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2a Guerra Mondiale 1941-8/B |
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Eroismo Italiano |
Inno Honduras |
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| Abbiamo già accennato alle tragiche condizioni della nostra aviazione dell'Impero, costretta a combattere con un avversario infinitamente superiore. Eppure,
malgrado lo stato di inferiorità in cui si trovavano (e che andò aggravandosi man mano che gli abbattimenti, i guasti, il logorio del materiale mettevano
fuori combattimento i nostri pochi aerei), i piloti italiani seppero farsi onore. Leggendario divenne ben presto in tutto l'Impero, anche fra l'avversario, il nome
di Mario Visintini. Il pilota istriano, fratello del ten. di vascello Licio Visintini che trovò morte gloriosa con il gruppo
Orsa Maggiore in un incursione nel porto di Gibilterra, abbattè 37 apparecchi britannici, prima di scomparire in fiamme dopo un'ennesima missione di guerra. |
![]() Particolare menzione meritano, nella campagna in Africa Orientale, le truppe del Genio, che contribuirono con grande abnegazione a rallentare la marcia delle truppe nemiche, e l'artiglieria contraerea che con i suoi scarsi pezzi contrastò sempre le azioni dei bombardieri avversari. Nelle foto una batteria autotrasportata pronta ad entrare in azione contro formazioni nemiche nel settore centrale del fronte. |
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| Alcuni eroi dell'Impero. Da sinistra a
destra Il Primo Segretario di governo Gian Carlo Bitossi che prese parte come volontario alle operazioni militari in
A.O.I. Congedato a richiesta del Viceré, represse efficacemente il brigantaggio nella zona di Lasta Uagh che gli era stata affidata. Impegnato da forze avversarie che cercavano di raggiungere l'Amba Alagi, rifiutava la resa con l'onore delle armi e cadeva in faccia al nemico, con il suo manipolo di Eroi, sparando
l'ultimo colpo del suo mitragliatore. Alla Sua Memoria fu concessa la Medaglia d'Oro al V.M.
Il ten. Roccella, M.d'O. cadde sull'Amba Alagi. Aveva difeso la sua batteria prima sparando a zero e poi con le bombe a mano e con la baionetta.
Il sottotenente Archimede Carlo Martini, M. d'Oro, cadde nei pressi di Addis
Abeba per difendere con un'ultima carica donne e bambini italiani assaliti dalle bande dei predoni abissini.
Il ten. Renato Togni M. d'O, caduto ad Agordat, attaccando con il suo squadrone di cavalleria indigena í carri armati. Togni giunse a ridosso dei mezzi inglesi e, falciato, cadde sul cofano di un carro britannico.
Il gen. Orlando Lorenzini M. d'O., che cadde alla testa delle sue truppe nella difesa di
Cheren. |
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| Ecco in quali condizioni gli italiani combatterono nell'Impero: questi due « carri armati », che recano
i nomi di due capisaldi eroici del Gondarino, sono in realtà dei semplici trattori agricoli armati di mitragliatrici e corazzati con le balestre tratte dai relitti di camions. A simili mezzi di fortuna gli inglesi opponevano una parte delle poderose formazioni corazzate che avevano concluso, proprio in quei giorni, l'offensiva in Africa Settentrionale. I difensori dell'Impero, nella loro lunga e tenace resistenza, avevano molto spesso fatto ricorso alla tecnica dell'arrangiarsi e così una miridiade di piccole officine improvvisate aveva provveduto, con meraviglioso spirito di adattamento, a procurare alle truppe quei mezzi e quei pezzi di ricambio che la Madrepatria non poteva inviare o che giungevano solo di rado attraverso il ponte aereo che rappresentava l'unico collegamento con l'Italia. Anche la popolazione civile si distinse per abnegazione durante la dura campagna. L'ing. Poggi, uno dei tanti eroi senza stellette, produsse quattromila quintali di carburante utilizzando « essenze varie ». |
![]() L'offensiva britannica da sud, scarsamente contrastata dalle truppe di copertura (che avevano ricevuto l'ordine di ripiegare verso Gondar) raggiunse ben presto risultati importanti. Il 26 Febbraio cadeva Mogadiscio, ad appena un mese dall'inizio dell'offensiva. Il 26 Marzo 1941 gli inglesi erano già ad Harrar. Subito dopo si presentavano dinnanzi alla capitale dell'Impero, Addis Abeba. Il nostro comando, per evitare perdite alla popolazione civile (ad Addis Abeba erano affluite anche le famiglie dei coloni italiani sfollati dalle località già occupate) e per impedire eventuali sanguinose sommosse degli indigeni, avviò trattative per cedere agli inglesi la città senza combattimento. Il 6 Aprile 1941 truppe britanniche, dopo che gli italiani si erano ritirati dalla capitale puntando verso l'Amba Alagi, entravano ad Addis Abeba, presidiata soltanto dalla PAI. nella foto l'ultima bandiera che sventolò sulla capitale dell'Impero e che fu gelosamente conservata dai nostri prigionieri. Le firme sono quelle delle donne che la riportarono in Patria. |
La rivincita del Negus
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| Approfittando della sosta nei combattimenti, gli inglesi vollero dare al loro ingresso nella capitale dell'impero italiano d'Africa un tono di solennità, quasi
che l'occupazione di Addis Abeba segnasse la fine della campagna. La loro era una vendetta per l'umiliazione patita all'epoca delle sanzioni, quando la
conquista italiana dell'Abissinia aveva messo in crisi il prestigio britannico in tutta l'Africa Orientale. Uguale rilievo i britannici vollero dare al ritorno del Negus,
il quale aveva assistito a parte delle operazioni militari. In alto a
sinistra un ufficiale britannico entra ad Addis Abeba alla testa di una banda indigena. In
alto a destra un reparto scozzese alla periferia della capitale, preceduto dalle classiche cornamuse. Al
centro il Negus passa in rassegna un reparto di colore britannico al suo ritorno nella capitale perduta nel '36. In
basso terminate le operazioni militari, gli inglesi si diedero a distruggere, in tutta
l'Africa Orientale, i segni dell'occupazione italiana. Primi a scomparire furono i simboli del fascismo, contro i quali i britannici si accanirono con
particolare foga. Ma ben presto, cessato questo sport, facile ma non redditizio, gli inglesi iniziarono la sistematica spoliazione dei territori occupati, annullando in
pochi mesi il lavoro dei colonizzatori italiani. Le tracce della vandalica azione inglese, che provocò le proteste dello stesso Negus, furono particolarmente gravi
in Somalia e in Eritrea, ove interi comprensori dei coloni italiani furono cancellati dalla faccia della terra. |
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