2a Guerra Mondiale 1941-5 (1940)


Inno Armenia 


La battaglia
della Marmarica



9 dicembre 1940. Mentre le truppe italiane erano impegnate in Albania nella prima, sfortunata fase della campagna, le truppe britanniche, al comando del generale Wavell, iniziarono una massiccia offensiva contro le nostre unità attestate in pieno deserto nei pressi di Sidi el Barrani. Cominciava così il dramma della Decima Armata che dovette ritirarsi combattendo fino ad Agedabia in più di cinquanta giorni di impari lotta con un nemico preponderante e col torrido deserto Marmarico. La cartina mostra il teatro di guerra che si estese ben presto a tutta la Cirenaica.

LA BATTAGLIA DELLA MARMARICA


Abbiamo già illustrato, per i Balcani e il Mediterraneo, gli avvenimenti succedutisi fra l'ottobre 1940 e l'aprile 1941. Per quanto riguarda l'Africa Settentrionale siamo invece fermi al settembre, cioè al fulmineo balzo delle truppe di Graziani su Sidi el Barrani. Occorre quindi fare un passo indietro per esaminare con la dovuta attenzione lo svolgimento dell'offensiva britannica del dicembre 1940 e della suecessiva rapidissima controffensiva italo-tedesca. Per il lettore che non abbia chiaro nella mente un quadro cronologico del conflitto, riassumeremo nelle grandi linee la situazione strategica come si presentava all'alba del 9 dicembre 1940, quando il generale Waveli diede il segnale d'inizio al grande attacco su Sidi el Barrani. Il 28 ottobre l'Italia s'era andata a cacciare nel vespaio balcanico, attaccando la Grecia e ben presto, come abbiamo visto, quella che avrebbe dovuto essere una passeggiata militare s'era trasformata in una guerra di logoramento nella quale erano macinate giorno per giorno le nostre più preziose riserve. Ai primi di dicembre, anzi, la situazione delle nostre truppe s'era fatta drammatica e ad aggravare le cose era venuta, il 16 dicembre, la crisi dell'Alto Comando, dopo le dimissioni di Badoglio. Non meno grave si presentava la nostra situazione sul mare. Il colpo di Taranto ci aveva privato in una sola notte delle nostre migliori unità, mentre il possesso britannico di Malta rendeva precaria la navigazione nel Canale di Sicilia e quindi difficoltosi i rifornimenti alla Libia. Il comando inglese quindi, che aveva provveduto ad ammassare un grosso nerbo di truppe nella zona delle Piramidi e del Canale di Suez, doveva ritenere a ragione che fosse giunto il momento propizio per un attacco alle nostre forze dislocate in Africa Settentrionale. Attaccando, avrebbe infatti avuto la certezza quasi matematica di non dover fare i conti con rinforzi di una certa entità, tali da spostare l'equilibrio delle forze a suo sfavore. ma qual'era la situazione e la consistenza delle nostre truppe in Tripolitania e in Cirenaica? Sull'argomento sono stati scritti dei volumi. Infatti, per le vicissitudini politiche del Maresciallo Graziani, allora comandante in Africa Settentrionale, questa pagina della nostra recente storia è stata sviscerata in tutti i sensi, sia nel tentativo di distruggere il mito del « Leone di Neghelli», sia con l'intenzione di difenderne l'operato. Certo è che tutti hanno dovuto riconoscere che Graziani fu messo in una situazione pressoché senza uscita. Le truppe a sua disposizione erano numericamente consistenti. Complessivamente il numero delle divisioni sotto il suo comando superava quello delle unità inglesi attaccanti. Ma la nostra era una superiorità soltanto apparente. Graziani disponeva di fanterie male armate, peggio equipaggiate, senza autocarri, senza rifornimenti, con insufficente protezione aerea, quasi del tutto prive di carri armati, se si escludano le famose « scatole di sardine » da tre tonnellate. Gli inglesi di Wavell, invece, oltre che su due divisioni corazzate, ma corazzate sul serio, potevano contare su una fanteria autotrasportata e su un'artiglieria modernissima e mobile. L'esito di una lotta tra la corazza e il fucile, fra l'uomo e la macchina non poteva quindi essere dubbio. Wavell lo sapeva assai bene, iniziando l'attacco, anche se non poteva immaginare quanto precarie fossero le condizioni dell'armata italiana. E lo sapeva anche Graziani, il quale dal giorno in cui aveva assunto il comando, aveva tempestato Roma di telegrammi i quali chiedevano sempre la stessa cosa: autocarri, carri armati, artiglierie. Gli si rispose sempre di no. E così, mentre in Grecia le nostre poche