2a Guerra Mondiale 1942-12/B


Inno Papua Nuova Guinea 


L'avanzata in Egitto



La battaglia che si combattè nella soffocante estate del 1942 sui deserti della Cirenaica e dell'Egitto fu una delle più grandi e importanti della nostra guerra. Non si trattava più, infatti, di manovre, sia pure a vasto raggio, tendenti a logorare e indebolire l'avversario ma di una grande offensiva con la quale il comando italo-tedesco si proponeva di battere definitivamente gli inglesi sul fronte egiziano, togliendo loro il controllo di Alessandria e spazzandoli via dal Mediterraneo Orientale. Non erano sogni ambiziosi e impossibili questi. Tutto era pronto per vibrare il colpo decisivo. Per mesi e mesi l'aviazione aveva martellato Malta, onde consentire un regolare afflusso di armi, di munizioni e di uomini in Tripolitania. Per mesi e mesi le divisioni italiane e l'« Afrika Korp » s'erano preparati a lanciare 1'attacco. E quando 1'ora era finalmente venuta, la fulminea riconquista della Cirenaica aveva dimostrato le possibilità delle forze dell'Asse. Bisognava dunque sfruttare il successo iniziale; bisognava giocare la grande carta, avanzando verso il cuore dell'Egitto: su Alessandria, sul Cairo, sul Canale di Suez. La cartina mostra le direttrici dell'offensiva di Rommel e di Bastico e indica la data di occupazione delle singole località. Nove giorni furono sufficienti alle nostre truppe per coprire combattendo i 500 chilometri che dividono Tobruk da El Alamein.

