2a Guerra Mondiale 1942-32


Inno Uganda 


L'offensiva sovietica



Durante tutta l'estate e tutto l'autunno del 1942 la Wermacht, con il valido appoggio dei corpi di spedizione italiani, romeni e ungheresi (nonchè di Minori contingenti slovacchi e croati), aveva continuato nella propria avanzata nel cuore della Russia, verso Stalingrado e il Volga. I successi erano stati travolgenti nelle prime settimane della grande offensiva. Poi, poco alla volta, man mano che la resistenza sovietica cresceva di consistenza e di tenacia, i tedeschi avevano cominciato a dare segni abbastanza evidenti di esaurimento. Per troppo tempo furono impegnati in una serie interminabile di battaglie su un fronte troppo vasto e troppo lontano dalle basi metropolitane; per troppo tempo avevano richiesto a se stessi uno sforzo superiore ad ogni immaginazione. Sarebbe stato dunque prudente, una volta resa effettiva e salda l'occupazione della grande ansa del Don, fermare le truppe su quelle posizioni e prepararle alla campagna invernale che si preannunciava durissima per il progressivo rinvigorirsi dell'esercito sovietico. Ma Hitler, quando, le truppe della « Armata » di von Paulus, a coronamento di mesi di sforzi, giunsero in vista di Stalingrado, non comprese e non valutò sufficientemente il pericolo di una offensiva ad oltranza, sia pure in un solo punto del fronte. Il suo ordine fu: attaccare Stalingrado fino alla distruzione del nemico. Da quest'ordine derivò una delle più drammatiche, sanguinose e convulse battaglie della storia: quella che, fra l'agosto del 1942 e il 3 febbraio 1943, vide russi e tedeschi, prima assedianti e poi assediati, combattere per la vita o per la morte ma soprattutto per l'onore della bandiera. Nella cartina il settore delle operazioni militari sul fronte Volga-Don che fu teatro dell'avanzata tedesca estiva e d elle poderose offensive invernali sovietiche.
I tedeschi si erano avvicinati rapidamente alla fine di agosto del 1942, alla grande città del Volga. Da allora alla metà di novembre von Paulus, comandante della « 6 Armata » germanica, lottò duramente prima alla periferia della città, poi al centro di essa, per snidare i difensori sovietici che, seguendo gli ordini di Stalin, avevano trasformato ogni casa in un fortilizio. Da questa « battaglia delle macerie » nacque la più grossa battaglia che porta il nome stesso di Stalingrado, che fu scatenata dalla controffensiva sovietica alla base del saliente rappresentato dalle truppe di von Paulus impegnate fra il Volga e il Don.I sovietici attaccarono il 19 novembre 1942 ma già da parecchio tempo andavano preparando il loro colpo. Sia Timoscenko, comandante del fronte meridionale, sia i generali comandanti delle varie armate, da Rokossovski a Yeremenko a Vatutin, sia, infine, il maresciallo Sciapolnikov del coniando supremo, avevano rilevato la pericolosità della manovra tedesca e la fragilità del triangolo che, avendo per vertice Stalingrado, si saldava alle linee della Wermacht all'altezza della grande ansa del Don a nord e, a sud, nella zona della steppa. Essi quindi immaginarono una grande manovra a tenaglia svolta indipendente da due armate che avrebbero attaccato i tedeschi a nord ovest e a sud est di Stalingrado pronunciando un duplice avvolgimento. Questa mossa avrebbe provocato l'isolamento della sesta armata di von Paulus a Stalingrado e il crollo dell'intero fronte meridionale germanico che, minacciato da rapide puntate sui fianchi, non avrebbe avuto altra scelta che una ritirata precipitosa. Questo avrebbe determinato quasi senza colpo ferire anche la riconquista delle zone caucasiche perdute dai sovietici nell'estate precedente.Il piano era ben congegnato ma richiedeva, per avere pieno successo, sia un'assoluta segretezza nella preparazione, sia un persistente immobilismo dei tedeschi 
davanti a Stalingrado. La fortuna e gli errori dell'Oberkommando germanico furono propizi ai sovietici i quali però, per parte loro, non lasciarono nulla di intentato per avere nel settore cruciale della battaglia, una netta superiorità qualitativa e quantitativa. Per oltre un mese, infatti, mentre negavano ai disperati difensori di Stalingrado anche un minimo di rincalzi e di rifornimenti, i comandi sovietici continuarono ad ammassare dietro al Volga divisioni corazzate, reggimenti di fanteria, di cavalleria, diecine e diecine di gruppi di artiglieria, aeroplani. Era quanto di meglio essi potessero schierare in linea in quel momento. E vi erano, anche, delle novità tecniche di rilievo, come il carro « Kutuzov », che si dimostrò, nella battaglia di Voronez, superiore nettamente ai tipi messi in campo dai tedeschi. E i movimenti delle truppe furono così ben mascherati, malgrado la vigile ricognizione aerea nemica, che i comandi tedeschi ebbero sentore di quello che si andava preparando ai loro 
danni solo quando era troppo tardi per provvedere efficacemente. Ma, va aggiunto, non tutto sarebbe filato liscio, per i sovietici se essi non avessero trovato nell'alto comando germanico degli involontari alleati, se cioè gli errori dell'avversario non avessero facilitato la riuscita della loro manovra. Quando, infatti, sotto i colpi di maglio sovietici, crollarono le difese della 3• armata romena e della 4a armata tedesca, sarebbe stato ancora possibile ritirare da Stalingrado l'armata di von Paulus ed evitare la tragedia che, fra le macerie della città, si sarebbe consumata entro il 3 febbraio. E, forse, senza l'assillo rappresentato dall'armata bloccata, anche la controffensiva di von Mansteiri a Voronez avrebbe avuto un risultato diverso, utile se non altro per rallentare l'avanzata nemica e per evitare il crollo delle posizioni italo-tedesche-romene sul Don. Invece la conclusione è nota: a von Paulus giunse l'ordine di non ripiegare, di tenere le proprie posizioni ad ogni costo, di lottare fino all'ultimo uomo.Qui dobbiamo ancora rilevare come quella di Stalingrado non fu per i tedeschi solo una battaglia perduta ma ebbe ben più gravi e tragiche conseguenze. Molti storici, anzi, sono del parere che in quell'occasione la Germania perse praticamente la partita con i sovietici e che da Stalingrado derivò una crisi mortale dalla quale la Wermacht non fu più capace di risollevarsi. I sovietici avevano vinto. Di tre armate che costituivano il cuneo di Stalingrado, a venti giorni dall'inizio dell'offensiva non restavano che poche divisioni decimate,che avevano perso sulla via della ritirata buona parte del loro materiale pesante, dei loro magazzini, delle loro basi. L'esercito rosso doveva però ancora sfruttare a fondo il successo. E cosi, l'undici dicembre, anche sull'ottava armata italiana, che per il cedimento delle unità romene si 
era trovata con il fianco scoperto, si scatenò terribile l'offensiva nemica. Cominciò quindi per l'ARMIR la tragica marcia della disperazione, nella neve e nel gelo. Le fasi di quella battaglia invernale che vide rifulgere ancora una volta lo eroismo dei nostri soldati, travolti purtroppo dalla strapotenza nemica, dopo una lunga, tenace difesa delle posizioni loro affidate.

