2a Guerra Mondiale 1941-7/A


La sconfitta Inglese


Inno Haiti 



Giunti, il dieci aprile, in vista di Tobruk, gli italo-tedeschi riuscirono ad imbottigliare nella piazzaforte un forte contingente nemico, valutato a circa quaranta., cinquantamila uomini. Poi, mentre si iniziava l'investimento della piazzaforte, reparti di avanguardia continuavano l'offensiva verso il confine egiziano. Bardia veniva rioccupata il 12 aprile, Ridotta Capuzzo il 13. Sollum era invece investita due giorni dopo. Con questo ritorno sulle posizioni eroicamente difese quattro mesi prima, si chiudeva la strepitosa controffensiva africana dell'Asse. Nella foto in alto autoblindo tedesche in un combattimento notturno contro i britannici in ritirata. Nella foto in basso reparti italo tedeschi si attestano dinnanzi a Tobruk. Intorno alla piazzaforte assediata la Blitz Krieg, la famosa guerra lampo, si trasformerà ancora una volta in guerra di posizione dinanzi alla piazza assediata che rappresentò una pericolosa minaccia per i nostri schieramenti avanzati.


Le perdite britanniche durante la prima controffensiva italo-tedesca furono notevolissime. Le truppe britanniche persero infatti oltre 30.000 prigionieri e quasi tutto il loro materiale meccanizzato e corazzato. Solo la tenace resistenza di Tobruk, resa possibile dall'appoggio navale ed aereo che era mancato ai nostri quattro mesi prima, consenti agli inglesi di salvare dalla distruzione completa tre divisioni. Bisogna però notare che quando si asserragliarono a Tobruk i britannici avevano dinnanzi a se solo le avanguardie di due divisioni, la 5a tedesca e l'« Ariete ». Fu quindi un notevole successo tattico, il loro imbottigliamento, anche se poi non fu possibile eliminare quella che si rivelò successivamente una pericolosa spina nel fianco al nostro schieramento. In alto una foto di fonte inglese da Tobruk assediata. Nel porto ai relitti della prima occupazione si aggiungono quelli delle navi inglesi affondate dall'aviazione dell'Asse. Sullo sfondo brucia un deposito di carburante colpito dagli Stukas. Nella foto in basso la Ridotta Capuzzo riconquistata dagli italiani. Sulle mura sbocconceliate della ridotta sventola nuovamente il tricolore. Sono visibili i segni delle dure battaglie combattute nei pressi del vecchio fortino.

 

L'impressione suscitata dalla fulminea riconquista della Cirenaica fu enorme in tutto il mondo. L'operazione fu resa possibile dalla tenace resistenza dell'Impero, che richiese la distrazione dal fronte settentrionale di numerose unità britanniche, dalla contemporanea offensiva italo-tedesca in Grecia e dalla rapidità con la quale gli italiani riuscirono a portare in Africa le divisioni di Rommel e nuovi rinforzi di truppe e di materiale. Si trattò, insomma, di una azione complessa e perfetta per tempestività, decisione, abilità e sincronismo. Ma i frutti della conquista non dovevano durare molto. Con l'estate una nuova bufera si sarebbe infatti scatenata sulle tormentate distese desertiche della Marmarica. In alto prigionieri britannici catturati a Bengasi. In basso a sinistra tipi di prigionieri del Commnwealth. In basso a destra l'ossario dei caduti della prima guerra libica, profanato dai neo-zelandesi a Bengasi durante l'occupazione.


L'Italia in guerra: pregiudizi razziali.

In queste due fotografie può dirsi riprodotto, in una plastica sintesi, il di dramma dell'Impero, dai trionfi di Addis Abeba all'ultimo disperato assedio dell'Amba Alagi. Tuttavia, mai, in nessuna circostanza, malgrado i rovesci della fortuna, capi e gregari mancarono al loro dovere e alla loro dignità. Specialmente il Duca d'Aosta, animatore della resistenza dell'Impero, che seppe con la stessa nobiltà e con la stessa impassibile fierezza, rappresentare l'Italia in Africa Orientale nella gloria, nel combattimento, nella prigionia, nella morte. A sinistra il Vicerè assiste ad una parata militare nella capitale etiopica. A destra il Duca al suo posto di osservazione sull'Amba Alagi poco prima del drammatico momento della resa.

