2a Guerra Mondiale 1942-10


La battaglia del mar dei coralli


Inno  Afghanistan 



7 maggio 1942. Battaglia del Mar dei Coralli. I giapponesi, vittoriosi in tutto il Pacifico, decidono di estendere la loro espansione militare verso il Mar dei Coralli. Nelle settimane precedenti hanno effettuato sbarchi a Timor, nella parte nord della Nuova Guinea, nelle Salomone. Ora organizzano un'altra serie di sbarchi, di cui il principale a Port Moresby, nella parte meridionale della nuova Guinea. Per l'impresa prendono il mare da Truk cinque navi trasporto cariche di truppe e accompagnate da navi ausiliarie. Una parte del contingente doveva occupare l'isola di Florida e il porto di Tulagi nelle Salomone. L'altra doveva sbarcare a Port Moresby. La scorta era composta da una portaerei da 12 mila tonn. (la « Shoho »), da quattro incrociatori pesanti, due leggeri, sette caccia e sei sommergibili. Contemporaneamente entrava nel Mar dei Coralli, da un'altra direzione, una squadra composta dalle portaerei « Zukako » e « Shokaku », tre incrociatori e sei caccia. Tulagi venne occupata senza colpo ferire ma, alla notizia dello sbarco, una squadra navale americana che incrociava a nord della Nuova Caledonia si mise in azione per tentare di neutralizzare la mossa nipponica. La squadra, composta da due portaerei, sette incrociatori pesanti, due leggeri, e da quattordici caccia, riuscì a scoprire il nemico presso l'isola di Misma. I velivoli da combattimento delle portaerei « Lexington » e « Yorktown » furono subito lanciati all'attacco ed ebbero il primo importante successo della guerra contro navi giapponesi: la portaerei « Shoho », colpita da tredici bombe e sette siluri colò a picco nel giro di un quarto d'ora. Nella foto in alto gli apparecchi americani, levatisi dalle portaerei, si avviano verso il nemico. In basso l'affondamento della « Shoho » in un disegno americano. 


La reazione nipponica all'attacco americano fu prontissima. Aerei della « Zuikako » e della « Shokaku » affondarono il caccia « Sims » e la petroliera « Neosho ». Poi, la mattina dell'otto maggio, avvenne lo scontro principale. La portaerei « Shokaku » fu danneggiata gravemente, ma il colpo venne restituito dagli aerei giapponesi che colpirono ambedue le portaerei americane. Anzi la « Lexington » fu così gravemente danneggiata che, durante un tentativo di rimorchio, una serie di esplosioni interne, causate dalla fuoriuscita del gasolio dai serbatoi, costrinse l'equipaggio all'abbandono della nave. Ad un cacciatorpediniere americano fu quindi dato il triste incarico di affondare il relitto in fiamme con un siluro. La battaglia finì con questa impresa nipponica, in quanto il comando giapponese, pur disponendo di una nave portaerei intatta (al contrario degli americani che non potevano più contare su nessuna protezione aerea), ritenne opportuno ripiegare sulle basi di partenza, rinunciando all'occupazione di Port Moresby. Aveva inciso sulla decisione nipponica anche il grave bilancio delle perdite in aerei e piloti. Gli incrociatori tentarono di inseguire gli americani in ritirata ma non ebbero successo. Lo scontro si chiuse senza un netto vincitore. Infatti, se gli americani avevano subito le maggiori perdite di naviglio, i giapponesi avevano dovuto rinunciare a svolgere un'operazione di sbarco di grande importanza ed aveva perduto 80 apparecchi contro i 66 americani. Nella foto in alto piloti nipponici avvistano la formazione navale americana nel Mar dei Coralli. Nella foto in basso la « Lexington », immobilizzata da tre siluri e due bombe, sta per affondare. E' visibile l'equipaggio che si getta in mare ed un caccia che ha accostato la portaerei per imbarcare i feriti.


Propaganda di guerra USA: Lo zio "Sam" visto dai nipoti.

