2a Guerra Mondiale 1941-8


La marina nel Mar Rosso


Inno Cile 



Nel mar Rosso, col compito di disturbare il traffico nemico verso Suez, erano stati dislocati, prima dell'inizio delle operazioni militari, alcuni cacciatorpediniere e sommergibili. Appoggiati alle basi di Massaua e di Assab, questi mezzi di modesta efficenza bellica seppero assolvere al loro compito con bravura. Grazie alla loro presenza nel Mar Rosso i britannici furono costretti a diradare il traffico e a proteggerlo con un buon numero di incrociatori, sottratti ad altri schacchieri. Perciò, anche se non raggiunsero risultati clamorosi, le navi italiane dislocate in quel mare lontano ebbero il loro peso notevole nell'andamento delle operazioni. A sinistra dalla cartina risulta evidente l'importanza delle nostre basi nel Mar Rosso ma anche la difficolta per le navi e per i sommergibili di superare la stretta di Bab el Mandeb per effettuare la guerra di corsa nell'Oceano Indiano. A destra il C.F. Spagone comandante delle nostre forze subacquee.


All'inizio del conflitto la Marina italiana dell'Impero disponeva di una flottiglia di 8 unità subacque al comando del Cap. di Fregata Spagone. All'insidia ed alla reazione nemica si aggiungevano terribili condizioni idrografiche e climatiche che resero particolarmente ardue le operazioni. Ciò nonostante la guerra sottomarina, condotta per la prima volta nel Mar Rosso, fu combattuta con eccezionale perizia ed ardimento dai nostri equipaggi.


Le unità navali dislocate nel Mar Rosso effettuarono numerose incursioni contro il traffico nemico. Anche in questo settore, oltre ai sommergibili e ai caccia, operarono efficacemente i MAS, tipico mezzo di guerra italiano conseguendo importanti successi tra i quali l'affondamento dell'incrociatore « Capetown sflurato dal MAS 213 al comando del G.M. Valenza. Nella foto una formazione di mas in crociera di fronte al porto di Assab.

La più importante operazione della nostra marina nel Mar Rosso fu effettuata dalla flottiglia di cacciatorpediniere di stanza a Massaua. Il 21 ottobre 1940, avvistato un importante convoglio nemico, fortemente scortato da caccia e da incrociatori, le nostre unità uscirono da Massaua e attaccarono i britannici. L'operazione riuscì ottimamente e portò all'affondamento di sei piroscafi, ma il nostro cacciatorpediniere « Nullo », colpito da un incrociatore inglese, andò perduto. Nell'affondamento del « Nullo » si verificò uno dei più fulgidi esempi di eroismo della nostra guerra. Sebbene il Comandante Costantino Borsini avesse dato all'equipaggio l'ordine di allontanarsi con le imbarcazioni, il suo attendente, Vincenzo Ciaravolo, visto che il suo ufficiale era rimasto in plancia per affondare con la nave secondo la tradizione marinara, risalì a bordo a nuoto per attendere eroicamente la morte con lui. Alla loro memoria fu concessa la M. d'O.


Durante una delle azioni offensive in Mar Rosso il sommergibile « Perla », al comando del Tenente di Vascello Pouchain, con l'equipaggio parzialmente intossicato da gas venefici e lo scafo incagliato, fu sorpreso da una formazione di incrociatori, cacciatorpediniere ed aerei britannici. Nonostante la critica situazione il comandante ingaggiò un drammatico duello a cannonate con le unità inglesi danneggiandole ed impegnandole in modo tale che, incredibile a dirsi, le forze nemiche furono costrette ad abbandonare il campo! In seguito l'unità fu disincagliata e riprese la sua attività nel biblico mare.


