2a Guerra Mondiale 1942-27/A


Inno Taiwan 


La battaglia del Don



Dopo i grandi successi che avevano portato alla conquista di Voronej e di Rostov ed al controllo del basso Don, i tedeschi lanciarono i due gruppi d'armate che operavano sul fronte meridionale in tre direzioni principali: il Caucaso, la grande Ansa del Don e Stalingrado. Essi tendevano cosi a scardinare completamente le difese sovietiche e a determinare il crollo di questo vitalissimo fronte. Dinnanzi alla decisione dimostrata dai germanici, il comando sovietico dovette abbandonare la tattica delle ritirate strategiche fino a quel momento adottata con troppa frequenza e irrigidirsi in una difesa ad oltranza di ogni palmo di territorio. Questa nuova strategia, imposta da Stalin ai tentennanti generali sovietici, diede vita, nell'estate e nell'autunno del 1942 ad una gigantesca battaglia destinata a segnare una svolta nell'andamento della guerra sul fronte orientale.

LA BATTAGLIA DEL DON

Le truppe germaniche, operando su tre direttrici fondamentali, hanno raggiunto a nord la zona di Voronej, ad est la grande ansa del Don e a sud la piazzaforte di Rostov. Erano i risultati di un mese di continua offensiva, condotta con estrema decisione e con tutti i mezzi disponibili. Ma il comando della Wermacht non poteva accontentarsi di un successo parziale. Occorreva compiere un ulteriore sforzo per sfruttare queste significative vittorie e per dare al nemico un colpo mortale. Durante tutto il mese di agosto, quindi i tedeschi continuarono a spingersi incessantemente verso oriente, tentando di raggiungere la posizione chiave di Stalingrado e verso sud nella speranza di conquistare i pozzi di petrolio del Caucaso. In un primo momento i sovietici avevano temuto che la conquista di Voronej preludesse ad un'azione di accerchiamento a largo raggio su Mosca ed avevano quindi lanciato contro le truppe germaniche operanti in quel settore tutta la massa di riserve disponibili. Ma già nei primi giorni d'agosto, cioè subito dopo la conquista di Rostov, era apparso chiaro che i tedeschi puntavano principalmente verso sud. Questa loro tendenza era quanto mai logica. Infatti, per poter avere buone probabilità di successo in un eventuale attacco alla capitale sovietica (che nel novembre precedente aveva dimostrato le sue possibilità difensive) i tedeschi ritenevano indispensabile isolarla dalle zone più ricche della Russia. E dove, se non nella zona petrolifera del Caucaso, era una delle chiavi principali della potenza sovietica? E quale città, in tutto il territorio russo, aveva un'importanza psicologica e materiale insieme, superiore a quello di Stalingrado, immensa fabbrica d'anni, messa dal destino sulla riva del Volga, cioè della più importante via fluviale della Russia? L'importanza della posta in gioco era naturalmente conosciuta in pieno anche dal comando sovietico. Mosca sapeva infatti che non sarebbe stato più possibile cedere terreno al nemico (come era avvenuto precedentemente anche per partito preso, in ossequio alla strategia "spaziale" tradizionale dello stato maggiore russo) senza indebolire gravemente l'esercito. Significative, a questo proposito, sono alcune frasi di un proclama di Stalin che porta la data del 28 luglio 1942, scritto cioè nel momento più drammatico della guerra, subito dopo la presa di Rostov "se non cesseremo di retrocedere, diceva Stalin, rimarremo senza pane, senza combustibile, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche, senza stabilimenti, senza strade ferrate". La guerra insomma, era giunta ad un punto cruciale: o i sovietici sarebbero stati capaci di fermare le armate di Hitler prima che potessero raggiungere i centri più vitali del Paese o la loro sorte sarebbe stata compromessa per sempre. La lotta, quindi, divenne più accanita, più drammatica, più aspra. Tuttavia, per l'intero mese di agosto, malgrado gli incitamenti di Stalin, malgrado gli ordini dragoniani emanati ai comandi, di fucilare sul posto ogni vile ed ogni pusillanime che osasse ritirarsi dinnanzi al nemico, i sovietici dovettero perdere ancora molto terreno. Ne persero nel settore più meridionale del fronte, dove i germanici, rotta l'estrema linea di resistenza sovietica sul Kuban, dilagarono verso sud, conquistando i primi agognati, pozzi