LA CADUTA DELL'IMPERO
Alle truppe dell'Impero, nel quadro generale
del a guerra, era stata assegnata, com'è noto, una funzione puramente difensiva. Secondo il comando
supremo, infatti, in quel lontano scacchiere isolato dalla madrepatria sarebbe stato imprudente
logorare le nostre forze in operazioni offensive che comunque non avrebbero potuto pesare in modo
determinante sulle sorti del conflitto. Tuttavia, nei primi mesi di guerra, anche per la debolezza delle
forze nemiche che ci fronteggiavano, i comandi dell'Etiopia. si lasciarono tentare a qualche puntata
in territorio britannico (Chenia e Sudan). Fu anzi organizzata la conquista della Somalia britannica,
brillantemente portata a termine nell'agosto del '40. Il perché di questo mutamento dei nostri piani
originari è facilmente spiegabile, sol che si pensi allo stato d'animo che dominava allora i capi militari
italiani. Era infatti diffusissima l'opinione che la guerra si sarebbe conclusa in breve tempo o con
l'invasione della Gran Bretagna o con una pace diplomatica. Perciò, oltre a poter presentare al
tavolo della conferenza i suoi possessi coloniali intatti, l'Italia avrebbe dovuto avere in sua mano qualche
pegno conquistato al nemico... Purtroppo, le premesse e l'impostazione di
queste azioni militari, di per se brillanti, non diedero i risultati sperati, e portarono alla perdita,
dolorosamente rapida, dell'Impero etiopico. Bisogna anche aggiungere che la situazione del Duca D'Aosta
era quanto mai difficile non soltanto per l'immensità del fronte da controllare, per l'isolamento dalla
Madre Patria, per il progressivo sfaldamento di una parte delle truppe di colore, ma anche per l'inadeguatezza dei mezzi a sua disposizione. per
l'assoluta mancanza di carri armati, per l'inefficenza dell'aviazione (in tutto 200 apparecchi di tipo
antiquato). Inoltre il nemico aveva su di lui un vantaggio inestimabile, quello di poter scegliere a suo
piacimento il punto più adatto per l'attacco e di potervi ammassare le truppe necessarie senza
preoccupazioni di copertura. In questo, poi, i britannici erano facilitati dall'estrema mobilità delle loro forze,
fortemente dotate di mezzi meccanizzati che ai nostri facevano difetto. Va quindi respinta l'affermazione
propagandistica dei britannici, i quali si gloriarono di aver sconfitto l'esercito italiano in Etiopia con forze inferiori
alle nostre. Se infatti è vero che, soprattuto nei primi mesi di guerra, avevamo il vantaggio di una
leggera prevalenza numerica, è ben vero, d'altra parte, che gli inglesi
erano qualitativamente molto più dotati. Inoltre bisogna notare che il nerbo
principale
delle forze italiane in Africa Orientale era costituito da truppe indigene, in parte reclutate nelle
vecchie colonie e in parte nei territori di nuovo acquisto. Se dunque le prime erano di una fedeltà
a tutta prova (soprattutto i magnifici battaglioni eritrei) le seconde non davano completo
affidamento, specialmente nel combattimento lontano dalle loro residenze abituali. Ai 145 mila uomini delle
truppe e delle bande indigene, di limitato valore bellico in una guerra almeno in parte
meccanizzata, insomma, facevano riscontro non più di cinquantamila nazionali. Ma non
basta, le truppe britanniche d'invasione si gonfiarono, dopo i primi successi in
Somalia e in Eritrea, di numerose bande indigene di ribelli e di sciftà, i quali diedero molto disturbo
alle nostre truppe. Il primo e più grave attacco ci venne dal fronte meridionale, ove due divisioni sud-africane ed
africane iniziarono, il 22 gennaio 1941, una vigorosa offensiva nell'Oltregiuba. Dopo una sosta di
qualche settimana sulla sponda meridionale del fiume, gli inglesi, che intanto si erano notevolmente
rinforzati con l'arrivo di altre truppe fresche, dilagavano nella boscaglia somala e ben presto,
debolmente contrastati dalle nostre truppe indigene( non vi erano, in tutta la Somalia che 5000 soldati
nazionali), giungevano a Mogadiscio. La capitale della Somalia cadeva il 26 febbraio. Intanto, mentre
elementi britannici sbarcavano a Berbera, rioccupando la colonia persa
sette mesi prima, l'avanzata in Somalia si trasformava in una autentica passeggiata
militare. Agli inglesi, che il 17 Marzo erano giunti a Giggiga, era ormai aperta la strada di Addis
Abeba. Il gen. Cunningham aveva infatti ripetuto, puntando su Harrar (26 marzo) e su Dire Daua (28
marzo), la manovra che nel '36 aveva portato Graziani alle soglie della capitale etiopica.
