
| Durante tutta l'estate e tutto l'autunno del 1942 la
Wermacht, con il valido appoggio dei corpi di spedizione italiani, romeni e ungheresi (nonchè di Minori contingenti
slovacchi e croati), aveva continuato nella propria avanzata nel cuore della Russia, verso Stalingrado
e il Volga. I successi erano stati travolgenti nelle prime settimane della grande offensiva.
Poi, poco alla volta, man mano che la resistenza sovietica cresceva di consistenza e di
tenacia, i tedeschi avevano cominciato a dare segni abbastanza evidenti di esaurimento. Per
troppo tempo furono impegnati in una serie interminabile di battaglie su un fronte troppo
vasto e troppo lontano dalle basi metropolitane; per troppo tempo avevano richiesto a se
stessi uno sforzo superiore ad ogni immaginazione. Sarebbe stato dunque prudente, una
volta resa effettiva e salda l'occupazione della grande ansa del Don, fermare le truppe su
quelle posizioni e prepararle alla campagna invernale che si preannunciava durissima per il
progressivo rinvigorirsi dell'esercito sovietico. Ma Hitler, quando, le truppe della «
Armata » di von Paulus, a coronamento di mesi di sforzi, giunsero in vista di
Stalingrado, non comprese e non valutò sufficientemente il pericolo di una offensiva ad oltranza, sia pure
in un solo punto del fronte. Il suo ordine fu: attaccare Stalingrado fino alla distruzione del
nemico. Da quest'ordine derivò una delle più drammatiche, sanguinose e convulse battaglie
della storia: quella che, fra l'agosto del 1942 e il 3 febbraio 1943, vide russi e tedeschi, prima
assedianti e poi assediati, combattere per la vita o per la morte ma soprattutto per
l'onore della bandiera. Nella cartina il settore delle operazioni militari sul fronte Volga-Don che fu
teatro dell'avanzata tedesca estiva e d elle poderose offensive invernali sovietiche. |
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I tedeschi si erano avvicinati rapidamente alla fine di
agosto del 1942, alla grande città del Volga. Da allora alla metà di novembre von Paulus, comandante della «
6 Armata » germanica, lottò duramente prima alla periferia della città, poi al centro di essa, per snidare i difensori
sovietici che, seguendo gli ordini di Stalin, avevano trasformato ogni casa in un fortilizio. Da questa «
battaglia delle macerie » nacque la più grossa battaglia che porta il nome stesso di Stalingrado, che fu scatenata
dalla controffensiva sovietica alla base del saliente rappresentato dalle truppe di von Paulus impegnate fra il
Volga e il Don.I sovietici attaccarono il 19 novembre 1942 ma già da parecchio tempo andavano preparando il loro colpo. Sia
Timoscenko, comandante del fronte meridionale, sia i generali comandanti delle varie armate, da Rokossovski
a Yeremenko a Vatutin, sia, infine, il maresciallo Sciapolnikov del coniando supremo, avevano rilevato la
pericolosità della manovra tedesca e la fragilità del triangolo che, avendo per vertice Stalingrado, si saldava alle
linee della Wermacht all'altezza della grande ansa del Don a nord e, a sud, nella zona della steppa. Essi
quindi immaginarono una grande manovra a tenaglia svolta indipendente da due armate che avrebbero attaccato i
tedeschi a nord ovest e a sud est di Stalingrado pronunciando un duplice avvolgimento. Questa mossa avrebbe
provocato l'isolamento della sesta armata di von Paulus a Stalingrado e il crollo dell'intero fronte meridionale
germanico che, minacciato da rapide puntate sui fianchi, non avrebbe avuto altra scelta che una ritirata
precipitosa. Questo avrebbe determinato quasi senza colpo ferire anche la riconquista delle zone caucasiche
perdute dai sovietici nell'estate precedente.Il piano era ben congegnato ma richiedeva, per
avere pieno successo, sia un'assoluta segretezza nella preparazione, sia un persistente immobilismo dei tedeschi
davanti a Stalingrado. La fortuna e gli errori dell'Oberkommando germanico furono propizi ai sovietici i quali
però, per parte loro, non lasciarono nulla di intentato per avere nel settore cruciale della battaglia, una netta
superiorità qualitativa e quantitativa. Per oltre un mese, infatti, mentre negavano ai disperati difensori di
Stalingrado anche un minimo di rincalzi e di rifornimenti, i comandi sovietici continuarono ad ammassare dietro
al Volga divisioni corazzate, reggimenti di fanteria, di cavalleria, diecine e diecine di gruppi di artiglieria,
aeroplani. Era quanto di meglio essi potessero schierare in linea in quel momento. E vi erano, anche, delle novità
tecniche di rilievo, come il carro « Kutuzov », che si dimostrò, nella battaglia di Voronez, superiore nettamente ai
tipi messi in campo dai tedeschi. E i movimenti delle truppe furono così ben mascherati, malgrado la vigile
ricognizione aerea nemica, che i comandi tedeschi ebbero sentore di quello che si andava preparando ai loro
danni solo quando era troppo tardi per provvedere efficacemente. Ma, va aggiunto, non tutto sarebbe filato liscio, per
i sovietici se essi non avessero trovato nell'alto comando germanico degli involontari alleati, se cioè gli errori
dell'avversario non avessero facilitato la riuscita della loro manovra. Quando, infatti, sotto i colpi di maglio
sovietici, crollarono le difese della 3• armata romena e della 4a armata tedesca, sarebbe stato ancora possibile
ritirare da Stalingrado l'armata di von Paulus ed evitare la tragedia che, fra le macerie della città, si sarebbe
consumata entro il 3 febbraio. E, forse, senza l'assillo rappresentato dall'armata bloccata, anche la controffensiva di
von Mansteiri a Voronez avrebbe avuto un risultato diverso, utile se non altro per rallentare l'avanzata nemica e
per evitare il crollo delle posizioni italo-tedesche-romene sul Don. Invece la conclusione è nota: a von Paulus
giunse l'ordine di non ripiegare, di tenere le proprie posizioni ad ogni costo, di lottare fino all'ultimo uomo.Qui dobbiamo ancora rilevare come quella di
Stalingrado non fu per i tedeschi solo una battaglia perduta ma ebbe ben più gravi e tragiche conseguenze. Molti
storici, anzi, sono del parere che in quell'occasione la Germania perse praticamente la partita con i sovietici e che
da Stalingrado derivò una crisi mortale dalla quale la Wermacht non fu più capace di risollevarsi.
I sovietici avevano vinto. Di tre armate che costituivano il cuneo di Stalingrado, a venti giorni dall'inizio
dell'offensiva non restavano che poche divisioni decimate,che avevano perso sulla via della ritirata buona parte del
loro materiale pesante, dei loro magazzini, delle loro basi. L'esercito rosso doveva però ancora sfruttare a
fondo il successo. E cosi, l'undici dicembre, anche sull'ottava armata italiana, che per il cedimento delle unità romene si
era trovata con il fianco scoperto, si scatenò terribile l'offensiva nemica. Cominciò quindi per l'ARMIR la
tragica marcia della disperazione, nella neve e nel gelo. Le fasi di quella
battaglia invernale che vide rifulgere ancora una volta lo eroismo dei nostri soldati, travolti purtroppo dalla
strapotenza nemica, dopo una lunga, tenace difesa delle posizioni loro affidate. |