2a Guerra Mondiale 1942-17


Inno Emirati Arabi Uniti 


La battaglia
di mezzagosto



La battaglia aero-navale che si combatté nel Mediterraneo fra l'undici e il tredici agosto 1942 rappresentò, per l'Asse, una delle più riuscite operazioni combinate fra marina e aviazione e forse il miglior esempio della tremenda efficacia dell'impiego, in cooperazione strategica, dei mezzi insidiosi subacquei e di superficie e di apparecchi da bombardamento in quota, in picchiata ed aero-siluranti. In quei tre giorni, infatti, dalle Baleari al Canale di Sicilia il Mediterraneo s'era trasformato, per gli inglesi che tentavano di rifornire Malta, in una serie di mortali trabocchetti. Nella cartina sono segnate le fasi dell'azione. Il n. 1 indica la rotta del convoglio britannico. Il n. 2 l'attacco al convoglio inglese dei sommergibili italiani e tedeschi. Il n. 3 le azioni dell'aviazione di stanza in Sardegna. Il n. 4 il punto in cui le corazzate inglesi invertirono la rotta su Gibilterra. Il n. 5 il rinnovato attacco dei sommergibili italiani a nord della Tunisia. Il n. 6 l'azione dei MAS. Il n. 7 le incursioni dell'aviazione di base in Sicilia.

