2a Guerra Mondiale 1941-9/B


Fine del "posto al sole"


Inno Honduras 



17 Maggio 1941. Resa dell'Amba Alagi. Dando l'ordine di abbandonare la capitale senza combattere per evitare il massacro della popolazione civile, il Vicerè d'Etiopia aveva dato alle sue truppe l'ordine di proseguire la lotta nei ridotti dell'Amba Alagi, del Galla Sidamo e dell'Amara, dove, secondo un suo ordine del giorno, si sarebbe combattuto il più a lungo possibile per l'onore della bandiera. Pertanto nella zona fra Dessiè e l'Amba Alagi si raccolsero le truppe che, dopo una tenace resistenza, avevano dovuto ritirarsi da Agordat, Cheren e Asmara, nonchè quelle rifluite da Addis Abeba. Abbandonata Dessiè per la forte pressione nemica, la difesa si ridusse alla storica Amba, ove gli sfiniti reparti nazionali e indigeni, privi di rifornimenti, quasi senza cannoni, con scarsissime vettovaglie, resistettero fino al maggio 1941. Fu questa una pagina di autentica gloria, che suscitò l'ammirazione di tutto il mondo. Assaliti da forze infinitamente superiori per numero e per mezzi, attanagliati dal morso della fame e della sete, i difensori dell'Amba Alagi lottarono per una battaglia che era perduta in partenza, ma che aveva ugualmente una posta altissima, l'onore della bandiera. E solo quando ogni umana resistenza apparve inutile, solo quando le munizioni furono alla fine, e solo dietro ordine da Roma accettò quella resa che il nemico aveva più volte richiesto e che il Duca aveva sempre rifiutata. Il Generale Volpini, latore delle proposte italiane, fu vilmente assassinato da una banda abissina mentre si recava al comando britannico. Un mese, era durata quella resistenza disperata. E i nostri soldati s'erano guadagnati, con l'eroismo, col sangue, con la sofferenza, l'ultimo omaggio che il nemico tributò loro, l'onore delle armi. In alto il Duca D'Aosta, sceso dalla montagna insanguinata, passa in rassegna il picchetto armato britannico prirma di avviarsi alla prigionia di Nairobi. In basso con uno schieramento perfetto, come ad una parata, i soldati che per un mese hanno combattuto in condizioni disperate, perdendo oltre il 40 per cento degli effettivi, sfilano di fronte al nemico irrigidito nel presentat'armi.

Fedeltà oltre la vita




Le nostre truppe coloniali, sia della Somalia che dell'Eritrea, combatterono a lungo con assoluta fedeltà e dedizione, dimostrando che l'Italia, nella sua attività di colonizzazione, aveva saputo guadagnarsi il cuore delle popolazioni indigene. Numerosi soldati e graduati indigeni furono decorati al valor militare e due di essi ebbero la medaglia d'oro, fatto senza precedenti nella nostra storia militare. Verso la fine della campagna vi furono tuttavia alcune defezioni di truppe indigene, provocate dai crescenti disagi, dalla propaganda britannica e soprattutto dai fatto che la ritirata aveva distaccato i nostri ascari dalle loro famiglie. Lo defezioni furono più numerose fra le truppe e le bande reclutate nei nuovi territori dell'Impero. Quelle degli eritrei e dei somali furono trascurabili.

Tra le più eroiche figure dell'Africa Orientale si stagliano quelle di due uomini delle truppe indigene. A sinistra il Muntaz Unatù Entisciau che preso prigioniero riuscì a fuggire e, raggiunte le nostre linee, attraversava un campo minato per portare ai nostri ufficiali notizie sulle forze nemiche. Straziato dall'esplosione degli ordigni incoraggiò alla resistenza i soldati indigeni che lo avevano raccolto e mori inneggiando ripetutamente all'Italia. A destra il Buluk Basci Faruk imbarcato sul CT Manin che dopo l'affondamento dell'unità, salvatosi su un'imbarcazione stracarica, rimase appeso al bordo insieme ai più forti per non compromettere l'equilibrio del battello. Dopo essere stato d'esempio per virilità e forza d'animo ai naufraghi nazionali ed indigeni, venutegli meno le forze, ringraziava il Suo comandante e dopo averlo salutato, si lasciava andare nelle onde del Mar Rosso. Questi due Eroi furono decorati di Medaglia d'Oro alla Memoria con uno speciale decreto di S. M. Vittorio Emanuele III. (Da un disegno del pittore Milo Corso Malverna sulla base delle descrizioni dei due eroi fatte dai compagni d'armi sopravvissuti),


2 Giugno 1941. Hitler e Mussolini si incontrarono al Brennero dove Hitler, dopo gli accenni del gennaio, informò Mussolini delle serie e prossime possibilità di incidenti con l'Unione Sovietica. Il Duce in questa occasione offri la collaborazione alla futura campagna di un corpo di spedizione italiano al fine di poter arginare, nelle trattative di pace, pericolose pretese tedesche nei Balcani. Tale collaborazione fu accettata da Hitler il 30 giugno.

Con la caduta dell'Amba Alagi la resistenza nell'Impero non si esaurì. Continuavano infatti a combattere i valorosi reparti del Generale Gazzera nel Galla e Sidamo e quelli dell'Amara, comandanti dal gen. Nasi. La resistenza dei primi, in condizioni difficilissime, in una zona infestata dai ribelli e dai briganti, durò fino all'estate. Gimma, ove si erano rifugiati numerosi civili, cadde il 10 luglio. Più a lungo durò la resistenza delle truppe di Nasi le quali, intorno a Gondar tennero bravamente testa agli incessanti attacchi avversari. La resistenza in questo estremo ridotto italiano in Africa Orientale durò fino al 27 novembre, dopo la caduta di Uolchefit (28 settembre) e di Culquaber (21 novembre) che per mesi e mesi erano state le posizioni chiave di Gondar. La difesa 51 Uolchefit e' di Culquaber va annoverata fra le più belle pagine della nostra storia militare. Al col. Gonella comandante del presidio di Uolkefit (visibile nella .foto a sinistra, dietro al portabandiera, mentre sfila dinnanzi agli inglesi che gli avevano concesso l'onore delle armi) il comandante britannico aveva scritto, la bravura, l'eroismo della resistenza opposta dai vostri ufficiali e dai vostri uomini di fronte al fuoco di artiglieria è oggetto dell'ammirazione dell'Armata inglese e per me almeno sarà un onore incontrarvi quando questa guerra sarà finita. Non meno eroico fu il presidio di Culqualber, comandato dal col. Ugolini (nella foto a destra) ove un battaglione di carabinieri, rimasto senza munizioni, si sacrificò gettandosi contro il nemico all'arma bianca. 


L'Italia in guerra: ferro e benedizioni

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