2a Guerra Mondiale 1942-9


La guerra sui mari


Inno Andorra 



3 aprile 1942, Nel giorno anniversario della morte del primo imperatore giapponese, le truppe nipponiche iniziano, dopo intensi preparativi l'attacco finale alla Penisola di Bataan. Sulle posizioni americane l'aviazione effettua un poderoso bombardamento aereo, durato parecchie ore, con impressionanti effetti distruttivi. Quindi è la volta delle batterie appostate nella semidistrutta base di Cavite che, con i loro grossi calibri, martellano le prime linee americane. La situazione dei difensori è già drammatica. E quando le fanterie nipponiche, appoggiate dai carri armati si lanciano all'attacco, ogni sforzo è vano: il settore centrale del fronte cede di schianto. Dalle brecce aperte nel sistema difensivo americano, i fanti giapponesi avanzano verso il mare, ricacciando le stanche e sfiduciate truppe di Mac Arthur. Nella foto in alto carri armati nipponici attaccano in massa a Bataan. In basso fanterie nipponiche avanzano a raggiera su un terreno scoperto, invano contrastate dal tiro delle armi automatiche americane.

Sfondata la prima linea, i nipponici continuarono nell'offensiva contro le posizioni di Bataan, mettendo in gravissime difficoltà gli americani, i quali dovettero ripiegare in disordine su linee arretrate. Ma anche su questo nuovo dispositivo di difesa non riuscirono a mantenersi, premuti com'erano da ogni parte dai nipponici. Cosi, il 7 aprile, il generale Wainwright fu costretto a chiedere un armistizio. Le trattative, però, non approdarono a nulla poichè i giapponesi chiedevano non soltanto la resa di Bataan ma anche quella di Corregidor che gli americani si ostinavano a negare. Cosi le ostilità ripresero con maggiore accanimento e durarono fino al giorno 9, quando vi fu, da parte americana, una nuova richiesta di armistizio. Nella foto in alto a sinistra artiglieria ippotrainata americana si avvia al galoppo in postazione. Nella foto al centro a sinistra un cannoncino anticarro americano appostato fra la vegetazione tropicale nella contesa penisola di Bataan. In basso a sinistra le perdite americane furono gravissime. Oltre che dai feriti, gli ospedaletti da campo furono affollati dai malati di dissenteria e scorbuto. In alto a destra una colonna motorizzata americana ripiega verso la costa. In basso a destra il gen. Mac Arthur, comandante superiore americano nelle Filippine, assieme al presidente filippino Osmena.


9 aprile 1942. Un plenipotenziario americano, si presenta alle linee giapponesi per offrire la resa delle truppe combattenti di Bataan. La resa viene accettata e, mentre il gen. Wainwright ripara col suo stato maggiore a Corregidor, i nipponici prendono possesso delle posizioni tanto tenacemente difese dagli americani. Nella foto in alto il plenipotenziario americano, con gli occhi bendati, scende dall'aereo che lo ha portato a Limay, quartier generale nipponico, per trattare la resa di Bataan. Nella foto in basso i nipponici vengono, accolti trionfalmente dalla popolazione di Bataan.

Il bombardamento di Tokio







18 aprile 1942. Una grossa formazione di bombardieri americani apparì di sorpresa nel cielo della capitale giapponese e scaricò sulla città il suo micidiale carico di bombe. Fu un'impresa eccezionale, solo che si pensi che le basi americane erano tutte, fuori del raggio di autonomia degli apparecchi e che alle portaerei non era possibile avvicinarsi a meno di 600 miglia di distanza dalle isole giapponesi. Infatti, per rendere possibile l'operazione, cui Washington ammetteva una grande importanza morale, gli americani avevano dovuto imbarcare sulle portaerei (la « Hornet » e la « Enterprise ») i nuovi apparecchi « B 25 » dell'Esercito, attrezzandoli perchè potessero decollare dai ristretti ponti di volo delle navi. E non basta: l'ordine di operazione prevedeva che le portaerei, una volta lanciati gli apparecchi, si allontanassero a tutta velocità, senza attenderli di ritorno. I bombardieri, effettuato il bombardamento su Tokio, dovevano tentare di raggiungere gli aeroporti della Cina di Ciang Kai Scek. Questa difficile operazione ebbe pieno successo. Le portaerei, pur essendo state avvistate dai ricognitori giapponesi, non vennero attaccate poichè ritenute troppo distanti da terra per essere pericolose. Sulla città, anzi, non fu nemmeno dato l'allarme. Qualche apparecchio, tuttavia, fu distrutto dalla caccia e dalla contraerea nipponica, mentre altri andarono distrutti nel tentativo di atterrare fuori campo in Cina. In alto a sinistra un bombardiere viene imbarcato sulla « Hornet » a Pearl Harbour. In alto a destra il difficile decollo dei bombardieri per l'incursione su Tokio. Al centro i « B 25 » sono sull'obiettivo e sganciano, al comando del col. Doolittle. In basso due visioni delle distruzioni arrecate a Tokio. A sinistra, una foto di fonte americana. A destra una foto di fonte nipponica.

La resa di Corregidor




Dopo la resa di Bataan, nelle Filippine rimase a combattere soltanto l'isola fortificata di Corregidor. Si trattava di un complesso veramente formidabile, che era costato milioni di dollari e che rappresentava quanto di più moderno si potesse immaginare in fatto di difesa. Il centro della resistenza era rappresentato dalla collina di Malinto, con forti completamente interrati che comprendevano tre ordini di casematte, collegate con gallerie e servizi da un sistema che comprendeva perfino una ferrovia a scartamento ridotto con doppio binario. Ma postazioni di artiglieria da fortezza, antiaerea e anti-nave erano disseminate un pò dovunque, nell'isola, mentre depositi a prova di bomba garantivano alla guarnigione la possibilità di resistere a lungo senza rifornimenti dal di fuori. Secondo i tecnici militari americani, dunque Corregidor era praticamente imprendibile, anche perchè le coste a strapiombo rendevano difficoltosissimo un eventuale sbarco. Eppure, come già Singapore e Hong Hong, la piazzaforte resse soltanto due giorni all'assalto dei soldati del Tenno. Nella foto in alto una veduta dell'isola di Corregidor, tratta da un'illustrazione americana del tempo. In basso lo spaccato mostra le fortificazioni di Malinto come apparivano in superficie e come erano organizzate nel sottosuolo. Da notare il perfetto mascheramento delle vie di comunicazione in superficie, praticamente invisibili dall'alto e la distanza dalla superficie del terreno dei depositi di munizioni


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