2a Guerra Mondiale 1941-6 (1940)


Le gesta e gli eroi


Inno Egitto 



Nella difesa di Tobruk si distinse particolarmente la divisione Sirte che, insieme a reparti dell'esercito e della marina, difese la piazzaforte. La relazione inglese « Da Dunkerque a Bengasi » disse di questi nostri uomini: « Le truppe di Tobruk combatterono molto risolutamente, e infatti la resistenza appare la più forte che i britannici abbiano incontrato fino a questo momento. La preparazione per l'attacco è stata più elaborata che usualmente, e gli attaccanti soffrirono di più che nelle precedenti operazioni ». Nella foto la Sirte sfila in
parata di fronte al Maresciallo Graziani ed al comandante della divisione, generale Vincenzo della Mura, decorato dell'Ordine Militare di Savoia per la difesa di Tobruk.

Dalle martoriate difese di Tobruk le nostre truppe mostrarono al mondo ammirato cosa potesse il valore del soldato italiano. Per tutti vale il seguente episodio:
Capitano 69° Fanteria Div. Sirte ERNESTO SIMINI. Medaglia d'Oro alla memoria. «Volontario di quattro guerre diede costantemente prova di purissima fede verso la Patria e di spiccato costante valore. Durante l'assedio di Tobruk, alla vigilia dell'attacco avversario, superiore di forze e di mezzi, infondeva nell'animo dei propri dipendenti il fermo proposito di sacrificarsi piuttosto che cedere. Sferratosi l'attacco, benché ferito una prima volta, si esponeva dando esempio di calma e di fiducia in un momento in cui il sacrificio appariva inevitabile. Ferito una seconda volta, circondato da ogni parte, decimato il reparto, esaurite le munizioni, si slanciava alla testa dei propri uomini contrattaccando con indomito valore. Ferito una terza volta ed impossibilitato a muoversi, spinto ormai con l'aninto al di la del sacrificio, persisteva ad incitare con la voce i superstiti sino a quando, in unii estrema offerta, inneggiando all'Italia, preferiva sopprimersi piuttosto che cedere. Sublime esempio di apostolato della Patria». (Tobruk. 21 gennaio 1941).


Caduta Bardia, gli inglesi ripresero con maggiore ampiezza il loro movimento verso Bengasi. Il 10 gennaio iniziavano con cinque divisioni, di cui due corazzate, l'investimento della piazzaforte di Tobruk, presidiata da una sola divisione di fanteria e da elementi della marina, nonchè da un battaglione della Milizia. Anche qui, come a Bardia, la lotta fu dura e aspra. Solo nel pomeriggio del 22 gennaio, cioè dopo dodici giorni di battaglia, gli australiani riuscirono ad aprire un varco nel dispositivo italiano e a penetrare nell'abitato di Tobruk. Tuttavia, nel settore occidentale, alcuni capisaldi continuavano nella loro resistenza, fino a quando non venivano sommersi. Nel porto, dopo che ne erano usciti gli ultimi piccoli convogli recanti i feriti, il vecchio incrociatore « San Giorgio », che ormeggiato nella rada aveva dato un prezioso contributo alla difesa della piazza con le sue artiglierie, veniva fatto saltare. Nella foto la nave «San Giorgio» autoaffondata nel porto di Tobruk. La foto è presa da bordo di un apparecchio britannico mentre ancora nel porto si combatte.

Abbarbicati alle modeste fortificazioni campali erette nei primi mesi di guerra, gli italiani resistettero a Bardia con una tenacia e un eroismo che meritarono il rispetto dello stesso avversario. Investita da due divisioni corazzate e da varie altre truppe non indivisionate, la piazzaforte tenne duro fino al gennaio respingendo tutti gli attacchi. Solo quando Wavell iniziò con tutte le forze a sua disposizione l'attacco generale e concentrico, Bardia, dopo altri due giorni di tenace difesa, dovette capitolare alla superiorità del numero e dell'armamento. Il cinque gennaio 1941 Bardia s'arrendeva, alcuni capisaldi avevano resistito fino all'ultima cartuccia. In alto a sinistra gli inglesi entrano a Bardia. Al centrò a sinistra una curiosità della guerra. Fra le squadriglie della RAF che parteciparono alla battaglia in Africa Settentrionale vi era anche la 224' che venne fondata a Otranto nel 1916 fregiandosi del distintivo della città. Nel 1938 anche Mussolini credeva al motto della squadriglia «Fedele all'Amico »! In basso a sin. dopo un'impari lotta contro i mezzi corazzati britannici alcuni fanti italiani si arrendono davanti a Bardia. In alto a destra due neozelandesi osservano un carro leggero italiano catturato a Sollum. Al centro a destra una veduta aerea della rada di Bardia dopo l'occupazione britannica. Sono visibili le navi affondate dal bombardamento aero-navale britannico. In basso a destra il gen. Beresford-Peirse comandante della Divisione motorizzata indiana che fu, con la 7a. corazzata, la principale protagonista dell'offensiva.