divisioni vacillavano di fronte alla vigorosa controffensiva greca, mentre in Libia rischiavamo di perdere una partita di fondamentale importanza, nella valle del Po rimanevano inutilizzati quei carri armati e quegli autocarri i quali avrebbero permesso, se non altro, di salvare dalla cattura il grosso dei 140 mila prigionieri che lasciammo nelle mani dei britannici da Sidi el Barrani ad Agedabia. Perche? Le tesi sono molte e in contrasto le une con le altre. Pare tuttavia che il comando supremo non avesse compreso come il fronte principale, il fronte sul quale si sarebbe potuta risolvere la guerra, nel bene e nel male, era quello africano. E difatti a Roma, prima dell'avventura greca, s'era sognato un attacco alla Jugoslavia. Per quell'attacco, poi rinviato a tempi più propizi, era stato sacrificato il fronte egiziano. Le conseguenze le illustrano, meglio di ogni discorso, le fotografie che pubblichiamo. In due mesi di campagna, dunque, retrocedemmo da Sidi el Barratti alla Sirte. E allora, solo allora, i rinforzi vennero. E con i rinforzi la controffensiva italo-tedesca di aprile. Anche quello del ritardato intervento germanico su uno scacchiere tanto importante è un elemento di polemica. E' comunque assodato che i tedeschi, i quali dopo la conclusione della battaglia di Francia avevano numerose unità disponibili per pronto impiego, abbiano offerto di concorrere alla campagna africana fin dall'agosto precedente e che l'offerta fu respinta da Badoglio. La risposta fu poi comunicata da Mussolini a Hitler nell'incontro del Brennero il 4 ottobre. Due mesi dopo il concorso dell'alleato sarebbe stato visto con occhi ben diversi: ma purtroppo tardi per evitare la catastrofe. Tornando all'offensiva britannica, di cui illustriamo le fasi nelle varie didascalie, riteniamo opportuno concludere dando la parola al nemico e precisamente al generale Fuller il quale così si espresse in merito: « La lezione che emerge da questa campagna segna, ancora una volta, il trionfo della forza meccanica sulla forza umana e, inoltre, dell'abilità sul numero. Dal principio alla fine gli italiani vennero dominati non già perchè fossero dei mediocri soldati ma parche, anche se fossero stati i migliori di tutti, non avrebbero potuto a lungo resistere alla superiorità di metallo che gli inglesi potevano mettere in campo ». Lo stesso insospettabile critico militare giustifica l'alto numero dei prigionieri catturati (140 mila) con questa superiorità di mezzi che ad un certo momento rendeva impossibile ed illogica ogni resistenza. C'è da stupirsi, dunque, che la campagna per la conquista della Cirenaica sia durata tanto a lungo e non si sia conclusa con l'investimento della stessa Tripolitania, che pure era fuori dagli immediati obiettivi dell'azione britannica. Ed è questo il maggior merito dei comandanti e dei soldati italiani, i quali, in condizioni precarie, seppero reggere alla prova meglio di quanto, pochi mesi dopo, avrebbe retto gli inglesi sotto i colpi di maglio di Rommel. Ed eccoci, dopo il sanguinoso riflusso da Sidi el Barrani a El Agheila, alla controffensiva. Il merito primo di questa miracolosa ripresa, va alla Marina Italiana che nel momento più buio della guerra seppe, sia pure con forze ridotte e in condizioni strategiche proibitive, assicurare i collegamenti con la Madre Patria, portando sul suolo africano, quasi senza perdite, l'armata di Rommel. Ma poi va dato atto a questo eccezionale stratega delle sue doti di intuizione, di decisione, di manovra. Appena messo piede a Tripoli, Rommel diede una nuova impronta alla guerra: portava con sè, infatti, lo spirito della guerra lampo. Era, cioè, il vessillifero di concezioni nuove dell'arte militare, di una nuova tecnica, di una nuova strategia. Anche gli inglesi, che pure ci avevano sanguinosamente provato nel deserto, fra eserciti metropolitani, avrebbero avuto qualcosa da imparare a proprie spese. E lo impararono, fra il 1° e il 15 aprile, quando persero tutto quello che quattro mesi prima avevano faticosamente conquistato in due mesi. Con gli italo-tedeschi a Sollum, con la Grecia e la Jugoslavia conquistate. Con Creta sul punto di essere investita. Con la flotta inglese nuovamente in difficoltà. Cioè con quella che fu definita allora la « Primavera radiosa dell'Asse ». Sul Nilo e nelle steppe della Russia s'andavano però addensando le nubi di un grande uragano estivo...