L' AVANZATA IN EGITTO

Dopo la fulminea vittoria di Tobruk, le forze italo-tedesche avrebbero dovuto compiere una grande operazione di sbarco a Malta. L'impresa era stata preparata da molto tempo e, per le condizioni di esaurimento della base navale britannica, si presentava sotto i migliori auspici. Ma Rommel, da Tobruk conquistata, era di diverso parere. Secondo lui ogni mezzo disponibile doveva essere inviato in Africa, per rendere possibile la prosecuzione dell'offensiva e lo sfruttamento del successo. Se non gli fossero mancati i mezzi necessari, affermava, avrebbe potuto inseguire i britannici fino ad Alessandria e oltre. Vi furono molti contrasti, in seno al nostro Stato Maggiore, su questo punto. Molti erano coloro i quali, valutando pessimisticamente la consistenza dei mezzi corazzati dell'Asse e le possibilità di recupero dell'avversario, suggerivano di trincerarsi sull'Halfaya in vista di un ritorno offensivo britannico, senza rischiare avventure nel deserto egiziano. Altri ritenevano che sarebbe stato molto incauto da parte nostra superare Marsa Matruh e consigliavano di fermarsi in quella forte base. Non mancavano naturalmente, i fautori dell'immediata azione su Malta, come premessa ad ogni altra offensiva. Solo dopo aver eliminato quella spina dal nostro fianco, dicevano, il flusso dei convogli avrebbe potuto essere considerato sicuro e sufficiente ad alimentare una battaglia decisiva. Fra questi ultimi era Mussolini il quale però, vinto dalle insistenze di Rommel, diede il suo assenso alla prosecuzione dell'offensiva in territorio egiziano. Fu un gravissimo errore, questo, come i fatti poi dimostrarono. Ma sul momento anche gli scettici si lasciarono trasportare dallo entusiasmo per la travolgente avanzata di Rommel. Il 23 giugno le nostre truppe erano a Bardia. Il 25 giugno avevano fatto un balzo di 70 chilometri. Pochi giorni dopo, il 29, erano a Marsa Matruh. Il primo luglio, poi, dopo soli 8 giorni di offensiva, veniva raggiunta El Alamein. Più che un offensiva era stata una corsa ad inseguimento. Ma, proprio nel momento in cui s'accendevano in Italia e in Germania le più rosee speranze la splendida avanzata si arrestò nella pietraia di El Alamein. Pochi giorni dopo, un ultimo tentativo di Rommel di sfondare, veniva rintuzzato. Poi, per tutto il resto del mese di luglio, il nemico, prematuramente dato per vinto, effettuava un preoccupante ritorno offensivo. Cos'era accaduto? Che cosa aveva bloccato la macchina militare dell'Asse? La spiegazione è molto semplice. Lungo i mille e cento chilometri di ininterrotta avanzata, Rommel e Bastico avevano perduto, sia per narturale logoramento, sia per l'azione del nemico, gran parte delle forze corazzate e motorizzate con le quali avevano iniziato l'offensiva. A El Alamein, quindi, erano giunte solo alcune diecine di carri e di cannoni, con modeste aliquote di fanteria motorizzata. Il resto si trovava sparso sull'interminabile litoranea o era affidato, nelle retrovie, alle mani frenetiche dei meccanici, impegnati nelle ripararzioni. Le fanterie, per parte loro, erano state lasciate indietro e arrancavano faticosamente per raggiungere l'avanguardia corazzata. E non basta: alcuni convogli che recavano in Libia i necessari rifornimenti, sopratutto di benzina e di munizioni, erano stati intercettati, con serie perdite dal nemico. Cosicchè, tra l'altro, scarseggiavano i carburanti, elemento essenziale per una armata corazzata. La penuria  i benzina giunse a tal punto che, nei combattimenti di mezzo luglio, dopo il ritorno offensivo britannico, Rommel dovette dare l'ordine di fermare i carri e di contrattaccare solo con la fanteria perchè i panzer non consumassero anche le scorte. L'avversario, invece, spronato dal grave pericolo che correva, aveva richiamato dal Medio Oriente tutte le forze disponibili, soprattutto in carri e aerei, riuscendo così, in breve volgere di giorni, a reintegrare buona parte delle perdite subite durante la ritirata e specialmente nel disastro di Tobruk. Cosi ad un attaccante giunto alla stretta finale in condizioni di quasi completo esaurimento (anche le truppe erano stanchissime per le dure condizioni di vita cui avevano dovuto sottostare per mesi), si oppose un avversario rinfrancato e rafforzato. Va aggiunto, poi, che nella stretta di El Alamein, particolarmente adatta alla difesa perchè delimitata a nord dal mare e a sud, dopo una settantina di chilometri, dalla depressione di El Quattara, invalicabile dai mezzi motorizzati, i britannici avevano predisposto fortificazioni campali e in caverna, di grande efficacia. Si spiegano quindi il brusco arresto di Rommel ad El Alamein e la non meno brusca trasformazione della lotta da guerra di movimento, combattuta fra carri, in guerra da posizione. E si spiega, anche, la difficoltà con la quale, nei primi giorni della controffensiva britannica, le truppe italo-tedesche (ridotte ad un pugno di uomini e di carri, con le divisioni di fanteria ancora in marcia) bloccarono l'attacco nemico. Anche il sabotaggio e il tradimento ebbero però la loro parte nel fermare la marcia di Rommel e di Bastico sulla via di Alessandria. Proprio in quel periodo cruciale, infatti, si constatò che la lotta britannica al traffico per la Libia si era fatta più precisa e micidiale, come se fosse guidata (e lo era in realtà) da radio clandestine dislocate nei varia porti italiani o da elementi molto vicini ai comandi superiori. Significativo è anche il rilievo fatto da Rommel nel suo « Diario » sui rifornimenti italiani di benzina: nei fusti veniva trovata una forte percentuale d'acqua. Tanto frequentemente che i comandi italo-tedeschi furono costretti ad ordinare per prescrizione, il decadimento sistematico del carburante! Tuttavia, anche se non raggiunse il suo obiettivo ultimo, che era la zona del Canale di Suez, l'offensiva in Egitto rimane una pagina luminosa nella storia della nostra guerra. Durante le grandi battaglie di rottura in Cirenaica e poi nel veloce inseguimento del nemico in fuga, il soldato italiano diede una prova superlativa di coraggio, di resistenza, di tenacia. Prova che avrebbe confermato e suggellato con il sacrificio eroico dell'« Ariete» e della « Folgore » su quegli stessi campi pietrosi di El Alamein ove per un istante ci era apparsa, come in un miraggio, la stella luminosa della vittoria e dove quella stella rincorremmo nei mesi successivi, con alcune delle più belle divisioni della storia militare della Nazione. Quasi contemporaneamente all'offensiva su El Alamein, il Mediterraneo fu teatro di un grande scontro aero-navale che vide un pieno, incontrovertibile successo della nostra Marina. Protagonista della battaglia fu la VII Divisione Navale comandata dall'Amm. Da Zara, che, incontrato il nemico nelle acque di Pantelleria, distrusse quasi totalmente un grosso convoglio inglese diretto a Malta e buona parte delle navi di scorta. L'opera fu completata dall'aviazione e dai sommergibili. La giornata segnò una delle più cocenti mortificazioni dell'orgoglio navale britannico.