petroliferi di Maikop e raggiungendo persino la più alta vetta del Caucaso, l'Elbruz. Ne persero di terreno anche sulla costa del Mar Nero dove, una alla volta, le piazzeforti marittime furono circondate ed espugnate, costringendo quanto rimaneva della flotta rossa a rifugiarsi a Batum. E ne persero infine davanti alla grande ansa del Don, dove le divisioni blindate di von Paulus giunsero, nei primi giorni di settembre, in vista della periferia di Stalingrado. Nè la grande controffensiva lanciata dai sovietici a metà di agosto contro le truppe dell'Asse schierate lungo il corso del Don, a nord dell'ala marciante sul Volga, potè raggiungere i risultati sperati. Se, infatti, nei primi giorni le divisioni dell'ARMIR dovettero cedere qualche palmo di terreno sulla sponda occidentale del fiume, ben presto la situazione fu ristabilita, grazie anche all'eroico sacrificio del cavalieri del colonnello Bottoni, i quali scrissero il 24 agosto, nella piana di Isbuchenakij, l'ultima pagina di gloria nel gran libro della cavalleria italiana. Va tuttavia rilevato che se ai primi di settembre del 1942 la situazione dell'armata sovietica poteva considerarsi, almeno apparentemente, disperata, in realtà una crisi ben più grave travagliava l'esercito tedesco, orgogliosamente lanciato all'offensiva. Infatti, dopo due mesi di continua offensiva i tedeschi erano assai vicini all'esaurimento. Il logorio dei materiali era stato imponente. Le perdite umane assai gravi, tanto più che nelle varie battaglie erano state impegnate proprio le divisioni migliori, quelle che con il formidabile complesso dei loro mezzi e sopratutto con la provata esperienza dei comandanti e dei reparti, avevano resi possibili le travolgenti avanzate di Polonia, di Francia e quelle iniziali nelle pianure russe. Tre sintomi rivelavano questa situazione. prima di tutto il fatto che il comando tedesco, lanciando la sua grande offensiva verso Stalingrado non era stato in grado di sviluppare, su altri settori del fronte, alcuna azione di diversione, in modo da distogliere dalla zona prescelta per la rottura una parte delle riserve sovietiche; poi la fiacca reazione seguita al contrattacco sovietico sul Don; poi ancora l'esaurirsi della spinta offensiva sul Caucaso, dove i tedeschi, dopo gli sfolgoranti successi iniziali, si erano arrestati alle porte delle agognate sorgenti dell'oro nero, senza essere capaci di vincere la resistenza di truppe già in crisi e pressoché isolate. Solo davanti a Stalingrado la punta di diamante della VI armata tedesca continuava a penetrare nel cristallo sempre più duro della resistenza sovietica. Ma fu appunto qui, dopo un breve periodo di equilibrio, contrassegnato da quelli che possono essere considerati i più drammatici e i più sanguinosi combattimenti della seconda guerra mondiale, che le sorti del conflitto si rovesciarono. Sono pagine di storia che sfoglieremo insieme prossimamente per vedere come, tra le mura fumanti di Stalingrado, a pochi palmi dal Volga, quando già la vittoria sembrava vicina ed immancabile, si dissolse per sempre il sogno di Hitler e del popolo tedesco.


Alla fine di luglio, mentre i tedeschi completavano l'attacco su Rostov, le truppe italiane avevano compiuto una riuscitissima manovra a tenaglia nel bacino del Donata che aveva portato alla conquista dell'importante città mineraria di Krasnii Luch. Questo fu il canto del cigno del vecchio e glorioso CSIR poichè nel frattempo erano giunte dall'Italia le nuove divisioni destinate a costituire, assieme alla a Celere, alla « Pasubio » e alla « Torino », l'ARMIR, al cui comando era stato designato il gen. Gariboldi. Sviluppandosi il piano tedesco di attacco verso sud-est, cioè in direzione di Stalingrado e del Caucaso, a questa armata, ancora in via di completamento, fu affidato un delicatissimo compito: avanzare nella zona della grande ansa del Don e attestarsi saldamente lungo la sponda del fiume. Nella foto in alto truppe Italiane schierate sulla sponda del Don nel pressi di Serafimovic. Al centro una sezione mortai della Legione Camicie Nere « Tagliamento », in marcia verso le linee dei combattimenti. In basso alpini del battaglione « Cervino » in marcia verso il Don. Nel fossato la carcassa di un carro armato sovietico distrutto dalla nostra artiglieria.


