LA RESA DI SEBASTOPOLI
Al principio di giugno, dopo sette mesi di assedio, la grande piazzaforte di Sebastopoli
teneva ancora alta in Crimea, la bandiera con la falce e il martello. Tutti gli sforzi tedeschi per
conquistarla erano riusciti vani, malgrado l'impiego di notevoli contingenti di truppa, appoggiati da
centinaia di aerei e da migliaia di bocche da fuoco di medio e grosso calibro. La prolungata
resistenza della città, anche dopo il repentino crollo della pur munitissima testa, di ponte di Kerch,
era stata resa possibile da due diversi fattori: l'esistenza di un modernissimo, gigantesco
sistema di fortificazioni in caverna e in cemento armato e l'appoggio della marina sovietica.
Contro le fortificazioni, che i tecnici tedeschi, a conquista avvenuta, dichiararono tra le
migliori che fossero state mai allestite, le truppe germaniche usarono in massa gli stukas e i pesanti
mortai « Thor », le cui granate avevano un eccezionale potere distruttivo e la possibilità di
colpire obiettivi defilati. Per impedire il flusso dei rifornimenti via mare, invece, l'Oberkommando
dovette ricorrere all'aiuto della marina italiana. Agli incrociatori e ai caccia della flotta rossa del
Mar Nero i tedeschi potevano opporre infatti solo qualche sommergibile da cento tonnellate e
un modesto numero di motosiluranti, giunte attraverso il Danubio. Occorreva qualcosa di più.
Occorrevano, soprattutto, uomini esperti nella tecnica dell'agguato. Questi uomini e i relativi
mezzi potevamo fornirli solo noi italiani e così, nella primavera del 1942, da La Spezia partirono per
il Mar Nero (e anche per il Ladoga) alcuni convogli di nuovo tipo: una piccola flotta su ruote,
cioè composta da sommergibili tascabili, MAS e barchini esplosivi. L'apporto delle flottiglia italiana alle operazioni d'assedio di Sebastopoli fu risolutivo. Dopo
alcune riuscite operazioni contro i convogli, i sovietici dovettero rinunciare al rifornimento
della piazzaforte che venne perciò abbandonata al suo destino. Il luglio, dopo un mese di attacchi
continui Sebastopoli capitolava e la bandiera del Reich si alzava trionfalmente sulla famosa terrazza del
Belvedere. Intorno, uno spettacolo apocalittico di distruzione e di morte. Della città restavano solo
cumuli di macerie fumanti, attorno alle quali si aggiravano spauriti, piccoli gruppi di civili.
Torme di prigionieri uscivano, con le mani alzate, dai forti diroccati. Solo il Forte Gorki, a poche
miglia dalla città, continuò a resistere fino al 7 luglio. Poi capitolò anch'esso alle truppe romene,
che avevano validamente contribuito all'offensiva. Il giorno stesso della resa di Sebastopoli i
bollettini di guerra germanici diedero un altro importante annuncio : da tre giorni le truppe di von
Bock erano all'offensiva su tutto il fronte centro meridionale. I sovietici, che pure s'erano preparati a
contrastare una probabile offensiva germanica, furono completamente sorpresi da von Bock. Il
comandante tedesco, infatti, aveva saputo cosi ben dissimulare i preparativi dell'attacco, effettuando
gli spostamenti delle sue forze corazzate solo nelle ultime ore, e di nottetempo, che il nemico non
potè nemmeno abbozzare un tentativo di difesa. Le sue linee furono travolte in poche ore, con
una rapidità senza precedenti, su un fronte largo ben trecento chilometri. Nella gigantesca
breccia avanzarono a valanga le divisioni di panzer, operanti per l'occasione con una nuovissima
tecnica, quella del « motpulk ». Il « motpulk » non era altro che una massa di carri armati operante
a ranghi serrati e in modo autonomo, grazie alla sua complessa e modernissima organizzazione
logistica. La novità, però consisteva nel fatto che, a differenza di quanto era accaduto in
precedenza. dopo la rottura del fronte nemico il complesso dei carri non si lanciava in profondità, in
molteplici puntate, ma continuava ad avanzare in massa. sempre su un fronte il più largo
possibile. « Rullo compressore » o « falange macedone », come fu variamente chiamato, il « motpulk »
raggiunse il suo scopo. Ad una settimana dall'inizio dell'offensiva le avanguardie tedesche
raggiungevano il Don, con una marcia vittoriosa di quasi trecento chilometri. Il 7 luglio cadeva Voronej,
al di là del fiume. Quindi si profilava, per le truppe del maresciallo Timoscenko, specialmente
per quelle schierate nel bacino del Donetz, lo spettro dell'accerchiamento e della distruzione.
Alla gravissima minaccia i sovietici reagirono tentando una grande diversione nel settore di
Orel, direttamente a nord della zona investita dalla manovra tedesca. Ma il colpo falli, per la
pronta reazione dell'Asse. Non restava quindi che la ritirata, che i russi cercarono di effettuare nel
massimo ordine, secondo gli ordini di Timoscenko il quale, per rincuorare i suoi soldati,
affermava in un ordine del giorno che « importano assai meno le perdite di territorio anzichè quelle di
soldati e di armi ». La seconda fase dell'offensiva portò von Bock al completo controllo del basso corso del Don e
all'occupazione del grande bacino del Donetz. Un grande successo, reso ancora più clamoroso dalle
cifre delle perdite nemiche: centomila prigionieri, mille carri armati distrutti, milleseicento
cannoni catturati, assieme ad un numero incalcolabile di armi e di munizioni. Non meno gravi le
perdite dell'aviazione sovietica: 450 apparecchi distrutti in
combattimento e al suolo. Ma l'azione non si era esaurita. E se nel settore del medio e basso Don i tedeschi tendevano
con ogni evidenza a portarsi verso il Volga e lo importante centro di Stalingrado, all'estremo
angolo del Mare diAzov era in gioco una preda assai ghiotta: Rostov, la città che nel novembre
precedente le truppe germaniche avevano già conquistato e che dopo una settimana avevano
dovuto abbandonare, la città che rappresentava la porta del Caucaso. L'attacco a Rostov ebbe inizio la mattina del
21 luglio. Tre giorni dopo, truppe d'assalto tedesche e slovacche prendevano possesso della città
con accaniti corpo a corpo. Cadeva così l'ultimo pilastro della difesa sovietica sul fronte
meridionale e dinnanzi alle truppe tedesche, a meno di un mese dall'inizio della offensiva, s'aprivano
i più vasti orizzonti: Stalingrado, il Volga, il Caucaso con i suoi grandiosi bacini petroliferi.
E, più in là, gli Urali e il Medio Oriente. Cioè la speranza di una vicina vittoria.
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