2a Guerra Mondiale 1942-29/A


Inno Uganda 


L'attacco U.S.A.
al nord Africa



8 novembre 1942. Quattro giorni dopo lo sfondamento del fronte italo - tedesco ad El Alamein, gli anglo-americani iniziarono un'altra grande operazione: lo sbarco in forze in Marocco e in Algeria. Fu questa un'era decisiva nella storia della guerra. Il successo degli alleati nella seconda campagna africana aprì infatti le porte della penisola italiana e rese possibile l'attacco diretto alla fortezza europea. Nella cartina sono segnati i punti in cui avvennero gli sbarchi anglo-americani e le direttrici dell'azione italo-tedesca verso la Francia di Vichy, la Corsica e la Tunisia. Due erano però i porti principali su cui puntavano gli alleati: Orano e Casablanca, ove si erano concentrati notevoli nuclei della flotta francese.

L'ATTACCO U.S.A. AL NORD AFRICA

L'otto novembre 1942, mentre imponenti forze navali anglo-americane si presentavano dinnanzi ai principali porti dell'Algeria e del Marocco, aprendo il fuoco senza complimenti contro le difese francesi, l'incaricato d'affari americano a Vichy, mister Tuck consegnava al Marresciallo Petain una nota nella quale Roosevelt candidamente affermava che, per prevenire un attacco dell'Asse, aveva deciso di procedere alla occupazione dell'Africa Settentrionale Francese. Questo era l'inizio di una delle più grandi operazioni di sbarco della seconda guerra mondiale, dell'« Operazione Torch », anzi, come la avevano definita nella loro terminologia segreta i comandi anglo-americani. L'offensiva era stata preparata minuziosamente da tempo, secondo i piani del generale Marshall, affidati all'esecuzione del generale Eisenhower. Il disegno delle operazioni prevedeva, in concomitanza con l'attacco di Montgomery ad El Alamein, lo sbarco simultaneo di tre grossi contingenti a Casablanca, Orano e Algeri. Da queste tre basi le truppe anglo-americane si sarebbero irradiate poi verso le località dell'interno, impegnandosi anche in una gara di velocità con le forze italo-tedesche, per l'occupazione della Tunisia. Questa mossa dell'Asse era messa nel conto, infatti, polche solo sbarcando a Tunisi e a Biserta italiani e germanici avrebbero avuto un minimo di possibilità di mantenere la loro testa di ponte africana. Ma, si pensava a Washington e a Londra, ben difficilmente i nostri comandi sarebbero stati in grado di dare una certa consistenza alle difese della Tunisia, anche perchè severamente impegnati in Egitto, dove si delineava ormai irreparabile la sconfitta di El Alamein. Quindi, nel breve volgere di poche settimane, noi saremmo stati spazzati dall'Africa e il Mediterraneo sarebbe ridiventato un lago britannico, lasciando aperta la porta a operazioni ancora più minacciose per l'Asse: uno sbarco in Italia e nella Penisola Balcanica. In quanto alla resistenza francese, gli anglo-americani erano portati a sottovalutarla. Infatti, se anche Vichy disponeva in Africa Settentrionale di forze numerose e agguerrite e di notevoli aliquote della flotta, quel che mancava ai francesi era lo spirito combattivo. Una resistenza contro gli americani non avrebbe avuto senso, in realtà, per i patrioti francesi, poichè si sarebbe svolta ad esclusivo vantaggio dei tedeschi, cioè di chi aveva piegato la Francia nel 1940 e ne occupava una vastissima parte del territorio nazionale. Inoltre numerosi emissari americani erano da tempo in Algeria e in Marocco, dove avevano svolto, con brillanti risultati, una intensa opera segreta di propaganda e di convincimento nei confronti dei principali capi militari francesi, ivi compreso il comandante supremo, Amm. Darlan. C'era solo un'incognita: quale atteggiamento avrebbero avuto i marinai francesi trovandosi di fronte i britannici, contro i quali vi erano diffusi rancori, dovuti al colpo proditorio di Orano? Gli alleati vollero essere prudenti e difatti gli inglesi lasciarono il passo agli americani, limitandosi a fornire per l'operazione « Torch » soltanto una certa aliquota di navi e di aerei e un modesto contingente di truppa