Il Maresciallo Graziani aveva raggiunto Sidi el Barrani alla metà di settembre del 1940. Pur attaccando fulmineamente le truppe britanniche, il Capo di
Stato Maggiore dell'Esercito si era dichiarato contrario all'iniziativa in considerazione della scarsa mobilità delle sue truppe, della deficenza dei rifornimenti e delle gravi difficoltà logistiche imposte da un allungamento del fronte in pieno deserto. Il Maresciallo, anzi, sollecitato, a riprendere l'offensiva dopo un mese di sosta, rispondeva a Roma di non essere nemmeno in grado di arrestare con successo un eventuale attacco nemico. Drammatiche furono anzi, in qual periodo, le sue richieste di mezzi corazzati e motorizzati che rimasero quasi tutte inascoltate. Intanto i britannici andavano ammassando nella Valle del Nilo ingenti forze richiamate dai quattro angoli dell'Impero. Nella foto in alto a sin. un trombettiere delle truppe indiane accampate presso le Piramidi. Nella foto in alto a destra camionette britanniche in ricognizione nel deserto in attesa dei rifornimenti in un campo di fortuna avanzato. Nella foto in basso carri armati pesanti dell'esercito britannico avanzano verso Sidi el Barrani per partecipare all'offensiva di Wavell.

L'offensiva di Wavell




L'armata del generale Wavell raccolse sotto le sue bandiere contingenti di truppe d'ogni paese del Commonwealth ed anche notevoli aliquote di degaullisti attinti dalle forze francesi già di stanza in Siria. Furono quindi truppe eterogenee che sferrarono l'attacco contro l'armata di Graziani. Ma il loro armamento modernissimo, la schiacciante superiorità di mezzi corazzati e motorizzati e il massiccio concentramento di fuoco della loro artiglieria ebbero ragione delle nostre fanterie scarsamente equipaggiate. In alto a sin. il gen. Wavell passa in rassegna a Marsa Matruh, nell'imminenza dell'attacco, un reparto metropolitano britannico. Al centro a sin. un reparto dell'ANZAC (Australia e Nuova Zelanda) sbarca a Suez per partecipare all'offensiva di dicembre. In basso a sin. Truppe camellate sudanesi. In alto a destra Spahis francesi in ricognizione nel deserto. Le truppe degaulliste operarono soprattutto contro i nostri presidi nell'interno. In basso a destra un posto di ascolto degli aerofonisti inglesi sulla costa egiziana.


Il 9 dicembre, raggiunta con i rifornimenti ed i rinforzi, la proporzione di due a uno per quanto riguardava le fanterie e dì dieci a uno per quanto concerneva i mezzi motorizzati e blindati, Wavell sferrò il suo formidabile attacco sulle truppe italiane attestate a Sidi el Barrani. Il primo urto fu sostenuto dal Raggruppamento Maletti, raggiunto non soltanto di fronte ma anche sul rovescio, a causa di un'infiltrazione non controllata di mezzi corazzati inglesi fra il raggruppamento e la divisione « Cirene ». Dopo un'eroica resistenza, durante la quale cadde da prode il Generale Pietro Maletti, le nostre linee, investite dai carri britannici e da un imponente concentramento di fuoco, furono travolte. Già la sera del 9 dicembre la situazione era gravemente compromessa: il Raggruppamento Maletti era distrutto, la Divisione Libica era annientata, mentre la 2a libica ripiegava quasi circondata e la Divisione CC. NN. « 3 Gennaio » si difendeva strenuamente sulle sue posizioni da attacchi concentrici. Anche le altre divisioni, cioè la « Marmarica », la « Cirene » e la « Catanzaro » risultavano severamente impegnate da forti nuclei esploranti avversari. In alto a sin. truppe corazzate britanniche attaccano a ondate successive le linee italiane a Sidi el Barrani. Al centro a sin. fanterie inglesi all'attacco. In basso a sin. micidiale fu il tiro dell'artiglieria britannica, impegnata in massa per la prima volta in una guerra africana. In alto a destra una drammatica foto scattata nelle prime linee italiane. Il mitragliere, fermo al suo posto, punta la sua arma contro gli aerei della RAF che spezzonano le nostre fanterie in ripiegamento. In basso a destra un CR 42 della nostra aviazione abbattuto sull'Egitto.


