| LA RITIRATA DI RUSSIA
Quando, il 10 dicembre 1942, ingenti forze sovietiche attaccarono le nove divisioni dell'ARMIR
schierate lungo il Don e rinforzate da qualche reparto tedesco, l'intero fronte meridionale era
già in crisi da perecchi giorni. La « 6a Armata » tedesca era stata accerchiata a Stalingrado e si
avviava al suo tragico destino. La « 4' Armata » tedesca stava ripiegando in disordine verso
Rostov. Le truppe che nella estate s'erano spinte verso il Caucaso si ritiravano
rapidamente verso Kersc per cercare una via di scampo in Crimea. Infine, quel che più conta, agli effetti di
quanto accadde alle nostre truppe, la « 3a Armata » romena che si trovava sul fianco destro
dell'ARMIR, era stata scompaginata da una violenta offensiva ed aveva praticamente cessato di
essere una unità combattente. La situazione dell'ARMIR, quindi, era già
prima dell'attacco tutt'altro che rosea. Quanto era accaduto sul suo fianco destro, ove erano
schierate la « Sforzesca », la « Celere » e la « Torino », lo minacciava di avvolgimento da est, mentre
sarebbe bastata una penetrazione nel settore tenuto dalla « Ravenna e dalla « Cosseria » perchè
una grande tenaglia chiudesse le divisioni che abbiamo nominato e la «Pasubio » (che con la
«298° » divisione germanica costituiva il «2° Corpo d'Armata») in una morsa senza scampo.
Si guardi la carta geografica. Data la situazione strategica e la conformazione del
terreno, era proprio la mossa naturale, per i sovietici: suggerita loro prima che dalla fantasia operativa,
dalla realtà stessa delle cose. E la manovra a tenaglia venne puntualmente non appena i russi, che si
erano accuratamente preparati all'offensiva, disposero di quella superiorità schiacciante di
effettivi e di mezzi ritenuta indispensabile per ottenere risolutivi e durevoli risultati.
Il primo colpo fu portato al «2° Corpo d'Armata», il più debole, il più esposto, quello che
risentiva maggiormente della mancanza di riserve e che presidiava, purtroppo, il settore più importante
del fronte. Fu una settimana di lotta asperrima sostenuta bravamente dalle nostre divisioni «
Ravenna » e « Cometa », le quali sacrificarono gran parte dei loro effettivi per contrastare il passo
al nemico e per mantenere, secondo gli ordini ricevuti, le posizioni lungo il corso del fiume. Ma
alla fine la superiorità, che era veramente schiacciante (79 battaglioni contro 19), ebbe ragione
del disperato valore delle nostre truppe. « Cosseria » e « Ravenna », semidistrutte, dovettero
iniziare il ripiegamento, fra il dilagare dei carri armati nemici. Quasi nello stesso momento
crollava anche l'ala destra del fronte, ove la « Sforzasca », rimasta senza collegamento con i romeni,
doveva sfuggire all'accerchiamento con una rapida ritirata. Il fronte italiano si metteva in movimento. Ma
non era ancora una rotta. I reparti mantenevano la loro efficienza bellica, i loro organici, la loro
combattività. Ripiegavano combattendo duramente, infliggendo sensibili perdite al nemico,
spesso contrattaccando. Solo più tardi, quando lo sfinimento per le interminabili marce, il gelo, le
bufere di neve, gli attacchi sui fianchi delle unità carriste nemiche, le incursioni dei partigiani
fiaccarono i nostri soldati, venne il disordine, lo scoramento, l'ansia di portarsi in salvo.
Bisogna dire peraltro che tutto questo fu conseguenza degli errori di valutazione del
comando germanico, dal quale l'ARMIR dipendeva, che invece di affidare le sorti dell'armata ad una
difesa manovrata aveva deciso la resistenza ad oltranza sulle posizioni di partenza. Così le nostre
truppe s'erano esaurite senza speranza sul Don ed avevano incominciato a ripiegare, in base ad
ordini tardivi e spesso contradditori, quando era troppo tardi. Quando cioè nelle retrovie c'era già
il nemico a creare sacche, a lanciare attacchi sui fianchi, a tormentare e distruggere.
La ritirata fu quindi un dramma inenarrabile che costò migliaia di morti e la distruzione di
tutta l'armata la quale, se riuscì a portare in salvò circa il cinquanta per cento degli effettivi, perse
lungo la via del ripiegamento quasi tutto il suo materiale pesante, migliaia di autocarri, di
quadrupedi, di cannoni e pressochè, al completo i propri magazzini. L'errore di ordinare la resistenza ad oltranza
fu purtroppo ripetuto anche nei confronti del Corpo d'Armata Alpino che,
al contrario del « 2° », del « 35° e del « 29° », aveva retto agli
attacchi sferrati dai sovietici fra il 10 e il 18 dicembre ed era rimasto sulla linea del Don, in
collegamento a nord con l'Armata ungherese e a sud con alcune unità germaniche che erano corse a
tamponare la falla aperta dalla distruzione della divisione « Cosseria ». Queste magnifiche
truppe da montagna, erano ancora sulle proprie posizioni alla metà di gennaio, quando tutto il
fronte era un caos di reparti in ritirata. Solo quando gli ungheresi, vedendo la malasorte, cominciarono a ritirarsi su linee
arretrate e quando da sud videro irrompere sulle loro retrovie i carri armati sovietici, gli alpini
iniziarono il ripiegamento. Ma era, anche qui, troppo tardi. La manovra di sganciamento che ancora
qualche giorno prima sarebbe stata possibile senza eccessive perdite, divenne una tragedia collettiva,
resa ancor più fatale dalle continue bufere di neve che imperversavano nella steppa. Della «
Julia », della « Cuneense », della « Tridentin » e della divisione di fanteria « Vicenza» che a
effettivi ridotti era giunta in linea a dare manforte agli alpini, dopo un mese di ripiegamento
mantevano poche migliaia di uomini esausti. Tutti gli altri erano caduti
combattendo per ritirarsi un varco o, rimasti senza munizioni e senza viveri, avevano dovuto arrendersi ai sovietici.
Questo, è, in sintesi, il dramma della nostra « 8' Armata », vittima di errori non suoi e una
inferiorità numerica e di armamento che s'era andata aggravando sempre di più
con la crisi alleata e per l'aumentare delle forze sovietiche. Quella della ritirata di Russia non è dunque una
pagina ingloriosa. Nell'ora sfortunata rifulsero infatti, ancora una volta, le virtù eroici della
nostra stirpe. Cento e cento episodi dimostrano che anche nelle situazioni più avverse il
nostro soldato sa tenere fede al giuramento e sacrificarsi e morire per l'onore della bandiera. Interi
reparti, come il. Raggruppamento CONN « gennaio » si fecero annientare piuttosto che
cedere la posizione. Altri, come il « 5° » e il « 8° reggimento alpini, rimasti senza munizioni, andarono
all'attacco alla baionetta. E tutti, comandanti e gregari, furono pari al compito. Dal
generale Reverberi, che a Nikolajewska, dall'alto al carro armato guidò i suoi alpini contro il cerchio
nemico, al bersagliere Berardino Leoni che, rimasto senza proiettili per la propria
mitragliatrice, si gettò sul nemico a colpi di pietra, fino a quando una raffica non lo stroncò nel
gesto sublime.
Episodi in tutto degni di quello che centotrenta anni prima altri italiani nella
Grande Armata Napoleone scrissero su quelle inospitali terre e che qui abbiamo voluto sottolinea per le
sue singolari analogie.
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