2a Guerra Mondiale 1942-15


Inno Rep. Centrale Africana 


La resa di Sebastopoli



Fronte russo - giugno 1942. Il gruppo di armate di von Bock, dopo aver respinto sanguinosamente l'offensiva sovietica su Charkov, inizia su tutto il fronte meridionale il grandioso attacco che lo porterà fino a Stalingrado, nel cuore dell'Unione Sovietica. Intanto a Sebastopoli, disperatamente difesa dai sovietici, s'andava compiendo il dramma della guarnigione assediata da lunghi mesi. Alle operazioni d'assedio diede un notevolissimo contributo, bloccando la città dal mare, una flottiglia della « Decima MAS », con sommergibili tascabili, motosiluranti e barchini esplosivi. Tutto il materiale era stato portato dall'Italia per via di terra. Nella cartina sono indicate le direttrici dell'offensiva tedesca e l'itinerario seguito dai marinai italiani per portare i loro mezzi d'assalto fino al Lago Ladoga, in appoggio alle truppe finniche, ed al Mar Nero.


Sebastopoli, capitale della Crimea e principale piazzaforte marittima sovietica nel Mar Nero era stata investita dall'offensiva tedesca fin dal novembre 1941 ma i notevoli contingenti di truppe concentrati dal comando russo nella città avevano tenuto duro, malgrado i reiterati attacchi tedesco-romeni, per tutto l'inverno. Anzi, nel dicembre-gennaio la guarnigione assediata aveva tentato di cooperare agli sforzi di riconquista dell'intera penisola effettuati dai duecentomila uomini sbarcati a Peodosia e ad Eupatoria. Senonchè, questi tentativi erano falliti e all'inizio della primavera í tedeschi non solo erano riusciti a ricacciare i sovietici al di là dello stretto di Kerch e ad eliminare la testa di sbarco di Eupatoria, ma anche a restringere ancor più il cerchio intorno a Sebastopoli. La città riviveva dunque, rese ancor più tragiche dal potere distruttivo delle armi moderne, le drammatiche vicende del 1854-55, nel corso della guerra di Crimea. Nella foto postazioni russe dei tempi della campagna anglo-franco-piemontese davanti a Sebastopoli. Si tratta della batteria in cui servi come artigliere il famoso scrittore russo Leone Tolstoi.

LA RESA DI SEBASTOPOLI

Al principio di giugno, dopo sette mesi di assedio, la grande piazzaforte di Sebastopoli teneva ancora alta in Crimea, la bandiera con la falce e il martello. Tutti gli sforzi tedeschi per conquistarla erano riusciti vani, malgrado l'impiego di notevoli contingenti di truppa, appoggiati da centinaia di aerei e da migliaia di bocche da fuoco di medio e grosso calibro. La prolungata resistenza della città, anche dopo il repentino crollo della pur munitissima testa, di ponte di Kerch, era stata resa possibile da due diversi fattori: l'esistenza di un modernissimo, gigantesco sistema di fortificazioni in caverna e in cemento armato e l'appoggio della marina sovietica. Contro le fortificazioni, che i tecnici tedeschi, a conquista avvenuta, dichiararono tra le migliori che fossero state mai allestite, le truppe germaniche usarono in massa gli stukas e i pesanti mortai « Thor », le cui granate avevano un eccezionale potere distruttivo e la possibilità di colpire obiettivi defilati. Per impedire il flusso dei rifornimenti via mare, invece, l'Oberkommando dovette ricorrere all'aiuto della marina italiana. Agli incrociatori e ai caccia della flotta rossa del Mar Nero i tedeschi potevano opporre infatti solo qualche sommergibile da cento tonnellate e un modesto numero di motosiluranti, giunte attraverso il Danubio. Occorreva qualcosa di più. Occorrevano, soprattutto, uomini esperti nella tecnica dell'agguato. Questi uomini e i relativi mezzi potevamo fornirli solo noi italiani e così, nella primavera del 1942, da La Spezia partirono per il Mar Nero (e anche per il Ladoga) alcuni convogli di nuovo tipo: una piccola flotta su ruote, cioè composta da sommergibili tascabili, MAS e barchini esplosivi. L'apporto delle flottiglia italiana alle operazioni d'assedio di Sebastopoli fu risolutivo. Dopo alcune riuscite operazioni contro i convogli, i sovietici dovettero rinunciare al rifornimento della piazzaforte che venne perciò abbandonata al suo destino. Il luglio, dopo un mese di attacchi continui Sebastopoli capitolava e la bandiera del Reich si alzava trionfalmente sulla famosa terrazza del  Belvedere. Intorno, uno spettacolo apocalittico di distruzione e di morte. Della città restavano solo cumuli di macerie fumanti, attorno alle quali si aggiravano spauriti, piccoli gruppi di civili. Torme di prigionieri uscivano, con le mani alzate, dai forti diroccati. Solo il Forte Gorki, a poche miglia dalla città, continuò a resistere fino al 7 luglio. Poi capitolò anch'esso alle truppe romene, che avevano validamente contribuito all'offensiva. Il giorno stesso della resa di Sebastopoli i bollettini di guerra germanici diedero un altro importante annuncio : da tre giorni le truppe di von Bock erano all'offensiva su tutto il fronte centro meridionale. I sovietici, che pure s'erano preparati a contrastare una probabile offensiva germanica, furono completamente sorpresi da von Bock. Il comandante tedesco, infatti, aveva saputo cosi ben dissimulare i preparativi dell'attacco, effettuando gli spostamenti delle sue forze corazzate solo nelle ultime ore, e di nottetempo, che il nemico non potè nemmeno abbozzare un tentativo di difesa. Le sue linee furono travolte in poche ore, con una rapidità senza precedenti, su un fronte largo ben trecento chilometri. Nella gigantesca breccia avanzarono a valanga le divisioni di panzer, operanti per l'occasione con una nuovissima tecnica, quella del « motpulk ». Il « motpulk » non era altro che una massa di carri armati operante a ranghi serrati e in modo autonomo, grazie alla sua complessa e modernissima organizzazione logistica. La novità, però consisteva nel fatto che, a differenza di quanto era accaduto in precedenza. dopo la rottura del fronte nemico il complesso dei carri non si lanciava in profondità, in molteplici puntate, ma continuava ad avanzare in massa. sempre su un fronte il più largo possibile. « Rullo compressore » o « falange macedone », come fu variamente chiamato, il « motpulk » raggiunse il suo scopo. Ad una settimana dall'inizio dell'offensiva le avanguardie tedesche raggiungevano il Don, con una marcia vittoriosa di quasi trecento chilometri. Il 7 luglio cadeva Voronej, al di là del fiume. Quindi si profilava, per le truppe del maresciallo Timoscenko, specialmente per quelle schierate nel bacino del Donetz, lo spettro dell'accerchiamento e della distruzione. Alla gravissima minaccia i sovietici reagirono tentando una grande diversione nel settore di Orel, direttamente a nord della zona investita dalla manovra tedesca. Ma il colpo falli, per la pronta reazione dell'Asse. Non restava quindi che la ritirata, che i russi cercarono di effettuare nel massimo ordine, secondo gli ordini di Timoscenko il quale, per rincuorare i suoi soldati, affermava in un ordine del giorno che « importano assai meno le perdite di territorio anzichè quelle di soldati e di armi ». La seconda fase dell'offensiva portò von Bock al completo controllo del basso corso del Don e all'occupazione del grande bacino del Donetz. Un grande successo, reso ancora più clamoroso dalle cifre delle perdite nemiche: centomila prigionieri, mille carri armati distrutti, milleseicento cannoni catturati, assieme ad un numero incalcolabile di armi e di munizioni. Non meno gravi le perdite dell'aviazione sovietica: 450 apparecchi distrutti in combattimento e al suolo. Ma l'azione non si era esaurita. E se nel settore del medio e basso Don i tedeschi tendevano con ogni evidenza a portarsi verso il Volga e lo importante centro di Stalingrado, all'estremo angolo del Mare diAzov era in gioco una preda assai ghiotta: Rostov, la città che nel novembre precedente le truppe germaniche avevano già conquistato e che dopo una settimana avevano dovuto abbandonare, la città che rappresentava la porta del Caucaso. L'attacco a Rostov ebbe inizio la mattina del 21 luglio. Tre giorni dopo, truppe d'assalto tedesche e slovacche prendevano possesso della città con accaniti corpo a corpo. Cadeva così l'ultimo pilastro della difesa sovietica sul fronte meridionale e dinnanzi alle truppe tedesche, a meno di un mese dall'inizio della offensiva, s'aprivano i più vasti orizzonti: Stalingrado, il Volga, il Caucaso con i suoi grandiosi bacini petroliferi. E, più in là, gli Urali e il Medio Oriente. Cioè la speranza di una vicina vittoria.


