2a Guerra Mondiale 1942-1


Inno Costa Avorio 


L'assedio a Leningrado



Durante il terribile inverno del 1941.42 l'epicentro della lotta, sul fronte orientale, fu nel settore di Mosca, ove si combattè la grande battaglia che
avrebbe dovuto decidere delle sorti non soltanto della capitale sovietica ma dell'intera Russia. Avvenimenti non meno importanti, tuttavia, si registrarono sul fronte settentrionale, da Leningrado alla Penisola dei Pescatori, ove nemmeno il freddo polare riuscì a interrompere il ritmo dei combattimenti. Particolare importanza, sia strategica che psicologica, ebbe la lotta intorno alla città fondata da Pietro il Grande sulle rive della Neva e ribattezzata col nome del capo rivoluzionario bolscevico: Leningrado. Assediata fin dall'ottobre e poi virtualmente tagliata fuori da ogni contatto col resto della Russia, Leningrado fu teatro di furibondi combattimenti e di grandissimi disagi sia per gli assediati russi, sia per gli assedianti tedeschi. Non meno drammatico fu lo sviluppo degli avvenimenti sul fronte finnico, dove i soldati di Mannerheim tentarono reiteratamente il gran colpo contro i loro aggressori del 1939.40, rinnovando i prodigi di valore con i quali s'erano già conquistata l'ammirazione del mondo. E' da ricordare, infine, l'azione delle truppe alpine tedesche all'estremo nord, ove tentarono di raggiungere il porto di Murmansk e l'occupazione della Penisola di Cola, onde tagliare ai russi la via dei rifornimenti anglo-americani. Nella cartina, le due frecce in alto indicano le rotte dei convogli artici che facevano capo ai porti di Murmansk e di Arcangelo. La freccia al centro indica lo sfollamento delle grandi industrie di guerra sovietiche dal minacciato settore centrale verso le sicure e lontane vallate degli Urali: operazione gigantesca, decisa dai capi russi nel momento più drammatico della guerra e organizzata da Malenkov, futuro successore di Stalin.


Una veduta di Leningrado com'è oggi. Su questa grande piazza, intitolata alla Rivoluzione d'Ottobre, caddero, come sul resto della citta, le cannonate tedesche; durante i mesi terribili dell'assedio, che ridussero la città sull'orlo della disperazione e della fame. La resistenza di Leningrado fu affidata da Stalin al maresciallo Voroscilov per la parte militare, a Zhdanov, teorico marxista, per la parte politica.

 