destinata a sbarcare ad Algeri, frammisto agli americani. Partendo dai porti metropolitani degli Stati Uniti e dell'Inghilterra gli alleati sapevano dunque di avviarsi ad un'operazione non molto difficoltosa, nella quale avrebbero avuto maggiore importanza le qualità diplomatiche dei comandanti che non quelle militari. Tuttavia avevano forze e mezzi sufficienti per affrontare ogni sorpresa, sia pure imprevedibile. Il primo incontro con i francesi, soprattutto a Casablanca, sembrò sconvolgere ogni preventivo. In particolare la Marina, più legata di ogni altra arma ai principi dell'onore militare e al rigore della disciplina, reagì con foga all'attacco, respingendo ogni invito alla resa. Così a Orano, ove due navi da guerra americane furono distrutte da una audace incursione del naviglio sottile francese. Così a Casablanca dove la corazzata « Jean Bart », pur essendo immobilizzata e gravemente colpita, si batté valorosamente, come del resto altre navi minori (quattro caccia e otto sommergibili andarono perduti durante il combattimento). Ma si trattava soltanto di una resistenza simbolica. « In alto loco » tutto era ormai pronto per il rovesciamento del fronte. E difatti il giorno dopo l'ammiraglio Darlan, che pure rappresentava in Algeria il Maresciallo Petain e i tedeschi lo avevano liberato dalla prigionia a questo preciso scopo, dava l'ordine di cessare il fuoco e passava senz'altro al servizio degli anglo-americani, sull'esempio del generale Giraud che da tempo era fuggito dalla Francia a Gibilterra. Cominciava così, fra i doppiogiochisti di Vichy e i degaullisti quella serrata lotta per la successione che avrebbe avuto i suoi momenti più drammatici nel dicembre successivo e che sarebbe culminata con l'assassinio dell'ammiraglio Darlan. Ma gli anglo-americani avevano raggiunto ormai il loro obiettivo: Marocco e Algeria erano cadute quasi senza colpo ferire. Tutte le forze potevano essere concentrate sugli italo-tedeschi i quali, pur essendo stati colti di sorpresa, avevano adottato le contromisure del caso, procedendo all'occupazione della Tunisia, della Corsica e della Francia metropolitana. In Italia, per ordine di Mussolini, tutti i telefoni furono bloccati nella notte che precedette lo sbarco in Corsica, affinché fosse mantenuto un rigoroso riserbo sulla operazione. La fulminea occupazione dell'intero territorio, francese, ebbe un drammatico epilogo a Tolone, dove l'amm. De Laborde ordinò alla propria Squadra l'autoaffondamento piuttosto che la cattura. Rimane un mistero, anche a distanza di tanto tempo, come mai i complessi movimenti di navi e di truppe necessari per l'operazione « Toch » siano potuti sfuggire all'attenzione dei servizi di spionaggio dell'Asse. Dai documenti pubblicati dopo la guerra pare tuttavia che gli italo-tedeschi fossero a conoscenza del trasferimento di forti contingenti di truppe dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra ma che per un errore di valutazione del comando tedesco avessero ritenuto che i convogli fossero diretti a Dakar, dove già tempo prima vi era stato un tentativo di sbarco. Tuttavia non mancarono, da parte italiana e tedesca, brillanti azioni contro la flotta di invasione anglo-americana. Fin dai primissimi giorni, infatti, aerosiluranti e bombardieri, cui si 
aggiunsero successivamente i sommergibili e i sommozzatori della « Decima Mas », operarono con notevoli risultati contro le navi e le basi nemiche dell'Algeria. Va poi detto che la fulminea occupazione della Tunisia e della Corsica fu un modello di felice, tempestiva improvvisazione che dimostrò quanto fosse ancora forte l'Asse nel Mediterraneo e quali riserve di audacia e di decisione avessero la marina, l'aviazione, l'esercito italiano. Ma ormai era troppo tardi. El Alamein aveva segnato, da pochi giorni, il tracollo delle fortune italiane sulla quarta sponda. Cominciava il periodo del predominio anglo-americano durante il quale, tuttavia, le nostre truppe avrebbero ancora scritto pagine luminose di grande anche se sfortunato valore.