La battaglia
per Charkov



Quando nell'aprile 1942 il fronte russo si risvegliò dal letargo invernale i tedeschi, che nonostante le offensive sovietiche dell'inverno avevano sostanzialmente mantenuto le loro posizioni, specialmente nel sud, poterono riprendere la loro avanzata quasi dal punto in cui l'avevano interrotta cinque mesi prima. La cartina mostra la zona dí Charkov dove ebbero luogo in primavera le più importanti operazioni di guerra e le direttrici dell'offensiva sovietica del 12 maggio 1942, brillantemente contenuta e stroncata dalle truppe dell'Asse.

LA BATTAGLIA PER CHARKOV

Sul fronte orientale, durante i terribili mesi dell'inverno 1941-42, l'iniziativa delle operazioni militari passò ai sovietici. I tedeschi, dopo il fallimento dell'offensiva contro Mosca, avevano dovuto mettersi sulla difensiva, esauriti dal lungo sforzo, incapaci di continuare, sul terreno gelato, battuto da tempeste di neve, I raids dei loro carri armati. I sovietici, invece, con l'afflusso dei reggimenti siberiani e di nuovi mezzi bellici delle officine degli Urali, avevano visto notevolmente aumentare il loro potenziale bellico. Per il comando russo, quindi, i mesi invernali e la relativa stasi che segui le grandibattaglie d'autunno non furono soltanto un'occasione per riordinare le file dell'esercito ma anche per migliorare la loro posizione strategica. Già il 26 dicembre, sulla spinta iniziale partita dai sobborghi di Mosca, i sovietici avevano conquistato Kaluga, battendo i carri armati del generale Guderian. Quindici giorni dopo le truppe del maresciallo Zukov erano a oltre cento chilometri dalla capitale. Il 25 gennaio, mettevano in crisi il settore centrale del fronte germanico, costringendo i tedeschi a ripiegamenti penosi, con gravi perdite in uomini e materiale. Per certi aspetti ancora più seria fu laminaccia sovietica sul fronte meridionale dove, come abbiamo visto, il nostro CSIR fu duramente impegnato durante la battaglia di Natale e dove, fra il febbraio e l'aprile si combattè la battaglia di Isjum che mise in pericolo l'intero schieramento tedesco-italiano e romeno. Su questo fronte, che nel 1942 dovrà assumere un'importanza vitale per le sorti della guerra, si sviluppò anche il 12 maggio, a disgelo avvenuto,  la grande offensiva di Timoscenko verso Charkov. Si capì subito che non era una delle tante manovre locali frequentemente operate dai russi per tenere in movimento il gigantesco fronte di guerra e per logorare le difese tedesche. Timoscenko, infatti, disponeva di mezzi imponenti, tali da far pensare ad uno sforzo al quale il comando di Mosca attribuiva vitale importanza agli effetti strategici : dieci divisioni motorizzate, venti divisioni di fanteria e sette divisioni blindate. Queste ultime, poi, mettevano in campo per la prima volta il nuovo carro da 43 T. contro la massa di manovra sovietica i tedeschi schieravano forze numericamente inferiori tre divisioni blindate a effettivi ridotti, sette divisioni motorizzate e diciotto divisioni di fanteria. Ma fortunatamente, dietro a queste truppe, erano state ammassate imponenti riserve che, intervenendo al momento opportuno, ristabilirono la situazione e trasformarono in un trionfo strepitoso una battaglia che era cominciata assai male per i tedeschi. L'offensiva di Timoscenko durò cinque giorni. Ma furono cinque giorni d'inferno che misero a dura prova i nervi dei comandanti tedeschi.  