La difesa della Capitale non fu nemmeno tentata e non perchè le nostre truppe non ne fossero
capaci ( i reparti in ritirata s'erano infatti andati raggruppando verso il centro dell'Impero), ma
perchè prevalse su ogni considerazione di carattere militare o di prestigio l'esigenza di proteggere la
popolazione civile italiana dalla chiara minaccia di massacro che incombeva su di essa ad opera dei
ribelli etiopici. Così, senza alcuna resistenza, il 6 aprile 1941, cadeva Addis Abeba. Le truppe,
comandate dal Duca D'Aosta, si ritiravano, ordinatamente, con tutti i loro mezzi, sulle posizioni dell'Amba
Alagi e di Dessiè. Sul fronte nord, mentre nel settore meridionale la nostra resistenza subiva il crollo impressionante
di cui abbiamo detto (facilitato dalle condizioni del terreno, vantaggiosissime per un esercito
fortemente meccanizzato e dotato di imponenti mezzi corazzati) la situazione militare aveva avuto un
andamento ben diverso. Nel novembre del '40 alcuni attacchi in forze di due divisioni indiane, rinforzate
da elementi metropolitani, si erano infranti contro la resistenza dei nostri capisaldi di Gallabat.
Successivamente, e cioè a metà gennaio, la minaccia si era spostata nel settore di Cassala-Agordat, dal
quale i nostri reparti ritennero opportuno ripiegare su Cheren. Qui si svolse la battaglia decisiva. I
britannici attaccarono a ondate successive, forti dell'assoluto predominio dell'aria, avvantaggiati dalla
disponibilità di un buon numero di carri armati da 18 tonnellate. Tuttavia per parecchie settimane,
dovettero segnare il passo di fronte all'eroica resistenza delle nostre truppe nazionali e indigene che,
a corto di cannoni, utilizzarono per la difesa anche le artiglierie di bronzo che facevano mostra di se
nei vecchi forti delle precedenti imprese coloniali. Solo il 26 marzo il bastione difensivo crollò sotto
i colpi di maglio delle forze corazzate britanniche. Su 35 mila combattenti avevamo avuto 8 mila morti.
Gli avversari subirono anch'essi perdite ingentissime, valutabili intorno ai seimila caduti e questo
testimonia dell'asprezza della lotta. Ma, l'accanimento con il quale gli inglesi e gli indiani avevano
attaccato a Cheren ben si spiega: in quella battaglia si giocavano le sorti dell'intera campagna. Se
infatti gli inglesi non avessero vinto, ben difficilmente sarebbero stati in grado di ripetere lo sforzo,
anche perchè s'andava delineando in Africa Settentrionale la minaccia italo-tedesca, che ben presto
avrebbe costretto Wawell a richiamare le truppe operanti in Eritrea. Caduta Cheren, la via
dell'Asmara era aperta. Il 1 aprile la capitale eritrea venne occupata dal gen. Platt. L' 8 aprile era
la volta di Massaua, sommersa dalla superiorità avversaria ma che combattè fino all'ultimo. A Massaua, in quei
giorni, si consumava anche un altro dramma: quello delle forze navali del Mar Rosso, lanciate in una
missione senza ritorno contro le coste nemiche. Dopo la caduta di Massaua, la lotta nell'Impero
si spezzettò in una serie di episodi isolati, d'altissimo valore ideale ma di non grande importanza
bellica e senza più un comune disegno strategico: la resistenza sull'Amba Alagi del Duca d'Aosta, la
lotta nel Galla e Sidamo, l'ultima bandiera italiana in Africa Orientale levata alta da Nasi, Ugolini e
Gonella nel ridotto di Gondar. Sarebbe tuttavia grave errore svalutare, come fa certa recente
grossolana retorica dell'antiretorica, quei luminosi episodi. Alla resistenza del Duca di Ferro sulla storica
Amba, alle imprese di Nasi, ai carabinieri di Culqualber, ai mille e mille eroi che lottarono senza
speranza di vittoria nell'Impero ormai irrimediabilmente perduto, noi tutti siamo debitori di un
grande insegnamento morale: che la fedeltà alla bandiera nell'avversa fortuna fa grandi gli eserciti
e i popoli anche nella sconfitta.
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