10 dicembre 1940. Dopo una strenua resistenza cadeva Sidi el Barrani, difesa dai militi della «3 gennaio ». Le superstiti forze di Graziani ricevono l'ordine di ripiegare sulla linea dell'Halfaya, tallonate dalla 7a divisione corazzata britannica, dalle truppe dell'ANZAC e da una divisione indiana. Ma, mentre la Cirene raggiunse il ciglione ove avrebbe dovuto tentare di ricostituire il fronte, la « Catanzaro » venne sorpresa 1'11 dicembre dai mezzi corazzati avversari e semidistrutta. Il colpo avrebbe avuto effetti assai gravi per lo schieramento italiano che rimase privo di una delle poche grandi unità disponibili per munire le affrettate fortificazioni campali disposte nel quadrilatero Halfaya-Sidi Omar-Capuzzo-Sollum. Intanto grosse formazioni aeree nemiche e unità della flotta britannica battevano le nostre installazioni aero-navali da Bardia a Tobruk e oltre. Nella foto in alto artiglieria britannica in azione dinnanzi a Sollum. Nella foto in basso bombardieri in missione di volo sulle retrovie britanniche in Egitto. Intensa fu l'attività della nostra aviazione che nere, si trovò a fronteggiare la temibile caccia britannica. Difatti la nostra 5a squadra aerea in quei terribili giorni si sacrificò quasi per intero.

La resistenza Italiana




Di fronte a Bardia la resistenza italiana, malgrado le perdite subite pei primi quattro giorni dell'offensiva inglese, si irrigidisce. Le truppe, al comando del Generale Bergonzoli, il leggendario « Barba Elettrica », reagiscono vigorosamente al nemico che cerca di infiltrarsi nelle difese della Piazza appoggiato anche da intensi bombardamenti navali. Ma il nemico non rimane fermo dinnanzi a Bardia, esso lancia nel deserto le sue colonne motorizzate e cerca di aggirare le nostre posizioni. Il Comando italiano, con le poche riserve a sua disposizione e con l'unica brigata corazzata (carri leggeri e medi), prepara la difesa della stretta di Ain el Gazala e del ciglione di Derna. Nella foto in alto mitragliere pesanti italiane in postazione di fronte a Bardia sparano sui carri inglesi. Nella foto in basso fanterie italiane lanciate al contrattacco in Marmarica affrontano il fuoco di interdizione britannico.

15 dicembre 1940. Viene decisa dal comando italiano la difesa ad oltranza della piazza di Bardia ove si attestano per l'estrema resistenza tutte le forze semiaccerchiate che ancora lottavano al confine della Libia. La situazione di queste truppe è drammatica. La divisione « Marmarica » è quasi intatta, ma la « 28 ottobre » è ridotta alla metà dei suoi effettivi, mentre la « 23 marzo », la « Cirene » e la « Catanzaro » sono rappresentate appena da qualche reparto sfuggito alla morsa britannica nei giorni precedenti. Il 17, mentre si va completando l'accerchiamento delle posizioni italiane a Bardia, con la quasi definitiva interruzione delle comunicazioni per Tobruk, nella battaglia interviene con tutta la sua potenza la flotta britannica di Alessandria. Sembra finita per gli italiani asserragliati nello loro posizioni assediate, privi di collegamenti e di rifornimenti, bersagliati dalla terra, dal cielo e dal mare. Sarà invece l'inizio di un'epica battaglia, che durerà diciassette giorni. In alto a sin. il gen. Pietro Maletti, eroicamente caduto nei primi giorni dell'offensiva britannica. In basso a sin. un pezzo anticarro italiano viene portato in postazione sotto il tiro dei grossi calibri britannici. In alto a destra un'azione di pattuglia degli italiani assediati a Bardia. Al centro a destra dura lotta tra le sterpaglie della Marmarica. I fucili mitragliatori nulla possono contro l'acciaio dei carri britannici. In basso a destra un pezzo anticarro da 47 cerca di trattenere i carri nemici. La scarsezza dell'armamento anticarro fu una delle cause principali del rovescio italiano.

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