La caduta
dell'Impero

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Nelle lande steppose della Somalia, sugli altipiani dell'Abissinia, tra le montagne dell'Eritrea, nelle foreste del Gimma e dell'Amara, ove gli italiani avevano sognato nel quinquennio fra il '35 e il '40 di fondare il loro Impero del Lavoro, si svolse, nel 1941, una disperata battaglia. Alle nostre truppe, isolate dalla Madre Patria, prive di mezzi mioderni, di aerei, di vettovaglie, s'opponevano poderose forze britanniche, affluite da quasi tutti i paesi del Commonwealth e rinforzate da feroci bande locali. Sull'esito della lotta non potevano quindi esservi dubbi. Ma gli italiani, sebbene la resistenza apparisse vana fin dalle prime battaglie, vollero combattere ugualmente fino all'ultimo per l'onore della bandiera. E intorno a capi come il Duca d'Aosta, come il gen. Nasi, come il gen. Lorenzini, come il gen. Frusci, come il gen. Gazzera, si strinsero in un blocco solo nazionali e indigeni. E' per il loro disperato valore che noi possiamo oggi ricordare con orgoglio anche se con infinita, amara nostalgia, il nostro effimero impero africano.

LA CADUTA  DELL'IMPERO

Alle truppe dell'Impero, nel quadro generale del a guerra, era stata assegnata, com'è noto, una funzione puramente difensiva. Secondo il comando supremo, infatti, in quel lontano scacchiere isolato dalla madrepatria sarebbe stato imprudente logorare le nostre forze in operazioni offensive che comunque non avrebbero potuto pesare in modo determinante sulle sorti del conflitto. Tuttavia, nei primi mesi di guerra, anche per la debolezza delle forze nemiche che ci fronteggiavano, i comandi dell'Etiopia. si lasciarono tentare a qualche puntata in territorio britannico (Chenia e Sudan). Fu anzi organizzata la conquista della Somalia britannica, brillantemente portata a termine nell'agosto del '40. Il perché di questo mutamento dei nostri piani originari è facilmente spiegabile, sol che si pensi allo stato d'animo che dominava allora i capi militari italiani. Era infatti diffusissima l'opinione che la guerra si sarebbe conclusa in breve tempo o con l'invasione della Gran Bretagna o con una pace diplomatica. Perciò, oltre a poter presentare al tavolo della conferenza i suoi possessi coloniali intatti, l'Italia avrebbe dovuto avere in sua mano qualche pegno conquistato al nemico... Purtroppo, le premesse e l'impostazione di queste azioni militari, di per se brillanti, non diedero i risultati sperati, e portarono alla perdita, dolorosamente rapida, dell'Impero etiopico. Bisogna anche aggiungere che la situazione del Duca D'Aosta era quanto mai difficile non soltanto per l'immensità del fronte da controllare, per l'isolamento dalla Madre Patria, per il progressivo sfaldamento di una parte delle truppe di colore, ma anche per l'inadeguatezza dei mezzi a sua disposizione. per l'assoluta mancanza di carri armati, per l'inefficenza dell'aviazione (in tutto 200 apparecchi di tipo antiquato). Inoltre il nemico aveva su di lui un vantaggio inestimabile, quello di poter scegliere a suo piacimento il punto più adatto per l'attacco e di potervi ammassare le truppe necessarie senza preoccupazioni di copertura. In questo, poi, i britannici erano facilitati dall'estrema mobilità delle loro forze, fortemente dotate di mezzi meccanizzati che ai nostri facevano difetto. Va quindi respinta l'affermazione propagandistica dei britannici, i quali si gloriarono di aver sconfitto l'esercito italiano in Etiopia con forze inferiori alle nostre. Se infatti è vero che, soprattuto nei primi mesi di guerra, avevamo il vantaggio di una leggera prevalenza numerica, è ben vero, d'altra parte, che gli inglesi erano qualitativamente molto più dotati. Inoltre bisogna notare che il nerbo principale delle forze italiane in Africa Orientale era costituito da truppe indigene, in parte reclutate nelle vecchie colonie e in parte nei territori di nuovo acquisto. Se dunque le prime erano di una fedeltà a tutta prova (soprattutto i magnifici battaglioni eritrei) le seconde non davano completo affidamento, specialmente nel combattimento lontano dalle loro residenze abituali. Ai 145 mila uomini delle truppe e delle bande indigene, di limitato valore bellico in una guerra almeno in parte meccanizzata, insomma, facevano riscontro non più di cinquantamila nazionali. Ma non basta, le truppe britanniche d'invasione si gonfiarono, dopo i primi successi in Somalia e in Eritrea, di numerose bande indigene di ribelli e di sciftà, i quali diedero molto disturbo alle nostre truppe. Il primo e più grave attacco ci venne dal fronte meridionale, ove due divisioni sud-africane ed africane iniziarono, il 22 gennaio 1941, una vigorosa offensiva nell'Oltregiuba. Dopo una