2a Guerra Mondiale 1942-8


Inno Malesia 


La resa di Corregidor



La gigantesca azione giapponese contro le posizioni continentali e insulari britanniche in Asia. Abbiamo visto cosi la bandiera del Sole Levante alzarsi sulle piazza forti di Hong Kong, di Singapore, di Rangoon, dopo una serie di battaglie d'annientamento che sbalordirono il mondo. Lo svilupparsi di quest'azione, particolarmente contro le posizioni americane e olandesi, nonché alcuni scontri navali che videro, nelle acque del Mar dei Coralli e di Giava, la distruzione di intere flotte. La cartina rappresenta lo sviluppo delle operazioni nel Pacifico fino all'aprile 1942. Le bandierine indicano le piazzeforti avversarie conquistate dai giapponesi. Le linee tratteggiate indicano i territori controllati dai nipponici prima del 7 dicembre 1941. Le zone nere i territori occupati fino all'aprile 1942.


I nipponici, che nella religione nazionale avevano dato un posto nell'olimpo agli antenati e agli eroi, si gettarono nella guerra, con un vero e proprio furore mistico, da questa passione nacque il sacrificio dei « kamikaze », così come nella guerra nippo-russa del 1905 erano nati gli « uomini-torpedine » di Port Arthur. Ma lo spirito di sacrificio portato alle estreme conseguenze non fu un'eccezione, per i nipponici. Non rimase cioè limitato ad un gruppo di eletti da esso furono permeati tutti i combattenti, i quali seppero dare in ogni occasione prove altissime di eroismo e di sprezzo della morte. Non v'è da sorprendersi, quindi, se l'alto comando imperiale scelse, per gli attacchi decisivi, date particolarmente significative, tali cioè da esaltare i combattenti. Così fu per l'azione finale contro Singapore, che coincise con l'anniversario della fondazione dell'Impero Nipponico. Così fu per l'occupazione di Lashio in Birmania, dono dei soldati all'imperatore per il suo onomastico. Così fu anche per l'investimento della penisola di Bataan, nella quale si erano rifugiate le ultime forze americane combattenti nelle Filippine, che coincise con l'anniversario della morte del primo imperatore giapponese: Zimmu Tenno. Nella foto l'imperatore Zimmu alla testa dei suoi guerrieri (da un'antica stampa nipponica).