La battaglia di Pantelleria




12 giugno 1942. Fra il febbraio e il luglio 1942, l'isola di Malta fosse stata quasi continuamente bombardata dall'aviazione italiana e tedesca. Il martellamento, che doveva essere, secondo i piani del nostro comando, il preludio ad un'azione di sbarco nell'importante base, tendeva anche a neutralizzare la potenzialità offensiva dell'isola nei confronti dei nostri convogli per Tripoli. Questo risultato fu ottenuto oltre ogni speranza. Malta, come ora si sa da documenti ufficiali britannici, era in quel periodo non soltanto impossibilitata a contrastare le nostre mosse nel Mediterraneo centrale, ma addirittura sull'orlo del collasso. Preoccupati per le critiche condizioni dell'isola, i britannici decisero, dopo alcuni vani tentativi con piroscafi veloci, di compiere uno sforzo in grande stile per rifornirla. Così, il 12 giugno 1942, partirono quasi contemporaneamente da Gibilterra e da Alessandria due convogli fortemente scortati. Contro quello partito da Alessandria fu lanciato il nerbo della nostra forza navale. Ma, per la rinuncia britannica a continuare nella rotta verso Malta, non vi fu un vero e proprio scontro navale. Da parte italiana agirono solo i MAS (che danneggiarono l'incrociatore « Newcastle »), i sommergibili (che affondarono l'incrociatore « Hermione » e un caccia), gli aerei (che affondarono l'incrociatore « Aretusa », due caccia e qualche piroscafo). I britannici, con i loro aerosiluranti, affondarono l'incrociatore « Trento » e colpirono, senza conseguenze, la corazzata « Littorio ». Ben diverso fu l'andamento delle cose per il convoglio partito da Gibilterra, contro il quale fu mandata la VII Divisione Navale comandata dall' ammiraglio Da Zara. Nelle foto dall' alto in basso, le navi che furono le maggiori protagoniste della battaglia navale di Pantelleria 1) l'incrociatore « Eugenio di Savoia ». 2) l'incrociatore « Montecuccoli ». 3) il cacciatorpediniere « Malocello » che, al comando del C. P. Mario Leoni, ebbe, durante il combattimento, un ruolo particolarmente brillante.



16 giugno 1942, Le forze britanniche partite da Gibilterra erano imponenti: una corazzata (la « Malaya »), due incrociatori (il « Liverpool » e il « Kenia »), due portaerei (l'« Eagle » e l'« Argus »), un incrociatore antiaereo (il « Cairo ») e numeroso naviglio minore, tra il quale una dozzina di cacciatorpediniere. Malgrado questo squilibrio di forze, fu subito dato alla VII Divisione Navale, dislocata a Cagliari, l'ordine di prendere il mare. Si riteneva infatti che ben difficilmente i britannici avrebbero arrischiato di forzare con le loro navi maggiori il Canale di Sicilia e si giudicava quindi che, al momento dell'eventuale intercettazione, le nostre navi si sarebbero trovate di fronte a mezzi della loro stessa potenzialità di fuoco. Il calcolo si rivelò esatto, grazie anche ad uno stratagemma dell'ammiraglio Da Zara, il quale, scoperto dalla ricognizione aerea avversaria mentre si avvicinava alle acque della Sicilia, riuscì ad ingannarla sulla direzione della sua rotta puntando la prua verso Napoli. Così, forse ritenendo di avere via libera verso Malta, il grosso della squadra inglese, giunto a nord del Golfo di Tunisi, invertì la rotta per tornare a Gibilterra. Il nemico, però, aveva già perso, ad opera dei nostri sommergibili e degli aerosiluranti della Sardegna, un piroscafo, mentre l'incrociatore « Liverpool » era rimasto gravemente danneggiato. Poche ore dopo, all'alba del 16 giugno, le navi italiane avvistavano il nemico e alle 5,38 aprivano il fuoco. Aveva così inizio la battaglia di Pantelleria, che vedeva contrapposti due incrociatori («Eugenio di Savoia » e « Montecuccoli») e sette caccia (« Oriani », « Ascari », « Gioberti », « Vivaldi », « Zeno », « Malocello » e « Premuda ») da parte italiana, contro due incrociatori (« Kenia » e « Cairo »), posamine veloce (il « Manxmann »), tredici caccia (« Bedouin », « Hasty », « Mtchless », « Marne », « Jthuel », « Patrige », « Blankney », « ton », « Badsworth », « Grove » e « Aredale ») da parte inglese. Nella foto in alto I due incrociatori italiani, scortati dai caccia avanzano verso nemico. In basso sono le ore 5,38. L'« Eugenio di Savoia », che batte l'insegna dell' ammiraglio Da Zara, apre il fuoco con le sue torri poppiere.


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