Lo sbarco nell'Africa settentrionale francese (od « Operazione Torch » com'era definito nella terminologia segreta) era stato lungamente studiato in tutti i suoi dettagli tecnici dai comandi anglo-americani. Se infatti, malgrado la più scrupolosa meticolosità, vi poteva essere qualche incognita relativa all'atteggiamento dei francesi, una fitta rete di emissari (tra i quali lo stesso generale Clark) era stata da tempo inviata in Marocco e in Algeria onde ammorbidire i generali di Petain i quali, più o meno segretamente simpatizzavano quasi tutti con la causa degli alleati. Vi era tuttavia, soprattutto negli ambienti della marina, un sordo rancore nei riguardi dell'Inghilterra per i tragici fatti di Orano e quindi i britannici, pur cooperando con navi da guerra e da carico all'operazione, rimasero prudenzialmente di riserva, in un primo momento, lasciando agli americani il compito di operare gli sbarchi iniziali. Questa tattica ebbe ottimi risultati: la resistenza francese, salvo poche eccezioni, fu puramente simbolica. Nella foto in alto la flotta di invasione nel porto di Orano. Mentre i grossi trasporti sono in rada e presso le banchine sotto scarico, al largo vigilano le navi da guerra. Nella foto in basso soldati americani sbarcano da un trasporto U. S. A. nel porto di Casablanca.


All'« Operazione Torch » partecipavano complessivamente, fra inglesi e americani, circa 157 mila uomini, al comando del generale Eisenhower. Le truppe erano divise in tre gruppi. Uno, composto esclusivamente da reparti americani e appoggiato da navi americane, era partito dalle coste degli Stati Uniti il 24 ottobre. Un secondo gruppo, sempre di americani, ma appoggiato da una formazione navale mista, era partito dall'Inghilterra il giorno dopo diretto a Grano. Nello stesso giorno, sempre dall'Inghilterra, si era mosso il terzo gruppo, l'unico nel quale figurassero anche truppe britanniche, diretto ad Algeri. Tutto si svolse nel massimo segreto, tanto è vero che i tedeschi, i quali avevano nell'Atlantico numerosissimi sommergibili, non riuscirono ad incrociare i grossi convogli. Anche quando le navi passarono per Gibilterra, i comandi italo-tedeschi rimasero fino all'ultimo nell'incertezza circa la loro destinazione. Nessun contrasto, dunque, ebbero i convogli fino a quando non giunsero a destinazione. E anche allora, le forze dell'Asse, che in Mediterraneo dovevano allora impegnarsi un po' dovunque, non furono in grado di operare in massa, secondo un piano omogeneo e ben definito. I francesi, invece, su ordine del Governo di Vichy, il quale intendeva restare fedele ai patti di armistizio, reagirono con una certa foga, dimostrando, nelle poche ore di combattimento, quali gravissimi grattacapi avrebbero potuto dare agli anglo-americani se non fossero stati fermati dai loro capi. Nella foto in alto un trasporto americano incendiato dall'artiglieria costiera francese nella rada di Bougie, nei pressi di Costantana, in Algeria. Nella foto in basso una veduta aerea del porto di Casablanca, in Marocco, dove si svolsero i più gravi combattimenti fra le navi francesi e la flotta americana. E' visibile ancorata, la corazzata francese « Jean Bart », gravemente danneggiata dal tiro americano.


<< precedente 1942 successiva >>

1 1a 1b 2 2a 2b 3 3a 4 4a 5 5a 6 6a 7 7a 8 8a 9 9a 10 10a 11 11a 11b 12 12a 12b 13 13a 14 14a

15 15a 15b 16 16a 16b 17 17a 18 18a 19 19a 20 20a 20b 21 21a 21b 22 22a 23 23a 23b 24 24a 25 25a 25b 26 26a 27 27a

28 28a 28b 29 29a 30 30a 30b 31 31a 32 32a 33 33a 33b 34 34a 34b 35 35a 36 36a 37 37a 38 38a
                                                             
 
2a guerra mondiale 1933-1934 1935-1936 1937 1938-1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945

.