LA RESA DI CORREGIDOR

Abbiamo seguito lo sviluppo della manovra nipponica contro le posizioni continentali e insulari anglo-americane. Abbiamo seguito i nipponici in Malesia fino alla presa di Singapore, in Birmania fino alla caduta di Rangoon (avvenuta il 16 febbraio), nelle Filippina fino alla capitolazione di Manila (2 gennaio) e poi nei numerosi sbarchi nelle isole della Sonda, nelle Palau, nelle Molucche, nelle Marianne, a Borneo, Celebes, ecc. Altre clamorose imprese giapponesi: lo sbarco a Giava e l'investimento delle ultime posizioni americane a Bataan e all'isola fortificata di Corregidor. Giava era difesa da settantamila soldati indoolandesi e da circa quindicimila americani e britannici. A sostegno della grande isola, che per popolazione e risorse è senz'altro la più importante dell'Indonesia, v'era anche una grossa formazione navale, composta da incrociatori e caccia appartenenti a tutte le marine alleate. Fu questa squadra, fra il 27 febbraio e il 1 marzo, a sostenere il primo urto con i giapponesi. Prima ancora, una portaerei americana da 10 mila tonnellate, la « Langley », che trasportava velivoli da caccia e da bombardamento a Giava, era stata affondata da aerei giapponesi. La battaglia navale del Mare di Giava ebbe inizio il 27 febbraio 1941 quando, avvistata la forza nemica d'invasione, composta da due grandi incrociatori, due incrociatori leggeri e quattordici caccia, i quali scortavano un convoglio di oltre cento trasporti, la squadra anglo-americana-olandese uscì da Surabaya per tentare di intercettare l'avversario. La prima nave ad essere colpita fu l'« Exeter », un incrociatore britannico che aveva vittoriosamente combattuto nel 1939 contro la corazzata tascabile tedesca « von Spee ». Poche ore dopo, colò a picco un caccia olandese, mentre altri colpi andavano a segno sulle altri navi maggiori. Al calar della sera la situazione poteva considerarsi disperata per la flotta alleata. Era stato distrutto un altro cacciatorpediniere (l'inglese « Electra ») e quasi tutte le navi, assai malconce, avevano dovuto ridurre la velocità. Eppure, mentre l'« Exeter » ripiegava su Surabaya, i quattro incrociatori superstiti, quasi senza protezione di caccia, continuarono ad avanzare sul convoglio giapponese. Ma era in quelle condizioni, una vera e propria corsa alla morte. Affondò un caccia inglese, poi fu la volta degli incrociatori « Java » e « Ruyter », entrambi olandesi. Il giorno dopo le navi superstiti, che si erano rifugiate nelle acque di Giava, venirono a loro volta colpite. L'« Houston » e il « Perth affondarono in una mischia nello stretto della Sonda, mentre ancora cercavano di contrastare lo sbarco giapponese. L'« Exeter », che tentava di salvarsi a Ceylon, fu affondato da navi ed aerei il 1 maggio. Il disastro era stato grave: nulla più poteva opporsi alla conquista di Giava che avvenne in una settimana, dal I marzo al 9 marzo, data della capitolazione senza condizioni delle forze olandesi. Solo qualche reparto isolato, riuscì a resistere fino al 15 aprile nella zona centrale dell'isola. Caduta Giava, i nipponici, che nel frattempo avevano ancor più allargato il raggio d'azione delle loro truppe  da sbarco occupando sistematicamente isole grandi e piccole in tutte le direzioni, intensificarono gli sforzi per porre fine alla tenace resistenza americana nelle Filippine. Com'è noto, gli americani, respinti dalle truppe da sbarco giapponesi, erano stati costretti ad abbandonare Manila e Cavite e a restringersi nella penisola di Bataan, a nord della capitale. Qui si erano apprestati ad una difesa ad oltranza, allestendo rapidamente un forte campo trincerato. I giapponesi, con l'appoggio di poderose batterie piazzate fra le macerie di Cavite e di reparti corazzati sopraggiunti dal Giappone, non ebbero difficoltà a rompere la prima linea americana. Anche la resistenza degli uomini del generale Wainwright sulle posizioni arretrate non ebbe miglior successo e, dopo sei giorni di disperata battaglia, gli americani, fiaccati anche da una grave epidemia di scorbuto, dovettero chiedere la resa. Restava ancora Corregidor, un'isoletta fortificata posta all'ingresso della Baia di Manila, che era la posizione più munita di tutte le Filippine. Nell'isola, infatti, il genio americano aveva da anni stabilito una base formidabile, con casematte blindate e un dispositivo di caposaldi in cemento armato collegati per via sotterranea. Sbarramenti di mine, poi, rendevano particolarmente difficile uno sbarco. Ma i nipponici, così come erano riusciti ad espugnare Singapore e Hong Kong, seppero investire Corregidor che, in due giorni di combattimenti, fu costretta a chiedere la resa. L'attacco fu un modello di audacia e di capacità combattiva. Lo stesso generale sconfitto, Wainwright, ebbe per i nipponici parole di altissima ammirazione. Basti dire che per neutralizzare i campi minati i giapponesi avevano costituito speciali reparti di 'uomini votati alla morte che si sacrificarono tutti nell'impresa. A Corregidor e a Bataan, gli americani lasciarono nelle mani dei giapponesi oltre sessantamila prigionieri e tutto il loro equipaggiamento. Alla cattura sfuggì invece Mac Arthur, col suo stato maggiore. Egli aveva tempestivamente lasciato Luzon, onde assumere in Australia il comando delle forze americane operanti nel Pacifico. Caduta Corregidor, sembrò che nulla più potesse contrastare la espansione nipponica, anche perchè nel frattempo la flotta britannica aveva subito altre dure perdite di fronte a Ceylon. Ma il bombardamento di Tokio, effettuato dagli aerei lanciati dalle navi americane di stanza alle Haway, fu un campanello di allarme. L'impresa fece comprendere allo stato maggiore del Tenno che il nemico, anche se gravemente colpito, non era sconfitto. Dalla preoccupazione di accelerare i tempi e di sfruttare un'aleatoria superiorità aeronavale tanto faticosamente ottenuta, nacque la battaglia del Mar dei Coralli, che vide di fronte, per la prima volta nella storia, non già corazzate e incrociatori, ma navi portaerei. Lo scontro, se non fu decisivo per le sorti della guerra segnò una svolta nella strategia navale, dimostrando l'importanza risolutiva delle portaerei, che da allora divennero le protagoniste del conflitto nel Pacifico. Agli effetti immediati, la battaglia del Mar dei Coralli provocò, con la rinuncia giapponese all'occupazione di Port Moresby, la prima battuta di arresto nella travolgente espansione delle forze del Sole Levante, preludio all'anabasi che si sarebbe conclusa con la capitolazione firmata tre anni dopo nella baia di Tokio.

