2a Guerra Mondiale 1942-35/A


L'opera dell'aviazione


Inno Turchia 



Nel corso della battaglia l'aviazione italiana da trasporto rese alle truppe dell'ARMIR preziosi servigi, rifornendo reparti isolati, sgombrando feriti, segnalando le vie libere dal nemico. Particolarmente significativo, tanto da meritare un elogio particolarmente caloroso e riconoscente da parte del comandante della Squadra Aerea Tedesca operante nella zona, fu l'intervento della nostra aviazione durante la durissima battaglia di Cercovo, ove 7000 italiani e circa 4000 tedeschi si erano trincerati intorno al campo d'aviazione, mantenendolo sgombro malgrado gli attacchi nemici. Nelle operazioni di rifornimento a Cercovo cadde lo stesso comandante del Corpo Aereo Italiano, gen. Pezzi, che aveva voluto effettuare il primo volo di collegamento, con gli assediati. Nella foto in alto sul campo gelato gli apparecchi da trasporto vengono febbrilmente riforniti per una ennesima missione. Al centro un faticoso decollo nella neve. In basso il Generale Pezzi M. d'O. al V. M. fotografato poco prima dell'eroica fine.


Oltre che a Cercovo, anche a Milierowo e a Kantemirowka la nostra aviazione rese possibile alle truppe italo-tedesche lo sfondamento del cerchio nemico. Complessivamente, fra il 12 dicembre e il 16 gennaio, data in cui il corpo aereo venne ritirato a Odessa, i nostri apparecchi effettuarono 403 missioni di guerra, di cui 30 bombardamenti e spezzonamenti a bassa quota. 3000 feriti, furono portati in salvo con i nostri apparecchi. Le perdite furono di diciotto apparecchi e di ventisette piloti. A Kantemirowka, su 12 apparecchi impiegati ne caddero ben 7. Nella foto in alto una squadriglia da caccia riscalda i motori prima della partenza. Al centro cumuli di neve hanno reso il campo impraticabile. Bisognerà lavorare duramente per rendere possibili i voli. In basso un nostro caccia parte su allarme per contrastare gli attacchi dei carri sovietici alle nostre linee.

Alpini eroici



All'estrema sinistra dello schieramento dell'ARMIR sul Don era in linea il Corpo d'Armata Alpino, composto dalle divisione « Tridentina », « Julia » e Cuneense ». Era una magnifica unità, forte di 57 mila uomini, con 14 mila quadrupedi, diecimila automezzi e 160 pezzi di artiglieria, che rappresentava il fior fiore delle nostre truppe alpine. Il suo invio in Russia era, stato suggerito dalla speranza di poterla impiegare alla guerra di montagna, per la particolare resistenza alle basse temperature. Purtroppo, invece, il Corpo d'Armata Alpino fu mandato a combattere in pianura e qui si dissanguò, fra il dicembre e il gennaio del 1942 in una battaglia senza speranza. Noi italiani possiamo tuttavia guardare a queste truppe eroiche con orgoglio poichè nella convulsa lotta, fra tanti reparti italiani, tedeschi, ungheresi, croati e romeni gli Alpini furono gli ultimi ad iniziare la ritirata.


Gli alpini furono attaccati da soverchianti forze russe fra il 10 e il 12 dicembre, contemporaneamente alle altre divisioni italiane. Tuttavia essi rimasero impavidi sulle linee iniziali anche quando il fronte meridionale cedette. La resistenza, veramente magnifica, considerando l'entità delle forze sovietiche, si protrasse per oltre un mese, fino a quando le divisioni germaniche che avevano preso il posto della « Cosseria » e della « Ravenna » in ritirata non cedettero di schianto a sud e gli ungheresi che tenevano il settore nord non iniziarono senza alcun preavviso un ripiegamento. Allora il Corpo d'Armata Alpino, cui si era aggiunta la divisione « Vicenza », in sostituzione della « Julìa » che si stava sacrificando al completo per proteggere i movimenti del « 24° Corpo D'Armata » tedesco, dovette abbandonare le posizioni tanto tenacemente difese e tentare di sfuggire, con una disperata marcia verso il Donetz, ad un accerchiamento in profondità che era ormai virtualmente concluso. Nella foto in alto una compagnia dell'eroico battaglione « Tolmezzo » resiste, sotto un violento bombardamento, agli attacchi nemici per proteggere la ritirata della « Julia ». Al centro una postazione anticarro tenuta dagli Alpini. In basso elementi del battaglione « Tirano » escono dal loro caposaldo per contrattaccare.

Il colpo che provocò la ritirata del Corpo d'Armata Alpino fu la penetrazione dei carri armati sovietici, provenienti da sud ove avevano rotto le linee tedesche, nella città di Rossosch, ove era il nostro comando. L'incursione fu neutralizzata dalle nostre truppe, grazie anche ad un tempestivo intervento degli Stukas, ma ormai appariva chiaro che mantenere le posizioni avanzate sul Don sarebbe equivalso ad un suicidio collettivo, poichè il nemico aveva ormai rotto alle ali. Era tuttavia troppo tardi e la ritirata, che qualche giorno prima sarebbe stata possibile senza perdite troppo severe, divenne un'agonia dalla quale alcuni reparti poterono sottrarsi solo grazie a miracoli di eroismo e di tenacia, in quanto i carri armati sovietici dilagavano dovunque nella sterminata steppa russa. In alto a sinistra sciatori del Battaglione « Cervino » alla difesa di Ronosch. In basso Padre Narciso Crosara, cappellano del Battaglione Alpino « Tirano », durante la ritirata delle unità Alpine, Si noti la strana uniforme comune in quei giorni a tutte le unità in ripiegamento. In alto a destra truppe ungheresi prese prigioniere dai sovietici, liberate dagli alpini a Postujali. Al centro a destra il nemico ha attaccato la colonna in ripiegamento. La retroguardia interviene ed ingaggia battaglia. In basso il « Gruppo Udine » del « 3 reggimento » di artiglieria alpina, fra inauditi stenti porta in salvo i pezzi che hanno sparato fino all'ultimo contro i sovietici.


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