LA BATTAGLIA DI MEZZAGOSTO

La battaglia aero navale di mezzo agosto segnò il culmine della potenza dell'Asse nel Mediterraneo, dimostrando che solo a prezzo di gravissime perdite gli inglesi potevano tentare lo attraversamento del Canale di Sicilia e il rifornimento di Malta. Infatti, per scortare nell'isola quattordici piroscafi, i britannici dovettero addirittura chiamare nel Mediterraneo una parte della Home Fleet. Si poté così assistere allo strano spettacolo di un modesto convoglio scortato da un nugolo di navi: due corazzate, quattro portaerei, una diecina di incrociatori e un imponente schieramento di caccia e di navi scorta. Questo concentramento di forze, però, non raggiunse l'obiettivo di portare a Malta il convoglio senza perdite. E se purtroppo la nostra flotta da battaglia fu costretta a rimanere in porto (la carenza di nafta cominciava a farsi sentire), sommergibili, MAS e aviazione s'incaricarono di rendere molto difficoltosa la marcia alle navi inglesi. L'ingresso delle corazzate e delle portaerei britanniche nel Mediterraneo (il convoglio proveniva quasi tutto direttamente dalla Gran Bretagna), fu segnalato dai nostri agenti di Gibilterra il 9 agosto. Il giorno dopo i comandi italo-tedeschi avevano già predisposto tutte le misure del caso. Alcuni sommergibili, con compiti di esplorazione e di avvistamento, erano stati oppostati nelle immediate vicinanze della base nemica. Altri avevano avuto l'ordine di tenersi pronti ad attaccare a sud delle Baleari. Ma il grosso delle nostre unità subacquee attendeva la formazione britannica a ridosso della costa tunisina, fra la Galite e Capo Bon. Più in là, nella strettoia di Pantelleria, erano in agguato le motosiluranti e i MAS. Di fronte a Messina, poi, incrociavano la terza e la settima divisione navale con sei incrociatori e undici cacciatorpediniere, sperando di ripetere il colpo fortunato e audace dell'ammiraglio Da Zara nella battaglia di Pantelleria. Naturalmente un ruolo di primissimo piano era stato assegnato all'aviazione italo- tedesca. Nella prima fase sarebbero partiti all'attacco gli aerosiluranti e gli stukas di base in Sardegna. Quindi, nella fase finale, sarebbero intervenuti gli aerei di stanza in Sicilia. Il piano italo-tedesco riuscì in pieno. La formazione navale britannica s'era appena allontanata dalle acque di Gibilterra che già le veniva inferto il primo, duro colpo. Un sommergibile italiano, il più avanzato della linea di agguato occidentale, silurava la portaerei « Furious » che sbandava paurosamente e veniva costretta a rientrare a velocità ridotta alla base. Qualche ora dopo entrava in azione un sommergibile tedesco che, con uguale audacia e con maggior fortuna, metteva a segno quattro siluri su un'altra portaerei, la « Eagle », affondandola. La giornata era cominciata bene. Ma le cose sarebbero andate meglio il giorno dopo. Infatti, appena il convoglio entrò nel suo raggio d'azione, intervenne l'aviazione della Sardegna che, con quasi trecento aerei attaccanti a ondate suocessive, scompigliò la formazione britannica. In questa fase del combattimento fu colpita la terza portaerei, la « Indomitable », che dovette lanciare i suoi aerei da un ponte di volo quasi inutilizzabile. Furono anche affondati un cacciatorpediniere e quattro piroscafi. Al calare della notte, quando le navi superstiti s'avvicinarono alla costa tunisina, gli italiani riservarono loro una nuova, amara sorpresa: l'attacco in massa dei sommergibili. Per miglia e miglia, la notte venne illuminata dalle 
vampe dei siluri andati a segno e dal fuoco rabbioso ma vano delle navi britanniche. Le perdite sicuramente accertate degli inglesi furono di quattro piroscafi. Fu pure affondato dai sommergibili l'incrociatore « Cairo ». Da parte nostra, su dodici unità subacquee impiegate, una sola andò perduta.
Purtroppo, la mattina del 13 agosto, l'operazione così brillantemente iniziata, fu funestata da uno dei tanti incerti della guerra. La VII divisione navale, alla quale era mancata la copertura aerea, aveva ricevuto l'ordine di rientrare, dopo aver inutilmente incrociato nel Tirreno, lontana dal teatro della lotta. Senonchè, durante la rotta del ritorno, un sommergibile inglese, con una salva di quattro siluri, riuscì a colpire contemporaneamente il « Bolzano » e l'« Attendolo ». Le due navi si salvarono, sebbene con danni assai gravi, ma la loro temporanea neutralizzazione fu ugualmente un serio colpo per l'efficienza della nostra flotta, già scarsamente dotata di incrociatori. Ma gli inglesi non ebbero il tempo di rallegrarsi per l'insperato successo. Poche ore prima avevano perso l'incrociatore Manchester, tre piroscafi e una petroliera. Il colpo era frutto dell'audacia e della fredda determinazione di alcuni piccoli scafi italiani, i classici MAS. Essi, partiti da Pantelleria, s'erano messi all'agguato sotto costa, fra l'isola e Capo Bon e, col favore della notte, erano andati all'attacco a distanza ravvicinata. Una pagina stupenda, questa, che ebbe anche il riconoscimento del non sempre cavalleresco avversario. La tragedia dei britannici non era ancora finita. Per tutto il 13 agosto, fino a quando le navi scampate alla caccia non entrarono nel porto di Malta, continuò sul convoglio il martellamento dell'aviazione in quel Canale di Sicilia che ormai gli inglesi avevano ribattezzato « Bomb Alley », la passeggiata delle bombe. Dei quattordici mercantili partiti da Gibilterra, solo cinque erano arrivati, e non tutti indenni. Ma tre portaerei erano state messe fuori combattimento, assieme a due incrociatori e a numerose unità minori. Il Mediterraneo, in quell'agosto di fuoco, era più che mai il « Mare Nostrum ». Anche nell'Oceano Artico, gli inglesi dovettero registrare, durante l'estate, gravi disastri. Il più grosso fu quello che portò alla distruzione quasi totale di un convoglio di 36 navi che faceva rotta verso il porto di Murmansk. Il successo fu raggiunto grazie alla cooperazione dei sommergibili e dell'aviazione tedesca e all'intervento indiretto di una formazione navale guidata dalla corazzata « Tirpitz ». Infatti, all'annuncio che la temuta nave da battaglia germanica, scortata da incrociatori, s'avvicinava al convoglio, il comandante inglese perse la testa e diede ordine di diradare le navi. Per questi gli U Bootes poterono colpire a morte i piroscafi, rimasti senza efficace protezione. L'opera fu completata dalla aviazione, operante dalle basi dell'estremo nord. Il 19 agosto, infine, nuovo rovescio per i britannici. In poche ore di combattimento le guarnigioni tedesche della Manica distrussero le truppe canadesi sbarcate a Dieppe per quello che dall'Asse fu definito un tentativo di creare il « secondo fronte» e che gli inglesi dichiararono essere stato soltanto un'esperimento. Le ragioni che consigliarono il comando alleato di compiere un'operazione di sbarco tanto difficile e aleatoria sono rimaste ancor oggi misteriose. Troppo numerose per una semplice azione di disturbo, le truppe impiegate a Dieppe erano infatti del tutto insufficienti per un'operazione di più largo respiro. E se effettivamente si trattò di un'« esperimento » per collaudare la resistenza tedesca e la tecnica di sbarco degli anglo - canadesi, bisogna dire che l'esito fu disastroso. In poche ore di permanenza sulla spiaggia di Dieppe gli alleati ersero infatti, fra morti e prigionieri, 3500 uomini sui 5800 impiegati e buona parte del materiale. Una dura lezione, dunque, che li sconsigliò di ripetere l'impresa per molto tempo e che nell'« Ora X » di Eisenhower, nel 1944, li indusse a tentare l'invasione su ben altre e più lontane spiagge.