Sebastopoli era stata formidabilmente munita dai sovietici che l'avevano circondata di forti e di ridotte in cemento armato, nonché di numerose batterie antineve, in modo che la piazzaforte potesse resistere sia ad un attacco da terra sia da un attacco dal mare. Si spiega dunque come i tedeschi non avessero potuto espugnarla nè col primo impeto, che pure aveva spazzato i sovietici dal resto della penisola, nè con le lunghe e minuziose operazioni di assedio, ma il protrarsi della resistenza oltre le previsioni fu reso possibile, oltre che dalla gigantesca cintura di fortificazioni, anche e soprattutto dal continuo flusso di rifornimenti assicurato alla città dalla marina sovietica. Le navi russe, infatti, avevano il predominio del Mar Nero e a loro si opponevano solo le insignificanti forze della marina romena e quelle tedesche, ancora più esigue. Nella cartina in alto il complesso dei forti sovietici di Sebastopoli. Nella foto in basso marinai russi della flotta del Mar Nero, sbarcati dalle loro navi, partecipano alla difesa della Piazzaforte.


Giugno 1942. Il comando tedesco progetta d'iniziare contro Sebastopoli un'offensiva decisiva che ponga fine all'ormai troppo lunga battaglia di logoramento e renda disponibili preziose divisioni per l'imminente attacco sul fronte del Donetz e del Don. Su tutta la linea cominciano a tuonare le artiglierie pesanti del gigantesco parco d'assedio ammassato dai germanici di fronte alla Piazzaforte. Mille e mille bocche da fuoco vomitano incessantemente, per giorni e giorni, sulle casematte blindate, sui bunkers di cemento armato, sulle imboccature delle caverne scavate nella roccia, tonnellate di esplosivo ad altissimo potenziale. Al rombante concerto s'aggiunge l'aviazione che, con i suoi classici Stukas, s'avventa in picchiata contro le difese nemiche. Sul mare fanno buona guardia i piccoli ma temibili scafi della marina italiana che impediscono ai sovietici di rifornire Sebastopoli. Nella foto in alto grossi calibri tedeschi impegnati in un bombardamento notturno. Nella foto in basso a Sebastopoli i tedeschi misero in linea una nuova arma: il Thor si trattava di un gigantesco mortaio, montato su una piattaforma cingolata, particolarmente studiato per la distruzione obiettivi fortemente protetti e posti in posizioni defilate.


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