Nel 1940, all'inizio delle ostilità, un banale guasto delle apparecchiature interne del sommergibile « Galilei » ebbe conseguenze quasi fatali per la nostra flottiglia di sommergibili del Mar Rosso. Il « Galilei » venne infatti sorpreso da naviglio sottile inglese in emersione, con i motori fermi e l'equipaggio intossicato dai vapori di cloro che avevano reso irrespirabile l'aria all'interno dell'unità. La cattura fu quindi inevitabile, poichè i marinai del « Galilei », oltre a non poter opporre resistenza, non furono nemmeno in grado di sabotare il sommergibile o di distruggere il cifrario segreto di bordo. Quel cifrario, caduto in mano degli inglesi, servì poi per attirare in una trappola altri due sommergibili. Nella foto il « Galilei », rimorchiato da un destroyer britannico, entra nel porto di Aden dopo la cattura.

Poco prima della caduta di Massaua, avvenuta 1' 8 Aprile, i 4 sommergibili superstiti ebbero l'ordine di tentare ad ogni costo il forzamento di Bab el Mandeb e il ritorno in Patria dopo il periplo dell'Africa. Malgrado la loro limitata autonomia, nonchè il logorio di un anno e mezzo di guerra, i sommergibili riuscirono nella difficile impresa e, dopo ottanta giorni di perigliosa navigazione giunsero a Bordeaux, ove si unirono alle altre unità sottomarine dell'Asse che da quella base si irradiavano nell'Atlantico. A sinistra un sommergibile partito da Massaua durante la navigazione in Atlantico. A destra la rotta seguita dai sommergibili dopo la caduta di Massaua. Le nostre unità furono rifornite da incrociatori corsari tedeschi nell'Atlantico Meridionale.

L'offensiva Inglese




Nel loro attacco all'Impero, i britannici erano favoriti non soltanto dell'assoluta superiorità delle forze in campo ma anche dalla loro manovrabilità. Inoltre, a differenza delle nostre truppe, che nella prima fase offensiva avevano dovuto disperdere i loro sforzi su un vastissimo arco di fronte contro posizioni non essenziali per la difesa avversaria, gli inglesi potevano tentare un colpo decisivo nel cuore stesso del nostro vicereame etiopico. E difetti, mentre truppe sbarcate nella Somalia britannica puntavano su Narrar, per tagliare l'unica linea ferroviaria dell'Impero, dal Kenia e dal Sudan due grossi corpi d'esercito iniziavano l'invasione della Somalia e dell'Eritrea. A queste tre direttrici principali d'attacco se ne aggiungevano poi altre meno importanti, che però determinarono il crollo repentino del nostro fronte, tenuto da forze troppo esigue per reggere ad una pressione contemporanea su località tanto distanti l'una dall'altra. Nella foto in alto colonne motorizzate britanniche all'offensiva nella steppa somala. Nella foto in basso fanteria britannica in azione di fronte a Cheren.

 

Fin dai primi giorni di offensiva, i britannici guadagnarono rapidamente terreno. Particolarmente rapida fu la loro avanzata in Somalia, ove il debole velo di truppe a disposizione del nostro comando venne travolto. Vari fattori cooperarono a nostro sfavore, la superiorità dell'avversario, la maggiore manovrabilità delle sue truppe, dotate di mezzi celeri e di nuclei corazzati che a noi manca vano quasi completamente, la ribellione delle popolazioni, l'impossibilità materiale di tenere un fronte continuo, il che rendeva completamente inutile e sterile la resistenza di qualche caposaldo isolato. In alto a sin. truppe britanniche del Chenia in marcia. Al centro a sin. bande abissine aggregate ai reparti britannici. In basso a sin. Hailè Selassiè ispeziona una banda abissina. Negus, tornato dal suo esilio londinese, si mise a capo delle forze etiopiche che si erano sollevate contro gli italiani. In alto a destra i comandanti britannici, gen. Platt e gen. Cunningham. In basso a destra un ponte dì barche lanciato dagli inglesi sul Giuba all'inizio dell'attacco contro la Somalia.

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