2a Guerra Mondiale 1942-28


La battaglia del Don


Inno Liberia 






10 agosto 1942. La durissima battaglia di Serafimovic, che aveva visto i sovietici all'offensiva, respinti e ricacciati dalle truppe italiane, in particolare dalla magnifica divisione « Celere » si avvia verso la sua conclusione. Italiani e tedeschi, attaccando senza posa, malgrado le frequenti azioni controffensive sovietiche, eliminano la pericolosa testa di ponte nemica sulla destra del Don, completando e rafforzando la conquista di una vasta fetta di territorio. Nella foto in alto un plotone di bersaglieri allo assalto su terreno scoperto. Al centro a sinistra un pezzo anticarro della  « Sforzesca » spara contro carri nemici avanzanti. Al centro a destra lo eroico Colonnello Aminto Caretto, Medaglia d'Oro al V. M. comandante  del 3° Rgt. Bersaglieri, caduto alla tosta dei suoi uomini. In basso un carro leggero dell'ARMIR oltrepassa il relitto di un carro sovietico.


La battaglia di Serafimovic, combattuta con estremo valore dalle nostre truppe contro una grossa divisione sovietica, rinforzata dagli elementi di 
altre due divisioni, rimaste in seconda schiera, raggiunse due risultati ugualmente importanti: l'eliminazione di un cuneo nemico sulla destra del Don e l'aver sventato un tentativo di offensiva che, facendo base proprio su quella testa di ponte, avrebbe potuto portare, nelle intenzioni del nemico, a minacciare da tergo le truppe tedesche avanzanti verso il Volga.  Notevoli furono le nostre perdite: 1700 uomini fuori combattimento, fra morti, feriti e dispersi. Più severo, tuttavia, lo scotto pagato dal nemico: 2600 prigionieri, 10 cannoni, centinaia di armi automatiche, migliaia di fucili, 14 carri armati e due autoblindo. Nella foto in alto un plotone sovietico si è arreso. I prigionieri vengono immediatamente scortati verso le retrovie. In basso il generale della Milizia. De Francisci, rende omaggio ad alcuni legionari della Tagliamento caduti nella tremenda battaglia.

Alcune delle più significative Medaglie d'Oro al V. M. (tutte alla Memoria) della prima Battaglia del Don. Da sinistra a destra 1) Il bersagliere Berardino Leoni, del 6° Reggimento, che, assunto il comando di una squadra immolava la sua vita in un disperato contrattacco. 2) Il Capo Manipolo Franco Vellani Dionisi, del X gruppo CC.NN. che, inviato come corrispondente di guerra sul fronte del Don, si portava volontariamente sulla linea del fuoco in un momento di grave difficoltà, cadendo alla testa dei suoi uomini. 3) Il tenente dei « Lancieri di Novara » Mario Spotti, caduto durante una furibonda carica contro forze superiori. 4) Il tenente degli Alpini Giuseppe Baisi, che al comando di una compagnia, ferito per tre volte, contrattaccava ripetutamente il nemico. 5) Il Sottotenente Vincenzo De Michiel, del 90° Rgt. Fanteria, caduto nel tentativo di stroncare gli assalti sovietici. 6) Il Vice Brigadiere Giovanni Calabrò del XIV Btg. Carabinieri, sacrificatosi per respingere un forte attacco sovietico.

L'attacco Tedesco




Come abbiamo visto, mentre col prezioso contributo delle truppe italiane s'andava completando la conquista dei territori compresi nella grande ansa del Don, i tedeschi lanciavano le loro armate oltre il fiume, in direzione est e sudest. Quindi, contrariamente a quanto generalmente si riteneva, la spinta su Voronej non era stata il preludio ad un attacco di rovescio su Mosca. L'offensiva ormai era chiaro aveva come meta il Caucaso a meridione e il Volga ad oriente. La rivelava la grandiosa conversione della 4a armata corazzata la quale, da Voronej, aveva dilagato verso sud e poi verso est, mentre la la armata corazzata di von Eleist si apriva la strade verso le cime inviolate del Caucaso. In alto nell'imminenza dell'offensiva sul basso Don, uno « stukas » bombarda con successo un ponte di fortuna. Più a monte il ponte permanente distrutto in un precedente bombardamento. In basso il Don è superato: i tedeschi, in previsione di un contrattacco nemico si trincerano sulle posizioni raggiunte.