Essi infatti dovettero fronteggiare un vero e proprio uragano di fuoco e si trovarono ben presto a malpartito. Il piano di Timoscenko, almeno nella fase iniziale, era molto semplice. Egli prevedeva l'investimento frontale di Charkov e, sulle ali, una rapida penetrazione lungo la ferrovia di Simferopoli e di Poltava. Il fulcro dell'intero sistema difensivo tedesco in Ucraina sarebbe così crollato, aprendo la strada a brillanti prospettive di accerchiamento da nord ovest e da sud ovest. La prima parte del piano fu puntualmente realizzata, malgrado la strenua resistenza germanica. L'attacco frontale raggiunse infatti, all'alba del quinto giorno d'offensiva, i sobborghi di Charkov. Non accadde però altrettanto per le masse corazzate destinate ad attaccare alle due estremità del fronte. Infatti l'afflusso dei rinforzi riuscì a bloccare le divisioni corazzate del generale Koniev che, rese imprudenti dai successi iniziali, s'erano spinte verso Poltava. Fu un disastro di imponenti proporzioni. Nella zona di Karlovka, dove i tedeschi avevano schierato, come per un'immensa trappola, un numero impressionante di cannoni anticarro da « 88 », Koniev perse, in poche ore, la metà dei suoi mezzi blindati. La situazione, da quel momento, andò precipitando, per gli attaccanti. Il generale sovietico, invece di ordinare la ritirata e di sfuggire all'accerchiamento che i tedeschi gli stavano preparando, fece una diversione su Merefa e si trovò imbottigliato. L'offensiva era finita e cominciava una battaglia di annientamento, simile a quella della estate precedente. Chiusi in una gigantesca sacca, i sovietici vi perdettero un numero imponente di prigionieri e pressochè tutto il loro materiale. Ed era, come abbiamo detto, quanto di meglio aveva in quel momento l'Armata Rossa. Ma qui, per spiegare i motivi dell'offensiva primaverile sovietica bisogna iniziare un altro discorso e andare ben più in alto dì Timoscenko. I capi russi, che attraverso una fittissima rete di informatori e di nuclei partigiani erano discretamente informati di quanto accadeva nelle retrovie tedesche e che disponevano di abili agenti a Berlino, avevano saputo che imponenti riserve erano state ammassate, nelle prime settimane di primavera, dietro il fronte meridionale. Non poteva trattarsi che della preparazione di una offensiva. Quale sarebbe stata la sua direttrice? A questa domanda, se è vero quanto racconta il maresciallo Timoscenko, rispose un documento cifrato trovato sul cadavere di un ufficiale tedesco a Kerch e interpretato dai servizi di informazione sovietici: l'offensiva avrebbe avuto come direttrice Stalingrado e poi Saratov, Sysran, ecc., fino a tagliare in due il fronte sovietico, isolando le regioni centrali e settentrionali da quelle meridionali. Data fissata, il 10 luglio. A questa poco allettante prospettiva Timoscenko pensò di opporsi, appunto, con la sua puntata verso Charkov. I tedeschi, secondo lui, dovevano essere battuti prima ancora di muoversi. Le truppe da loro ammassate nelle retrovie, si sarebbero così logorate nella difensiva e, forse, sarebbe stato anche possibile distruggere  i loro depositi. Nella peggiore delle ipotesi, lo scompiglio arrecato da una tempestiva azione offensiva avrebbe ritardato il pericolosissimo attacco su Stalingrado, consentendo ai sovietici di completare e potenziare i loro dispositivi dì difesa. Ottenne questo risultato, la sfortunata operazione di Timoscenko e di Koniev? I sovietici dicono di sì, facendo rilevare che l'attacco tedesco verso il Don ebbe inizio un mese dopo la data precedentemente fissata e che a questo ritardo è dovuto, in parte, il miracolo di Stalingrado.  In sede di critica storica, però, la disgraziata offensiva sovietica di Charkov va considerata in tutto e per tutto un clamoroso insuccesso. Sta a dimostrarlo il fatto che le perdite dei russi furono tre o quattro volte superiori a quelle dei tedeschi. Infatti se nella fornace di Charkov la Wermacht si indebolì, i sovietici vi persero una intera armata!


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