sosta di qualche settimana sulla sponda meridionale del fiume, gli inglesi, che intanto si erano notevolmente rinforzati con l'arrivo di altre truppe fresche, dilagavano nella boscaglia somala e ben presto, debolmente contrastati dalle nostre truppe indigene( non vi erano, in tutta la Somalia che 5000 soldati nazionali), giungevano a Mogadiscio. La capitale della Somalia cadeva il 26 febbraio. Intanto, mentre elementi britannici sbarcavano a Berbera, rioccupando la colonia persa sette mesi prima, l'avanzata in Somalia si trasformava in una autentica passeggiata militare. Agli inglesi, che il 17 Marzo erano giunti a Giggiga, era ormai aperta la strada di Addis Abeba. Il gen. Cunningham aveva infatti ripetuto, puntando su Harrar (26 marzo) e su Dire Daua (28 marzo), la manovra che nel '36 aveva portato Graziani alle soglie della capitale etiopica. La difesa della Capitale non fu nemmeno tentata e non perchè le nostre truppe non ne fossero capaci ( i reparti in ritirata s'erano infatti andati raggruppando verso il centro dell'Impero), ma perchè prevalse su ogni considerazione di carattere militare o di prestigio l'esigenza di proteggere la popolazione civile italiana dalla chiara minaccia di massacro che incombeva su di essa ad opera dei ribelli etiopici. Così, senza alcuna resistenza, il 6 aprile 1941, cadeva Addis Abeba. Le truppe, comandate dal Duca D'Aosta, si ritiravano, ordinatamente, con tutti i loro mezzi, sulle posizioni dell'Amba Alagi e di Dessiè. Sul fronte nord, mentre nel settore meridionale la nostra resistenza subiva il crollo impressionante di cui abbiamo detto (facilitato dalle condizioni del terreno, vantaggiosissime per un esercito fortemente meccanizzato e dotato di imponenti mezzi corazzati) la situazione militare aveva avuto un andamento ben diverso. Nel novembre del '40 alcuni attacchi in forze di due divisioni indiane, rinforzate da elementi metropolitani, si erano infranti contro la resistenza dei nostri capisaldi di Gallabat. Successivamente, e cioè a metà gennaio, la minaccia si era spostata nel settore di Cassala-Agordat, dal quale i nostri reparti ritennero opportuno ripiegare su Cheren. Qui si svolse la battaglia decisiva. I britannici attaccarono a ondate successive, forti dell'assoluto predominio dell'aria, avvantaggiati dalla disponibilità di un buon numero di carri armati da 18 tonnellate. Tuttavia per parecchie settimane, dovettero segnare il passo di fronte all'eroica resistenza delle nostre truppe nazionali e indigene che, a corto di cannoni, utilizzarono per la difesa anche le artiglierie di bronzo che facevano mostra di se nei vecchi forti delle precedenti imprese coloniali. Solo il 26 marzo il bastione difensivo crollò sotto i colpi di maglio delle forze corazzate britanniche. Su 35 mila combattenti avevamo avuto 8 mila morti. Gli avversari subirono anch'essi perdite ingentissime, valutabili intorno ai seimila caduti e questo testimonia dell'asprezza della lotta. Ma, l'accanimento con il quale gli inglesi e gli indiani avevano attaccato a Cheren ben si spiega: in quella battaglia si giocavano le sorti dell'intera campagna. Se infatti gli inglesi non avessero vinto, ben difficilmente sarebbero stati in grado di ripetere lo sforzo, anche perchè s'andava delineando in Africa Settentrionale la minaccia italo-tedesca, che ben presto avrebbe costretto Wawell a richiamare le truppe operanti in Eritrea. Caduta Cheren, la via dell'Asmara era aperta. Il 1 aprile la capitale eritrea venne occupata dal gen. Platt. L' 8 aprile era la volta di Massaua, sommersa dalla superiorità avversaria ma che combattè fino all'ultimo. A Massaua, in quei giorni, si consumava anche un altro dramma: quello delle forze navali del Mar Rosso, lanciate in una missione senza ritorno contro le coste nemiche. Dopo la caduta di Massaua, la lotta nell'Impero si spezzettò in una serie di episodi isolati, d'altissimo valore ideale ma di non grande importanza bellica e senza più un comune disegno strategico: la resistenza sull'Amba Alagi del Duca d'Aosta, la lotta nel Galla e Sidamo, l'ultima bandiera italiana in Africa Orientale levata alta da Nasi, Ugolini e Gonella nel ridotto di Gondar. Sarebbe tuttavia grave errore svalutare, come fa certa recente grossolana retorica dell'antiretorica, quei luminosi episodi. Alla resistenza del Duca di Ferro sulla storica Amba, alle imprese di Nasi, ai carabinieri di Culqualber, ai mille e mille eroi che lottarono senza speranza di vittoria nell'Impero ormai irrimediabilmente perduto, noi tutti siamo debitori di un grande insegnamento morale: che la fedeltà alla bandiera nell'avversa fortuna fa grandi gli eserciti e i popoli anche nella sconfitta.


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