| L'ATTACCO U.S.A.
AL NORD AFRICA
L'otto novembre 1942, mentre imponenti forze navali anglo-americane si presentavano
dinnanzi ai principali porti dell'Algeria e del Marocco, aprendo il fuoco senza complimenti
contro le difese francesi, l'incaricato d'affari americano a Vichy, mister Tuck consegnava al Marresciallo Petain una nota nella quale Roosevelt
candidamente affermava che, per prevenire un attacco dell'Asse, aveva deciso di procedere alla
occupazione dell'Africa Settentrionale Francese. Questo era l'inizio di una delle più grandi
operazioni di sbarco della seconda guerra mondiale, dell'« Operazione Torch », anzi, come la
avevano definita nella loro terminologia segreta i comandi anglo-americani.
L'offensiva era stata preparata minuziosamente da tempo, secondo i piani del generale
Marshall, affidati all'esecuzione del generale Eisenhower. Il disegno delle operazioni prevedeva,
in concomitanza con l'attacco di Montgomery ad El Alamein, lo sbarco simultaneo di tre
grossi contingenti a Casablanca, Orano e Algeri. Da queste tre basi le truppe anglo-americane si
sarebbero irradiate poi verso le località dell'interno, impegnandosi anche in una gara di velocità
con le forze italo-tedesche, per l'occupazione della Tunisia. Questa mossa dell'Asse era messa
nel conto, infatti, polche solo sbarcando a Tunisi e a Biserta italiani e germanici avrebbero
avuto un minimo di possibilità di mantenere la loro testa di ponte africana. Ma, si pensava a
Washington e a Londra, ben difficilmente i nostri comandi sarebbero stati in grado di dare
una certa consistenza alle difese della Tunisia, anche perchè severamente impegnati in Egitto,
dove si delineava ormai irreparabile la sconfitta di El Alamein. Quindi, nel breve volgere di
poche settimane, noi saremmo stati spazzati dall'Africa e il Mediterraneo sarebbe ridiventato
un lago britannico, lasciando aperta la porta a operazioni ancora più minacciose per l'Asse: uno
sbarco in Italia e nella Penisola Balcanica. In quanto alla resistenza francese, gli anglo-americani erano portati a sottovalutarla.
Infatti, se anche Vichy disponeva in Africa Settentrionale di forze numerose e agguerrite e di
notevoli aliquote della flotta, quel che mancava ai francesi era lo spirito combattivo. Una
resistenza contro gli americani non avrebbe avuto senso, in realtà, per i patrioti francesi, poichè si
sarebbe svolta ad esclusivo vantaggio dei tedeschi, cioè di chi aveva piegato la Francia nel 1940 e
ne occupava una vastissima parte del territorio nazionale. Inoltre numerosi emissari americani
erano da tempo in Algeria e in Marocco, dove avevano svolto, con brillanti risultati, una
intensa opera segreta di propaganda e di convincimento nei confronti dei principali capi militari
francesi, ivi compreso il comandante supremo, Amm. Darlan. C'era solo un'incognita: quale
atteggiamento avrebbero avuto i marinai francesi trovandosi di fronte i britannici, contro i quali
vi erano diffusi rancori, dovuti al colpo proditorio di Orano? Gli alleati vollero essere prudenti
e difatti gli inglesi lasciarono il passo agli americani, limitandosi a fornire per l'operazione
« Torch » soltanto una certa aliquota di navi e di aerei e un modesto contingente di truppa
destinata a sbarcare ad Algeri, frammisto agli americani. Partendo dai porti metropolitani degli Stati
Uniti e dell'Inghilterra gli alleati sapevano dunque di avviarsi ad un'operazione non molto
difficoltosa, nella quale avrebbero avuto maggiore importanza le qualità diplomatiche dei
comandanti che non quelle militari. Tuttavia avevano forze e mezzi sufficienti per affrontare ogni
