| LA BATTAGLIA DEL DON
Le truppe germaniche, operando su tre direttrici fondamentali,
hanno raggiunto a nord la zona di Voronej, ad est la grande ansa del Don e a sud la piazzaforte di Rostov. Erano i
risultati di un mese di continua offensiva, condotta con estrema decisione e con tutti i mezzi
disponibili. Ma il comando della Wermacht non poteva accontentarsi di un successo parziale.
Occorreva compiere un ulteriore sforzo per sfruttare queste significative vittorie e per dare al
nemico un colpo mortale. Durante tutto il mese di agosto, quindi i tedeschi continuarono a
spingersi incessantemente verso oriente, tentando di raggiungere la posizione chiave di Stalingrado e
verso sud nella speranza di conquistare i pozzi di petrolio del Caucaso.
In un primo momento i sovietici avevano temuto che la conquista di Voronej preludesse ad
un'azione di accerchiamento a largo raggio su Mosca ed avevano quindi lanciato contro le
truppe germaniche operanti in quel settore tutta la massa di riserve disponibili. Ma già nei primi
giorni d'agosto, cioè subito dopo la conquista di Rostov, era apparso chiaro che i tedeschi
puntavano principalmente verso sud. Questa loro tendenza era quanto mai logica. Infatti, per
poter avere buone probabilità di successo in un eventuale attacco alla capitale sovietica (che nel
novembre precedente aveva dimostrato le sue possibilità difensive) i tedeschi ritenevano
indispensabile isolarla dalle zone più ricche della Russia. E dove, se non nella zona petrolifera del
Caucaso, era una delle chiavi principali della potenza sovietica? E quale città, in tutto il
territorio russo, aveva un'importanza psicologica e materiale insieme, superiore a quello
di Stalingrado, immensa fabbrica d'anni, messa dal destino sulla riva del Volga, cioè della più
importante via fluviale della Russia? L'importanza della posta in gioco era naturalmente conosciuta
in pieno anche dal comando sovietico. Mosca sapeva infatti che non sarebbe stato più possibile
cedere terreno al nemico (come era avvenuto precedentemente anche per partito preso, in
ossequio alla strategia "spaziale" tradizionale dello stato maggiore russo) senza indebolire
gravemente l'esercito. Significative, a questo proposito, sono alcune frasi di un proclama di Stalin
che porta la data del 28 luglio 1942, scritto cioè nel momento più drammatico della guerra,
subito dopo la presa di Rostov "se non cesseremo di retrocedere, diceva Stalin, rimarremo
senza pane, senza combustibile, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche, senza
stabilimenti, senza strade ferrate". La guerra insomma, era giunta ad un punto cruciale: o i
sovietici sarebbero stati capaci di fermare le armate di Hitler prima che potessero raggiungere i
centri più vitali del Paese o la loro sorte sarebbe stata compromessa per sempre.
La lotta, quindi, divenne più accanita, più drammatica, più aspra. Tuttavia, per l'intero
mese di agosto, malgrado gli incitamenti di Stalin, malgrado gli ordini dragoniani emanati ai
comandi, di fucilare sul posto ogni vile ed ogni pusillanime che osasse ritirarsi dinnanzi al
nemico, i sovietici dovettero perdere ancora molto terreno. Ne persero nel settore più meridionale
del fronte, dove i germanici, rotta l'estrema linea di resistenza sovietica sul Kuban, dilagarono
verso sud, conquistando i primi agognati, pozzi petroliferi di Maikop e raggiungendo persino la più
alta vetta del Caucaso, l'Elbruz. Ne persero di terreno anche sulla costa del Mar Nero dove,
una alla volta, le piazzeforti marittime furono circondate ed espugnate, costringendo quanto
rimaneva della flotta rossa a rifugiarsi a Batum. E ne persero infine davanti alla grande ansa del
Don, dove le divisioni blindate di von Paulus giunsero, nei primi giorni di settembre, in vista
della periferia di Stalingrado. Nè la grande controffensiva lanciata dai sovietici a metà di
agosto contro le truppe dell'Asse schierate lungo il corso del Don, a nord dell'ala marciante sul Volga, potè raggiungere i risultati sperati. Se,
infatti, nei primi giorni le divisioni dell'ARMIR dovettero cedere qualche palmo di terreno sulla
sponda occidentale del fiume, ben presto la situazione fu ristabilita, grazie anche all'eroico
sacrificio del cavalieri del colonnello Bottoni, i quali scrissero il 24 agosto, nella piana di
Isbuchenakij, l'ultima pagina di gloria nel gran libro della cavalleria italiana.
Va tuttavia rilevato che se ai primi di settembre del 1942 la situazione dell'armata
sovietica poteva considerarsi, almeno apparentemente, disperata, in realtà una crisi
ben più grave travagliava l'esercito tedesco, orgogliosamente lanciato all'offensiva. Infatti, dopo due mesi di
continua offensiva i tedeschi erano assai vicini all'esaurimento. Il logorio dei materiali era
stato imponente. Le perdite umane assai gravi, tanto più che nelle varie battaglie erano state
impegnate proprio le divisioni migliori, quelle che con il formidabile complesso dei loro mezzi e
sopratutto con la provata esperienza dei comandanti e dei reparti, avevano resi possibili le
travolgenti avanzate di Polonia, di Francia e quelle iniziali nelle pianure russe. Tre sintomi
rivelavano questa situazione. prima di tutto il fatto che il comando tedesco, lanciando la sua
grande offensiva verso Stalingrado non era stato in grado di sviluppare, su altri settori del fronte,
alcuna azione di diversione, in modo da distogliere dalla zona prescelta per la rottura una
parte delle riserve sovietiche; poi la fiacca reazione seguita al contrattacco sovietico sul Don;
poi ancora l'esaurirsi della spinta offensiva sul Caucaso, dove i tedeschi, dopo gli sfolgoranti
successi iniziali, si erano arrestati alle porte delle agognate sorgenti dell'oro nero, senza essere
capaci di vincere la resistenza di truppe già in crisi e pressoché isolate. Solo davanti a
Stalingrado la punta di diamante della VI armata tedesca continuava a penetrare nel cristallo sempre
più duro della resistenza sovietica. Ma fu appunto qui, dopo un breve periodo di equilibrio,
contrassegnato da quelli che possono essere considerati i più drammatici e i più sanguinosi
combattimenti della seconda guerra mondiale, che le sorti del conflitto si rovesciarono. Sono pagine
di storia che sfoglieremo insieme prossimamente per vedere come, tra le mura fumanti di
Stalingrado, a pochi palmi dal Volga, quando già la vittoria sembrava vicina ed immancabile, si
dissolse per sempre il sogno di Hitler e del popolo tedesco.
|