2a Guerra Mondiale 1942-36/A


La tragica ritirata


Inno Trinidad & Tob. 




La ritirata italiana continuò per giorni e giorni dal Don al Donetz, in una atmosfera di tragedia. Man mano i reparti s'andavano assottigliando, mietuti dallo sfinimento, dai congelamenti, dagli attacchi dei carri armati, dagli agguati dei partigiani. La confusione aumentava. In molti casi non esistevano più reparti organici; non esistevano più comandi, non esistevano nemmeno più divisioni di nazionalità. Alpini marciavano frammisti a soldati ungheresi, bersaglieri spalla a spalla con « panzer grenadieren » tedeschi. E tutti erano ridotti alla situazione del fante, tranne i pochi fortunati che disponevano di una slitta, di un cavallo, di un autocarro con una scorta di benzina. Tuttavia la ritirata non fu ingloriosa. Pur nel caotico disordine di quei tragici giorni, il valore italiano rifulse in mille e mille episodi, individuali e collettivi. Così ad esempio, ad Arbusow, in quello che fu definito il vallone della morte, ove dopo due giorni di tenace resistenza, martellati senza posa dalle artigliere nemiche, alcune migliaia di italiani infransero alla fine il ferreo cerchio nemico seguendo un semplice carabiniere della « Torino » che, come un eroe antico, era montato su un cavallo e, agitando una bandiera tricolore, s'era avventato verso il nemico. Così a Millerowo, così a Cercovo, ove caddero quasi diecimila uomini della divisione « Torino ». Nelle foto in alto alcuni drammatici aspetti della ritirata. Il terribile gelo russo causava la formazione di ghiaccioli sui visi dei soldati.


Uno dei momenti più tragici della ritirata dal Don fu la marcia su Nikitowka delle divisioni alpine. Quei magnifici reparti dovettero aprirsi la via combattendo quasi di continuo contro grosse formazioni sovietiche appoggiate da numerosi carri armati e contro insidiosi nuclei di partigiani. Però solo la « Tridentina » ebbe fortuna e riuscì a raggiungere la nuova linea, portandosi dietro quasi quarantamila ungheresi e tedeschi che ad essa s'erano aggregati. Le altre divisioni, uno dopo l'altra, furono accerchiate , dopo durissimi combattimenti, pressoché annientate. Dopo il combattimento prima ancora di iniziare le terribili, spesso mortali marce verso i campi di prigionia, le brutalità delle truppe sovietiche si accanì contro uomini inermi. Un solo esempio vale per i numerosi casi identici. Il 21 gennaio 1943, circa 400 alpini, tutti feriti, del «9° Rgt. », Divisione «Julia », furono passati per le armi nel « Kolkoz Stanno », un gruppo di fattorie nelle quali i nostri eroici soldati avevano opposto una leggendaria resistenza ai sovietici. I superstiti, salvo rarissime eccezioni, finirono nei famigerati campi di concentramento sovietici. Le battaglie più sanguinose furono combattute a Nikolajewska, fortemente tenuta dai russi, ove il « 5° » e il « 6° » reggimento alpini si aprirono un varco con le sole bombe a mano e con incessanti assalti alla baionetta, poiché le munizioni erano finite. Nella foto in alto le colonne in ritirata procedono lentamente nella neve. Sui fianchi hanno preso posizione dei pezzi anticarro. In basso si cammina nella tormenta. Sopra le divise, stracci di ogni genere per proteggersi dal freddo.


Le perdite delle divisioni italiane durante la ritirata furono durissime e raggiunsero in qualche caso il sessanta per cento degli effettivi. Ancora più gravi le perdite materiali, poiché quasi tutto il materiale e l'armamento pesante dovette essere abbandonato. Tuttavia, per le condizioni in cui fu compiuta e soprattutto per l'errore tedesco di aver ordinato il ripiegamento quando già le nostre truppe erano accerchiate, è già un miracolo che l'ARMIR non sia stato completamente annientato da un nemico tanto superiore. Il miracolo è dovuto in gran parte all'eroismo di alcuni reparti che si sacrificarono quasi al completo per rendere possibile il salvataggio dell'Armata e al valore, alla tenacia, allo spirito combattivo di tutte le unità che in situazioni pressoché disperate, non si persero mai d'animo e lottarono contro il nemico anche quando sarebbe stato follia sperare salvezza. Nella foto in alto una scena molto frequente durante la ritirata. Un camion ha finito la benzina e viene abbandonato in mezzo alla steppa. I soldati, zaino in spalla continuano a piedi. In basso la grande colonna composta dai superstiti delle divisioni alpine marcia vano Nikolajevka.


L'odissea dell'ARMIR finì ai primi di febbraio quando i superstiti della ritirata raggiunsero le nuove linee costituite dai tedeschi davanti a Charkov e di qui, riordinati e rifocillati, furono avviati, con diecine e diecine di tradotte, verso la Patria. Ma migliaia e migliaia di bravi soldati, centinaia di ufficiali, diecine di ufficiali superiori e quattro generali erano caduti in mano al nemico. Per loro l'odissea continuò feroce, più spietata, più amara della guerra. Sono morti certamente per gli stenti, per le malattie, per le inenarrabili brutalità dei carcerieri sovietici, nei campi di concentramento o addirittura prima dì arrivarvi. Per gli altri rimane il tragico dubbio che siano ancora, pochi o molti, in qualche angolo della Russia o della Siberia. Ma neanche ai morti è stata data pace, in terra sovietica. Dei cimiteri di guerra amorevolmente, pietosamente composti dai cappellani militari non esiste più nulla. Già nei primi giorni dopo la riconquista, come hanno raccontato testimoni oculari, i carri armati con la stella rossa sono passati sulle tombe a stroncare le croci e le lapidi del ricordo. Nella foto in alto uno dei nostri cimiteri in Russia. Sul monumento centrale ogni arcata ricorda una divisione dell'ARMIR. In basso a Woroscilowgrad soldati italiani accendono fiaccole sulle tombe dei camerati caduti in combattimento.


L'abbraccio della mamma al figlio caduto in Russia. Carrara: Monumento all'Alpino.

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