sorpresa, sia pure imprevedibile. Il primo incontro con i francesi, soprattutto
a Casablanca, sembrò sconvolgere ogni preventivo. In particolare la Marina, più legata
di ogni altra arma ai principi dell'onore militare e al rigore della disciplina, reagì con foga all'attacco, respingendo ogni invito alla resa. Così a
Orano, ove due navi da guerra americane furono distrutte da una audace incursione del naviglio
sottile francese. Così a Casablanca dove la corazzata « Jean Bart », pur essendo immobilizzata e
gravemente colpita, si batté valorosamente, come del resto altre navi minori (quattro caccia
e otto sommergibili andarono perduti durante il combattimento). Ma si trattava soltanto di una resistenza
simbolica. « In alto loco » tutto era ormai pronto per il rovesciamento del fronte. E difatti il giorno
dopo l'ammiraglio Darlan, che pure rappresentava in Algeria il Maresciallo Petain e i tedeschi
lo avevano liberato dalla prigionia a questo preciso scopo, dava l'ordine di cessare il fuoco e
passava senz'altro al servizio degli anglo-americani, sull'esempio del generale Giraud che da
tempo era fuggito dalla Francia a Gibilterra. Cominciava così, fra i doppiogiochisti di Vichy e i
degaullisti quella serrata lotta per la successione che avrebbe avuto i suoi momenti più
drammatici nel dicembre successivo e che sarebbe culminata con l'assassinio dell'ammiraglio Darlan.
Ma gli anglo-americani avevano raggiunto ormai il loro obiettivo: Marocco e Algeria erano cadute
quasi senza colpo ferire. Tutte le forze potevano essere concentrate sugli italo-tedeschi i quali, pur
essendo stati colti di sorpresa, avevano adottato le contromisure del caso, procedendo
all'occupazione della Tunisia, della Corsica e della Francia metropolitana.
In Italia, per ordine di Mussolini, tutti i telefoni furono bloccati nella notte che precedette
lo sbarco in Corsica, affinché fosse mantenuto un rigoroso riserbo sulla operazione. La fulminea
occupazione dell'intero territorio, francese, ebbe un drammatico epilogo a Tolone, dove l'amm. De
Laborde ordinò alla propria Squadra l'autoaffondamento piuttosto che la cattura.
Rimane un mistero, anche a distanza di tanto tempo, come mai i complessi movimenti di
navi e di truppe necessari per l'operazione « Toch » siano potuti sfuggire all'attenzione dei
servizi di spionaggio dell'Asse. Dai documenti pubblicati dopo la guerra pare tuttavia che gli
italo-tedeschi fossero a conoscenza del trasferimento di forti contingenti di truppe dagli Stati
Uniti e dall'Inghilterra ma che per un errore di valutazione del comando tedesco avessero
ritenuto che i convogli fossero diretti a Dakar, dove già tempo prima vi era stato un tentativo di
sbarco. Tuttavia non mancarono, da parte italiana e tedesca, brillanti azioni contro la flotta di
invasione anglo-americana. Fin dai primissimi giorni, infatti, aerosiluranti e bombardieri, cui si
aggiunsero successivamente i sommergibili e i sommozzatori della « Decima Mas », operarono
con notevoli risultati contro le navi e le basi nemiche dell'Algeria. Va poi detto che la fulminea
occupazione della Tunisia e della Corsica fu un modello di felice, tempestiva improvvisazione che
dimostrò quanto fosse ancora forte l'Asse nel Mediterraneo e quali riserve di audacia e di
decisione avessero la marina, l'aviazione, l'esercito italiano. Ma ormai era troppo tardi. El Alamein aveva
segnato, da pochi giorni, il tracollo delle fortune italiane sulla quarta sponda. Cominciava il
periodo del predominio anglo-americano durante il quale, tuttavia, le nostre truppe avrebbero
ancora scritto pagine luminose di grande anche se sfortunato valore.
|