2a Guerra Mondiale 1942-34/A


Il crollo del fronte


Inno Mali 



Altri due aspetti del dramma delle forze dell'Asse sul fronte russo. La mancanza di automezzi costrinse la maggior parte delle truppe a ripiegare a piedi, sostenendo continui combattimenti contro i carri armati russi che superavano agevolmente le colonne in ritirata e le bande partigiane che, approfittando della situazione, attaccavano frequentemente i reparti isolati, agendo in collaborazione con reparti di sciatori dell'esercito regolare. Nella foto in alto colonne tedesche in marcia verso le nuove posizioni frettolosamente apprestate. In basso un reparto tedesco-ungherese in ripiegamento. Gli uomini infagottati marciano, seguiti da qualche autocarro e da alcune slitte che trasportano i feriti più gravi, trovando ancora la forza di sorridere al corrispondente di guerra. La Wermacht superò a prezzo di gravissime perdite ed inenarrabili sacrifici la tremenda prova e, benché l'iniziativa delle operazioni fosse passata dall'inverno 1942-43 alle armate russe, mise a dura prova gli avversari nel combattimenti successivi.


La tremenda offensiva russa si concluse con una dura sconfitta delle armate tedesche, ungheresi, romene ed italiane. Il Caucaso, conquistato l'estate precedente fu perduto. La « 6a Armata » di von Paulus sarà annientata a Stalingrado ed altre cinque armate pressoché distrutte o comunque duramente provate. Nella foto in alto prigionieri tedeschi, ungheresi, romeni ed italiani raccolti in un campo di concentramento provvisorio nelle retrovie del fronte. Al centro cominciano le terribili marcie dei prigionieri verso l'interno della Russia. Il freddo inesorabile e la brutalità sovietica causarono enormi perdite tra i prigionieri. In basso la tragedia di un reparto tedesco sorpreso dai carri russi nella steppa. Dopo il drammatico combattimento nulla più si muove nella steppa gelata: vi sono solo cadaveri ed informi rottami.


L'Inghilterra in guerra: avevano cominciato col dire  < niente coscrizione! >

La ritirata di Russia



Il 12 dicembre 1942 si scatenò sulle divisioni italiane dell'ARMIR, schierate sulla linea del Don, un potente attacco sovietico. L'azione dei russi rientrava nella grande battaglia di annientamento iniziata a Stalingrado e che già aveva travolto numerose divisioni germaniche e romene. Le nostre truppe, che tenevano un tratto di linea assolutamente sproporzionato ai loro effettivi e ai loro mezzi, resistettero bravamente per molti giorni alla furia nemica. Poi, esauste, isolate dagli alleati, senza rinforzi, senza più munizioni, dovettero iniziare il ripiegamento: quella che fu detta la marcia della morte. Nella cartina lo schieramento dell'ARMIR all'inizio della battaglia ed il percorso della tragica ritirata delle truppe.

