LA BATTAGLIA DI NATALE
Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, che era stato aggregato alla « Panzer Armee » di von
Kleist, della quale fu spesso la punta avanzata, si trovò allineato, all'inizio del precoce inverno del 1941, nel bacino del Donetz appena
conquistato. La fase offensiva poteva ormai considerarsi conclusa e non soltanto per la rigidezza del clima che impediva azioni a vasto raggio e di largo
respiro ma anche perchè le truppe dell'Asse davano ormai, anche su questo fronte, evidenti segni di stanchezza. I successi ottenuti nella campagna
estiva e autunnale erano stati brillanti, con centinaia e centinaia di chilometri di avanzata,
migliaia di prigionieri e un ingente bottino di materiale bellico. Ma anche i sacrifici erano stati
grandi. Le nostre perdite (e quelle germaniche), pur inferiori a quelle russe, potevano considerarsi
sensibili. Gravissimo, poi, era stato il logorio del materiale, specialmente di quello motorizzato, che
pur essendo ottimo, era assolutamente inadatto ad un terreno come quello russo. Nei giganteschi
acquitrini della steppa, trasformata dalle piogge in un mare di fango, i nostri pesanti autocarri
erano stati spesso impossibilitati a muoversi. Si impantanavano anche i trattori, anche i cavalli
e i muli. Vi fu, anzi un momento in cui i reggimenti di cavalleria dovettero essere ritirati per
non rischiare la perdita totale dei quadrupedi. La situazione, poi, peggiorò al cadere dell'inverno.
Infatti, se le piste finalmente consolidate dal gelo resero possibile un più intenso traffico di
rifornimenti, mille altri gravissimi disagi caddero sui nostri soldati. Alla metà di novembre ad esempio,
il termometro era già sceso a venti-venticinque gradi sotto zero. Nei, giorni di Natale scese
ulteriormente fino a stabilizzarsi fra i trenta gradi sotto zero durante il giorno e i trentacinque
durante la notte. A queste temperature, inconsuete anche nell'inverno russo, ogni più piccolo
spostamento costava fatiche inenarrabili; ogni problema si complicava, ogni situazione si faceva
difficile. Il rancio gelava nelle casse di cottura. Il vino doveva essere distribuito in blocchi, come se si
trattasse di formaggio e poi sgelato sulla fiamma. Toccare l'acciaio di un'arma significava
rischiare il congelamento. Un turno di guardia non poteva superare la mezz'ora. Muoversi sulla neve senza le racchette o gli sci, diventava un'impresa.
Perfino l'olio anticongelante delle armi automatache si rapprendeva. Non parliamo della benzina
e dell'olio degli autocarri, i cui motori dovevano stare quasi sempre in movimento perchè
altrimenti sarebbe stato quasi impossibile farli ripartire, col rischio che l'acqua gelata spaccasse il
radiatore. Questa era la situazione ambientale in cui il CSIR si apprestò a passare l'inverno in prima
linea, di fronte a importanti formazioni avversarie che, per l'affluire di truppe fresche,
particolarmente addestrate per lottare sulla neve, s'andavano ogni giorno rafforzando. I nostri bravi
soldati, però, non si scoraggiarono. Nelle battaglie dell'estate e di
autunno avevano preso confidenza col nemico, s'erano abituati a vincere.
Conoscevano la propria forza. Cosi, invece di attendere passivamente l'attacco avversario, che appariva
inevitabile e imminente, le truppe del CSM, anche su suggerimento dei comandi tedeschi,
provvidero ad assestarsi sulle loro posizioni, in modo da trovarsi, al momento opportuno, nelle condizioni tatticamente più
favorevoli alla resistenza e all'eventuale controffensiva. Le operazioni di rettifica e di raccorciamento
del fronte furono sviluppate dal CSIR durante i mesi di novembre e di dicembre. Non
si trattò di combattimenti locali ma di vere e proprie battaglie, durante le quali, per la presa di alcune
modeste località, le nostre truppe si scontrarono con formazioni nemiche grandemente superiori per
numero. Particolarmente eroica fu la vicenda del 80° Fanteria, che a Nikitowka rimase isolato per
vari giorni resistendo impavido al forte attacco di un'intera divisione sovietica. Durissima, anche
la battaglia di Chazepetowka avvenuta il 15 dicembre durante la quale la Divisione « Torino »
investita da reparti scelti sovietici, appartenenti all'NKVD, seppe raggiungere le posizioni
assegnatele dai comandi superiori e a stroncare le velleità avversarie.
Verso la metà di dicembre queste operazioni di assestamento, tendenti tutte alla
conquista dei centri abitati, indispensabili per consentire alle truppe di svernare in condizioni relativamente
confortevoli, nonché a saggiare la consistenza dello schieramento nemico, erano concluse. Ma la
calma non tornò sul fronte. I sovietici, infatti, avevano ammassato sul fronte delle nostre
divisioni (la « Pasubio », la « Torino » e la « Celere ») ben cinque divisioni, su tre reggimenti ciascuna. Uno
schieramento formidabile che dimostrava come il comando sovietico avesse scelto proprio il
settore tenuto dagli italiani per tentare lo sfonda mento delle linee dell'Asse già sanguinosamente
fallito in altri punti del fronte. L'attacco sovietico venne all'alba del giorno
di Natale. Forse, scegliendo proprio quella mattina per iniziare l'offensiva,
i comunisti pensavano di sorprendere i nostri. Ma si sbagliavano. La osservazione aerea tedesca e le nostre pattuglie
in ricognizione avevano rilevato importanti movimenti di truppe che non potevano essere se non
i segni premonitori di un'offensiva. E cosi, nella notte della Vigilia, i nostri fanti, le Camicie Nere
della « Tagliamento », i bersaglieri, gli artiglieri e i cavalleggeri avevano vegliato in armi.
Quando i sovietici attaccarono, concentrando il loro sforzo sul settore tenuto dalla « Celere »,
ebbero una degna accoglienza. Malgrado la loro eccezionale superiorità numerica, dovettero
arrestarsi per ore ed ore dinnanzi alle posizioni di prima linea, tenacemente difese, soprattutto dai
bersaglieri e dalle camicie nere. E quando alcuni nostri presidi, per sfuggire all'accerchiamento o
per aver esaurito le munizioni, ripiegarono su posizioni più arretrate, già i nostri comandi
avevano potuto provvedere alle necessarie contromisure. La sera del 25 dicembre, infatti, gli italiani
erano già al contrattacco, prima ancora che giungessero i rinforzi di carri armati tedeschi. Il
giorno dopo solo tre caposaldi delle nostre linee erano ancora occupati dai sovietici. Il 28 dicembre, una
massiccia controffensiva ricacciava definitivamente i sovietici da tutte le posizioni
conquistate con tanto dispendio di mezzi e di uomini e permetteva anzi alle nostre truppe di
avanzare ulteriormente. La battaglia di Natale era vinta. I sovietici, malgrado la loro superiorità, malgrado la loro
conoscenza del terreno, malgrado la loro confidenza al clima micidiale dell'inverno russo, non
erano, riusciti a passare. Non avevano potuto cioè sbaragliare quegli splendidi reparti del CSIR che
la loro propaganda aveva dipinto come composti da «soldati freddolosi » e « poco combattivi ». Una
menzogna che aveva avuto sul campo di battaglia la migliore delle risposte.
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