2a Guerra Mondiale 1942-36


Italiani in Russia nel 1812


Inno Paraguay 



La tragica sorte dell'ARMIR, prima vittoriosamente e rapidamente avanzante verso il cuore della Russia e poi coinvolto in una drammatica e rovinosa ritirata, aveva avuto un impressionante precedente storico. Già nel 1812, con la Grande Armata di Napoleone, truppe italiane erano state impegnate sulle immense pianure russe ed avevano avuto un analogo destino. L'imperatore, preparando l'attacco allo Zar, aveva voluto con sè anche le truppe italiane del Regno d'Italia e del Regno di Napoli, di cui aveva imparato ad apprezzare il valore nelle precedenti campagne. Il Viceré Eugenio e Gioacchino Murat avevano cosi allestito due corpi di spedizione forti rispettivamente di ottomila e di diecimila uomini. In alto il Viceré Eugenio passa in rivista l'Esercito d'Italia prima della partenza da Milano. In basso Napoleone e il suo stato maggiore fra le milizie italiane.



Il valore degli italiani rifulse, nella prima fase della campagna, particolarmente nelle battaglie di Vitebsk, di Smolensk e di Borodino, quando determinarono, con il loro slancio, la vittoria degli eserciti imperiali. Da allora, fino a Mosca, essi ebbero sempre il compito di marciare all'avanguardia. In alto da sinistra a destra il generale Pino, comandante di una delle più valorose divisioni dell'esercito d'Italia. Il gen. Lechi, veterano di tutte le campagne napoleoniche. Il duca Luigi Caracciolo di Roccaromana, comandante la cavalleria della Guardia del Re di Napoli. Al centro la divisione « Pino » durante l'interminabile marcia verso Mosca. In basso una veduta generale della furibonda battaglia di Witebsk, del 2 luglio 1812, nella quale gli italiani furono duramente impegnati ma riuscirono alla fine a sopraffare il nemico dopo una manovra brillantemente riuscita. 


Com'è noto, dopo una sosta tra le mura di Mosca distrutta e incendiata dai russi, Napoleone dovette decidere la ritirata. Fu, come per l'ARMIR nel 1942, una lunga tragedia. L'esercito, affamato, esausto per le interminabili marce e per il gelo, continuamente tormentato dagli attacchi dello esercito russo e dei contadini armati, dovette faticosamente, sanguinosamente aprirsi la via verso occidente, lasciando ad ogni chilometro uomini, carriaggi, armi, munizioni. Ma, anche nella ritirata, gli italiani diedero prova del loro valore, mantenendo, nel generale disordine, un ordine quasi perfetto. Non per nulla la Guardia dell'Imperatore era formata dai resti della cavalleria italiana: quattro compagnie di 150 uomini ciascuna. Anche nella disastrosa battaglia per il passaggio della Beresina, le truppe dell'esercito d'Italia fecero prodigi di valore. Fu per merito loro che gli avanzi della Grande Armata poterono varcare il fiume. I reggimenti italiani furono i soli che portarono salve in patria tutte le loro bandiere. Ma il sacrificio era stato eccezionalmente grande: degli 80 mila uomini del Principe Eugenio tornarono in Patria soltanto 1000 superstiti. Non inferiori furono le perdite napoletane. In alto la Grande Armata a Smolensk. Al centro Napoleone conduce la ritirata. In basso il passaggio della Beresina.

Eroismo e sacrificio




* Il S. Ten. Igor Irawelew, figlio di un ingegnere russo fucilato durante la Rivoluzione del 1918, si arruolò volontario nell'Esercito Italiano per combattere il Bolscevismo. Sotto il nome di Giorgio Costantini combattè eroicamente nella Divisione a Vicenza togliendosi la vita, per non cadere prigioniero dei sovietici, durante una drammatica fase della nostra ritirata. IL generale Pascolini propose il giovane per la Medaglia d'Oro al V. M. ma la pratica dorme ancora oggi al Ministero della Difesa. Come se non bastasse, alla Madre dello eroico giovane, Maria Jarolavetzeva, residente a Roma, è stata rifiutata la cittadinaza italiana.

La tragica ritirata




Rotto il fronte del Don fra il 10 e 17 dicembre 1942, le, truppe dello ARMIR dovettero, come abbiamo visto, aprirsi le vie della ritirata in mezzo al dilagare delle formazioni corazzate nemiche mobilissime e onnipresenti, che ormai avevano il controllo di tutte le retrovie. Fu una marcia per certi aspetti più tragica di quella del 1812. Le nostre unità, che già prima della battaglia scarseggiavano di mezzi motorizzati e di artiglierie avevano perso anche quel poco che possedevano nella prima fase della ritirata. A questo si aggiunse la scarsità di carburante e l'atteggiamento non sempre cameratesco degli alleati tedeschi, i quali spesso sottraevano ai nostri autocarri, viveri e rifornimenti, ignorando sempre i bisogni delle truppe italiane che pure avevano duramente combattuto per proteggere il loro ripiegamento. Ma più di tutto quel che contribuì a trasformare in un penoso dramma la marcia delle nostre unità superstiti fu gelido inverno russo. A temperature proibitive, su strade quasi sempre impraticabili e più spesso ancora in mezzo alla campagna, per sfuggire alla caccia dei carri armati sovietici, i nostri soldati, con un equipaggiamento inadeguato, dovettero compiere marce di trenta, quaranta chilometri al giorno, sostando la notte nelle case dei contadini, in rifugi improvvisati o, più spesso all'addiaccio. In alto la ritirata delle unità alpine. L'interminabile colonna che si snoda sulla neve è preceduta e fiancheggiata da nuclei di sciatori con funzioni di esplorazione. Ogni tanto un « alto ». Il nemico è in vista. Al centro gli alpini della « Tridentina » oltrepassano il villaggio di Boeliakino, teatro di una battaglia vittoriosa per le nostre truppe. In basso migliaia di uomini incolonnati in fila indiana partecipano alla tragica marcia.


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