Il momento è assai grave, per gli eserciti sovietici. Le armate tedesche e alleate avanzano dovunque e sembra che nulla possa fermarle. Stalin, in un proclama alle truppe, afferma che « ritirarsi significa andare verso una sicura rovina » e ordina ai comandanti di reparto di « non fare un passo indietro ». A rendere più persuasivo l'ordine avverte che « i pusillanimi e i vili saranno fucilati sul posto », mentre speciali reparti di sbarramento s'incaricheranno di fermare e deferire ai tribunali militari tutte le formazioni sorprese a ritirarsi senza ordini superiori dalle posizioni loro affidate. Tali severissime misure ottengono i risultati sperati: la resistenza si irrigidisce e non hanno più luogo gli episodi di panico collettivo caratteristici della prima fase della guerra. Al potenziamento materiale dell'armata rossa, poi, provvedono gli anglo americani i quali, attraverso l'Iran, inviano in Russia ingenti quantitativi di armi, di munizioni e di viveri. Nella foto in alto alla stazione di Ahwaz si formano i convogli di rifornimento destinati all'URSS. In basso una colonna di autocarri americani carichi di armi, sulla strada Transiraniana diretti in Russia.


Mentre una colonna, formata da truppe tedesche e romene, passa il Don nel pressi di Temowshaja e si incunea verso oriente, a minacciare da sud le posizioni sovietiche che difendono la riva destra del Volga, il grosso della prima armata corazzata, lasciando ad altre unità il compito di rastrellare le retrovie sovietiche, avanza decisamente verso il Kuban. Questa regione, solcata dal fiume omonimo e sacra alle storie dei cosacchi, ha una enorme importanza strategica: è infatti l'antemurale della ricca zona petrolifera sub-caucasica di Maikop e, infine, l'unico punto ove sia possibile impostare una difesa organizzata tendente ad impedire l'isolamento delle armate schierate fra il Mar Nero e il Caspio. I sovietici, quindi, avevano appostato sul Kuban forze imponenti, soprattutto per impedire che, sfondando lungo il corso inferiore del fiume, i tedeschi occupassero l'importante base navale di Novorossijch. Ma ogni resistenza è inutile: il 4 agosto il fiume è raggiunto e subito superato da reparti della Wermacht. Nella foto in alto una colonna dell'armata corazzata sta per riprendere l'avanzata dopo aver distrutto con i suoi anticarro i mezzi blindati sovietici lanciati al contrattacco. Nella foto in basso raggiunto il Kuban in un tratto del suo corso superiore, i tedeschi si apprestano a varcarlo a bordo di battelli pneumatici.

Alcuni aspetti dell'offensiva tedesca sul Mar Nero- Nella foto in alto a sinistra: uno stukas bombarda un concentramento di truppe sovietiche. Nella foto in basso a sinistra la flotta sovietica del Mar Nero, costituita da una settantina di unità, ha dovuto abbandonare Novorossijch ormai troppo esposta e rifugiarsi più a sud, nel porto di Tuapse. Ma anche qui la raggiunge l'offesa dell'arma aerea tedesca. Nella fotografia sono visibili gli effetti di un bombardamento aereo. La gragnuola di bombe ha mancato di poco la flottiglia dei sommergibili ma ha centrato in pieno alcune unità maggiori alla fonda. In alto a destra fanterie tedesche al passaggio di un corso d'acqua. In baso a destra il pezzo anticarro germanico ha fatto centro.

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