L'ASSEDIO DI LENINGRADO

Le tre grandi offensive autunnali tedesche contro Leningrado s'erano esaurite, alla fine di ottobre, senza che arrivasse a Berlino l'attesa notizia della capitolazione della città. La Wermacht, che pure si era spinta fino alla periferia della vecchia capitale zarista, non era riuscita a conquistarla d'assalto. La serrava da presso, la martellava con i suoi cannoni, l'affamava, ma non l'aveva in pugno. E anche i finnici, che avevano attaccato da nord, dopo aver riconquistato di slancio le posizioni careliane così tenacemente difese due anni prima, s'erano arrestati in vista della città nemica. Questa brusca sosta dinnanzi a Leningrado la storiografia sovietica ha voluto attribuirla esclusivamente al genio militare di Voroscilov e di Zhdanov (e, fino a ieri, di Stalin), nonché alle virtù eroiche dell'esercito rosso e della popolazione mobilitata dal partito. In realtà gli avvenimenti trovano una spiegazione diversa. I tedeschi e i finnici, che erano stati all'offensiva ininterrottamente per tre mesi, ottenendo grandi vittorie su tutti i fronti, s'erano presentati di fronte a Leningrado già esauriti dal lungo sforzo. E, proprio nel momento conclusivo, s'erano venuti a trovare su un terreno quanto mai favorevole ai difensori sovietici. La zone, di Leningrado, che sulle carte geografiche appare piatta e facile, è intersecata da una fittissima rete di canali e di fiumi. E' cioè inadatta ad azioni in grande stile, specialmente di mezzi corazzati e motorizzati che non trovano lo spazio per spiegarsi e la possibilità di manovrare secondo la tattica preferita delle azioni in profondità e delle fulminee mosse aggiranti. Stando così le cose, tedeschi e finnici, di fronte a Stalingrado, non avevano che due possibilità: attaccare a fondo, frontalmente, rovesciando sul nemico tutti gli uomini e tutti i mezzi disponibili, combattendo canale per canale, strada per strada, casa per casa, fino all'espugnazione dell'ultimo caposaldo sovietico; oppure completare l'accerchiamento della città il più vicino possibile al nucleo urbano, e poi rafforzarsi sulle linee raggiunte in modo da rendere impossibile ogni ritorno offensivo del nemico. Scegliendo la prima possibilità, i comandi tedeschi sapevano benissimo di dover affrontare non soltanto dei grossissimi rischi ma anche di dover mettere nel conto perdite elevatissime, specialmente nei combattimenti di strada ove, lottando allo scoperto e senza un efficace appoggio dell'artiglieria, dell'aviazione e dei carri armati, si sarebbero trovati di fronte ad una serie interminabile di vie trasformate in trincee, di case trasformate in fortilizi. Decidendo di assediare la città, invece, i germani speravano di poterla logorare poco a poco, con i bombardamenti, con attacchi locali, con continue azioni di pattuglie. Essi, poi, confidavano so/prattutto su una grande alleata: la fame. La città, che aveva aumentato di oltre un terzo la sua popolazione per l'afflusso di profughi, che doveva mantenere un esercito di quasi mezzo milione di uomini e che non poteva più ricevere gli indispensabili rifornimenti, non avrebbe potuto resistere indefinitamente. Ben presto il blocco l'avrebbe ridotta alla fame, le munizioni si sarebbero esaurite, lo spirito combattivo dei difensori si sarebbe affievolito. Leningrado, così, avrebbe dovuto chiedere la resa. « Leningrado alzerà le braccia senza che glielo si ordini. Presto o tardi cadrà. Nessuno la libererà. Nessuno potrà sfondare le linee che abbiamo costruito. Leningrado è condannata a morire di fame ». Così aveva detto Hitler e i suoi piani erano tutt'altro che infondati. Come si salvò Leningrado? Molti fattori cooperarono a rendere possibile la sua tenace resistenza: i cannoni della squadra del Baltico, ancorata a Kronstadt che battevano le linee tedesche e finniche dal loro sicuro ancoraggio, sfidando il martellamento della Luftwaffe; la mobilitazione totale degli operai delle fabbriche che costituirono il nerbo della difesa; la disciplina della popolazione, il suo spirito di adattamento e di sopportazione; la mano di ferro di Zhdanov e di Voroscilov ; la preveggenza del comando sovietico che aveva ammassato nella città imponenti scorte di viveri, di armi e di munizioni. Tuttavia il più grande amico della città assediata fu l'inverno. Non è un controsenso. L'inverno, col suo clima glaciale provocò infiniti, gravissimi disagi alla popolazione, che era rimasta senza combustibili, senza viveri, senza energia elettrica, miete vittime a migliaia, sul fronte e dietro il fronte, ma rese anche possibile la costruzione della famosa strada sul Ladoga. I finlandesi, nella loro spinta verso Leningrado, avevano raggiunto la sponda settentrionale del grande lago. I tedeschi avevano raggiunto quella meridionale. La città, quindi, era serrata da ogni lato e solo attraverso il lago avrebbe potuto ricevere rifornimenti e aiuti. Però, durante la buona stagione, la via non era praticabile: mancavano barche, chiatte, lance armate. E poi, questi convogli, per la loro lentezza, sarebbero stati facilmente distrutti dal nemico. Ben diversa, invece, la situazione d'inverno. Sul lago ghiacciato, era infatti possibile convogliare rapide colonne motorizzate, per portare in città quanto occorreva. Zhdanov fece quindi costruire, da migliaia di operai, una strada attraverso il Ladoga e, grazie a questo cordone ombellicale, Leningrado non solo ricevette i viveri e le munizioni indispensabili alla vita e alla resistenza, ma poté addirittura aumentare il suo potenziale bellico. Così, per non essere riusciti a conquistare la sponda orientale del Ladoga, per non aver potuto completare l'accerchiamento di Leningrado, i tedeschi videro fallire il loro piano, basato sullo strangolamento della città, sul suo affamamento, sul suo esaurimento. Anzi, invece di declinare progressivamente, la forza degli assediati crebbe col tempo. Ben se ne accorsero le truppe germaniche, nel corso delle frequenti azioni locali di logoramento, quando si trovarono di fronte ad una resistenza sempre più accanita. L'assedio di Leningrado, così, si prolungò nel tempo. Diventò anzi il più lungo assedio della storia militare moderna. Esempio unico di una grande città che riuscì a vincere un esercito e a sopravvivere alla più dura delle prove. Ben si comprende, però, il perché di tanto accanimento, sia dall'una che dall'altra parte. Per i sovietici Leningrado rappresentava non soltanto la seconda città della Russia, un grande centro industriale, un punto strategico di importanza capitale, ma anche la città della rivoluzione. Per il partito comunista, quindi, era come difendere un luogo sacro. E i tedeschi, per parte loro, non avevano, nell'attaccare Leningrado, minori motivi ideologici : per Hitler, impegnato nella sua grande crociata antibolscevica, il comunismo avrebbe dovuto finire dove era nato: a Leningrado. E così, dal settembre 1941 al gennaio 1944, intorno alla città nata dal sogno dello zar Pietro il Grande (da, esso il nome originario di Pietroburgo) la parola rimase al cannone. Cannone che cessò di tuonare solo quando i tedeschi furono obbligati dallo sfavorevole corso degli eventi bellici ad abbandonare la partita.


Nella cartina è illustrata la situazione del fronte davanti a Leningrado. Le truppe tedesche e finlandesi avevano raggiunto le sponde del lago Ladoga, impedendo così il rifornimento della città assediata. Durante l'inverno, gelatesi completamente le acque del Ladoga e del Mar Baltico, Zhdanov aveva fatto costruire una strada sul ghiaccio per la quale passarono i preziosi rifornimenti alla città. Sulle acque gelate si accesero quindi furibondi combattimenti tra i « Sissit », i veloci sciatori finlandesi che tentavano di attaccare le autocolonne sovietiche e le navi russe imprigionate dai ghiacci a Kronstadt e le pattuglie sovietiche sguinzagliate ovunque sulle acque gelate.

Da sinistra a destra: 1) Voroscilov, il comandante militare di Leningrado durante il terribile assedio tedesco. Da Mosca gli era giunto l'ordine di resistere ad ogni costo e di non chiedere in nessun caso la resa. 2) Il generale Dietl, comandante degli alpini bavaresi che combattevano in Finlandia sul fronte di Petsamo. 3) Il generale Mufioz Grande, comandante della « Divisione Azzurra » spagnola. 4) Il generale Udet, comandante dell'aviazione sul fronte orientale caduto in un incidente di volo. Udet era il miglior teorico moderno dell'aviazione ed era noto in tutto il mondo per i suoi studi sul contributo dell'arma aerea nella guerra lampo.


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