La via per Murmansk




Durante l'estate del 1942 un'accanita lotta si svolse nel mare artico, a nord della Norvegia, fra la marina e l'aviazione germanica e i convogli fortemente scortati che facevano rotta, dall'America e dall'Inghilterra, verso il porto sovietico di Murmansk. Questa rotta marittima aveva, per gli alleati, una grandissima importanza. Rappresentava infatti la via più breve per rifornire l'Unione Sovietica, allora impegnata in una lotta mortale con gli eserciti tedeschi che dilagavano verso Stalingrado e la minacciavano al cuore. Anzi le possibilità di resistenza dell'esercito rosso dipendevano in gran parte proprio dall'afflusso dei rifornimenti avviati attraverso Murmansk, in quanto l'industria sovietica non era ancora in grado, dopo i disastri dell'anno precedente, di riempire i vuoti provocati dagli incessanti attacchi germanici. Ma la via artica, se aveva il vantaggio di essere più breve delle altre (ad esempio di quella persiana) era peraltro molto vulnerabile. I tedeschi, infatti, avevano dislocato in Norvegia notevoli forze aeree e circa una ventina di sommergibili. Inoltre, nel fiordo di Trondheim e in quello di Narvik, ben protetti dagli attacchi aerei, stavano di base la corazzata « Tirpitz », due incrociatori pesanti, due incrociatori leggeri e numerosi caccia, la cui sola minacciosa presenza obbligava la Home Fleet a usare nella scorta ai convogli le sue corazzate e le navi portaerei. Ma questa protezione cessava proprio nel tratto maggiormente pericoloso del percorso, poichè al di là dell'Isola degli Orsi le grosse navi, costrette ad avvicinarsi alla costa norvegese dalla barriera dei ghiacci alla deriva, si sarebbero trovate in condizioni estremamente precarie. Quindi era proprio in tale tratto che gli anglo-americani subivano le maggiori perdite. Nella foto in alto un grande convoglio è stato scoperto dalla ricognizione aerea tedesca. Al centro il convoglio dopo l'attacco. Le navi hanno tentato di evitare, sparpagliandosi, la gragnuola di bombe. Ma invano, molte mancano all'appello, altre ardono come gigantesche torcie. In basso ecco lo schema della rotta seguita dai convogli artici e degli attacchi tedeschi. Si riferisce ad un convoglio partito alla fine di maggio e duramente provato dall'aviazione nemica. Tre attacchi nella fase iniziale, quattordici nella, finale. Da notare il progressivo diradamento della scorta britannica che, superato il pericolo dì brutti Incontri con il gruppo « Tirpitz », si riduce a un incrociatore leggero e a qualche caccia.


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