La battaglia del mare di Giava




27 febbraio 1942. Dopo la conquista di Singapore, i nipponici avevano avuto via libera per procedere all'occupazione delle grandi isole delle Indie Olandesi, che fronteggiavano la piazzaforte. Occupate alcune basi delle Celebes, violata la neutralità portoghese a Timor, fatti ulteriori progressi nel Borneo, i giapponesi sbarcarono anche a Sumatra ove occuparono gli importanti centri di Palembang e di Samangka, riducendo le forze indo-olandesi nell'estremità meridionale dell'isola. Erano quindi maturi i tempi per passare all'attacco anche a Oliava, cioè nell'isola economicamente e strategicamente più importante dell'arcipelago della Sonda. I giapponesi, istallatisi saldamente a Sumatra, fecero precedere l'attacco da massicce incursioni aeree che distrussero una dopo l'altra tutte le basi aeree olandesi e quelle anglo-americane frettolosamente allestite negli ultimi mesi. L'ultimo tentativo di contrastare lo sbarco fu fatto dalle forze navali inglesi, americane e olandesi che si slanciarono contro i convogli d'invasione fra il 27 febbraio e il 1 marzo. Si trattava di un complesso di cinque incrociatori, dieci cacciatorpediniere e altro naviglio leggero che prese il nome di « Squadra ABDA ». Nella foto in alto la flotta olandese delle Indie in navigazione. In basso unità britanniche della Squadra ABDA muovono verso il nemico scortate dall'aviazione.

 

La flotta alleata si incontrò la sera del 27 febbraio con le formazioni navali giapponesi che si avviavano a Giava. Ne derivò una serie di combattimenti che si protrassero per ben tre giorni. Malgrado i prodigi di valore degli equipaggi olandesi, americani, inglesi e australiani, la squadra « ABDA » venne quasi completamente disfatta senza che potesse, in nessun momento, minacciare il nucleo centrale delle forze nipponiche. Nel combattimento, che dopo i primi affondamenti di navi alleate divenne una vera e propria caccia al topo, andarono distrutti: l'incrociatore inglese « Exeter » da 8400 tonn., l'incrociatore australiano « Perth » da 7000 tonn., due incrociatori olandesi, il « De Ruyter » da 6500 tonn. e il « Java » da 6700 tonn., l'incrociatore americano « Houston » da 9000 tonn., nonché quattro caccia britannici, uno olandese, uno americano e una cannoniera britannica. Così, in soli tre giorni, le marine alleate persero, nel mare di Giava, un complesso di 50.000 tonnellate di naviglio da guerra. Perdita gravissima per chiunque, ma in quel momento addirittura irreparabile, poiché la Squadra « ABDA » era tutto ciò di cui in quel momento inglesi, americani e olandesi disponevano nel Pacifico per contrastare l'offensiva nipponica nella Sonda. Nella foto in alto un ricognitore giapponese ha avvistato la flotta alleata che si avvia, a tutto vapore, verso il convoglio d'invasione del Tenno. In basso a sinistra su una nave nipponica la centrale di tiro trasmette i dati di puntamento alle batterie di medio calibro. In basso a destra nemico in vista: i cannonieri della marina giapponese si apprestano al tiro.


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