2a Guerra Mondiale 1942-29


La carica di Isbuschenskij


Inno Bahamas 


 


 


23 agosto 1942. Le truppe italiane, fermato il nemico avanzante, iniziano il contrattacco. Ma l'azione, malgrado gli sforzi delle unità impiegate, non raggiunge i suoi obiettivi: purtroppo il nemico è ormai superiore di numero e non è più possibile ricacciarlo sulle posizioni di partenza. Tuttavia il sacrificio non è vano: contrattaccando gli italiani ritardano il rinnovarsi dell'offensiva sovietica e ne compromettono in partenza l'esito. In queste azioni si coprirono di gloria i reggimenti «Novara» e « Savoia » cavalleria i quali, incuranti della sproporzione di forze, attaccarono gagliardemente il nemico. Rimase particolarmente famosa la carica dei « Savoia » Cavalleria ad Isbuchenskij che viene generalmente considerata come l'ultima nella storia di questa classica arma, ormai superata dal progresso dell'arte militare. Un tramonto, dunque, ma aureolato dalla gloria. In alto a sinistra il « Savoia » Cavalleria sfila in parata. In alto a destra il col. Bettoni, comandante del « Savoia » che ordinò la carica di Isbuchenskij. Al centro a sinistra alla vigilia della grande giornata del 24 agosto, elementi del reggimento catturano in una ricognizione offensiva alcuni prigionieri sovietici. Da essi apprendono che numerose forze stanno tentando l'accerchiamento del « Savoia Cavalleria ». Al centro a destra il col. Bettoni ha deciso di attaccare. Lo stendardo del reggimento prende posto alla testa dei reparti. In basso le pattuglie hanno preso contatto col nemico. Dopo un breve combattimento con i sovietici appostati nei campi di girasole retrocedono verso il reggimento. Qualche cavallo torna senza il suo cavaliere, stroncato dalla mitraglia.


La carica del « Savoia Cavalleria » ad Isbuchenskij. E' un reggimento di eroi, uscito da un quadro di altri tempi, che si getta sul nemico con le sciabole sguainate.E' una forza morale immensa che si slancia contro le mitragliatrici, contro i mortai, contro i cannoni a tiro rapido e li vince. E' la tradizione che vuole vincere l'ultima battaglia prima di scomparire per sempre dai campi di battaglia, che ha dominato per secoli nell'ebbrezza della carica e del combattimento all'arma bianca. La vittoria arride al « Savoia Cavaileria », alla fine di questa sua ultima giornata di gloria. Una vittoria pagata a caro prezzo dal reggimento che ha perso alcuni dei suoi migliori ufficiali e diecine di uomini. Ma il nemico è annientato: 150 morti giacciono sul terreno, 300 feriti saranno raccolti in un successivo rastrellamento. I prigionieri sono cinquecento, con quattro cannoni, dieci mortai, cinquanta mitragliatrici e numerose altre armi. L'eroico reggimento « Savoia Cavalleria » ha così solennizzato il 250 anniversario della sua fondazione.


La lotta sul Don prosegue, con alterne vicende, fino alla fine di agosto. Ma, nella giornata del 26, appare ormai chiaro che la manovra sovietica, malgrado l'imponenza delle forze impiegate è ormai fallita. Infatti, di fronte al caposaldo di Jagodnij, alla cui resistenza sono affidate le sorti dell'intero corpo d'armata se non dell'intero settore del fronte, gli attacchi dei russi si infrangono. Il nemico non può più alimentare l'offensiva, impegnato com'è a Stalingrado, e deve ordinare alle sue truppe di cessare quello che rischia di diventare un inutile dissanguamento. La battaglia difensiva del Don si conclude quindi vittoriosamente per le nostre armi. Ma il pencolo corso è stato assai grave ed ha dimostrato quanto fragile sia lo schieramento dell'Asse in questo settore vitalissimo. Nella foto in alto carri armati tedeschi contrattaccano nei pressi di Voronej. Al centro una foto scattata nelle retrovie sovietiche: i carri armati si avviano verso le prime linee battute dal fuoco micidiale delle artiglierie tedesche. In basso un eccezionele documento fotografico: il bizzarro gioco dei proiettili traccianti in un combattimento notturno di carri armati sovietici e germanici.


Ai primi di settembre, dopo l'attacco tedesco verso il Volga e verso il Caucaso, la situazione sul fronte orientale poteva cosi sintetizzarsi: 1) sul Mar Nero la Wermacht aveva raggiunto Maikop, Anapa, Krimskaja ed altre località, minori, minacciando da presso la base navale di Novorossijsk (caduta il 9 settembre); 2) all'interno dell'istmo caucasico i tedeschi erano, a sud sulla displuviale della grande catena montuosa e ad oriente sulla linea Elista-Orzonikidze; 3) nella zona cruciale del fronte, la dove il Don e il Volga distano appena una settantina di chilometri, l'armata di von Paulus era penetrata profondamente nel dispositivo nemico e le sue avanguardie si trovavano già alla periferia di Stalingrado. Grandi speranze, dunque, vi erano al quartier generale di Hitler. Qualche generale parlava anzi della « endkampf » cioè della battaglia finale che avrebbe dovuto portare alla distruzione della potenza sovietica. Nella foto in alto la tragica visione di una batteria sovietica distrutta dal fuoco tedesco. Gli artiglieri sono caduti tutti vicino ai loro cannoni. Nella foto in basso veduta aerea di un immenso centro di raccolta di prigionieri nelle immediate retrovie del fronte.


Propaganda di guerra, ovvero, la notizia del cavolo.

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