L'avanzata delle truppe italiane verso il Don fu compiuta a tempo di primato, malgrado le mille difficoltà del terreno e i tentativi di contrasto del nemico. Alcune divisioni di fanteria dovettero marciare per quattrocento chilometri, in pochissimi giorni, onde raggiungere le posizioni loro destinate. La Celere si distinse ancora una volta, avanzando in un solo giorno di oltre cento chilometri. Anche se la difesa sovietica si dimostrò consistente e decisa soltanto sul Don, non mancarono in questa fase delle operazioni, vivaci combattimenti. Nella foto in alto un carro armato pesante sovietico, catturato e rimesso in efficienza dai nostri, viene ispezionato dal generale Gariboldi, comandante dell'ARMIR. La stella bianca è stata sostituita dalla croce bianca di Savoia. Nella foto in basso elementi dello « Cosseria », impegnati in combattimento con forze russe.


La lotta fu particolarmente dura, per le truppe italiane, nel settore di Serafimovic, ove si trovava schierata la divisione « Celere ». Qui il nemico aveva tenuto sulla sponda destra del Don una forte testa di ponte dalla quale, con l'afflusso di forze fresche, i sovietici cercarono di mettere in crisi le deboli forze di copertura germaniche. Quindi, appena avvedutisi dell'arrivo delle truppe italiane che venivano a risolvere una situazione assai precaria, resa più seria da un vuoto di quasi trenta chilometri determinatosi fra il XVII corpo d'armata tedesco e il XXXV corpo d'armata italiano, i sovietici scatenarono contro di loro un durissimo attacco, lanciando nel solo settore tenuto da due battaglioni bersaglieri, ben quaranta carri armati. Ha inizio così la sanguinosa battaglia di Serafimovic, durata dal 31 luglio al 10 agosto 1942. Nella foto in alto fanti della « Celere » contrattaccano sotto il fuoco nemico. Nella foto in basso l'ordine è di tenere le posizioni fino all'estremo. I fanti italiani non arretrarono di un passo.

Gli attacchi sovietici falliscono tutti. Dei quaranta carri armati lanciati contro la a Celere quattordici rimangono sul terreno, distrutti dal fuoco preciso della nostra artiglieria. Sei sono annientati dai bersaglieri con la tecnica garibaldina delle bottiglie di benzina. Si sviluppa quindi, con pieno successo, la manovra controffensiva dei nostri, appoggiati dai carri germanici. Nella foto in alto a sinistra lanciafiamme in azione. Al centro a sinistra una barca a motore del Genio Pontieri, in ricognizione offensiva sul Don. In basso a sinistra combattimenti in un nucleo abitato. In alto a destra uno dei carri sovietici distrutti. In basso a destra sul monumento a Stalin di un paese russo, il commento di un ignoto fante.

<< precedente 1942 successiva >>

1 1a 1b 2 2a 2b 3 3a 4 4a 5 5a 6 6a 7 7a 8 8a 9 9a 10 10a 11 11a 11b 12 12a 12b 13 13a 14 14a

15 15a 15b 16 16a 16b 17 17a 18 18a 19 19a 20 20a 20b 21 21a 21b 22 22a 23 23a 23b 24 24a 25 25a 25b 26 26a 27 27a

28 28a 28b 29 29a 30 30a 30b 31 31a 32 32a 33 33a 33b 34 34a 34b 35 35a 36 36a 37 37a 38 38a
                                                             
 
2a guerra mondiale 1933-1934 1935-1936 1937 1938-1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945

.