Gli ultimi combattimenti estivi




Le truppe italiane dell'ARMIR, comandate dal gen. Gariboldi, era stato affidato nel quadro generale dell'azione su Stalingrado, un compito eminentemente difensivo, le nostre divisioni, che in parte erano in fase di riorganizzazione, dovevano tenere il fronte del Don, opponendosi ad eventuali ritorni offensivi del nemico. Le truppe italiane si fecero onore, soprattutto quando, ai primi di settembre, i sovietici tentarono un'azione diversiva in grande stile sul fianco sinistro delle armate germaniche in azione verso Stalingrado. Fu allora che apparvero per la prima volta sulla linea del fuoco le divisioni alpine « Julia » « Cuneense » e « Tridentina », destinate a coprirsi di gloria negli sfortunati combattimenti del dicembre successivo. Nella foto in alto un pezzo anticarro viene portato in postazione da alpini della « Julia ». In basso a pochi secondi dal segnale d'allarme, l'artiglieria anticarro della « Tridentina » apre il fuoco contro le formazioni corazzate sovietiche in offensiva. 


31 agosto-3 settembre 1942. I tedeschi sono ormai schierati dinnanzi a Stalingrado. La grande città industriale è stata trasformata dai sovietici in una fortezza munitissima. In ogni strada sono state scavate trincee, ad ogni finestra c'è una mitragliatrice, un cannoncino, un fucile, un « parabellum ». Ogni cantina è un deposito di munizioni e di armi. Ogni fabbrica è un bunker. E non vi sono più « civili », a Stalingrado: tutti, uomini e donne, sono stati mobilitati per combattere la battaglia mortale. Stalin ha detto: « non ci si può più ritirare ». I tedeschi attaccano. Il primo giorno ottengono un promettente successo: raggiungono il perimetro fortificato interno del settore sud. Quasi contemporaneamente una divisione sassone, con un audace colpo di mano, conquista Kalach, pilastro occidentale della difesa, sulla via del Don. Il 3 settembre, infine, a coronamento di un'offensiva generale condotta con estrema decisione, la «6" Armata » di van Paulus sfonda il fronte nemico su tutti i quaranta chilometri lungo i quali si stende la città e porta la lotta nel centro vitale di Stalingrado, dove sorgono le grandi fabbriche che sono l'orgoglio dei sovietici: « Ottobre Rosso », « Barricata Rossa », « Cercinski ». La vittoria sembra vicina, ma i difensori di Stalingrado reagiscono con eroismo eccezionale. Ha inizio così, fra le macerie della città, una battaglia memorabile. Nella foto in alto avanguardie germaniche attestate davanti a Kalach. Al centro una pattuglia di guastatori avanza carponi fra le rovine di uno dei tanti bunker di Stalingrado. In basso una sezione di mitraglieri alla periferia della città. Solo qualche palo e qualche mozzicone di casa stanno ad indicare la città di un tempo.


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