LA RITIRATA DI RUSSIA

Quando, il 10 dicembre 1942, ingenti forze sovietiche attaccarono le nove divisioni dell'ARMIR schierate lungo il Don e rinforzate da qualche reparto tedesco, l'intero fronte meridionale era già in crisi da perecchi giorni. La « 6a Armata » tedesca era stata accerchiata a Stalingrado e si avviava al suo tragico destino. La « 4' Armata » tedesca stava ripiegando in disordine verso Rostov. Le truppe che nella estate s'erano spinte verso il Caucaso si ritiravano rapidamente verso Kersc per cercare una via di scampo in Crimea. Infine, quel che più conta, agli effetti di quanto accadde alle nostre truppe, la « 3a Armata » romena che si trovava sul fianco destro dell'ARMIR, era stata scompaginata da una violenta offensiva ed aveva praticamente cessato di essere una unità combattente. La situazione dell'ARMIR, quindi, era già prima dell'attacco tutt'altro che rosea. Quanto era accaduto sul suo fianco destro, ove erano schierate la « Sforzesca », la « Celere » e la « Torino », lo minacciava di avvolgimento da est, mentre sarebbe bastata una penetrazione nel settore tenuto dalla « Ravenna e dalla « Cosseria » perchè una grande tenaglia chiudesse le divisioni che abbiamo nominato e la «Pasubio » (che con la «298° » divisione germanica costituiva il «2° Corpo d'Armata») in una morsa senza scampo. Si guardi la carta geografica. Data la situazione strategica e la conformazione del terreno, era proprio la mossa naturale, per i sovietici: suggerita loro prima che dalla fantasia operativa, dalla realtà stessa delle cose. E la manovra a tenaglia venne puntualmente non appena i russi, che si erano accuratamente preparati all'offensiva, disposero di quella superiorità schiacciante di effettivi e di mezzi ritenuta indispensabile per ottenere risolutivi e durevoli risultati. Il primo colpo fu portato al «2° Corpo d'Armata», il più debole, il più esposto, quello che risentiva maggiormente della mancanza di riserve e che presidiava, purtroppo, il settore più importante del fronte. Fu una settimana di lotta asperrima sostenuta bravamente dalle nostre divisioni « Ravenna » e « Cometa », le quali sacrificarono gran parte dei loro effettivi per contrastare il passo al nemico e per mantenere, secondo gli ordini ricevuti, le posizioni lungo il corso del fiume. Ma alla fine la superiorità, che era veramente schiacciante (79 battaglioni contro 19), ebbe ragione del disperato valore delle nostre truppe. « Cosseria » e « Ravenna », semidistrutte, dovettero iniziare il ripiegamento, fra il dilagare dei carri armati nemici. Quasi nello stesso momento crollava anche l'ala destra del fronte, ove la « Sforzasca », rimasta senza collegamento con i romeni, doveva sfuggire all'accerchiamento con una rapida ritirata. Il fronte italiano si metteva in movimento. Ma non era ancora una rotta. I reparti mantenevano la loro efficienza bellica, i loro organici, la loro combattività. Ripiegavano combattendo duramente, infliggendo sensibili perdite al nemico, spesso contrattaccando. Solo più tardi, quando lo sfinimento per le interminabili marce, il gelo, le bufere di neve, gli attacchi sui fianchi delle unità carriste nemiche, le incursioni dei partigiani fiaccarono i nostri soldati, venne il disordine, lo scoramento, l'ansia di portarsi in salvo. Bisogna dire peraltro che tutto questo fu conseguenza degli errori di valutazione del comando germanico, dal quale l'ARMIR dipendeva, che invece di affidare le sorti dell'armata ad una difesa manovrata aveva deciso la resistenza ad oltranza sulle posizioni di partenza. Così le nostre truppe s'erano esaurite senza speranza sul Don ed avevano incominciato a ripiegare, in base ad ordini tardivi e spesso contradditori, quando era troppo tardi. Quando cioè nelle retrovie c'era già il nemico a creare sacche, a lanciare attacchi sui fianchi, a tormentare e distruggere. La ritirata fu quindi un dramma inenarrabile che costò migliaia di morti e la distruzione di tutta l'armata la quale, se riuscì a portare in salvò circa il cinquanta per cento degli effettivi, perse lungo la via del ripiegamento quasi tutto il suo materiale pesante, migliaia di autocarri, di quadrupedi, di cannoni e pressochè, al completo i propri magazzini. L'errore di ordinare la resistenza ad oltranza fu purtroppo ripetuto anche nei confronti del Corpo d'Armata Alpino che, al contrario del « 2° », del « 35° e del « 29° », aveva retto agli attacchi sferrati dai sovietici fra il 10 e il 18 dicembre ed era rimasto sulla linea del Don, in collegamento a nord con l'Armata ungherese e a sud con alcune unità germaniche che erano corse a tamponare la falla aperta dalla distruzione della divisione « Cosseria ». Queste magnifiche truppe da montagna, erano ancora sulle proprie posizioni alla metà di gennaio, quando tutto il fronte era un caos di reparti in ritirata. Solo quando gli ungheresi, vedendo la malasorte, cominciarono a ritirarsi su linee arretrate e quando da sud videro irrompere sulle loro retrovie i carri armati sovietici, gli alpini iniziarono il ripiegamento. Ma era, anche qui, troppo tardi. La manovra di sganciamento che ancora qualche giorno prima sarebbe stata possibile senza eccessive perdite, divenne una tragedia collettiva, resa ancor più fatale dalle continue bufere di neve che imperversavano nella steppa. Della « Julia », della « Cuneense », della « Tridentin » e della divisione di fanteria « Vicenza» che a effettivi ridotti era giunta in linea a dare manforte agli alpini, dopo un mese di ripiegamento mantevano poche migliaia di uomini esausti. Tutti gli altri erano caduti combattendo per ritirarsi un varco o, rimasti senza munizioni e senza viveri, avevano dovuto arrendersi ai sovietici. Questo, è, in sintesi, il dramma della nostra « 8' Armata », vittima di errori non suoi e una inferiorità numerica e di armamento che s'era andata aggravando sempre di più con la crisi alleata e per l'aumentare delle forze sovietiche. Quella della ritirata di Russia non è dunque una pagina ingloriosa. Nell'ora sfortunata rifulsero infatti, ancora una volta, le virtù eroici della nostra stirpe. Cento e cento episodi dimostrano che anche nelle situazioni più avverse il nostro soldato sa tenere fede al giuramento e sacrificarsi e morire per l'onore della bandiera. Interi reparti, come il. Raggruppamento CONN « gennaio » si fecero annientare piuttosto che cedere la posizione. Altri, come il « 5° » e il « 8° reggimento alpini, rimasti senza munizioni, andarono all'attacco alla baionetta. E tutti, comandanti e gregari, furono pari al compito. Dal generale Reverberi, che a Nikolajewska, dall'alto al carro armato guidò i suoi alpini contro il cerchio nemico, al bersagliere Berardino Leoni che, rimasto senza proiettili per la propria mitragliatrice, si gettò sul nemico a colpi di pietra, fino a quando una raffica non lo stroncò nel gesto sublime. 
Episodi in tutto degni di quello che centotrenta anni prima altri italiani nella Grande Armata Napoleone scrissero su quelle inospitali terre e che qui abbiamo voluto sottolinea per le sue singolari analogie.


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