era sviluppato un intenso movimento partigiano, ad opera
soprattutto delle bande comuniste di Tito. Su questo fronte fu combattuta una tremenda
guerriglia, caratterizzata da episodi di inaudita ferocia da parte dei partigiani slavi verso le truppe
occupanti, che ebbe termine solo nel 1944 dopo il definitivo ritiro delle truppe germaniche dal
settore balcanico. |