2a Guerra Mondiale 1942-38/A


L'avanzata Inglese


Inno St Lucia 



Dopo Tobruk fu la volta di Bomba, di Derna (16 novembre), dei villaggi del Gebel cirenaico ancora freschi di calcina, ove nel 1939 si erano trapiantati dall'Italia i nostri coloni, a fecondare il deserto. Non era soltanto una ritirata, quella che era in atto in Africa settentrionale. Era il crollo di una grande speranza. La fine della civiltà europea sulla sponda africana del Mediterraneo. Poi, il 20 fu la volta di Bengasi. Era, questa, la perdita più dolorosa, poiché la città era sorta tutta dal nostro lavoro ed era considerata a ragione un esempio insuperabile di colonializzazione. Ma Bengasi era indifendibile, nelle condizioni di debolezza in cui era ridotta l'armata italo-tedesca. Inoltre, per risparmiare la popolazione civile, già tanto provata, si era deciso di dichiararla città aperta. Nella foto in alto Bengasi vista da uno dei mezzi della marina britannica che appoggiavano l'avanzata dal mare. Nel porto cosparso di rottami bruciano gli ultimi depositi, incendiati dalle nostre truppe prima del ripiegamento. Al centro l'aeroporto di Benina, nei pressi di Bengasi duramente colpito dall'aviazione britannica: In basso il porto di Bengasi dopo l'occupazione britannica.


I britannici, imbaldanziti dalla lunga avanzata, insistono nei loro attacchi. Malgrado il progressivo allungarsi delle loro linee di comunicazione essi non ne risentono le conseguenze negative, poichè hanno organizzato, forti di una schiacciante superiorità aerea, un efficiente servizio di rifornimento via mare, a mezzo di speciali metei di cabotaggio. Anzi, mentre la nostra marina è tutta impegnata nel trasporto di un nuovo corpo di spedizione in Tunisia e può rispondere solo in minima parte alle richieste di aiuto del settore libico, essi rinforzano sempre più i loro effettivi. Tuttavia sulla linea El Agheila Marsa el Brega Marada, l'avanzata deve sostare. Il comando italo-tedesco è riuscito a schierare in questo settore le divisioni « Giovani Fascisti », « Pistoia », la ricostituita « Trieste » e alcuni reparti della « Centauro », oltre ai resti del corpo di spedizione germanico. Non sono forze sufficienti a tenere il fronte per un periodo molto lungo, ma ottengono un risultato prezioso: l'arresto del nemico per circa due settimane. Nella foto in alto fucilieri britannici sotto il fuoco della nostra artiglieria a Massa el Brega. Al centro fuoco antiaereo britannico durante un'incursione dell'aviazione italiana. I nostri cacciatori, malgrado la enorme inferiorità numerica tennero sempre il cielo, contrastando efficacemente le incursioni nemiche. In basso uno stormo di apparecchi da bombardamento inglesi si alza, in una nube di sabbia, da un campo di fortuna.

Da Buerat al Gebel




La difesa italiana sulla linea sirtica fu valorosissima. Lo stesso nemico dovette riconoscerlo. Ma era umanamente impossibile, con forze tanto modeste, resistere a lungo ad un nemico tanto superiore. Lo comprese subito Rommel il quale, contro la volontà dei comandi italiani, chiese di arretrare il fronte a Buerat, per essere più vicini alle nostre basi di rifornimento e per costringere i britannici a servirsi di quella che era chiamata « la lunga via della sete » lungo la Sirte. Tale soluzione fu adottata dopo molto incertezze, in quanto cosi facendo il fronte si sarebbe avvicinato troppo a Tripoli. Nella foto in alto una pattuglia esplorante italiana a ridosso delle posizioni nemiche nella Sirtica. Al centro all'attacco con i lanciafiamme. In basso la difesa di Marada; solo qualche piccolo campo minato, un reticolato e poche armi per respingere gli attacchi nemici.


Il ripiegamento su Buerat non fu sufficiente a ristabilire la situazione. Qualche giorno dopo le nostre truppe erano costrette a ritirarsi nuovamente, prendendo posizione, questa volta, lungo l'arco del Gebel tripolino. Ormai la guerra investiva da, vicino la capitale della colonia, la cui caduta era ormai solo questione di giorni. Infatti, dopo la ritirata da Buerat i nostri comandi, soprattutto per la difficoltà di rifornire la Tripolitania dei mezzi occorrenti, compresero che sarebbe stato inutile e logorante per noi mantenere ad ogni costo le posizioni libiche. Del resto l'epicentro della lotta s'era spostato in Tunisia, ove le truppe sbarcate avevano allargato la primitiva testa di ponte, ricacciando gli americani che premevano da occidente. Là si sarebbe decisa la battaglia, là occorreva portare i resti delle divisioni che si erano battute contro i britannici da El Alamein all'Halfaya da El Agheila a Buerat, ad Homs. Nella foto in alto una colonna motorizzata britannica, sotto un attacco aereo italiano. Nella notte le traccianti dell'artiglieria contraerea hanno creato sugli autocarri una fantasmagorica cupola protettiva. In basso fanterie britanniche all'assalto.


La lotta su Gebel si va spegnendo. Mentre le nostre truppe ripiegano ancora, allungando l'interminabile via della ritirata, i britannici preparano un colpo che avrebbe dovuto distruggere completamente le nostre forze: l'aggiramento del Sahara libico, col concorso di unità degaulliste. Il colpo non riesce: le nostre truppe, con perfetto coordinamento di tutte le mosse, lasciano i loro campi trincerati e si avviano, come previsto, in direzione del confine tunisino. Ma la decisione, dettata dalle supreme esigenze strategiche, è quanto mai dolorosa. Significa lo sgombero di Tripoli, l'abbandono al nemico di questa perla africana. Nella foto in alto una colonna di prigionieri tedeschi, scortata da soldati britannici fa a ritroso la via della ritirata. In primo piano un « 88 » tedesco abbandonato dai serventi. Al centro un cimitero dei nostri carri armati in Africa settentrionale. In basso ammassati al lato della pista desertica, prigionieri italiani e tedeschi attendono di essere trasportati verso i campi di prigionia egiziani.


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