Occupata 'Tobruk, gli inglesi ebbero nelle loro mani una preziosa base di rifornimento che ridusse notevolmente la lunghezza delle linee di rifornimento attraverso il deserto. L'offensiva potè quindi riprendere con maggiore decisione, anche in considerazione delle gravi perdite italiane e della situazione di crisi in cui si trovavano le nostre divisioni residue. Dopo un duro combattimento a El Mechili, ove Graziani aveva concentrato le poche forze corazzate di cui disponeva, i britannici compivano una manovra a vasto raggio tendente ad intrappolare le truppe italiane poste a difesa di Derna e di Bengasi. Le due località, anche per risparmiare le popolazioni civili, furono quindi sgomberate senza combattimento. Non per questo, tuttavia, la lotta scemava d'intensità. Il 5 e il 6 febbraio, anzi, la 10" armata si sacrificava quasi al completo per bloccare l'avanzata nemica. Cadeva anche il suo comandante, gen. Tellera. Il 6 febbraio Bengasi veniva occupata da reparti inglesi. In alto a sin. una sentinella inglese nel porto di Tobruk. Sono visibili in lontananza i velieri adibiti dai britannici al traffico di rifornimento costiero. Al centro a sin. i britannici a Derna. In basso a sin. truppe inglesi entrano a Bengasi accolte in silenzio dalla popolazione italiana. In alto a destra l'umorismo del fante italiano non venne mai meno, ecco l'albergo «Bellavista». Al centro a destra unità neo-zelandesi all'attacco della cinta fortificata di Tobruk. In basso a destra un CR 42 italiano abbattuto dalla caccia britannica in un combattimento sul cielo di Bengasi.

Crimini di guerra




Guerra spietata, senza gesti di cavalleria e senza esclusione di colpi, quella in Africa Settentrionale. Queste due drammatiche fotografie documentano un episodio che non è il solo verificatosi lungo tutto l'arco del fronte, un ospedaletto da campo viene mitragliato da bassa quota dalla caccia britannica. Nella foto in alto medici, infermieri e feriti escono dalle tende per mettersi in salvo. Nella foto in basso il tragico epilogo. Sono visibili le nuvolette di sabbia alzate dai colpi.

 

Dopo l'occupazione di Derna e di Bengasi, le truppe italiane in ritirata subirono l'ultimo grave colpo sulla strada fra Carcuna e Agedabia, interrotta dai mezzi corazzati britannici prima che il grosso fosse passato. Tuttavia anche in quest'occasione i nostri reparti si comportarono con molto valore nella disperata battaglia si immolarono quasi tutti i nostri carri. Ma non invano, la capacità offensiva dell'avversario poteva dirsi ormai esaurita. E difatti, mentre gli inglesi si arrestavano fra Agedabia e El Agheila, le nostre truppe potevano finalmente riorganizzarsi. Provvidenziale sosta, quella britannica! Nel corso dei due terribili mesi di lotta, le truppe italiane avevano perso quasi tutti i loro materiali, magazzini e depositi, avevano dovuto distruggere le più efficienti installazioni dell'aeronautica e della marina, avevano lasciato nelle mani del nemico, più di tremila autocarri cioè quasi i due terzi dell'intera loro disponibilità. Le perdite in morti, feriti e prigionieri non erano state meno dolorose, 40 mila uomini nella prima fase della battaglia, 45 mila uomini a Bardia, 25 mila a Tobruk, 15 mila a sud di Bengasi. Nella foto in alto una lunga colonna di prigionieri italiani in marcia verso i campi di concentramento egiziani. In basso a sinistra militi della «3 gennaio » e soldati dì fanteria fatti prigionieri a Sidi el Barrani nei primi giorni dell'offensiva non hanno rinunciato al cagnolino che aveva vissuto la loro drammatica vicenda. In basso a destra il gen. Bergonzoli, già comandante della piazzaforte di Bardia, catturato e sfuggito dalle mani del nemico con una epica marcia nel deserto, fu poi fatto prigioniero a Beda Fomma nell'ultima battaglia d'arresto dell'offensiva britannica.

Nel dicembre del 1940, vinta la battaglia aerea d'Inghilterra e stroncate le velleità offensive italiane in Egitto e in Grecia, il fronte interno britannico si risollevò dalla profonda depressione che era seguita al disastro di Dunkerque. Gli inglesi ritenevano infatti di aver superato il momento più difficile della guerra e guardavano con rinnovata fiducia alle loro forze armate, lo spettro dell'invasione s'allontanava e il nemico cominciava a trovare sul suo cammino molte impreviste difficoltà. Naturalmente le matite dei caricaturisti si sbizzarrirono, accanendosi in particolare sulle disavventure italiane. Ecco quattro vignette apparse sul « Punch » che illustrano lo stato d'animo degli inglesi dopo le prime vittorie. In alto a sin. l'« Asse totalitario a, nel quale il disegnatore include anche il Giappone) è raffigurato da tre scimmiette. Il loro motto è, non sentire, non vedere, non parlare. In alto a destra Hitler vuole iniziare la guerra lampo contro l'Inghilterra, ma a contrastargli il passo c'è la Home Fleet e l'operazione finirà in un ruzzolone giù dalla banchina. In basso a sinistra Anno Domini 1940, l'invasione romana. Mussolini potrà scendere in Inghilterra solo col paracadute. La vignetta allude alle perdite subite dal Corpo Aereo Italiano sulla Manica. In basso a destra le legioni romane arrestate sulla via di Atene dai Greci. Un euzone trascina le insegne romane e un fascio spezzato.

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