| L'ASSEDIO DI LENINGRADO
Le tre grandi offensive autunnali tedesche contro Leningrado s'erano esaurite, alla fine di
ottobre, senza che arrivasse a Berlino l'attesa notizia della capitolazione della città. La
Wermacht, che pure si era spinta fino alla periferia della vecchia capitale zarista, non era
riuscita a conquistarla d'assalto. La serrava da presso, la martellava con i suoi cannoni, l'affamava,
ma non l'aveva in pugno. E anche i finnici, che avevano attaccato da nord, dopo aver
riconquistato di slancio le posizioni careliane così tenacemente difese due anni prima, s'erano arrestati
in vista della città nemica. Questa brusca sosta dinnanzi a Leningrado la
storiografia sovietica ha voluto attribuirla esclusivamente al genio militare di Voroscilov e di
Zhdanov (e, fino a ieri, di Stalin), nonché alle virtù eroiche dell'esercito rosso e della popolazione
mobilitata dal partito. In realtà gli avvenimenti trovano una spiegazione diversa. I tedeschi e i
finnici, che erano stati all'offensiva ininterrottamente per tre mesi, ottenendo grandi vittorie su
tutti i fronti, s'erano presentati di fronte a Leningrado già esauriti dal lungo sforzo. E, proprio
nel momento conclusivo, s'erano venuti a trovare su un terreno quanto mai favorevole ai difensori
sovietici. La zone, di Leningrado, che sulle carte geografiche appare piatta e facile, è intersecata
da una fittissima rete di canali e di fiumi. E' cioè inadatta ad azioni in grande stile, specialmente
di mezzi corazzati e motorizzati che non trovano lo spazio per spiegarsi e la possibilità di
manovrare secondo la tattica preferita delle azioni in profondità e delle fulminee mosse aggiranti.
Stando così le cose, tedeschi e finnici, di fronte a Stalingrado, non avevano che due
possibilità: attaccare a fondo, frontalmente, rovesciando sul nemico tutti gli uomini e tutti i mezzi
disponibili, combattendo canale per canale, strada per strada, casa per casa, fino all'espugnazione
dell'ultimo caposaldo sovietico; oppure completare l'accerchiamento della città il più vicino
possibile al nucleo urbano, e poi rafforzarsi sulle linee raggiunte in modo da rendere impossibile ogni
ritorno offensivo del nemico. Scegliendo la prima possibilità, i comandi tedeschi sapevano
benissimo di dover affrontare non soltanto dei grossissimi rischi ma anche di dover mettere nel conto
perdite elevatissime, specialmente nei combattimenti di strada ove, lottando allo scoperto e
senza un efficace appoggio dell'artiglieria, dell'aviazione e dei carri armati, si sarebbero trovati di
fronte ad una serie interminabile di vie trasformate in trincee, di case trasformate in fortilizi.
Decidendo di assediare la città, invece, i germani speravano di poterla logorare poco a poco, con
i bombardamenti, con attacchi locali, con continue azioni di pattuglie. Essi, poi, confidavano
so/prattutto su una grande alleata: la fame. La città, che aveva aumentato di oltre un terzo la sua
popolazione per l'afflusso di profughi, che doveva mantenere un esercito di quasi mezzo milione di
uomini e che non poteva più ricevere gli indispensabili rifornimenti, non avrebbe potuto resistere
indefinitamente. Ben presto il blocco l'avrebbe ridotta alla fame, le munizioni si sarebbero
esaurite, lo spirito combattivo dei difensori si sarebbe affievolito. Leningrado, così, avrebbe dovuto
chiedere la resa. « Leningrado alzerà le braccia senza che glielo si ordini. Presto o tardi cadrà. Nessuno
la libererà. Nessuno potrà sfondare le linee che abbiamo costruito. Leningrado è condannata a
morire di fame ». Così aveva detto Hitler e i suoi piani erano tutt'altro che infondati.
Come si salvò Leningrado? Molti fattori cooperarono a rendere possibile la sua tenace
resistenza: i cannoni della squadra del Baltico, ancorata a Kronstadt che battevano le linee tedesche e finniche dal loro sicuro ancoraggio, sfidando il
martellamento della Luftwaffe; la mobilitazione totale degli operai delle fabbriche che
costituirono il nerbo della difesa; la disciplina della popolazione, il suo spirito di adattamento e di
sopportazione; la mano di ferro di Zhdanov e di Voroscilov ; la preveggenza del comando sovietico che
aveva ammassato nella città imponenti scorte di viveri, di armi e di munizioni. Tuttavia il più
grande amico della città assediata fu l'inverno. Non è un controsenso. L'inverno, col suo clima
glaciale provocò infiniti, gravissimi disagi alla popolazione, che era rimasta senza combustibili, senza
viveri, senza energia elettrica, miete vittime a migliaia, sul fronte e dietro il fronte, ma rese
anche possibile la costruzione della famosa strada sul Ladoga. I finlandesi, nella loro spinta verso
Leningrado, avevano raggiunto la sponda settentrionale del grande lago. I tedeschi avevano
raggiunto quella meridionale. La città, quindi, era serrata da ogni lato e solo attraverso il lago
avrebbe potuto ricevere rifornimenti e aiuti. Però, durante la buona stagione, la via non era
praticabile: mancavano barche, chiatte, lance armate. E poi, questi convogli, per la loro lentezza,
sarebbero stati facilmente distrutti dal nemico. Ben diversa, invece, la situazione d'inverno. Sul
lago ghiacciato, era infatti possibile convogliare rapide colonne motorizzate, per portare in città
quanto occorreva. Zhdanov fece quindi costruire, da migliaia di operai, una strada attraverso il
Ladoga e, grazie a questo cordone ombellicale, Leningrado non solo ricevette i viveri e le
munizioni indispensabili alla vita e alla resistenza, ma poté addirittura aumentare il suo potenziale bellico.
Così, per non essere riusciti a conquistare la sponda orientale del Ladoga, per non aver
potuto completare l'accerchiamento di Leningrado, i tedeschi videro fallire il loro piano, basato sullo
strangolamento della città, sul suo affamamento, sul suo esaurimento. Anzi, invece di declinare
progressivamente, la forza degli assediati crebbe col tempo. Ben se ne accorsero le truppe
germaniche, nel corso delle frequenti azioni locali di logoramento, quando si trovarono di fronte ad
una resistenza sempre più accanita. L'assedio di Leningrado, così, si prolungò nel
tempo. Diventò anzi il più lungo assedio della storia militare moderna. Esempio unico di una grande
città che riuscì a vincere un esercito e a sopravvivere alla più dura delle prove.
Ben si comprende, però, il perché di tanto accanimento, sia dall'una che dall'altra parte. Per i
sovietici Leningrado rappresentava non soltanto la seconda città della Russia, un grande
centro industriale, un punto strategico di importanza capitale, ma anche la città della rivoluzione. Per il
partito comunista, quindi, era come difendere un luogo sacro. E i tedeschi, per parte loro, non
avevano, nell'attaccare Leningrado, minori motivi ideologici : per Hitler, impegnato nella sua
grande crociata antibolscevica, il comunismo avrebbe dovuto finire dove era nato: a Leningrado.
E così, dal settembre 1941 al gennaio 1944, intorno alla città nata dal sogno dello zar Pietro il
Grande (da, esso il nome originario di Pietroburgo) la parola rimase al cannone. Cannone che
cessò di tuonare solo quando i tedeschi furono obbligati dallo sfavorevole corso degli eventi
bellici ad abbandonare la partita.
|